Il centenario della Rivoluzione d’Ottobre è stato contrassegnato in Italia da centinaia di iniziative: alcune, fortunatamente poche, di rituale commemorazione, altre, la maggioranza, di impegno proiettato sui compiti odierni dei comunisti.
L’occasione è servita anche, come c’era da aspettarsi, a qualche portafoglio pseudointellettuale televisivo e al becero “giornalismo” parafascista, per rimasticare le “ricostruzioni storiche” cucinate a suo tempo da MI5 (Robert Conquest) e CIA (Adam Ulam), come pure per ridar fiato alle giaculatorie sulle “vittime innocenti del regime staliniano”, tutte rigorosamente martiri della fede democratica.
In Russia il centenario è servito anche per allargare il sermone sulla necessità di ricucire lo strappo sociale provocato nell’ottobre 1917 dal “colpo di stato bolscevico” contro il governo provvisorio e dalla pugnalata a tradimento inferta nel febbraio precedente dai circoli liberali legati al capitale anglo-francese contro il “prospero impero zarista”.
Un impero che si stava sviluppando economicamente – è stato raccontato in decine di documentari – al pari e forse più dei maggiori stati europei e che è stato liquidato da pochi avventuristi antinazionali, estranei ai sentimenti di concordia sociale. Uno sviluppo, si evita però di dire, in cui gli investimenti russi costituivano appena il 28%, contro il 72% di capitali inglesi, francesi, americani, belgi, tedeschi, svedesi, tanto nei bacini minerari e nei complessi metallurgici del Donbass, come nei pozzi petroliferi del Caucaso.
Il sociologo Igor Čubajs, su Radio Komsomolskaja Pravda, si è detto convinto che se non ci fosse stata la rivoluzione, oggi “l’America ci invidierebbe”. Tra le altre farneticazioni, egli rimpiange 5,5 milioni di kmq di territorio che, a suo dire, la Russia avrebbe perso in 70 anni di potere sovietico; rimpiange Costantinopoli e parte della Turchia, che l’impero zarista avrebbe potuto ottenere con la prima guerra mondiale; rimpiange la perdita di Polonia, Finlandia, Ucraina ed è convinto che, in base ai calcoli algebrici di Mendeleev, in Russia avrebbero potuto vivere oggi almeno 600 milioni di persone, governate saggiamente da un discendente di Nikolaj II.
Il comune denominatore delle attuali rivisitazioni del 1917 è costituito dalla congiura straniera ordita contro la società russa: sia a febbraio che in ottobre. Secondo la chiesa ortodossa, l’ideologia comunista fu introdotta in Russia dall’esterno e dunque non si devono definire “rivoluzione russa” gli avvenimenti del 1917, altrimenti tutte le colpe ricadono sulla società russa e questa, “vittima principale di quegli avvenimenti, viene trasformata in colpevole”. Le questioni oggi sul tappeto, sostengono i popy, sono “un’identità comune, un’ideologia condivisa e se a ciò verrà data una risposta corretta, si potrà impedire la destabilizzazione della società”.
E’ così che Vladimir Putin, alla vigilia della festa dell’Unità nazionale (che dal 2005 si celebra il 4 novembre, a ricordo dell’insurrezione del 1612) aveva detto di sperare che tale festa venga “percepita dalla nostra società come linea di confine con i drammatici eventi che avevano diviso il paese e il popolo, che essa diverrà il simbolo del superamento di quella divisione, il simbolo del reciproco perdono”. E’ quindi per il “reciproco perdono”, che si inaugurano sempre nuove targhe e busti agli “eroi” zaristi (prima all’ammiraglio Kolčak, poi al barone Mannerheim, ora agli interventisti stranieri) della guerra civile scatenata nel maggio del 1918 con la rivolta in Siberia dei cecoslovacchi bianchi assoldati dalla Francia.
E se il 4 novembre 1612 rappresenta effettivamente una tappa fondamentale nella storia russa, con la liberazione di Mosca dal giogo polacco e svedese, è però l’ordinanza con cui nel dicembre 2004 fu istituita tale festa, a mettere la parola fine alla “ferita aperta dai bolscevichi nella società russa”, allorché recita che “i combattenti delle milizie popolari condotti da Kozma Minin e Dmitrij Požarskij” liberarono Mosca “mostrando un esempio di eroismo e compattezza di tutto il popolo, indipendentemente da origini, credenze religiose e posizione sociale”. Con il che, la storia russa può rimettersi in moto sotto il segno della concordia nazionale.
E’ così che nei talk show, quando non si può fare proprio a meno di trattare l’Ottobre quantomeno come spartiacque storico, non se ne parla più come della Grande Rivoluzione Socialista d’Ottobre, ma come proseguimento della rivoluzione borghese di febbraio e si ripete che “occorre il perdono, la fine della divisione della società”.
E’ su questa linea che i reparti di marinai che nel serial televisivo “Trotskij” respingono il tentativo di golpe korniloviano somigliano a gruppi di moderni black bloc sfasciavetrine, mentre le pose vanagloriose di Trotskij sono contrapposte a uno Stalin, perfetto picciotto corleonese della più becera commedia italiana, che agisce nell’ombra, tramando alle spalle di un ingenuo Lev Davidovič. D’altronde, aveva già iniziato Margarita Simonjan, direttrice della “corazzata propagandistica” russa – quella RT accolta come bibbia anche da molta italica sinistra – con il dire come “nel mio organismo si sia formata una resistente allergia a giustificare Stalin”.
Evgenij Konjušenko su Svobodnaja Pressa, ha definito il serial una panzana glamour, il cui scopo era non tanto di ingigantire Trotskij, quanto di degradare il più possibile Lenin e Stalin ed etichettare tutti i rivoluzionari come vampiri sanguinari. Anche nella propria morte Trotskij ha una parte di primo piano, provocando Jackson-Mercader a ucciderlo. “Trotsky in tutto e dappertutto e la frase che racchiude l’intero film è: La rivoluzione sono io!” nota Konjušenko; “evidentemente, quando Konstantin Ernst (uno dei produttori del film) ricevette da Eltsin la poltrona al Primo canale, accettò la condizione di descrivere la storia sovietica come un’unica sanguinosa tragedia”.
Più in generale, lo scorso 10 novembre, Jurij Gorodnenko (emigrato politico ucraino in Russia) scriveva ancora su Svobodnaja Pressa che quasi tutte le numerose pubblicazioni e trasmissioni dedicate al centenario dell’Ottobre hanno lasciato in ombra il suo significato per lo stato russo. Eppure, nel 1991 la Russia si è dichiarata giuridicamente continuatrice dell’URSS e ne ha occupato il seggio al Consiglio di sicurezza dell’ONU; ne discende che la Russia attuale è in continuità con la RSFSR che, proclamata nel gennaio 1918, risulta nata, di fatto, il 7 novembre 1917, giorno della Rivoluzione e che la Russia attuale, in continuità con quella Repubblica, non ha alcun legame con l’impero zarista. Nonostante ciò, concludeva Gorodnenko, nessun media ufficiale russo ha parlato del 7 novembre 1917 quale data di inizio della statualità russa.
Tirando le somme, lo scorso 7 novembre, Aleksandr Batov, segretario moscovita di Rot Front, rammentava con quante speranze, negli anni ’90, i comunisti celebrassero il 1917: credevano e speravano di festeggiare il centenario di nuovo nel socialismo e che il capitalismo russo non sarebbe arrivato al 2017. Prima ancora, i sovietici erano convinti che il XXI secolo sarebbe stato quello della società comunista mondiale; oggi, si stanno aprendo molte “capsule del tempo”, con messaggi di speranze e auguri formulati sessanta anni fa: in tutti, c’è la certezza che oggi saremmo vissuti nel comunismo, con un mondo senza più guerre, fame, miseria. Leggendo quegli auguri, diceva Batov, si prova vergogna, per il paese e per il popolo: “Non abbiamo custodito il socialismo e siamo precipitati di nuovo nel medioevo e nello zarismo: sono tornati governatori, bojari, gendarmi, popy: e noi siamo lacchè”.
Vladimir Putin si è forse assunto il compito di esaudire i rimpianti del sociologo Čubajs su Costantinopoli e l’invidia dell’America.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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16/11/2017
24/10/2017
La fine dello zarismo e della disoccupazione in Russia
In programma per stasera al teatro Mariinskij di Pietroburgo la prima del film di Aleksej Učitel “Matilda” che, se poco o nulla dice al pubblico occidentale, da mesi tiene banco nelle cronache religioso-monarchiche in Russia. In pratica, si tratta della vicenda della ballerina di origini polacche Matylda Krzesińska che, tra il 1890 e il 1894, sarebbe stata l’amante del futuro Nikolaj II e, successivamente, anche dei gran principi Sergej Mikhajlovič (nipote di Nikolaj I), Vladimir Aleksandrovič (zio di Nikolaj II) e infine del figlio di questi, Andrej Vladimirovič, con cui trascorrerà poi tutta la vita.
Da mesi, da quando sono usciti i primi trailer della pellicola, l’ex procuratrice generale della Crimea e oggi deputata della Duma, Natalja Poklonskaja, si è messa a capo della crociata contro la proiezione del film che, a suo dire, può offendere i sentimenti dei fedeli ortodossi e ha annunciato indagini del Fond Kino sui finanziamenti alla produzione. “Nikolaj II è un santo” ha concluso la commissione che, su incarico di Poklonskaja, ha visionato la pellicola, “ma di lui hanno fatto uno stupidello, falsificando i fatti storici affinché gli spettatori credano che l’imperatore fosse privo di capacità intellettive”.
Un autentico “sacrilegio” contro un “santo martire” ucciso dai “giudei bolscevichi”, dagli ebrei, con le loro “pratiche rituali sataniche”, gridano monarchici e ortodossi e si è arrivati a incendiare i cinematografi in cui avrebbe dovuto proiettarsi il film. E’ accaduto a Ekaterinburg (ex Sverdlovsk): con la benedizione dei pope locali, è stato incendiato il “Kosmos”, situato proprio di fronte alla cattedrale di tutti i santi, eretta nel 2003 sul luogo in cui sorgeva la famosa Casa degli Ipatev, in cui nel luglio 1918 fu giustiziata la famiglia imperiale. I moderni “tsarebožniki” (più o meno: adoratori dello zar), che paragonano l’ultimo zar a Gesù Cristo, ripetono che “la Russia risorgerà solo quando nell’anima dell’uomo russo comparirà di nuovo l’altare per dio e il trono per lo zar”.
Se il “Kosmos” non rinuncia alla proiezione di “Matilda”, il vicino Centro Eltsin ha addirittura invitato il regista Aleksej Učitel, facendo gridare i credenti alla “profanazione”, anche perché era stato l’allora governatore della regione di Sverdlovsk, Boris Eltsin, a far demolire la casa degli Ipatev.
Chissà quale sarà la reazione degli “tsarebožniki” alla notizia che il “giuda” siberiano aveva espiato sì il proprio peccato procedendo nel 1998 alla canonizzazione della famiglia zarista e alla tumulazione dei resti nella fortezza di Pietro e Paolo a Piter, ma ben consapevole che quei resti a tutti potevano appartenere meno che a zar e famiglia.
Lo attesterebbero studiosi giapponesi, sulla base del confronto effettuato tra i DNA dei resti rinvenuti nei boschi attorno a Ekaterinburg, quello di familiari stretti dello zar e quello trovato su alcuni oggetti che Tokyo avrebbe conservato per oltre cento anni, da quando il futuro zar aveva visitato il Giappone. A parere del paleontologo russo Vadim Viner, gli argomenti a sostegno delle tesi giapponesi sarebbero più che solidi.
La commissione istituita all’epoca dal governatore di Ekaterinburg Boris Nemtsov (il “dissidente liberale” assassinato a Mosca nel 2015) aveva utilizzato il DNA di parenti non stretti, concludendo che “ci sono coincidenze”. Ma, sostiene Viner, “nella lingua dei genetisti, coincidenza non significa identità: tutti noi coincidiamo”. Inoltre, durante la sua visita in Giappone, Nikolaj ricevette dei colpi di spada alla testa che lasciarono due ferite, una delle quali aveva lasciato nel cranio il cosiddetto callo osseo. Ma sul cranio che l’indagine federale attribuì a Nikolaj II, non c’era alcuna callosità. Di più: al museo di Ōtsu sono tuttora conservati la sciarpa, la giacca di Nikolaj e la spada che lo aveva colpito, e i ricercatori giapponesi hanno confrontato il DNA del sangue rimasto sul fazzoletto dopo il colpo di spada con quello di un frammento delle ossa di DNA trovate a Ekaterinburg, ed è risultato che sono diversi.
Di fatto, sostiene Viner, un grosso interesse ai resti dei Romanov cominciò a manifestarsi nell’ultimo periodo gorbacioviano: Elisabetta II d’Inghilterra aveva dichiarato che non ci sarebbe stato nessun avvicinamento russo-britannico finché Mosca non si fosse scusata per la sorte di Nikolaj II, cugino di suo padre.
La “scoperta” dei resti avvenne poco prima dell’incontro Thatcher-Gorbaciov. Inoltre, secondo la legislazione britannica, la banca inglese in cui sarebbero custodite le 5 tonnellate e mezzo di oro dell’ultimo zar, non può svincolarle finché non si prova la sua morte con la scoperta di un cadavere o, perlomeno, non si attesta che si stia indagando sulla sua scomparsa. Con buona pace delle genuflessioni di Poklonskaja e “tsarebožniki” alla divinità della famiglia imperiale e dei suoi eredi che, molto terrenamente, da settant’anni reclamano il diritto a quell’oro, la banca sta ancora aspettando il certificato di morte e la conclusione di un tribunale secondo cui quelli sarebbero veramente i suoi resti.
Secondo studiosi tedeschi, i resti “scoperti” a Ekaterinburg sarebbero quelli di una delle numerosissime “famiglie” usate come controfigure che i Romanov avevano cominciato a mandare in giro dopo l’attentato contro lo zar Paolo I. Aleksandr I e Aleksandr III e le loro famiglie avevano diversi sosia e anche Nikolaj II cominciò a servirsene dopo la “domenica di sangue” del 1905.
Come che sia, c’è da star sicuri che in queste settimane, in cui ogni più scafato tra gli “esperti” occidentali, solo per far cassa su giornali e TV distinguendosi a chi getta più fango e falsità sulla Rivoluzione d’Ottobre, riserverà un posto privilegiato al “turpe crimine” dei bolscevichi che non soltanto osarono rovesciare il “governo democratico” di menscevichi e socialisti-rivoluzionari il 7 novembre 1917, ma poi martirizzarono e crocifissero il simbolo supremo della Santa Russia il 17 luglio 1918.
Da sempre, con l’assenso di quella sinistra che da sessant’anni si cosparge il capo di cenere per “i crimini” dell’intera epoca sovietica, i “democratici”, sconvolti dalle decisioni dittatoriali dei bolscevichi, puntano il dito soprattutto su due momenti del primo anno rivoluzionario: lo scioglimento dell’Assemblea costituente nel gennaio 1918, ormai classicamente definito “colpo di stato” e la fucilazione della famiglia zarista nel luglio successivo, a dimostrazione della “malvagità” che contraddistingueva la leadership bolscevica e, di conseguenza, ogni comunista del pianeta. I socialdemocratici mondiali poi, ligi alla forma degli avvenimenti, tacciono ovviamente sul fatto che quell’Assemblea respingesse tutti provvedimenti adottati dal governo sovietico a favore del controllo operaio e dei diritti dei lavoratori appena conquistati.
Gli “esperti” borghesi che piangono sui resti (falsi) dello zar, evitano ovviamente di dire come Nikolaj II sia da sempre conosciuto con il nome poco sacrale di “sanguinario”, tanto che anche la leadership russa attuale, nonostante i tappeti rossi stesi agli eredi zaristi dei Romanov e dei Trubetskoj e nonostante i monumenti eretti in varie città ai predecessori di Nikolaj II, sulla sua figura evitano accuratamente di calcare la mano.
Gli “esperti” televenditori sproloquieranno di sicuro su tutto, pur di tacere l’essenziale: il contenuto di classe del 1917, la lotta di classe al livello supremo: il rovesciamento della dittatura di una minoranza e l’instaurazione della dittatura della maggioranza. Taceranno sulla giornata di lavoro di 8 ore (primo paese al mondo), il diritto alle ferie annuali pagate (primo paese nella storia), il divieto di licenziamento dei lavoratori da parte dei direttori d’azienda, senza il consenso di sindacati e partito; il diritto all’istruzione gratuita (primi al mondo) media e superiore, diritto all’assistenza sanitaria gratuita (primi al mondo), diritto all’alloggio gratuito (primi al mondo) e così via, fino alla bestia nera, soprattutto oggi, della democrazia liberale: la liquidazione completa della disoccupazione nel 1931.
Come potrebbero giustificare un tale sacrilegio dittatoriale, di fronte alla democratica libertà di morire di fame?
Fonte
Da mesi, da quando sono usciti i primi trailer della pellicola, l’ex procuratrice generale della Crimea e oggi deputata della Duma, Natalja Poklonskaja, si è messa a capo della crociata contro la proiezione del film che, a suo dire, può offendere i sentimenti dei fedeli ortodossi e ha annunciato indagini del Fond Kino sui finanziamenti alla produzione. “Nikolaj II è un santo” ha concluso la commissione che, su incarico di Poklonskaja, ha visionato la pellicola, “ma di lui hanno fatto uno stupidello, falsificando i fatti storici affinché gli spettatori credano che l’imperatore fosse privo di capacità intellettive”.
Un autentico “sacrilegio” contro un “santo martire” ucciso dai “giudei bolscevichi”, dagli ebrei, con le loro “pratiche rituali sataniche”, gridano monarchici e ortodossi e si è arrivati a incendiare i cinematografi in cui avrebbe dovuto proiettarsi il film. E’ accaduto a Ekaterinburg (ex Sverdlovsk): con la benedizione dei pope locali, è stato incendiato il “Kosmos”, situato proprio di fronte alla cattedrale di tutti i santi, eretta nel 2003 sul luogo in cui sorgeva la famosa Casa degli Ipatev, in cui nel luglio 1918 fu giustiziata la famiglia imperiale. I moderni “tsarebožniki” (più o meno: adoratori dello zar), che paragonano l’ultimo zar a Gesù Cristo, ripetono che “la Russia risorgerà solo quando nell’anima dell’uomo russo comparirà di nuovo l’altare per dio e il trono per lo zar”.
Se il “Kosmos” non rinuncia alla proiezione di “Matilda”, il vicino Centro Eltsin ha addirittura invitato il regista Aleksej Učitel, facendo gridare i credenti alla “profanazione”, anche perché era stato l’allora governatore della regione di Sverdlovsk, Boris Eltsin, a far demolire la casa degli Ipatev.
Chissà quale sarà la reazione degli “tsarebožniki” alla notizia che il “giuda” siberiano aveva espiato sì il proprio peccato procedendo nel 1998 alla canonizzazione della famiglia zarista e alla tumulazione dei resti nella fortezza di Pietro e Paolo a Piter, ma ben consapevole che quei resti a tutti potevano appartenere meno che a zar e famiglia.
Lo attesterebbero studiosi giapponesi, sulla base del confronto effettuato tra i DNA dei resti rinvenuti nei boschi attorno a Ekaterinburg, quello di familiari stretti dello zar e quello trovato su alcuni oggetti che Tokyo avrebbe conservato per oltre cento anni, da quando il futuro zar aveva visitato il Giappone. A parere del paleontologo russo Vadim Viner, gli argomenti a sostegno delle tesi giapponesi sarebbero più che solidi.
La commissione istituita all’epoca dal governatore di Ekaterinburg Boris Nemtsov (il “dissidente liberale” assassinato a Mosca nel 2015) aveva utilizzato il DNA di parenti non stretti, concludendo che “ci sono coincidenze”. Ma, sostiene Viner, “nella lingua dei genetisti, coincidenza non significa identità: tutti noi coincidiamo”. Inoltre, durante la sua visita in Giappone, Nikolaj ricevette dei colpi di spada alla testa che lasciarono due ferite, una delle quali aveva lasciato nel cranio il cosiddetto callo osseo. Ma sul cranio che l’indagine federale attribuì a Nikolaj II, non c’era alcuna callosità. Di più: al museo di Ōtsu sono tuttora conservati la sciarpa, la giacca di Nikolaj e la spada che lo aveva colpito, e i ricercatori giapponesi hanno confrontato il DNA del sangue rimasto sul fazzoletto dopo il colpo di spada con quello di un frammento delle ossa di DNA trovate a Ekaterinburg, ed è risultato che sono diversi.
Di fatto, sostiene Viner, un grosso interesse ai resti dei Romanov cominciò a manifestarsi nell’ultimo periodo gorbacioviano: Elisabetta II d’Inghilterra aveva dichiarato che non ci sarebbe stato nessun avvicinamento russo-britannico finché Mosca non si fosse scusata per la sorte di Nikolaj II, cugino di suo padre.
La “scoperta” dei resti avvenne poco prima dell’incontro Thatcher-Gorbaciov. Inoltre, secondo la legislazione britannica, la banca inglese in cui sarebbero custodite le 5 tonnellate e mezzo di oro dell’ultimo zar, non può svincolarle finché non si prova la sua morte con la scoperta di un cadavere o, perlomeno, non si attesta che si stia indagando sulla sua scomparsa. Con buona pace delle genuflessioni di Poklonskaja e “tsarebožniki” alla divinità della famiglia imperiale e dei suoi eredi che, molto terrenamente, da settant’anni reclamano il diritto a quell’oro, la banca sta ancora aspettando il certificato di morte e la conclusione di un tribunale secondo cui quelli sarebbero veramente i suoi resti.
Secondo studiosi tedeschi, i resti “scoperti” a Ekaterinburg sarebbero quelli di una delle numerosissime “famiglie” usate come controfigure che i Romanov avevano cominciato a mandare in giro dopo l’attentato contro lo zar Paolo I. Aleksandr I e Aleksandr III e le loro famiglie avevano diversi sosia e anche Nikolaj II cominciò a servirsene dopo la “domenica di sangue” del 1905.
Come che sia, c’è da star sicuri che in queste settimane, in cui ogni più scafato tra gli “esperti” occidentali, solo per far cassa su giornali e TV distinguendosi a chi getta più fango e falsità sulla Rivoluzione d’Ottobre, riserverà un posto privilegiato al “turpe crimine” dei bolscevichi che non soltanto osarono rovesciare il “governo democratico” di menscevichi e socialisti-rivoluzionari il 7 novembre 1917, ma poi martirizzarono e crocifissero il simbolo supremo della Santa Russia il 17 luglio 1918.
Da sempre, con l’assenso di quella sinistra che da sessant’anni si cosparge il capo di cenere per “i crimini” dell’intera epoca sovietica, i “democratici”, sconvolti dalle decisioni dittatoriali dei bolscevichi, puntano il dito soprattutto su due momenti del primo anno rivoluzionario: lo scioglimento dell’Assemblea costituente nel gennaio 1918, ormai classicamente definito “colpo di stato” e la fucilazione della famiglia zarista nel luglio successivo, a dimostrazione della “malvagità” che contraddistingueva la leadership bolscevica e, di conseguenza, ogni comunista del pianeta. I socialdemocratici mondiali poi, ligi alla forma degli avvenimenti, tacciono ovviamente sul fatto che quell’Assemblea respingesse tutti provvedimenti adottati dal governo sovietico a favore del controllo operaio e dei diritti dei lavoratori appena conquistati.
Gli “esperti” borghesi che piangono sui resti (falsi) dello zar, evitano ovviamente di dire come Nikolaj II sia da sempre conosciuto con il nome poco sacrale di “sanguinario”, tanto che anche la leadership russa attuale, nonostante i tappeti rossi stesi agli eredi zaristi dei Romanov e dei Trubetskoj e nonostante i monumenti eretti in varie città ai predecessori di Nikolaj II, sulla sua figura evitano accuratamente di calcare la mano.
Gli “esperti” televenditori sproloquieranno di sicuro su tutto, pur di tacere l’essenziale: il contenuto di classe del 1917, la lotta di classe al livello supremo: il rovesciamento della dittatura di una minoranza e l’instaurazione della dittatura della maggioranza. Taceranno sulla giornata di lavoro di 8 ore (primo paese al mondo), il diritto alle ferie annuali pagate (primo paese nella storia), il divieto di licenziamento dei lavoratori da parte dei direttori d’azienda, senza il consenso di sindacati e partito; il diritto all’istruzione gratuita (primi al mondo) media e superiore, diritto all’assistenza sanitaria gratuita (primi al mondo), diritto all’alloggio gratuito (primi al mondo) e così via, fino alla bestia nera, soprattutto oggi, della democrazia liberale: la liquidazione completa della disoccupazione nel 1931.
Come potrebbero giustificare un tale sacrilegio dittatoriale, di fronte alla democratica libertà di morire di fame?
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