Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Tor Sapienza. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Tor Sapienza. Mostra tutti i post

19/11/2014

Il modello Tor Sapienza che rischia di prodursi nel futuro


I fatti di Tor Sapienza sono noti ai più solo attraverso il racconto giornalistico. Chiunque abbia avuto la possibilità (e il coraggio politico) di interfacciarsi direttamente con quella realtà, scavalcando narrazioni mediatiche e verità di comodo, interagendo direttamente con la gente del quartiere, sa bene quali dinamiche abbiano prodotto i fatti della scorsa settimana. I palazzi di viale Giorgio Morandi, seppur nella loro specificità, rappresentano una situazione tipica di tutte le altre periferie romane. Quelle periferie sorte ai margini del Raccordo o chilometri fuori da questo, in un’espansione infinita e disordinata che sta covando una bomba sociale di proporzioni storiche. Dato per assodato che ormai la questione Tor Sapienza è per noi chiusa e l’impossibilità di parlare con quella parte del quartiere acclarata, potremmo però tentare di tirare fuori da questa esperienza la capacità di intervenire nella prossima periferia in sommossa. E’ per questo, perché possa servire da esperienza, che bisognerebbe cogliere i punti nodali di questa situazione. Sgomberando il campo da alcuni dubbi che un giretto a Giorgio Morandi toglierebbe anche al più chiuso ideologicamente dei compagni.

Purtroppo per noi, le periferie romane oggi non si chiamano Centocelle, Cinecittà, Tufello, Pigneto, Alessandrino, Montesacro, Tor Pignattara, Garbatella e via dicendo. Le borgate e i quartieri periferici di una volta sono stati oggi inglobati nella città ufficiale e riconosciuta, quella interna al Raccordo e tutto sommato integrata. Sacche di degrado permangono anche in questa zona semicentrale, come ovunque a Roma – anche nelle zone interne alle mura Aureliane – ma il dato significativo è che la *periferia*, a Roma, è un’altra cosa. E’ Tor Bella Monaca, Colle Salario, Fidene, La Rustica, Tor Sapienza, Corviale, Giardinetti, Setteville, Guidonia, Ponte di Nona, eccetera. Salvo alcune encomiabili eccezioni, si pensa la periferia con canoni di trenta o quaranta anni fa: oggi la periferia, la città esclusa, marginalizzata, percepita come illegale anche quando prevista dai piani urbanistici del Comune, è quella a ridosso del Raccordo e fuori, non quella a ridosso della Tangenziale. In questa enorme fascia territoriale e di popolazione, in cui abita la maggior parte della cittadinanza romana, che occupa la maggiore estensione della città metropolitana, non esiste alcun tipo di intervento sociale delle sinistre (tranne sempre lodevoli eccezioni). Pensare che in contesti del genere la coscienza media di una popolazione allo sbando, lasciata a se stessa da istituzioni e politica, intrisa di degrado, quello vero e non quello cavalcato dalle destre, possa esprimersi direttamente come qualcosa dotato di coscienza non diciamo politica, ma quantomeno sociale, significa equivocare totalmente la situazione reale, sbagliare i presupposti di ogni possibile intervento. Oggi è questo il campo in cui si gioca la sopravvivenza della sinistra di classe romana, e lo è perché è un campo in cui si sta formando un’alternativa. L’alternativa è la destra razzista e populista in cerca di una sua base sociale popolare.

Insomma, ragionare del proletariato e sottoproletariato romano nei termini di un soggetto già tutto sommato cosciente di sé sulla falsariga dell’operaio di fabbrica, magari impolitico ma organizzato sindacalmente, consapevole dei propri nemici quantomeno economici, è un errore di prospettiva decisivo. Oggi quella fascia popolare – ripetiamo: la maggior parte della popolazione romana – è completamente esclusa da ogni possibile processo di integrazione, anche sociale, anche pre-politica. Una zona d’ombra formata da razzismo strisciante, cultura da branco o da stadio, affascinata da logiche malavitose. La lontananza della politica da queste zone impedisce pure alle destre di organizzare anche una piccola parte di questa composizione, ma ciò non significa che questo lo sarà per sempre. O ci proviamo noi e ci riusciranno loro, è questo il tema oggi.

Come sa chiunque si sia affacciato a Giorgio Morandi, nessuna organizzazione neofascista ha prodotto o si è inserita nella rivolta di quartiere contro il centro migranti. Il degrado sociale, economico, culturale, politico che vivono le case popolari di Tor Sapienza – case assegnate agli ex-occupanti degli anni settanta e ottanta dei palazzi occupati lungo la Tiburtina: Casalbruciato, Tiburtino Terzo, San Basilio, Ponte Mammolo – e appartenenti tutti alla ex Lista di Lotta, cioè il movimento di lotta per la casa degli anni Ottanta a Roma, è un fatto evidente da anni. Un degrado di cui i residenti sanno benissimo chi sono i responsabili. Ragionare di questi fatti partendo dall’oggi e legando tutta la rivolta a presunti complotti contro Marino significa raccontarsi una favola completamente fuori dalla realtà delle cose. Non è Marino che non può entrare a Tor Sapienza, ma la politica. Borghezio, il M5S, Alemanno, i centri sociali, Casapound: è rifiutato in blocco quel tipo di politica che per decenni si è disinteressata ai bisogni e alle necessità di un corpo sociale martoriato dal degrado sociale, e che oggi si affaccia solo perché la questione ha assunto rilevanza nazionale e i titoli dei giornali impongono di interessarsi alla vicenda.

Affermare che la destra non c’entra nulla con la vicenda non significa dire che quegli abitanti sono di sinistra, anche questo è bene chiarirlo subito onde evitare scontate reprimende da chierichetti del lavoro sociale. C’è molto razzismo di borgata, c’è sottocultura da branco, c’è la logica della comitiva e dinamiche legate alla microcriminalità di quartiere: tutto vero, ma questo fatto riguarda tutte le periferie romane. Se queste situazioni costituiscono a prescindere un muro al lavoro sociale delle sinistre nei quartieri popolari, significa abbandonare la nave, dichiarare la resa politica di fronte a una composizione con cui scegliamo di non avere nulla a che fare. Il problema, come dicevamo, è che il nostro abbandono apre le porte al tentativo politico di una destra che sta teorizzando proprio l’internità a queste situazioni, che sta costruendo una sua base sociale volta alla creazione di un nuovo polo politico. Se noi abbandoniamo questo campo il nostro futuro è quello francese: una sinistra che legge i libri a Belleville pensando che quella sia la periferia parigina e una destra che organizza i settori popolari della società francese sfruttando il sacrosanto risentimento dei lavoratori verso la politica in chiave razzista e populista.

Oggi ci sarà un’assemblea di quartiere a Tor Sapienza. Il gioco è però ormai fatto. Non solo l’assemblea avverrà in tutt’altra zona, quella ripulita e “per bene”, che non a caso vede la presenza organizzata di forze neofasciste che, non riuscendo ad entrare tra le gente delle case popolari di viale Giorgio Morandi, si riduce ad organizzare le villette di Piazza de Cupis. L’assemblea di stasera è opportuna, e allo stesso tempo certifica la nostra incapacità di dialogare con le contraddizioni di un quartiere popolare. Può servire a fare esperienza per la prossima rivolta sociale, ma di certo non da una bella immagine dello stato dell’arte della sinistra in questa città. Noi ci parteciperemo, sapendo però che non è a Piazza de Cupis che si gioca la partita, ma a Viale Giorgio Morandi e nelle altre mille vie simili della città, che sono un’altra cosa, socialmente e politicamente.

Piccola aggiunta ex post:


Questa è la città di Roma con la suddivisione in municipi prima della riforma. L’anello grigio è il Raccordo. Il primo municipio, in bianco, corrisponde al centro storico. Quelli semicentrali sono il 2, 3, 6, 7, 9, 10, 11, 17 e parte del 20. Tutto il resto è la città esclusa, dove non arriva politica, attività sociale, presenza istituzionale. L’80% della città.

Fonte

15/11/2014

Tor Sapienza, the walking dead

di Fabrizio Casari

La si può moltiplicare per 10 Tor Sapienza. E’ la storia delle periferie romane, 40 anni dopo Petroselli, l’ultimo sindaco comunista che sul risanamento delle borgate, pur con i suoi errori, mise la condizione delle periferie al centro dell’agenda del governo di Roma. Dopo di lui, nulla. Degrado, marginalità, sporcizia, assenza di servizi, insicurezza, difficoltà di promuovere cultura, partecipazione, dimensione collettiva di quartiere. La strada per trasformare le periferie romane da dormitori e sacche di marginalità in quartieri è lunga come quella che separa la dignità dalla disperazione, irta di ostacoli e deficitaria di attenzioni.
Succede così, dunque, che il nemico della tua qualità della vita lo s’individua nell’ultimo arrivato, soprattutto se più povero e più marginale di te. Soprattutto se privo di rappresentanza e lontano da ogni speranza.

Quel vialone di Tor Sapienza è diventato il luogo simbolo della protesta perché non manca niente del corredo dell’orrore. Spaccio, prostituzione, immigrati, trans, papponi, malavitosi di quartiere, bulli e ultràs. Il menù dell’invivibile affolla piatti che nessuno vorrebbe mangiare a che giacciono, stanziali e ogni giorno più maleodoranti, senza che qualcuno provi a rovesciare il tavolo. Senza che nessuno finalmente racconti di una periferia un tempo umana ed oggi infernale, che nella fine del lavoro e del reddito ha visto la fine anche di ogni piccolo sogno, per modesto che fosse. In una periferia che da culla della romanità è divenuta con la crisi l’immagine di una Roma ridotta ad un colabrodo, quel quartiere racconta di una zona un tempo diversa e oggi drammaticamente uguale a quelle di peggior fama.

Ai più deboli tra i deboli, agli ultimi tra gli ultimi, li si vuole cacciare, come in un rito purificatorio. Li si vuole lontani dalla vista prima che dal contatto, per esorcizzare un futuro prossimo che gli somigli. Come a voler scacciare l’incubo di precipitare negli inferi degli ultimi, i penultimi scatenano le paure alle quali danno un simbolo, agnello sacrificale sull’altare della morte presunta della civiltà del lavoro e del decoro.

La disperazione sociale, il senso di un abbandono irreversibile, la certezza di non poter invertire la corsa verso un piano ogni giorno più basso, alimenta i pensieri che, disperati, si trasformano in grugniti e urla piuttosto che opinioni. Su quella disperazione, provocatori in cerca d’ingaggi lavorano sodo. Si dedicano anima e corpo a trovarsi un ruolo che vaghi negli spazi dell’odio e che ritorni sotto forma di prebende da parte di chi, su quell’odio, costruisce le sue fortune politiche, quasi sempre in combutta con chi poi, a macerie spente, fa affari edili.

C’è un retroterra di razzismo sociale, subìto e riproposto. Chi di quel razzismo sociale è stato vittima, diventa oggi artefice. Incapace di generare un canale politico dove indirizzare la protesta e il bisogno di riscatto, si lascia abbindolare da farabutti alla Borghezio, il cialtrone per eccellenza della politica, o dal furbetto Salvini, imprenditore dell’odio, che sull’odio e sulla furbizia costruisce la sua fortuna, cercando di far dimenticare le vicende grottesche che hanno animato la storia della Lega Nord. Sull’odio per gli albanesi e romeni costruivano consenso e potere, per poi pagare, con i soldi che rubavano, le lauree finte romene e albanesi.

Normale dunque che imprenditori dell’abuso e imprenditori dell’odio si mettano insieme. E l’innesto di fascisti e leghisti ad appestare l’aria non può stupire. Normale anche che il ciarpame nero si associ, l’odore del sangue attira sempre le carogne. Meno normale è che trovino qualcuno che possa prestargli anche solo un momento di attenzione invece che di seppellirli di pernacchie.
In quella polveriera di odio incrociato, dove il confronto diventa su chi ha e chi non ha, la vittima inevitabile diventa il chi siamo e il cosa non vorremmo diventare. A fornire l’innesco per quella giacenza umana esplosiva, l’altro giorno è stata una presunta aggressione di presunti stranieri; ma conta poco il fatto in sé, dal momento che le persone in strada raccontano di episodi di violenza, di oltraggi continui, di mancanza di rispetto e d’insicurezza ormai quotidiane.

Conta fino a un certo punto, oggi, stabilire se sia stata o no una buona idea lo sgombero che si annuncia parziale ma che sarà totale. A chi parla di resa dello Stato si dovrebbe ricordare che non può esservi resa da parte degli assenti. A chi vede l’operazione come argine di possibili estensioni di violenza, di drammi sottocoperta che potrebbero innescare fuochi e funerali, si può riconoscere il temporeggiare come agire nel tempo della morte delle parole.

Ma se si vuole andare oltre la condanna di come nel calderone dell’odio ci sia finito soprattutto chi non c’entra, se si vuole uscire dalla retorica che vede nell’immigrato una vittima incapace di riprodursi in forma delinquenziale, e se si vuole evitare il salmo dell’accoglienza qualunque, quantunque e comunque come principio cardine della nostra esistenza, si deve, per forza, puntare il dito sulle responsabilità politiche di chi ha deciso che le periferie della città, già piagate e piegate dalla crisi economica e dalla mancanza di presenza dello Stato sul territorio, debbano diventare pure il supporto unico di ogni gradino della degradazione umana.

Un controllo del territorio migliore, un’illuminazione decente, insediamenti di poche unità di per sé facilmente integrabili e non di decine e decine di persone, inevitabilmente destinate a formare nuclei organizzati, sarebbero le prime cose di buon senso da mettere in agenda. Invece i problemi dettati da una mancanza di una politica dell’immigrazione vengono scaricati sulle periferie e sulle aree più difficili delle città. Discuterne negli happy hours dei quartieri bene con un tocco di vintage è inutile prima che stupido. Quando la sinistra abbandona lo spazio, la destra avanza. Quando la ragione emigra verso più comodi siti, l’assenza di ragione diventa la nuova ragione.

Quando in un territorio abbandonato politicamente, socialmente ed economicamente, già in estremo disagio, si decide d’importarvi un’area di disagio ancora maggiore, oggettivamente non composta solo da gentiluomini, fatta di campi nomadi, centri d’accoglienza e quant’altro a disposizione per gli ultimi tra gli ultimi, significa dire ai penultimi che non diventeranno mai i primi, semmai da penultimi diventeranno ultimi, perché chi non ha niente da perdere, sa come prevalere su chi, per quanto poco, da perdere ce l’ha.

Non si hanno notizie di spostamenti di disperazione, di scarichi di marginalità in carne e ossa in zone dove la borghesia vive e si riproduce socialmente. Non ci sono i quartieri bene ad ospitare il degrado, che viene invece spedito su aree già degradate. Non perché vi sia l’illusione che le diverse forme di degrado possano integrarsi, ma solo per fare in modo che la disperazione degli ultimi si scontri con il degrado dei penultimi, in modo di lasciare così i primi a debita distanza.
Come un generale editto di Saint Cloud, come in un orrendo film senza storia né star, dove tutti gli attori sono non protagonisti, grazie alla fine della politica si proietta la storia del fascismo sociale e diffuso di ritorno. Non ci sono scenografie che illuminino e fondali che stemperino. Il nero domina.

Fonte

Il laboratorio Tor Sapienza ovvero la nostra incapacità di incidere nelle contraddizioni popolari



Non siamo di Tor Sapienza né in questi giorni siamo passati a vedere quello che succedeva. Non abbiamo dunque alcuna voglia di consigliare o solo commentare quello che sta avvenendo. Allo stesso modo, però, abitiamo le altre decine di periferie cittadine, quanto o più degradate del quartiere di Roma est, quanto o più attraversate da razzismi striscianti, da risentimenti populistici, da contraddizioni vere e presunte che potrebbero esplodere da un momento all’altro lasciandoci pericolosamente afoni di fronte a una destra che non aspetta altro che cavalcare il risentimento popolare in chiave razzista. E’ dunque di questo che dovremmo discutere, di come impedire sul nascere la possibilità di questa deriva pericolosa. Sabato ci sarà un primo tentativo di raccogliere politicamente i mille rivoli del degrado delle periferie, un tentativo che se dovesse riuscire sarebbe un passo in avanti verso il baratro di un front national all’italiana.

Le decine di periferie che circondano la capitale soffrono degli stessi, identici, problemi. Nessuna di queste contraddizioni, a cui la crisi ha aggiunto il carico di povertà, disillusione e rabbia, riesce ad essere organizzata o solo intercettata dalle sinistre. Soprattutto perché tali contraddizioni stanno eruttando per colpa della “sinistra” comunale che ha contribuito a crearle, ammassando nei quartieri già degradati di loro ulteriori concentrazioni di esclusione sociale, in un mix perverso dal risultato garantito: la guerra fra poveri.

Anche prima della conferma della visita di Borghezio a Tor Sapienza domani, tutti già immaginavano la volontà e la possibilità di cavalcare queste proteste da parte di quel tipo di destra. Non riusciamo neanche più a pensare di essere noi ad andare in mezzo a quelle contraddizioni, a starci nonostante la merda che si respira in quel contesto. Di fronte però ad una protesta “endemica”, e non determinata da un agente esterno, la nostra posizione non può essere né il disinteresse né la contrapposizione frontale. Queste due soluzioni non farebbero altro che consegnare quel particolare disagio sociale alle destre, sfruttando l’istinto razzista di queste proteste, amplificandolo, dandogli una sponda politica, esattamente ciò che chiede quella gente. Una sponda politica capace di non far sentire più sola quella gente, emarginata dalle politiche comunali di espulsione dalla città ufficiale, quella che termina con le mura Aureliane.

Non c’è alcuna soluzione immediata né predisposta, se non un percorso da avviare e la disponibilità politica ad abbandonare il centro e le sue propaggini per tornare interni politicamente alle periferie. Non saremo noi ad insegnare agli abitanti di Tor Sapienza cosa fare, non perché ci piace quello che sta accadendo, ma perché non ne abbiamo più – come sinistra – i titoli per poterlo fare. Per poter indicare una soluzione credibile e progressiva a quella gente non basta il dialogo, serve essere riconosciuti. Oggi noi, a Tor Sapienza, non lo siamo, e il fatto che lo sia il Borghezio di turno, uno che continua a spalare merda su Roma giorno dopo giorno, la dice lunga  sulla nostra condizione incapacitante.

Fonte