Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
03/05/2021
Il mercato della verità
La richiesta di una verità ancora mancante è stata una delle giustificazioni più richiamate nell’orgia di commenti che hanno accompagnato la notizia della retata degli esuli degli anni '70 a Parigi. Tra le voci più autorevoli si è distinta quella del nuovo ministro della Giustizia Marta Cartabia, accompagnata da numerosi esponenti del partito delle vittime.
La pagina storica degli anni '70 non può ancora essere chiusa – sostengono questi nuovi soldati della verità – senza che prima non sia fatta chiarezza sui fatti della lotta armata. Di pari passo questo accertamento della verità non può essere separato dalla esecuzione della pena, unico modo – par di comprendere – per arrivare alla verità. Affermazione dalla portata inquietante: ritenere che la verità sia ontologicamente legata alla punizione apre scenari totalitari che non sembrano tuttavia aver creato allarme.
Chi chiede verità, in questo modo non sta promuovendo un percorso di conoscenza ma semplicemente una conferma, per giunta autoritaria, del proprio pregiudizio. Una verità precostituita a cui i colpevoli dovrebbero adeguarsi. L’esatto contrario della verità storica che invece è un processo libero da condizionamenti, dove si scava alla ricerca di fonti nuove e si rielaborano e si confrontano nello spazio pubblico quelle note. Quello che invece viene proposto dalle milizie della verità punitiva è un mercato della verità, il mercato delle verità contrapposte, verità che cambiano col cambiar delle maggioranze e dei colori politici.
La cosa più assurda è vedere la massima autorità della Giustizia promuovere la richiesta di estradizioni, per giunta utilizzando tutti i sotterfugi possibili per aggirare le prescrizioni lì dove l’inesorabile decorso del tempo le ha già sancite (vedi l’invenzione della delinquenza abituale), sulla base di sentenze che ricostruiscono una verità giudiziaria con pesanti conseguenze penali, e subito dopo sentir dire che quei colpevoli devono ancora dire la verità, una verità che dunque non può che essere diversa da quanto sancito nelle sentenze. Ma se così stanno le cose, che legittimità hanno delle richieste di estradizione fondate su sentenze che non dicono il vero?
In carcere, dopo la mia estradizione, rivolsi la stessa domanda al magistrato di sorveglianza che erigendosi a quarto grado di giudizio mi chiedeva la verità, altrimenti si sarebbe sempre opposta alla concessione di qualsiasi misura alternativa. «Se lei mi fa questa domanda – risposi – vorrei sapere, in base a quale verità giudiziaria sono stato condannato?». Sembrava una di quelle pagine di Lewis Carrol in Alice e il paese delle meraviglie, «prima la condanna poi l’accertamento dei fatti». Ovviamente finì nel peggiore dei modi. Chi dice che ci sono ancora misteri abbia almeno la coerenza di pretendere l’annullamento delle vecchie condanne e dei vecchi processi. Non può al tempo stesso chiedere una nuova verità e confermare quelle vecchie colpe.
Fonte
02/05/2021
Francia - Primo Maggio in piazza, anche contro l’estradizione degli esuli italiani
Come d’abitudine oltralpe, il corteo del Primo Maggio parigino vede la partecipazione di migliaia di persone, attivisti sindacali, militanti di associazioni, collettivi e organizzazioni politiche. Dopo il Primo Maggio dell’anno scorso, passato in casa alle finestre per via del primo lockdown in piena pandemia Covid-19, quest’anno le strade del centro di Parigi sono state attraversate da un corteo estremamente partecipato e animato; le stime della Prefettura di polizia parlano di 15mila manifestanti, oltre 25mila secondo la CGT.
Circa 280 manifestazioni e mobilitazioni di vario tipo hanno avuto luogo in tutta la Francia, con oltre 150mila persone in tutte le piazze dell’Esagono. Un segnale chiaro di lotta, anche in momento difficile dal punto di vista della pandemia che non dà cenni di rallentare se non ad un ritmo molto blando.
Le misure sanitarie adottate dal governo hanno avuto un effetto minimo nel ridurre i contagi e nel cercare di alleggerire la pressione nei reparti di terapia intensiva, dove attualmente sono ricoverati oltre 5.500 pazienti per Covid-19.
Il governo francese e il presidente Macron stanno approfittando della catastrofica situazione sanitaria (per molti, eccetto le multinazionali di Big Pharma) per imporre un’accelerazione all’agenda neoliberista: il prossimo 1° luglio entrerà in vigore la riforma della assurance chômage mentre qualche giorno fa, in un’intervista a Europe1, il ministro dell’Economia Bruno Le Maire ha affermato che la riforma delle pensioni (temporaneamente sospesa a causa della pandemia, dopo il passaggio forzato all’Assemblée Nationale) è una “necessità per la Francia“.
Pertanto, questo Primo Maggio è stato caratterizzato dalle parole d’ordine di difesa dei diritti dei lavoratori, dei precari e dei disoccupati, della difesa dei servizi pubblici e dello Stato sociale, ovvero di tutte le conquiste politiche e sociali che i governi sia di destra sia socialisti stanno sistematicamente smantellamento per conto dell’Unione Europea da oltre venti anni.
La pandemia di Covid-19 rappresenta l’ennesima occasione per imporre ulteriori manovre lacrime e sangue per i settori popolari e continuare ad arricchire le tasche di ultra-ricchi e multinazionali.
Il corteo parigino, partito da Place de la République in direzione di Place de la Nation, è stato più volte attaccato dalla polizia la quale, attraverso ripetute e violente cariche e fitte piogge di lacrimogeni, ha cercato di spaccare in due parti i manifestanti.
La polizia ha bloccato il percorso dopo che alcuni manifestanti avevano distrutto la vetrina di una filiale della Société générale su Boulevard Voltaire. L’intervento delle Brigade de Répression de l’Action Violente (BRAV), con il pretesto di impedire la “formazione di uno spezzone black block” in testa al corteo, ha incrementato la tensione, fino a quando i CRS (la celere francese) non è riuscita a isolare questa parte di corteo e a circondarla completamente.
Si sono immediatamente dimostrati i risvolti pratici dell’approvazione della Loi Sécurité Globale voluta da Macron, ovvero la criminalizzazione e la repressione di qualunque forma di opposizione sociale. Il ministero degli interni ha comunicato che a Parigi sono state arrestate 46 persone, di cui 17 prima dell’inizio della manifestazione.
In uno Stato securitario, la repressione poliziesca agisce soprattutto in via preventiva, anche con l’intento di intimorire e depotenziare qualsiasi tipo di “azione violenta”. Ci sia oppure no, a insindacabile giudizio delle "autorità".
Il ministro degli Interni, Gérald Darmanin, si è congratulato con i poliziotti e i gendarmi (oltre 5.000 mobilitati nella capitale francese) per aver fermato i pericolosi “casseurs”. Al governo e ai media non resta che agitare lo spauracchio dei fantomatici “black block” per giustificare la politica securitaria e repressiva, la torsione autoritaria e l’impunità garantita alle forze dell’ordine.
In una giornata di mobilitazione così importante e in un corteo così partecipato, è da riportare soprattutto la presenza dello spezzone organizzato da numerosi compagni italiani e francesi dietro lo striscione “LIBERTÁ! Non à la vengeance d’État contre les exilé.e.s italien.ne.s”, in solidarietà con gli esuli e rifugiati politici italiani arrestati mercoledì scorso e dopo neanche 48h messi in libertà vigilata, in attesa dell’esame della domanda di estradizione dell’Italia.
Lo striscione ha attirato l’attenzione di molti manifestanti che hanno subito solidarizzato con la lotta contro l’estradizione, dimostrando ancora una volta la sostanziale differenza politica, sociale e culturale che esiste oltralpe rispetto alla vergognosa barbarie vendicativa che lo Stato italiano è riuscito ad imporre attraverso una campagna lunga e martellante di distruzione della memoria storica delle lotte degli anni ’70.
La battaglia giuridica e processuale comincerà il prossimo 5 maggio con le prime udienze alla Chambre d’Instruction del Tribunale della Corte d’appello di Parigi. Anche su questo fronte il Presidente Macron avrà non pochi problemi, dopo aver cercato di dare un colpo di spugna ai principi della comunemente nota “dottrina Mitterand”.
Fonte
Circa 280 manifestazioni e mobilitazioni di vario tipo hanno avuto luogo in tutta la Francia, con oltre 150mila persone in tutte le piazze dell’Esagono. Un segnale chiaro di lotta, anche in momento difficile dal punto di vista della pandemia che non dà cenni di rallentare se non ad un ritmo molto blando.
Le misure sanitarie adottate dal governo hanno avuto un effetto minimo nel ridurre i contagi e nel cercare di alleggerire la pressione nei reparti di terapia intensiva, dove attualmente sono ricoverati oltre 5.500 pazienti per Covid-19.
Il governo francese e il presidente Macron stanno approfittando della catastrofica situazione sanitaria (per molti, eccetto le multinazionali di Big Pharma) per imporre un’accelerazione all’agenda neoliberista: il prossimo 1° luglio entrerà in vigore la riforma della assurance chômage mentre qualche giorno fa, in un’intervista a Europe1, il ministro dell’Economia Bruno Le Maire ha affermato che la riforma delle pensioni (temporaneamente sospesa a causa della pandemia, dopo il passaggio forzato all’Assemblée Nationale) è una “necessità per la Francia“.
Pertanto, questo Primo Maggio è stato caratterizzato dalle parole d’ordine di difesa dei diritti dei lavoratori, dei precari e dei disoccupati, della difesa dei servizi pubblici e dello Stato sociale, ovvero di tutte le conquiste politiche e sociali che i governi sia di destra sia socialisti stanno sistematicamente smantellamento per conto dell’Unione Europea da oltre venti anni.
La pandemia di Covid-19 rappresenta l’ennesima occasione per imporre ulteriori manovre lacrime e sangue per i settori popolari e continuare ad arricchire le tasche di ultra-ricchi e multinazionali.
Il corteo parigino, partito da Place de la République in direzione di Place de la Nation, è stato più volte attaccato dalla polizia la quale, attraverso ripetute e violente cariche e fitte piogge di lacrimogeni, ha cercato di spaccare in due parti i manifestanti.
La polizia ha bloccato il percorso dopo che alcuni manifestanti avevano distrutto la vetrina di una filiale della Société générale su Boulevard Voltaire. L’intervento delle Brigade de Répression de l’Action Violente (BRAV), con il pretesto di impedire la “formazione di uno spezzone black block” in testa al corteo, ha incrementato la tensione, fino a quando i CRS (la celere francese) non è riuscita a isolare questa parte di corteo e a circondarla completamente.
Si sono immediatamente dimostrati i risvolti pratici dell’approvazione della Loi Sécurité Globale voluta da Macron, ovvero la criminalizzazione e la repressione di qualunque forma di opposizione sociale. Il ministero degli interni ha comunicato che a Parigi sono state arrestate 46 persone, di cui 17 prima dell’inizio della manifestazione.
In uno Stato securitario, la repressione poliziesca agisce soprattutto in via preventiva, anche con l’intento di intimorire e depotenziare qualsiasi tipo di “azione violenta”. Ci sia oppure no, a insindacabile giudizio delle "autorità".
Il ministro degli Interni, Gérald Darmanin, si è congratulato con i poliziotti e i gendarmi (oltre 5.000 mobilitati nella capitale francese) per aver fermato i pericolosi “casseurs”. Al governo e ai media non resta che agitare lo spauracchio dei fantomatici “black block” per giustificare la politica securitaria e repressiva, la torsione autoritaria e l’impunità garantita alle forze dell’ordine.
In una giornata di mobilitazione così importante e in un corteo così partecipato, è da riportare soprattutto la presenza dello spezzone organizzato da numerosi compagni italiani e francesi dietro lo striscione “LIBERTÁ! Non à la vengeance d’État contre les exilé.e.s italien.ne.s”, in solidarietà con gli esuli e rifugiati politici italiani arrestati mercoledì scorso e dopo neanche 48h messi in libertà vigilata, in attesa dell’esame della domanda di estradizione dell’Italia.
Lo striscione ha attirato l’attenzione di molti manifestanti che hanno subito solidarizzato con la lotta contro l’estradizione, dimostrando ancora una volta la sostanziale differenza politica, sociale e culturale che esiste oltralpe rispetto alla vergognosa barbarie vendicativa che lo Stato italiano è riuscito ad imporre attraverso una campagna lunga e martellante di distruzione della memoria storica delle lotte degli anni ’70.
La battaglia giuridica e processuale comincerà il prossimo 5 maggio con le prime udienze alla Chambre d’Instruction del Tribunale della Corte d’appello di Parigi. Anche su questo fronte il Presidente Macron avrà non pochi problemi, dopo aver cercato di dare un colpo di spugna ai principi della comunemente nota “dottrina Mitterand”.
Fonte
Ucraina - Stragi e marce naziste all’ombra dell’«impegno per i diritti umani»
2 maggio 2021: settimo anniversario del massacro degli antifascisti alla Casa dei sindacati di Odessa. Quarantotto (secondo la versione ufficiale) attivisti assassinati: bruciati vivi all’interno dell’edificio, o, se erano riusciti a sfuggire alle fiamme, calandosi dalle finestre, finiti a sprangate e pistolettate da bande naziste e poliziotti nella piazza antistante.
In questi sette anni, molto si è scritto – poco o nulla nella cosiddetta “grande stampa” – della strage, sulle cui responsabilità la Kiev golpista si guarda bene da far luce. Qui basti dire che, per il 2 maggio, varie squadracce nazionaliste hanno in programma una marcia di protesta, contro la decisione della municipalità di Odessa di apporre una targa in memoria degli uccisi e che, pochi giorni prima, quella stessa Kiev golpista non ha trovato nulla di meglio che riabilitare l’ultimo banderista fucilato in Unione Sovietica, nel 1989: Ivan Gončaruk.
Lo ha annunciato la “Commissione nazionale per la riabilitazione delle vittime delle repressioni”, scrivendo che la Commissione «ha restituito il buon nome a Ivan Gončaruk», cioè a uno dei troppi collaborazionisti che, nelle file di OUN-UPA di Stepan Bandera e Roman Šukhevič, massacrarono migliaia di connazionali, comunisti, soldati dell’Esercito Rosso, polacchi della Volinia, ebrei, tsigani.
Uno dei troppi che, nel 1943, andarono a formare la 14° Divisione volontaria di fanteria SS “Galičina”, il cui 78° anniversario è stato celebrato il 28 aprile con una marcia nel centro di Kiev. Una marcia, con tanto di saluti nazisti e simboli hitleriani, cui ha preso parte appena un centinaio di persone, ma che, per la prima volta, si è svolta nella capitale, mentre sinora era stata sempre organizzata a L’vov, dalla cui regione, e in generale dalla Galizia, proveniva la maggior parte dei nazisti e nazionalisti ucraini, e da cui anche oggi proviene il grosso del neo-nazismo majdanista.
Poco di nuovo, dunque, a parte il luogo, la capitale ucraina, alla cui periferia, tra il 29 e il 30 settembre 1941, hitleriani e collaborazionisti ucraini massacrarono quasi 35 mila ebrei. Una mezza novità, per la verità, c’è stata e non si può fare a meno di supporre che essa, associata ad altri fatti verificatisi negli ultimi giorni sul fronte dell’aggressione ucraina al Donbass e delle indirette interlocuzioni Kiev-Mosca, sia dovuta a passi intrapresi (o che si stanno per intraprendere) per accreditare una improbabile impronta “democratica” della junta.
Alla vigilia dell’arrivo a Kiev di Antony Blinken e della sua vice, la famigerata Victoria-fucktheUE-Nuland, e a differenza dell’ex speaker della Rada, Andrej Parubij, «estimatore di Adolf Alojsovič», per dire, l’attuale speaker, Dmitrij Razumkov, e altre figure del establishment ucraino, si sono sentiti in dovere di condannare (almeno a parole) la marcia squadrista a Kiev. Il modo in cui lo hanno fatto è un’altra questione – associando, ad esempio, banderisti e reparti del NKVD – ma il fatto rimane.
“Condanne” sono venute da alcuni deputati della frazione presidenziale, dal direttore dell’Istituto per la memoria storica, Anton Drobovič e anche dal suo predecessore, Vladimir Vjatrovič, uno dei più accaniti “de-comunistizzatori”.
Nel suo caso, la faccenda è chiara: marcia nazista non gli rende un buon servigio; volendo egli riempire il panteon dei “combattenti per l’indipendenza ucraina” con gli “eroi” di OUN-UPA, è alquanto problematico convincere molti ucraini che tali personaggi abbiano combattuto per l’indipendenza, inquadrati tra le SS al servizio dei nazisti.
Dopo un paio di giorni di “attenta riflessione”, una benevola paternale è stata espressa anche dall’Ufficio presidenziale, con la europeistica equidistanza della condanna di «ogni manifestazione di propaganda dei regimi totalitari, in particolare del nazional-socialismo».
Come aveva rilevato già il 28 aprile il politologo ucraino Mikhail Pogrebinskij, per quanto poco numerosa, la marcia «si è rivelata un momento clou. Hanno vinto nel 2014, quindi si sentono tuttora i padroni della situazione. E nessun presidente ebreo è loro di ostacolo».
E anche nessun parlamento europeo, vorremmo aggiungere, di quelli che ignorano il massacro nazista di Odessa del 2 maggio 2014 e che chiudono bonariamente gli occhi sui folkloristici nazisti ucraini in višivanka e čub cosacco che salutano col Sieg Heil.
D’altra parte, una marcia in più o in meno, alla junta non basta l’aggressione al Donbass per distogliere l’attenzione dai problemi interni: lo dimostra, ad esempio, l’alto numero di diserzioni che, secondo fonti ufficiali, si sarebbero registrate tra le file dell’esercito regolare, in cui è assente ogni motivazione “ideologica”, sia pur di stampo nazionalista.
Secondo il viceministro della difesa, Ivan Rusnak, tra il 2014 e il 2019 si sono contati 9.268 disertori. Tutt’altra cifra è riportata dal Procuratore capo militare, Anatolij Matios, secondo il quale, a tutto il 2018, le diserzioni sarebbero state 33.798.
Inoltre, pare che circa 200.000 veterani dell’aggressione al Donbass abbiano problemi a trovare lavoro, così che il vice segretario del Consiglio di sicurezza, Sergej Krivonosov, non vede altra soluzione se non la creazione di compagnie militari private, con cui, da un lato, occupare quei “disoccupati” e, dall’altro, con alte paghe, dare quella “motivazione” carente nei soldati di leva.
Il fatto è che simili “compagnie private” esistono già nei fatti, anche se non riconosciute ufficialmente, e sono alle dipendenze di questo o quel clan affaristico e di quegli oligarchi che da anni le impiegano sia nei regolamenti di conti “imprenditoriali”, sia per operare direttamente in Donbass, mascherate sotto la romantica sigla di “battaglioni volontari”.
Ma, se questo è un problema relativamente circoscritto, i problemi che attanagliano la società ucraina nel suo insieme sono molto più aspri, con un PIL che dai 183 miliardi di dollari del 2013, si era dimezzato nel 2015, per risalire a meno di 150 mld nel 2020: nonostante i circa 18 miliardi di euro concessi da Paesi UE dal 2014 a oggi.
Così, secondo sondaggi ufficiali, quasi 1/3 dei 43 milioni di ucraini sarebbe intenzionato a emigrare, e strana.ua parla di 19 milioni che vivrebbero al di sotto della soglia di povertà, con le tariffe del gas, ad esempio, che dal 1 maggio sono aumentate di 2-2,5 volte: omaggio del FMI.
E la Rada dà il via libera alla privatizzazione delle terre, con la prossima possibilità di acquisto anche da parte di stranieri.
Così che, se nel 2019 Vladimir Zelenskij era stato eletto col voto del 72% dei cittadini, oggi meno del 30% si esprime per un suo secondo mandato.
Drastico, il primo Presidente dell’Ucraina “indipendente” e oggi rappresentante ucraino ai colloqui di Minsk, quel Leonid Kravčuk che, insieme a Boris Eltsin e al bielorusso Stanislav Šuškevič, nel 1991 aveva sottoscritto il banditesco “accordo della Belovežskaja puša” e che, sempre nel 1991, aveva profetizzato che «tra dieci anni l’Ucraina sarà il paese più ricco d’Europa, sarà una seconda Francia” oggi, constata che il Paese, «per sviluppo sociale e economico, è in ritardo rispetto alla Polonia di almeno 50 anni».
Così, confrontando i due Paesi, The World Factbook della CIA racconta che il tasso di crescita della popolazione è stimato del -0,49% per l’Ucraina (227° posto mondiale) e del -0,23% (213°) per la Polonia; il tasso di natalità è rispettivamente di 9,23/1.000 (201°) e 8,69/1.000 (210°); il tasso di mortalità di 13,9/1.000 (4° posto mondiale) e 10,68 (25°); il tasso di mortalità materna è di 19/100.000 nati vivi (128°) e 2/100.000 (184°); il tasso di mortalità infantile è 7,44/1.000 vivi alla nascita (160°) e 4,22 (187°); l’aspettativa di vita alla nascita è rispettivamente di 73,18 anni (149°) e 78,53 (69°). Infine, il tasso di disoccupazione è di 8.89% per l’Ucraina e 5,43% per la Polonia.
Proseguendo nel confronto col vicino-concorrente, cui nazionalisti e banderisti sono accomunati soltanto da un eguale antisovietismo, nel passato, e da una convinta russofobia, oggi, e a cui molti ucraini guardano come destinazione di emigrazione lavorativa più o meno permanente, a livello non ufficiale si nota come «in un paese di oltre 40 milioni di abitanti, nel centro d’Europa, non ci sia un solo istituto tra le Top-1.000 università mondiali, mentre vi rientrano 7 università polacche, la prima delle quali, quella di Varsavia, è appena al 301° posto. Diciamo questo, perché nessuno si stupisca, se a oggi, in Polonia, 2,5 milioni di persone hanno ricevuto due dosi di vaccino, mentre in Ucraina appena 5 persone».
Non per nulla, un anno fa, il Direttore sanitario del Ministero della sanità ucraino lamentava la minaccia di contagio di morbillo, simile a quello del 2017-2019. In compenso, per sfuggire ai bassi stipendi, sembra che nel 2020 almeno 60mila medici abbiano lasciato il Paese, mentre l’80% degli anziani è sotto la soglia di povertà.
Nonostante tutto ciò, secondo i sondaggi, il 64% degli ucraini ritiene che in Donbass Kiev sia in guerra non contro i propri stessi concittadini, ma con la Russia e il 43% (il 77% nelle regioni occidentali) appoggia l’idea dell’ingresso nella NATO.
Non a caso, il 28 aprile, a Kiev, a manifestare contro la marcia nazista, ben scortata dalla polizia, c’era solo un pensionato e nessun parlamentare europeo, di quelli che hanno «fatto il proprio dovere nel difendere le libertà fondamentali» dei nazisti, russi o ucraini che siano, e che amabilmente si guardano dal «denunciare le violazioni dello stato di diritto» ai danni dei comunisti ucraini.
L’agognata “indipendenza” dall’URSS del 1991, la “rivoluzione della dignità” del 2014, le repressioni, gli assassinii e le stragi contro antifascisti e comunisti, in cui a lungo, sin dal 1919, si sono impegnati nazionalisti e fascisti ucraini, non sono passati invano...
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In questi sette anni, molto si è scritto – poco o nulla nella cosiddetta “grande stampa” – della strage, sulle cui responsabilità la Kiev golpista si guarda bene da far luce. Qui basti dire che, per il 2 maggio, varie squadracce nazionaliste hanno in programma una marcia di protesta, contro la decisione della municipalità di Odessa di apporre una targa in memoria degli uccisi e che, pochi giorni prima, quella stessa Kiev golpista non ha trovato nulla di meglio che riabilitare l’ultimo banderista fucilato in Unione Sovietica, nel 1989: Ivan Gončaruk.
Lo ha annunciato la “Commissione nazionale per la riabilitazione delle vittime delle repressioni”, scrivendo che la Commissione «ha restituito il buon nome a Ivan Gončaruk», cioè a uno dei troppi collaborazionisti che, nelle file di OUN-UPA di Stepan Bandera e Roman Šukhevič, massacrarono migliaia di connazionali, comunisti, soldati dell’Esercito Rosso, polacchi della Volinia, ebrei, tsigani.
Uno dei troppi che, nel 1943, andarono a formare la 14° Divisione volontaria di fanteria SS “Galičina”, il cui 78° anniversario è stato celebrato il 28 aprile con una marcia nel centro di Kiev. Una marcia, con tanto di saluti nazisti e simboli hitleriani, cui ha preso parte appena un centinaio di persone, ma che, per la prima volta, si è svolta nella capitale, mentre sinora era stata sempre organizzata a L’vov, dalla cui regione, e in generale dalla Galizia, proveniva la maggior parte dei nazisti e nazionalisti ucraini, e da cui anche oggi proviene il grosso del neo-nazismo majdanista.
Poco di nuovo, dunque, a parte il luogo, la capitale ucraina, alla cui periferia, tra il 29 e il 30 settembre 1941, hitleriani e collaborazionisti ucraini massacrarono quasi 35 mila ebrei. Una mezza novità, per la verità, c’è stata e non si può fare a meno di supporre che essa, associata ad altri fatti verificatisi negli ultimi giorni sul fronte dell’aggressione ucraina al Donbass e delle indirette interlocuzioni Kiev-Mosca, sia dovuta a passi intrapresi (o che si stanno per intraprendere) per accreditare una improbabile impronta “democratica” della junta.
Alla vigilia dell’arrivo a Kiev di Antony Blinken e della sua vice, la famigerata Victoria-fucktheUE-Nuland, e a differenza dell’ex speaker della Rada, Andrej Parubij, «estimatore di Adolf Alojsovič», per dire, l’attuale speaker, Dmitrij Razumkov, e altre figure del establishment ucraino, si sono sentiti in dovere di condannare (almeno a parole) la marcia squadrista a Kiev. Il modo in cui lo hanno fatto è un’altra questione – associando, ad esempio, banderisti e reparti del NKVD – ma il fatto rimane.
“Condanne” sono venute da alcuni deputati della frazione presidenziale, dal direttore dell’Istituto per la memoria storica, Anton Drobovič e anche dal suo predecessore, Vladimir Vjatrovič, uno dei più accaniti “de-comunistizzatori”.
Nel suo caso, la faccenda è chiara: marcia nazista non gli rende un buon servigio; volendo egli riempire il panteon dei “combattenti per l’indipendenza ucraina” con gli “eroi” di OUN-UPA, è alquanto problematico convincere molti ucraini che tali personaggi abbiano combattuto per l’indipendenza, inquadrati tra le SS al servizio dei nazisti.
Dopo un paio di giorni di “attenta riflessione”, una benevola paternale è stata espressa anche dall’Ufficio presidenziale, con la europeistica equidistanza della condanna di «ogni manifestazione di propaganda dei regimi totalitari, in particolare del nazional-socialismo».
Come aveva rilevato già il 28 aprile il politologo ucraino Mikhail Pogrebinskij, per quanto poco numerosa, la marcia «si è rivelata un momento clou. Hanno vinto nel 2014, quindi si sentono tuttora i padroni della situazione. E nessun presidente ebreo è loro di ostacolo».
E anche nessun parlamento europeo, vorremmo aggiungere, di quelli che ignorano il massacro nazista di Odessa del 2 maggio 2014 e che chiudono bonariamente gli occhi sui folkloristici nazisti ucraini in višivanka e čub cosacco che salutano col Sieg Heil.
D’altra parte, una marcia in più o in meno, alla junta non basta l’aggressione al Donbass per distogliere l’attenzione dai problemi interni: lo dimostra, ad esempio, l’alto numero di diserzioni che, secondo fonti ufficiali, si sarebbero registrate tra le file dell’esercito regolare, in cui è assente ogni motivazione “ideologica”, sia pur di stampo nazionalista.
Secondo il viceministro della difesa, Ivan Rusnak, tra il 2014 e il 2019 si sono contati 9.268 disertori. Tutt’altra cifra è riportata dal Procuratore capo militare, Anatolij Matios, secondo il quale, a tutto il 2018, le diserzioni sarebbero state 33.798.
Inoltre, pare che circa 200.000 veterani dell’aggressione al Donbass abbiano problemi a trovare lavoro, così che il vice segretario del Consiglio di sicurezza, Sergej Krivonosov, non vede altra soluzione se non la creazione di compagnie militari private, con cui, da un lato, occupare quei “disoccupati” e, dall’altro, con alte paghe, dare quella “motivazione” carente nei soldati di leva.
Il fatto è che simili “compagnie private” esistono già nei fatti, anche se non riconosciute ufficialmente, e sono alle dipendenze di questo o quel clan affaristico e di quegli oligarchi che da anni le impiegano sia nei regolamenti di conti “imprenditoriali”, sia per operare direttamente in Donbass, mascherate sotto la romantica sigla di “battaglioni volontari”.
Ma, se questo è un problema relativamente circoscritto, i problemi che attanagliano la società ucraina nel suo insieme sono molto più aspri, con un PIL che dai 183 miliardi di dollari del 2013, si era dimezzato nel 2015, per risalire a meno di 150 mld nel 2020: nonostante i circa 18 miliardi di euro concessi da Paesi UE dal 2014 a oggi.
Così, secondo sondaggi ufficiali, quasi 1/3 dei 43 milioni di ucraini sarebbe intenzionato a emigrare, e strana.ua parla di 19 milioni che vivrebbero al di sotto della soglia di povertà, con le tariffe del gas, ad esempio, che dal 1 maggio sono aumentate di 2-2,5 volte: omaggio del FMI.
E la Rada dà il via libera alla privatizzazione delle terre, con la prossima possibilità di acquisto anche da parte di stranieri.
Così che, se nel 2019 Vladimir Zelenskij era stato eletto col voto del 72% dei cittadini, oggi meno del 30% si esprime per un suo secondo mandato.
Drastico, il primo Presidente dell’Ucraina “indipendente” e oggi rappresentante ucraino ai colloqui di Minsk, quel Leonid Kravčuk che, insieme a Boris Eltsin e al bielorusso Stanislav Šuškevič, nel 1991 aveva sottoscritto il banditesco “accordo della Belovežskaja puša” e che, sempre nel 1991, aveva profetizzato che «tra dieci anni l’Ucraina sarà il paese più ricco d’Europa, sarà una seconda Francia” oggi, constata che il Paese, «per sviluppo sociale e economico, è in ritardo rispetto alla Polonia di almeno 50 anni».
Così, confrontando i due Paesi, The World Factbook della CIA racconta che il tasso di crescita della popolazione è stimato del -0,49% per l’Ucraina (227° posto mondiale) e del -0,23% (213°) per la Polonia; il tasso di natalità è rispettivamente di 9,23/1.000 (201°) e 8,69/1.000 (210°); il tasso di mortalità di 13,9/1.000 (4° posto mondiale) e 10,68 (25°); il tasso di mortalità materna è di 19/100.000 nati vivi (128°) e 2/100.000 (184°); il tasso di mortalità infantile è 7,44/1.000 vivi alla nascita (160°) e 4,22 (187°); l’aspettativa di vita alla nascita è rispettivamente di 73,18 anni (149°) e 78,53 (69°). Infine, il tasso di disoccupazione è di 8.89% per l’Ucraina e 5,43% per la Polonia.
Proseguendo nel confronto col vicino-concorrente, cui nazionalisti e banderisti sono accomunati soltanto da un eguale antisovietismo, nel passato, e da una convinta russofobia, oggi, e a cui molti ucraini guardano come destinazione di emigrazione lavorativa più o meno permanente, a livello non ufficiale si nota come «in un paese di oltre 40 milioni di abitanti, nel centro d’Europa, non ci sia un solo istituto tra le Top-1.000 università mondiali, mentre vi rientrano 7 università polacche, la prima delle quali, quella di Varsavia, è appena al 301° posto. Diciamo questo, perché nessuno si stupisca, se a oggi, in Polonia, 2,5 milioni di persone hanno ricevuto due dosi di vaccino, mentre in Ucraina appena 5 persone».
Non per nulla, un anno fa, il Direttore sanitario del Ministero della sanità ucraino lamentava la minaccia di contagio di morbillo, simile a quello del 2017-2019. In compenso, per sfuggire ai bassi stipendi, sembra che nel 2020 almeno 60mila medici abbiano lasciato il Paese, mentre l’80% degli anziani è sotto la soglia di povertà.
Nonostante tutto ciò, secondo i sondaggi, il 64% degli ucraini ritiene che in Donbass Kiev sia in guerra non contro i propri stessi concittadini, ma con la Russia e il 43% (il 77% nelle regioni occidentali) appoggia l’idea dell’ingresso nella NATO.
Non a caso, il 28 aprile, a Kiev, a manifestare contro la marcia nazista, ben scortata dalla polizia, c’era solo un pensionato e nessun parlamentare europeo, di quelli che hanno «fatto il proprio dovere nel difendere le libertà fondamentali» dei nazisti, russi o ucraini che siano, e che amabilmente si guardano dal «denunciare le violazioni dello stato di diritto» ai danni dei comunisti ucraini.
L’agognata “indipendenza” dall’URSS del 1991, la “rivoluzione della dignità” del 2014, le repressioni, gli assassinii e le stragi contro antifascisti e comunisti, in cui a lungo, sin dal 1919, si sono impegnati nazionalisti e fascisti ucraini, non sono passati invano...
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Terzo Settore e condizioni dei lavoratori. Reinternalizzare è meglio/5
Il primo sciopero nazionale delle lavoratrici e lavoratori del Terzo Settore in quanto tale, risale al dicembre 2018 e venne organizzato dall’Unione Sindacale di Base. Un settore del mondo del lavoro decisamente atipico vide scendere in piazza i dipendenti delle cooperative sociali e gli educatori professionali.
In larga parte si tratta giovani, ma anche meno giovani, che lavorano nel privato sociale o no profit, in larghissima parte con contratti precari e stipendi spesso molto bassi, che dedicano la loro professionalità all’assistenza delle figure sociali vulnerabili, come anziani, bambini, portatori di handicap, stranieri o marginalizzati. Di contro in questo settore si è andato consolidando un management molto ben retribuito.
In occasione di quello sciopero, l’Usb aveva puntato il dito contro le esternalizzazioni dovute alla riduzione della spesa pubblica per i servizi sociali, sanitari, culturali e di welfare. Proprio lì si annidano – secondo l’Usb – il malaffare e lo sfruttamento dei lavoratori, spesso più simili a volontari che a salariati.
La mobilitazione chiamava a dare voce a tutti gli operatori del settore: dagli educatori agli operatori sociosanitari, dagli operatori dell’accoglienza agli operatori esternalizzati e poi ci sono quelli che rischiano il lavoro ogni anno per ristrutturazioni aziendali, cambi d’appalto, riorganizzazione dei servizi, e coloro che chiedono lo svincolo dei servizi sociali dal Patto di Stabilità e la fine del regime degli appalti.
Poi è arrivata la pandemia di Covid-19 e le tutte le contraddizioni del settore dei servizi sociali affidati al Terzo Settore sono esplose insieme a quelle del sistema sanitario nel suo complesso.
Le conseguenze dei tagli negli appalti e negli accreditamenti, già andavano a impattare sulla sicurezza del lavoro e sui rapporti numerici ridotti all’osso tra operatore/utente.
Il Covid-19 e la gestione “emergenziale” nei servizi esternalizzati del Terzo Settore ha lasciato tantissimi operatori e operatrici senza DPI, senza procedure e protocolli chiari e sicuri nelle strutture e nei servizi essenziali, esponendoli al contagio da coronavirus, spesso utilizzando l’arma del ricatto morale nel dover andare al lavoro.
Già penalizzati da retribuzioni spesso indecenti, chi lavora nel Terzo Settore durante l’emergenza ha visto saltare sia i salari sia i servizi dall’oggi al domani. Il salario è diventato FIS all’80%, e il FIS è poi scomparso tra le stringhe telematiche degli uffici dell’INPS, perchè la maggioranza delle cooperative non l’hanno anticipato. Nel decreto Cura Italia era previsto che gli enti locali dovessero pagare lo stesso i servizi sospesi, ma gli operatori molto spesso non hanno visto un euro.
Nel contesto della pandemia, al Comune di Roma il coordinamento degli AEC (assistenti educativi oggi diventati Oepa), a ottobre del 2020, è riuscito a portare alla discussione una Delibera di iniziativa popolare sottoscritta da 12mila firme nella quale si chiedeva la re-internazionalizzazione del servizio (come era fino ad anni fa). Ma l’opportunismo della maggioranza del consiglio comunale ha bocciato quella che poteva essere una esperienza pilota di estrema importanza.
A novembre 2020 gli assistenti educativi sono tornati in piazza a Montecitorio. Durante i mesi scorsi di lockdown i lavoratori in appalto dei servizi scolastici integrativi e di integrazione degli alunni disabili sono stati investiti in pieno dagli effetti delle condizioni strutturali e precarie dei loro contratti di lavoro.
Le Cooperative Sociali e gli enti del Terzo Settore che impiegano queste lavoratrici e lavoratori, inquadrandoli spesso in mansioni inferiori a quelle effettivamente svolte, con contratti part time, con paghe orarie attestate sotto la soglia di povertà, retribuiti a cottimo a fronte della richiesta di enorme professionalità e competenze, hanno in larga misura fatto accesso agli ammortizzatori sociali Covid, demandando il pagamento all’INPS, senza garantire l’integrazione piena dei magri salari, senza la maturazione di ferie e contributi, aggiungendo il danno economico alla beffa di un trattamento contrattuale infame.
È ormai evidente come nel Terzo Settore è tempo di mettere le mani e non solo dal punto di vista normativo che rischia di consegnare definitivamente pezzi significativi del welfare pubblico al cosiddetto privato sociale, ma anche perché è tempo che i 650.000 lavoratori e i milioni di volontari siano messi in condizioni contrattuali dignitose mettendo fine ad un vero e proprio verminaio.
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In larga parte si tratta giovani, ma anche meno giovani, che lavorano nel privato sociale o no profit, in larghissima parte con contratti precari e stipendi spesso molto bassi, che dedicano la loro professionalità all’assistenza delle figure sociali vulnerabili, come anziani, bambini, portatori di handicap, stranieri o marginalizzati. Di contro in questo settore si è andato consolidando un management molto ben retribuito.
In occasione di quello sciopero, l’Usb aveva puntato il dito contro le esternalizzazioni dovute alla riduzione della spesa pubblica per i servizi sociali, sanitari, culturali e di welfare. Proprio lì si annidano – secondo l’Usb – il malaffare e lo sfruttamento dei lavoratori, spesso più simili a volontari che a salariati.
La mobilitazione chiamava a dare voce a tutti gli operatori del settore: dagli educatori agli operatori sociosanitari, dagli operatori dell’accoglienza agli operatori esternalizzati e poi ci sono quelli che rischiano il lavoro ogni anno per ristrutturazioni aziendali, cambi d’appalto, riorganizzazione dei servizi, e coloro che chiedono lo svincolo dei servizi sociali dal Patto di Stabilità e la fine del regime degli appalti.
Poi è arrivata la pandemia di Covid-19 e le tutte le contraddizioni del settore dei servizi sociali affidati al Terzo Settore sono esplose insieme a quelle del sistema sanitario nel suo complesso.
Le conseguenze dei tagli negli appalti e negli accreditamenti, già andavano a impattare sulla sicurezza del lavoro e sui rapporti numerici ridotti all’osso tra operatore/utente.
Il Covid-19 e la gestione “emergenziale” nei servizi esternalizzati del Terzo Settore ha lasciato tantissimi operatori e operatrici senza DPI, senza procedure e protocolli chiari e sicuri nelle strutture e nei servizi essenziali, esponendoli al contagio da coronavirus, spesso utilizzando l’arma del ricatto morale nel dover andare al lavoro.
Già penalizzati da retribuzioni spesso indecenti, chi lavora nel Terzo Settore durante l’emergenza ha visto saltare sia i salari sia i servizi dall’oggi al domani. Il salario è diventato FIS all’80%, e il FIS è poi scomparso tra le stringhe telematiche degli uffici dell’INPS, perchè la maggioranza delle cooperative non l’hanno anticipato. Nel decreto Cura Italia era previsto che gli enti locali dovessero pagare lo stesso i servizi sospesi, ma gli operatori molto spesso non hanno visto un euro.
Nel contesto della pandemia, al Comune di Roma il coordinamento degli AEC (assistenti educativi oggi diventati Oepa), a ottobre del 2020, è riuscito a portare alla discussione una Delibera di iniziativa popolare sottoscritta da 12mila firme nella quale si chiedeva la re-internazionalizzazione del servizio (come era fino ad anni fa). Ma l’opportunismo della maggioranza del consiglio comunale ha bocciato quella che poteva essere una esperienza pilota di estrema importanza.
A novembre 2020 gli assistenti educativi sono tornati in piazza a Montecitorio. Durante i mesi scorsi di lockdown i lavoratori in appalto dei servizi scolastici integrativi e di integrazione degli alunni disabili sono stati investiti in pieno dagli effetti delle condizioni strutturali e precarie dei loro contratti di lavoro.
Le Cooperative Sociali e gli enti del Terzo Settore che impiegano queste lavoratrici e lavoratori, inquadrandoli spesso in mansioni inferiori a quelle effettivamente svolte, con contratti part time, con paghe orarie attestate sotto la soglia di povertà, retribuiti a cottimo a fronte della richiesta di enorme professionalità e competenze, hanno in larga misura fatto accesso agli ammortizzatori sociali Covid, demandando il pagamento all’INPS, senza garantire l’integrazione piena dei magri salari, senza la maturazione di ferie e contributi, aggiungendo il danno economico alla beffa di un trattamento contrattuale infame.
È ormai evidente come nel Terzo Settore è tempo di mettere le mani e non solo dal punto di vista normativo che rischia di consegnare definitivamente pezzi significativi del welfare pubblico al cosiddetto privato sociale, ma anche perché è tempo che i 650.000 lavoratori e i milioni di volontari siano messi in condizioni contrattuali dignitose mettendo fine ad un vero e proprio verminaio.
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Primo maggio. I nuovi soggetti del lavoro nella lotta di classe
Nei paesi occidentali colpiti dalla crisi strutturale, le strategie delle classi dirigenti hanno individuato due formidabili strumenti di oppressione delle classi lavoratrici e dell’intera società.
Da un lato, la colonizzazione delle menti e la produzione di valore aggiunto da parte dei “lavoratori mentali”; dall’altra, la nuova catena del valore e l’intensificazione dello sfruttamento non si limitano più alla produzione, ma anche alla circolazione e commercializzazione delle merci.
Entrambe le questioni si riferiscono alla contraddizione centrale del modo di produzione capitalistico, quella che esiste tra lo sviluppo delle forze produttive e le relazioni sociali di produzione.
Produttività del lavoro, nuove tecnologie, industria 4.0, mentre il livello di sviluppo raggiunto dalle aziende permetterebbe una riduzione globale dell’orario di lavoro, superando i rapporti sociali attuali. E inoltre una soggettività in grado di ridurre le difficoltà dell’impatto del cambiamento, ma non di abbattere l’oppressione di una classe scientificamente pianificata per sfruttare le classi subalterne.
Le élite al potere ovunque cercano il consenso attivo della maggioranza della popolazione, se necessario attraverso la violenza e, ove possibile, con la pressione ideologica. La costruzione di questo consenso, chiamato anche “pensiero unico”, richiede oggi più mezzi ed energie che mai.
È necessario, perché oggi la popolazione è più istruita e informata. I mass media sono diventati cruciali per il pensiero unico. Nei paesi occidentali, il dibattito pubblico si svolge principalmente nei media. Tuttavia, sarebbe più corretto affermare che questo è promosso dai media.
Sono loro che stabiliscono l’orientamento dei dibattiti. La maggior parte degli strumenti di comunicazione dell’impero mediatico sono nelle mani di grandi gruppi capitalisti, che ne fanno principalmente un uso commerciale sebbene, allo stesso tempo, sfruttino la loro funzione ideologica.
Tutto ciò risulta evidente anche dalla lettura dei dati strutturali che mostrano come la competitività del Paese e la concorrenza globale influiscano sulla riduzione del costo del lavoro nell’istruzione e nella scuola a sostegno di un sistema di capitali in crisi. Se consideriamo la percentuale di spesa pubblica per l’istruzione, ad esempio, in Italia, questa è la più bassa in Europa.
Mentre i lavoratori intellettuali sono una parte fondamentale del blocco sociale e della classe antagonista al capitale.
L’innovazione tecnologica è, come abbiamo visto, alla base del funzionamento del modo di produzione capitalistico, ma anche del suo possibile superamento (tendenza, dal punto di vista di un modello teorico senza considerare la lotta di classe che, di per sé, può costruire una società più avanzata).
Ma assistiamo anche alla sostituzione del lavoro umano, che già implica una tendenza al calo dei margini di estrazione del valore aggiunto, che come abbiamo visto avviene solo attraverso lo sfruttamento dei lavoratori.
La competizione del capitale nella lotta per la sopravvivenza e il potere richiede l’uso di macchine e tecnologie sempre più avanzate ed efficienti. Marx sottolinea che il modo di produzione capitalista è il primo nella storia umana a porre continuamente problemi che possono essere risolti solo attraverso la scienza.
Insomma, la scienza non è neutra, ma ha un contenuto di classe, in quanto si rifà sempre al quadro generale dei rapporti di potere tra le classi, in relazione alle quali interviene. Questo va ricordato anche in relazione alla retorica che abbiamo visto in questi anni su Internet e alle possibilità di democratizzazione ed emancipazione che la rete aprirebbe in quanto tale, da una prospettiva che arriva addirittura ad assegnare all’innovazione tecnologica un potenziale di trasformazione sociale che non ha.
Rispetto alla società, deve essere concepita dialetticamente: le potenziali trasformazioni che lo sviluppo tecnologico porta con sé sono in contraddizione con i rapporti sociali di produzione che caratterizzano una formazione economico-sociale.
Fonte
Da un lato, la colonizzazione delle menti e la produzione di valore aggiunto da parte dei “lavoratori mentali”; dall’altra, la nuova catena del valore e l’intensificazione dello sfruttamento non si limitano più alla produzione, ma anche alla circolazione e commercializzazione delle merci.
Entrambe le questioni si riferiscono alla contraddizione centrale del modo di produzione capitalistico, quella che esiste tra lo sviluppo delle forze produttive e le relazioni sociali di produzione.
Produttività del lavoro, nuove tecnologie, industria 4.0, mentre il livello di sviluppo raggiunto dalle aziende permetterebbe una riduzione globale dell’orario di lavoro, superando i rapporti sociali attuali. E inoltre una soggettività in grado di ridurre le difficoltà dell’impatto del cambiamento, ma non di abbattere l’oppressione di una classe scientificamente pianificata per sfruttare le classi subalterne.
Le élite al potere ovunque cercano il consenso attivo della maggioranza della popolazione, se necessario attraverso la violenza e, ove possibile, con la pressione ideologica. La costruzione di questo consenso, chiamato anche “pensiero unico”, richiede oggi più mezzi ed energie che mai.
È necessario, perché oggi la popolazione è più istruita e informata. I mass media sono diventati cruciali per il pensiero unico. Nei paesi occidentali, il dibattito pubblico si svolge principalmente nei media. Tuttavia, sarebbe più corretto affermare che questo è promosso dai media.
Sono loro che stabiliscono l’orientamento dei dibattiti. La maggior parte degli strumenti di comunicazione dell’impero mediatico sono nelle mani di grandi gruppi capitalisti, che ne fanno principalmente un uso commerciale sebbene, allo stesso tempo, sfruttino la loro funzione ideologica.
Tutto ciò risulta evidente anche dalla lettura dei dati strutturali che mostrano come la competitività del Paese e la concorrenza globale influiscano sulla riduzione del costo del lavoro nell’istruzione e nella scuola a sostegno di un sistema di capitali in crisi. Se consideriamo la percentuale di spesa pubblica per l’istruzione, ad esempio, in Italia, questa è la più bassa in Europa.
Mentre i lavoratori intellettuali sono una parte fondamentale del blocco sociale e della classe antagonista al capitale.
L’innovazione tecnologica è, come abbiamo visto, alla base del funzionamento del modo di produzione capitalistico, ma anche del suo possibile superamento (tendenza, dal punto di vista di un modello teorico senza considerare la lotta di classe che, di per sé, può costruire una società più avanzata).
Ma assistiamo anche alla sostituzione del lavoro umano, che già implica una tendenza al calo dei margini di estrazione del valore aggiunto, che come abbiamo visto avviene solo attraverso lo sfruttamento dei lavoratori.
La competizione del capitale nella lotta per la sopravvivenza e il potere richiede l’uso di macchine e tecnologie sempre più avanzate ed efficienti. Marx sottolinea che il modo di produzione capitalista è il primo nella storia umana a porre continuamente problemi che possono essere risolti solo attraverso la scienza.
Insomma, la scienza non è neutra, ma ha un contenuto di classe, in quanto si rifà sempre al quadro generale dei rapporti di potere tra le classi, in relazione alle quali interviene. Questo va ricordato anche in relazione alla retorica che abbiamo visto in questi anni su Internet e alle possibilità di democratizzazione ed emancipazione che la rete aprirebbe in quanto tale, da una prospettiva che arriva addirittura ad assegnare all’innovazione tecnologica un potenziale di trasformazione sociale che non ha.
Rispetto alla società, deve essere concepita dialetticamente: le potenziali trasformazioni che lo sviluppo tecnologico porta con sé sono in contraddizione con i rapporti sociali di produzione che caratterizzano una formazione economico-sociale.
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Renault, rivolta nella fonderia in vendita: operai sequestrano i dirigenti
350 dipendenti hanno picchettato lo stabilimento Renault di Fonderie de Bretagne, bloccando sette dirigenti per 12 ore nella giornata di giovedì. Tutto questo dopo che la casa automobilistica ha annunciato l’intenzione di vendere o chiudere la struttura.
Il sindacalista della CGT, Maël Le Goff, ha denunciato in un’intervista a RT francese come questa azione si sia resa necessaria dal momento che non c’erano segnali di dialogo da parte della dirigenza dell’azienda. Gli operai hanno agito “semplicemente per poter discutere con loro“.
E ancora: “Chiediamo un mediatore per avviare vere discussioni perché è da un anno che siamo in loro balia“, ha proseguito il sindacalista che con altri dirigenti ha già incontrato le delegazioni ministeriali, senza che per ora emerga alcuna speranza.
“Ci confermano che non c’è acquirente, siamo sotto il ricatto della decisione della Renault che vuole separarsi da noi“, ha proseguito. “Come al solito, la Renault non mantiene i suoi impegni, annunciati nel maggio dello scorso anno. Per questo usiamo spesso la parola ‘tradimento’, tutte le parole e tutti gli impegni della Renault non sono mai rispettati per la Fonderia di Bretagna“, ha sottolineato Maël Le Goff.
Mentre il picchetto e la mobilitazione è ancora in corso, il sindacalista bretone ha insistito sull’impegno dei dipendenti a voler mantenere gli impegni con l’azienda: “È un know-how generazionale, veniamo tutti da famiglie di fonderie. Come si dice spesso, questa azienda è nostra: [...] perché le nostre famiglie ci lavoravano, [...] perché vi si investiva denaro pubblico, pagato con le nostre tasse“.
Renault ha annunciato l’11 marzo la decisione di vendere l’impianto e il governo ha annunciato il 26 aprile la creazione di un fondo di 50 milioni di euro per sostenere la riqualificazione dei dipendenti del settore automobilistico, comprese le fonderie in grande difficoltà.
Più in generale, la casa automobilistica francese ha annunciato all’inizio del 2020 un piano di risparmio di oltre 2 miliardi di euro in tre anni, che prevede in particolare 4.600 tagli di posti di lavoro su 48.000 in Francia.
Infine, per uscire dalla crisi, il gruppo ha beneficiato di un prestito bancario da 5 miliardi di euro garantito dallo Stato francese. Insomma, in Francia si chiama Renault, in Italia Fiat-FCA. Il bello di essere capitalisti con i soldi pubblici.
Fonte
Il sindacalista della CGT, Maël Le Goff, ha denunciato in un’intervista a RT francese come questa azione si sia resa necessaria dal momento che non c’erano segnali di dialogo da parte della dirigenza dell’azienda. Gli operai hanno agito “semplicemente per poter discutere con loro“.
E ancora: “Chiediamo un mediatore per avviare vere discussioni perché è da un anno che siamo in loro balia“, ha proseguito il sindacalista che con altri dirigenti ha già incontrato le delegazioni ministeriali, senza che per ora emerga alcuna speranza.
“Ci confermano che non c’è acquirente, siamo sotto il ricatto della decisione della Renault che vuole separarsi da noi“, ha proseguito. “Come al solito, la Renault non mantiene i suoi impegni, annunciati nel maggio dello scorso anno. Per questo usiamo spesso la parola ‘tradimento’, tutte le parole e tutti gli impegni della Renault non sono mai rispettati per la Fonderia di Bretagna“, ha sottolineato Maël Le Goff.
Mentre il picchetto e la mobilitazione è ancora in corso, il sindacalista bretone ha insistito sull’impegno dei dipendenti a voler mantenere gli impegni con l’azienda: “È un know-how generazionale, veniamo tutti da famiglie di fonderie. Come si dice spesso, questa azienda è nostra: [...] perché le nostre famiglie ci lavoravano, [...] perché vi si investiva denaro pubblico, pagato con le nostre tasse“.
Renault ha annunciato l’11 marzo la decisione di vendere l’impianto e il governo ha annunciato il 26 aprile la creazione di un fondo di 50 milioni di euro per sostenere la riqualificazione dei dipendenti del settore automobilistico, comprese le fonderie in grande difficoltà.
Più in generale, la casa automobilistica francese ha annunciato all’inizio del 2020 un piano di risparmio di oltre 2 miliardi di euro in tre anni, che prevede in particolare 4.600 tagli di posti di lavoro su 48.000 in Francia.
Infine, per uscire dalla crisi, il gruppo ha beneficiato di un prestito bancario da 5 miliardi di euro garantito dallo Stato francese. Insomma, in Francia si chiama Renault, in Italia Fiat-FCA. Il bello di essere capitalisti con i soldi pubblici.
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Strage di Bologna. Lo Stato sapeva, i veri terroristi siete voi!
Questa è la notizia uscita riguardo alla strage fascista alla stazione di Bologna.
Lo Stato sapeva che la pianificazione era in atto e ha permesso strage fosse realizzata. Da sempre, infatti, i fascisti sono stati il braccio armato della borghesia e del suo comitato d’affari, che in quegli anni risposero con le bombe e la violenza fascista organizzata all’avanzamento del movimento operaio rivoluzionario in questo paese.
È notizia di questi giorni infatti che il giudice Tamburino, nello svolgimento del processo sulla strage, ha testimoniato la connivenza fra i terroristi fascisti dei NAR e i servizi segreti del Sisde: negli stessi giorni, invece, lo Stato italiano chiede l’estradizione per dieci compagni in Francia, per fatti risalenti agli anni settanta!
Ancora oggi qualsiasi ipotesi rivoluzionaria fa tremare le gambe alla borghesia: basta solo la parola brigate rosse, la parola comunismo che subito lo stato attua la sua vendetta spietata.
La Strage di Bologna è strage fascista e di Stato! I veri terroristi sono quelli che insieme ai fascisti hanno messo le bombe nelle piazze e sui vagoni!
LIBERTÀ PER GLI ESULI FRANCESI!
Lo Stato sapeva che la pianificazione era in atto e ha permesso strage fosse realizzata. Da sempre, infatti, i fascisti sono stati il braccio armato della borghesia e del suo comitato d’affari, che in quegli anni risposero con le bombe e la violenza fascista organizzata all’avanzamento del movimento operaio rivoluzionario in questo paese.
È notizia di questi giorni infatti che il giudice Tamburino, nello svolgimento del processo sulla strage, ha testimoniato la connivenza fra i terroristi fascisti dei NAR e i servizi segreti del Sisde: negli stessi giorni, invece, lo Stato italiano chiede l’estradizione per dieci compagni in Francia, per fatti risalenti agli anni settanta!
Ancora oggi qualsiasi ipotesi rivoluzionaria fa tremare le gambe alla borghesia: basta solo la parola brigate rosse, la parola comunismo che subito lo stato attua la sua vendetta spietata.
La Strage di Bologna è strage fascista e di Stato! I veri terroristi sono quelli che insieme ai fascisti hanno messo le bombe nelle piazze e sui vagoni!
LIBERTÀ PER GLI ESULI FRANCESI!
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Strage di Bologna. Il SISDE era informato e aveva collaboratori tra gli esecutori. Ma non ha fatto nulla!
Il 28 aprile, a Bologna, si è tenuta le terza udienza del processo ai mandanti della strage di Bologna del 2 agosto 1980 in cui è stato ascoltato il giudice Giovanni Tamburino in relazione a un episodio avvenuto pochi giorni prima della strage.
All’inizio del luglio 1980 la matricola del carcere di Padova informava il giudice Calogero della richiesta di colloquio da parte di un tale Vettore Presilio, detenuto da un paio di mesi, in attesa di processo, militante della sezione Arcella del MSI, noto picchiatore fascista.
La richiesta veniva girata da Calogero a Giovanni Tamburino, allora giudice di sorveglianza, che incontrò il detenuto il 10 luglio. Al colloquio era presente anche l’avvocato difensore, Franco Tosello, anche lui di Padova.
Vettore Presilio era in attesa di appello e chiedeva di accelerare i tempi del processo, e per dar forza alla sua richiesta affermava di essere confidente dell’arma facendo il nome di due carabinieri che tenevano i rapporti con lui, tali Norbiato e Scibilia, per i quali raccoglieva informazioni, in particolare su Franco Freda.
E sempre per dar forza alla sua richiesta Vettore Presilio parlava anche di due attentati in preparazione, uno al giudice Stiz di Treviso, che avrebbe dovuto avvenire a settembre, e uno che lo avrebbe preceduto e che sarebbe stato un attentato eclatante.
Sul primo era in grado di fornire dettagli circostanziati. Sarebbe stata utilizzata una Alfetta con i contrassegni dell’arma e l’azione sarebbe stata eseguita da persone travestite da carabinieri.
Sul secondo invece non aveva notizie precise, se non che sarebbe stato un fatto di enorme gravità e che “ne avrebbero parlato i giornali, tutti i giornali“.
Nei giorni immediatamente successivi il giudice Tamburino prima di tutto chiedeva conferma ai carabinieri del ruolo di confidente di Vettore Presilio, e lo chiedeva al comandante del gruppo di Padova, colonnello Azzolin.
Avuta conferma, informava Procura e Carabinieri del progetto di attentato a Stiz, che infatti veniva sventato, mentre per quanto riguarda l’attentato di “enorme gravità” che sarebbe dovuto avvenire entro un breve periodo, decideva, d’accordo con il colonnello Azzolin, di informare i Servizi perché si attivassero a raccogliere le informazioni necessarie a contrastarlo.
Quindi il colonnello Azzolin metteva in contatto il giudice Tamburino con il capocentro del SISDE di Padova, Quintino Spella, che proveniva dall’arma dei Carabinieri.
Prima della strage, ci furono ben tre incontri tra Tamburino e Spella, il 15, il 19 e il 22 luglio.
Spella conferma il ruolo di Vettore Presilio e tra l’altro nell’incontro del 22 luglio ne avrebbe sostenuto la richiesta di accelerare i tempi del processo.
Insomma Vettore Presilio oltre a collaborare con l’arma, collaborava anche con i servizi.
Però i Servizi non fanno nulla e il 2 agosto a Bologna è la strage.
Due ulteriori episodi illuminano di una luce ancora più cupa il tutto.
Il primo è raccontato dalla stesso Tamburino: quattro giorni dopo la strage, il 6 agosto, Spella lo incontra nuovamente. Ma Tamburino nei suoi appunti scrive di essere rimasto quanto mai sconcertato dal comportamento del capocentro del SISDE, che insisteva di aver offerto la più completa collaborazione, quando invece il fatto che la strage fosse avvenuta lo smentiva clamorosamente.
Il secondo è un episodio avvenuto pochi anni fa durante l’istruttoria di questo processo ai mandanti della strage. Giovanni Tamburino e Quintino Spella, che nel frattempo è diventato generale, vengono convocati per un confronto.
Il giudice Tamburino chiaramente riconosce l’ex capocentro del SISDE di Padova, che invece afferma di non avere mai incontrato il giudice precedentemente!
Questa la sbobinatura della testimonianza del giudice Tamburino, dal minuto 1:33:00 al minuto 2:26:00
Verso l’inizio del luglio 1980, tra il 7 e il 10 luglio, ricevetti dal collega Pietro Calogero che un detenuto avrebbe voluto parlare con lui oppure in alternativa con il magistrato di sorveglianza. [che in quel periodo era Tamburino – ndr] […]Fonte
Calogero mi disse fallo tu, cosa che io feci […]
Questo detenuto si chiamava Vettore Presilio, non lo avevo mai sentito nominare, e fece sapere attraverso la matricola del carcere che voleva che fosse presente il suo difensore, l’avvocato Franco Tosello di Padova […]
Ciò avvenne e quindi furono presenti nel mio ufficio nella data del 10 luglio 1980, credo un pomeriggio, e il Vettore disse “Voglio fare delle dichiarazioni, però non verbalizzate”.
Di fronte a questa scelta ritenni di accettare ugualmente queste dichiarazioni e mentre parlava scribacchiavo in dei foglietti e mi senti dire queste cose…
[su richiesta dell’avvocato viene mostrata alla corte l’agenda del 1980 e gli appunti presi durate il colloquio]
Le dichiarazioni di Vettore furono di questo tipo. Parlò in modo abbastanza articolato di un attentato che doveva essere fatto al giudice Stiz di Treviso; in modo articolato perché disse che esisteva un gruppo di persone in contatto con lui stesso, che aveva a disposizione delle divise da carabiniere e una alfetta con le caratteristiche dell’arma, e che costoro avrebbero fatto un attentato andando o nella casa di abitazione di Stiz o nel percorso dalla casa al Tribunale.
Queste dichiarazioni furono alquanto chiare e precise. Disse che lui sapeva questo per essere legato a un gruppo di estremisti di destra con il quale aveva rapporti da tempo; in particolare disse che partecipava a manifestazioni di piazza e era in sostanza addetto a menar le mani, a fare a botte, a pugni.
Aggiunse che però questo attentato a Stiz che era in fase avanzata di preparazione e sarebbe avvenuto entro settembre, sarebbe stato preceduto da un altro fatto, un fatto, disse Vettore, di “enorme gravità”, che sarebbe stato il “primo anello”, usò questa espressione, rispetto al secondo fatto che sarebbe stato appunto l’attentato a Stiz.
Rispetto a questo primo anello, […] usò questa espressione che mi colpì: “ne parleranno i giornali, tutti i giornali”.
Tant’è che io, un po’ per stimolare le dichiarazioni di questo soggetto, un po’ perché la cosa mi aveva lasciato perplesso, dissi “Vettore due anni fa, nel ’78, è stato sequestrato e uccisi Moro e la sua scorta, non credo che ci siano fatti che possano raggiungere quel tipo di gravità”.
La provocazione non ottenne nulla. Il Vettore in relazione a questo fatto non aggiunse nessun altro particolare, a mia memoria, se non appunto che sarebbe stato un fatto di enorme gravità.
Feci anche altre domande al Vettore per saggiare la sua attendibilità e qui faccio una breve digressione.
Il personaggio, diciamo che non parlava certamente con un linguaggio cartesiano, era confuso, tornava sulle cose, sarebbe stato difficile insomma fare una sequenza esatta di quello che diceva, però tendeva molto ad accreditarsi dicendo di aver avuto rapporti frequenti in passato con i Carabinieri, dei rapporti chiaramente di confidente, e fece alcuni nomi insistendo particolarmente su uno di questi nomi che era di un brigadiere o maresciallo Sibilia o Scibilia.
Un nome che io non avevo mai sentito fare da nessuno, ma che registrai nei miei appunti, perché questa persona che vedevo per la prima volta, non sapevo che credibilità potesse avere.
Su questo Sibilia o Scibilia dette delle informazioni abbastanza precise, che pure ho annotato, che evidentemente a mio avviso tendevano a dimostrare, a far capire al giudice che aveva davanti, che diceva cose vere, che non millantava dei rapporti coni Carabinieri che non avesse.
E quindi ha dato tutta una serie di indicazioni su questo maresciallo o brigadiere.
Poi menzionò un altro maresciallo, Norbiato, del quale conoscevo il nome e con cui probabilmente avevo anche avuto qualche rapporto. Anche se devo dire che su questo Norbiato, al contrario di Scibilia, il Vettore fu parco di notizie.
Disse, se ricordo bene, che Norbiato lo aveva incaricato tempo prima, forse uno o due anni prima, di seguire una persona in relazione ad una indagine che era in corso su Freda.
Però la cosa finì lì.
[…]
Anche se è molto difficile valutare la credibilità di una persona e in particolare di un detenuto che aveva una certo interesse all’approccio con il magistrato, perché aveva un processo in corso, però le dichiarazione mi erano sembrate precise e tali da richiedere assolutamente un intervento.
In particolare quella relativa a Stiz mi condusse immediatamente, dopo un giorno o due, a sentire il comandante del gruppo dei Carabinieri di Padova, il tenente colonnello o colonnello Azzolin, per informarlo di questa notizia relativa alla preparazione di questo attentato.
Informai certamente la Procura, cioè Pietro Calogero, di quel che sapevo in relazione con Stiz, mentre io invece non avevo rapporti personali diretti, e da Azzolin mi venne suggerito che sarebbe stato opportuno, in relazione all’altra parte del discorso fatto da Vettore, informarne i servizi, cosa che mi sembrò logica, perché detta così quella informazione non avrebbe consentito indagini di polizia giudiziaria.
Ritenevo che potesse essere logico invece che un servizio con mezzi anche diversi potesse approfondirla e svilupparla.
Mi venne fatto il nome di un capitano o colonnello Spella, che io non conoscevo, ignorando completamente qualsiasi informazione che riguardasse i Servizi a Padova, SISMI o SISDE che fosse.
Con questo Spella ebbi poi nei giorni immediatamente successivi un incontro. gli riferii il contenuto di quello che aveva detto il Vettore, soprattutto la seconda parte, dicendo che più di così io non sapevo.
Ci furono ancora due o tre incontri con Spella, può darsi che uno sia stato telefonico, però ne dubito, probabilmente sono stati tutti incontri diretti nei giorni immediatamente successivi.
Anche di questo presi appunti e da questi appunti risulta che in totale ci furono altri due o tre incontri.
[A questo punto l’avvocato precisa che in base agli appunti gli incontri avvennero il 15, il 19 e il 22 luglio e poi il 6 agosto 1980.
Sempre l’avvocato precisa che Spella era il capocentro SISDE di Padova e proveniva dall’arma dei Carabinieri]
[…]
Da questi appunti ricavo che il primo incontro è avvenuto sabato 12 luglio per telefono, due giorni dopo il colloquio con Vettore, e che in risposta Spella si sarebbe fatto vivo il successivo giorno 15.
Ci incontrammo il 15 alle 11,45 […]
Poi il giorno successivo il 16 luglio, conferii con il maresciallo Norbiato, il 19 luglio di nuovo con Spella e negli appunti metto tra virgolette alcune cose che evidentemente Spella mi dice su Freda “oltre un anno fa” confermando le cose dette da Vettore, e cioè che gli era stato dato un incarico in relazione a Freda.
E poi sempre tra virgolette “elemento di attendibilità non verificata”, “familiarità da 15 anni con Sibilia”, quindi altra conferma, “perso di vista da due mesi” e metto tra parentesi “incarcerato”.
Poi il 22 luglio ore 12 circa vedi [negli appunti] “Spella propone…”, dove questi puntini di sospensione stanno ad indicare che forse aveva fatto una proposta di favorire sul piano giudiziario Vettore, cosa ovviamente impossibile, per quanto richiesta anche dallo stesso Vettore.
[…]
Poi basta, perché arriviamo al 6 agosto dopo la strage.
[…]
Certamente al più tardi lunedì connetto le dichiarazioni di Vettore con quello che è accaduto.
E prendo contatto telefonico con i colleghi di Bologna e quindi riferisco di questa vicenda che era accaduta venti giorni prima a Padova a opera di questo detenuto.
Mi dicono di fare una relazione, cosa che faccio scrivendo il 6 agosto questa nota sintetica.
Credo che il 6 agosto stesso, nel pomeriggio, i giudici di Bologna siano venuti a Padova per sentire il Vettore.
Li ho incontrati, gli ho detto di avere interessato il servizio in relazione alla parte che richiedeva delle indagini riservate e, anche se escludo di essere stato presente all’esame del Vettore, come era giusto che fosse, ho saputo che in sostanza aveva confermato tutto quello che aveva detto a me.
[…]
Il 6 agosto, leggo nei miei appunti, “Spella. Fatto BO”. Evidentemente si parla del fatto di Bologna, non poteva che essere quello e metto tra virgolette “sfruttare quel soggetto per indagini in corso”.
Evidentemente dopo quello che è accaduto Spella si presenta, escludo di averlo chiamato non avendo nessun recapito, e dice questa cose “Abbiamo sempre collaborato”, che mi sembrarono allora abbastanza singolari, anche perché fu pronunciata dopo la strage e non prima.
Dire che questo “abbiamo sempre collaborato” mi lasciò perplesso è poco, mi sconcertò, mi sembrò una contraddizione rispetto a ciò che era accaduto, posto che io ritenevo che ci fosse un legame tra quello che aveva detto Vettore e l’enorme fatto che poi si era realizzato qui a Bologna. Legame che mi ero convinto che ci fosse.
[…]
Dopo il colloquio con Vettore parlai con Calogero, anche perché era stato il pubblico ministero che aveva dato inizio a Treviso alla cosiddetta “pista nera”, cioè aveva dato inizio alle indagini su Freda e Ventura, essendo giudice istruttore a Treviso Giancarlo Stiz.
Avevano lavorato insieme a partire dai primi mesi del 1970, cioè poche settimane dopo la strage di Piazza Fontana.
Poche settimane dopo un testimone, Guido Lorenzon, a Treviso comincia a parlare dei possibili autori di quella strage e indica Ventura, che era un editore di Treviso strettamente legato a Franco Freda, cellula padovana di Ordine Nuovo.
Il discorso potrebbe essere molto ampio perché questa cellula si collega ai gruppi di Venezia e Verona ecc, che poi le indagini successive mostrano essere legata a tutte o quasi tutte le stragi che sono avvenute poi, quella di Brescia, quella della questura di Milano, quella di Azzi vicino a Genova, e altre.
Sempre per il quadro storico va ricordato che quando inizia l’indagine sulla pista nera nel gennaio 1970, indagine che sarà molto tribolata per varie vicissitudini, ma quello che interessa ricordare è che in quel momento l’autore della strage di Piazza Fontana era già stata additato all’opinione pubblica in Pietro Valpreda, cioè il ballerino anarchico romano che va a Milano, riconosciuto da un testimone, il tassista Rolandi, che avrebbe collocato la borsa nella sede della Banca Nazionale dell’agricoltura in Piazza Fontana.
Invece a Treviso inizia un accertamento di tutt’altro tipo […]
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