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giovedì 7 settembre 2017

Egitto - Al Sisi, accolto dai BRICS, incrementa le esportazioni verso l'UE

di Chiara Cruciati   il Manifesto

Invitato al summit cinese del Brics, il presidente egiziano al-Sisi ha avuto a disposizione il palco giusto per mostrare quel che è: un leader ambito.

Per la questione migranti (per la quale ha siglato a fine agosto un’intesa con la Germania), la crisi libica, la guerra al terrore, le ricchezze energetiche, l’Egitto è un paese che in tanti, non solo l’Europa, vogliono mantenere sotto la propria ala.

Ieri al vertice di Xiamen, al-Sisi ha presentato alle economie emergenti del pianeta – Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica – le riforme attuate nell’ultimo anno dal Cairo, imposte dall’Fmi in cambio di 12 miliardi di dollari di prestito.

Ricette lacrime e sangue che hanno svalutato la lira egiziana, fatto impennare il tasso di inflazione (al 43% per i beni alimentari), moltiplicato le tasse, introdotto l’iva e tagliato i sussidi alle famiglie bisognose. Eppure al-Sisi parla di «un miglioramento della performance complessiva dell’economia»: «Le riforme hanno spinto la crescita economica al 4,3% a luglio 2017 e le riserve nette in valuta estera sono salite a 36 miliardi di dollari».

Al-Sisi, a capo di un paese con il 25% della popolazione sotto la soglia di povertà, si fa forte degli accordi milionari che stringe da mesi con compagnie straniere: l’ultimo, dopo due anni di negoziati, è stato finalizzato ieri durante l’incontro avuto con il presidente Putin, la costruzione della prima centrale nucleare in Egitto.

L’impianto sorgerà a Dabaa, 130 km a nord ovest del Cairo, lungo la costa mediterranea, avrà una capacità di 4.800 megawatt e impiegherà 4mila operai. Dovrebbe entrare in funzione nel 2024 grazie alla cospicua partecipazione della russa Rosatom: 25 miliardi di dollari in prestito che copriranno l’85% dei costi totali.

Un mega progetto dal punto di vista commerciale e simbolico e al-Sisi, amante dei piani infrastrutturali faraonici, ne è consapevole: il giorno dell’inaugurazione, ha detto ieri dalla Cina, vuole accanto a sé Putin.

Con Mosca i rapporti si stanno rafforzando da tempo, sul piano dell’interscambio commerciale e su quello politico: il comune «interesse» per il generale Haftar in Cirenaica ha messo Il Cairo e Mosca sullo stesso binario nella soluzione della crisi libica, mentre cresce la cooperazione in campo militare.

Qualche giorno dopo la sospensione da parte di Washington di quasi 300 milioni di dollari in aiuti all’Egitto, la Russia confermava il lancio di esercitazioni congiunte, «Ponte dell’amicizia», con l’aviazione egiziana da svolgersi a settembre a bordo dei nuovi elicotteri Ka-52 Alligator.

Molto positivi anche i dati sulle esportazioni verso l’Europa riferiti ieri durante una visita a Bruxelles dal ministro del commercio estero Qabil: l’export egiziano (ferro, acciaio, materiali chimici, plastica, fertilizzanti) verso i paesi della Ue «è stato pari a 3,73 miliardi di dollari nella prima metà dell’anno in corso, in aumento rispetto ai 2,63 miliardi dello stesso periodo del 2016».

Un + 16,5% che vede l’Italia in prima linea: le esportazioni egiziane verso il nostro paese – scrive Agenzia Nova – sono aumentate del 29%, per un valore totale di 761 milioni di dollari.

Il ruolo strategico dell’Egitto è innegabile, paese forte all’esterno perché legittimato dalle potenze mondiali ma debole in casa dove povertà e repressione istituzionalizzata destabilizzano un regime che monolitico non è.

Per ora ad al-Sisi basta l’omertà globale. Non lo scalfiscono i rapporti dell’Onu che una settimana fa ha espresso «grave preoccupazione» per il blocco di decine di siti web e agenzie online.

Da maggio ad oggi sarebbero 405 i siti inaccessibili, tra cui quelli di quotidiani indipendenti come Mada Masr, privati come Daily News Egypt e stranieri (al Jazeera e Deutsche Welle) e quelli dei partiti e i movimenti anti-governativi: 6 Aprile e Socialisti Rivoluzionari.

Gli utenti provano ad aggirare il blocco, a volte con successo, altre no. Ma il silenzio che ovatta l’Egitto è dilagante e il suo eco arriva al di fuori dei confini: è un silenzio che i partner occidentali rilanciano.

Ben poco filtrerà, dunque, sulla scomparsa di un giornalista del quotidiano al-Bawaba, Abdallah Rashad, sequestrato dai servizi il 17 agosto all’uscita dall’ufficio e da allora desaparecido. Si trovava a Dokki (quartiere a noi noto, da qui sparì anche Giulio Regeni) quando è stato arrestato dalla Sicurezza Nazionale e portato nella caserma di Sheikh Zayed. Da allora nessuno sa dove si trovi: la polizia di Giza dice di non saperne nulla.

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