Ogni giorno il cobalto cielo siriano è costellato dai barlumi
arancioni e dalle nuvole polverose delle esplosioni e dai boati
assordanti e improvvisi dei bombardamenti. Le città e i villaggi
tremano. La terra trema. Gli scontri sono quotidiani. I bombardamenti
continui. Ormai non si riesce più a dormire, né a fare nulla. Durante
la notte per ripararsi dai proiettili intere famiglie trovano rifugio in
fossati vicino casa. Nei ripari di fortuna che la gente cerca di
erigere con plastica e stracci ci sono bambini che vivono scalzi.
Molti non possono andarsene perché sono troppo vecchi, troppo poveri o
semplicemente non trovano una via d’uscita dai territori assediati. Decine
di migliaia di persone sono nient’altro che ostaggi stretti tra
l’esercito siriano, che impedisce a chiunque di entrare e uscire, e i
gruppi islamici più integralisti, che hanno fatto di aree come Yarmouk,
Jaramana, Hajar al-Aswad, sobborghi della periferia sud di Damasco, la
loro roccaforte.
Il regime di Bashar Assad, affermano gli oppositori, lascia entrare
nelle città allo stremo pochissime derrate alimentari. Ad Homs,
aggiungono sempre gli oppositori, avrebbe bloccato il passaggio delle
attrezzature mediche e avrebbe sequestrato negli straripanti carceri,
uomini che tentavano di fuggire dall’inferno insieme alle famiglie. Il
tutto davanti agli occhi dei miseri figli.
Il frastuono e la polvere tormentano le calde giornate di fine
primavera. Macerie, cenere e calcinacci di case, moschee e ospedali
sembrano guardare silenziose il resto della distruzione.
Non si contano più morti e mutilati.
Dall’agosto dello scorso anno, denunciano alcuni centri per i diritti
umani, sono comparse negli arsenali delle forze governative siriane ex
barili di carburante riempiti con tritolo, pietre, pezzi di metallo di
scarto, proiettili di artiglieria e petrolio. Erano armi rudimentali ma
l’esercito siriano avrebbe aggiunto a questi barili piccoli alettoni
per stabilizzarli durante il volo e detonatori per sincronizzare
l’esplosione quando toccano terra. Gli islamisti che combattono contro
il regime sostengono che siano gettati, indiscriminatamente, sui centri
abitati colpendo i civili. Gli elicotteri militari, aggiungono gli
oppositori, quando lasciano cadere i barili esplosivi non avrebbero
alcuna pretesa di colpire con precisione. Pioverebbero sistematicamente
barili sulle case e chi ci vive, su palazzoni residenziali alti, su vie
strette, rendendo di giorno in giorno più catastrofico il bilancio di
morti e feriti. Fonti locali riferiscono che solo ad Aleppo dall’inizio
dell’anno più di 1.900 persone sarebbero morte per raid aerei, di cui
567 bambini. I bombardamenti a colpi di mortaio, con autobombe e
missili terra-aria, importati pare dalla Russia, sarebbero altrettanto
indiscriminati. Il lancio non guidato rende impossibile la distinzione
tra civili e combattenti. Così, affermano sempre gli oppositori,
piomberebbero bombe sui fornai e su ospedali, colpiti più volte fino a
non poter più funzionare.
Tutto rappresenta un’infrazione delle leggi umanitarie
internazionali. La Siria non ha mai ratificato il II protocollo
aggiuntivo alle Convenzioni di Ginevra, adottato nel 1977, che
garantisce la protezione dei civili nei conflitti non-internazionali,
nelle guerre civili e nei conflitti interni.
Le forze armate siriane negano di colpire in modo
indiscriminato e affermano invece di indirizzare i loro attacchi solo
contro le formazioni “terroriste”, ossia i ribelli.
Amnesty International continua a chiedere che chiunque sia
sospettato di aver commesso o ordinato crimini di guerra o crimini
contro l’umanità, tra cui omicidio, tortura e sparizione forzata sia
sottoposto alla giustizia.
Secondo gli ultimi report di Save the Children, dei 2.500 medici
ufficialmente registrati nella zona di Aleppo ne sono rimasti 36, i
quali ormai passano le loro giornate a sanare, con medicine poco
reperibili e troppo costose, le vittime delle esplosioni dell’esercito
di Assad.
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