Se è economy non può essere “shared”, quando e se lo sarà non potra essere una “economy”, buona lettura:
Tilman Baumgärtel, Die Zeit, Germania.
Foto di Gretchen Ertl, traduzione a cura di Internazionale
La sharing economy doveva essere un’alternativa al capitalismo, invece è diventata un’altra macchina per fare soldi.
I sette punti critici del settore secondo Die Zeit
Un fantasma si aggira nella società
postindustriale: la sharing economy. Con quest’espressione si indica lo
scambio, il prestito, la condivisione e l’affitto di oggetti, spazi e
conoscenze. Oggi è diventato molto più semplice fare queste cose grazie a
internet e agli smartphone. I sostenitori del principio del “mio è tuo”
sono convinti che possa nascere una nuova forma di economia in grado di
risolvere alcuni problemi del capitalismo: lo spreco di risorse, la
sovrapproduzione e l’inquinamento. Secondo loro, è cominciata un’era
post-materiale in cui la condivisione rende più felici del possesso e in
cui la possibilità di usare le cose è più importante della proprietà.
Giornalisti, studiosi e profeti del futuro celebrano la sharing economy
come l’ideologia dei consumi più intelligente e avanzata. Parlano
entusiasti di un’economia più sostenibile e partecipativa, in cui torna
in primo piano il senso della comunità e in cui condividere le cose fa
nascere nuove relazioni con gli altri. Tutto molto romantico,
all’apparenza. Ma molte imprese sono già pronte a trasformare la
condivisione in un affare redditizio. E il loro modello non fa certo
pensare a un rientro in scena del comunismo. La filosofia delle aziende più note della sharing economy si adatta perfettamente ai valori del capitalismo più sfrenato.
Non c’è da stupirsi, allora, se oggi gli investitori stravedono per le
aziende più rappresentative di questo settore, molte delle quali sono
nate negli Stati Uniti. Uber, l’applicazione che permette di noleggiare
un’auto con conducente e concordare la tariffa prima di partire, ha un
valore stimato di 40 miliardi di dollari. Secondo stime simili, Airbnb,
l’app che permette ai privati di affittare una camera o un intero
appartamento, vale dieci miliardi di dollari.
Accanto a queste aziende già note da
tempo, ce ne sono altre che permettono di affittare la propria casa
(Homeaway), l’automobile (RelayRides, Getaround, Zipcar), gli attrezzi
da lavoro (Ziplok) e perfino la propria barca (Boatbound). E ancora: si
può essere invitati a cena a casa di qualcuno che ha l’hobby della
cucina (Feastly), si possono prestare i propri vestiti (Thredup), avere
il permesso di parcheggiare sul vialetto d’accesso delle case di altre
persone (Parkatmyhouse) o prenotare qualcuno che ci porti a spasso il
cane (DogVacay, Rover).
Queste nuove aziende, alcune delle quali
fortemente orientate al profitto, sollevano degli interrogativi: si
possono davvero risolvere i problemi del capitalismo globale con delle
app per smartphone? È giusto che dall’idea della condivisione (e dal
valore che le sta dietro: la solidarietà sociale) siano nate delle
aziende che con l’aiuto di grandi investitori sono entrate sul mercato
con somme enormi a disposizione? È arrivato il momento di parlare di
questo lato oscuro della sharing economy, intorno alla quale abbonda una
retorica un po’ vaga. Ecco sette punti critici.
Gli standard del lavoro e le leggi
Negli ultimi tempi, da quando migliaia
di tassisti hanno manifestato in varie città europee contro Uber, si è
capito che quest’azienda statunitense minaccia la sopravvivenza del
settore e le norme che riguardano i conducenti e i passeggeri. I clienti
di Uber possono prenotare attraverso un’app per smartphone un autista
privato che “condivide” il suo veicolo con i passeggeri. In Germania è
attiva anche Wundercar, un’azienda simile su cui la camera di commercio
di Amburgo ha già avanzato riserve.
Dal momento che i fornitori di servizi
come Uber o Wundercar non devono sostenere gli stessi costi dei tassisti
(l’assicurazione per i passeggeri, il centralino, la radio, i sistemi
di sicurezza), le loro corse spesso costano di meno. Wundercar, per
esempio, lascia alla discrezione del passeggero la cifra da pagare per
il trasporto: la corsa è presentata come un passaggio “amichevole” in
auto, ma chi vuole può versare una “mancia” attraverso l’app. A
differenza di quanto succede con i taxi, il passeggero che usa Uber in
caso di incidente non è protetto da nessuna assicurazione per la
responsabilità civile. Negli Stati Uniti ci sono stati casi di
conducenti contattati attraverso Uber che non avevano neanche la
patente. Problemi giuridici sorgono anche in altri settori della sharing
economy: per esempio, chi invita a cena degli ospiti paganti
attraverso internet aggira le norme (da quelle igieniche a quelle sulla
paga) che si applicano invece alla ristorazione di tipo tradizionale. Ci
sono molti modi di aggirare le leggi anche nel caso del prestito di
attrezzi da lavoro e di barche a motore, e perfino nell’attività di dog
sitter.
Arricchirsi grazie agli altri
Uber sostiene che la sua offerta è più
conveniente rispetto a quella convenzionale perché esclude gli
intermediari, cioè i centralini dei radiotaxi, che guadagnano procurando
corse ai tassisti. Ma l’azienda statunitense ci tiene molto meno a far
sapere che in realtà la stessa Uber è un intermediario, visto che
trattiene il 20 per cento del prezzo di ogni corsa. Facciamo un
confronto: le centrali dei radiotaxi di Berlino guadagnano in media solo
70 centesimi di euro per ogni corsa che procurano. In confronto, la
commissione del 20 per cento applicata da Uber appare spropositata,
considerato che gestire i servizi attraverso internet e i telefonini è
molto facile e di conseguenza richiede investimenti più bassi. La
maggioranza delle aziende della sharing economy ha un’organizzazione
decentrata. Per operare in una nuova località, basta installare un
server e mettere insieme un piccolo staff sul posto. A quel punto i
clienti invadono il sito web dell’azienda con le loro offerte. La
fornitura di servizi privati – tramite piccoli annunci, bacheche o siti
per lo scambio di passaggi in auto – non è una novità assoluta. Di nuovo
c’è solo il tentativo dell’intermediario di guadagnare su ogni
transazione economica.
Un nuovo precariato
Airbnb, Uber e gli altri protagonisti
del settore sono riusciti a trasformare in modello d’impresa la
filosofia, già nota da tempo, dell’abitare e del viaggiare insieme. Gli
investitori sono molto interessati alle aziende della sharing economy
che cercano di rendere commerciabile anche l’aiuto tra vicini di casa.
Negli Stati Uniti ci sono per esempio oDesk e TaskRabbit, che si
presentano come una specie di piattaforma per la vendita all’asta di
lavori e servizi online. In Germania sono state fondate di recente
aziende che imitano questo modello d’impresa, come Mila e Helpling.
TaskRabbit è nata nel 2008 a Boston con
il nome di RunMyErrand (sbriga la mia commissione). L’idea era questa:
l’utente segnala una cosa da fare (per esempio, ritirare le camicie
dalla lavanderia, ma tra i servizi più richiesti c’è il montaggio di
mobili Ikea) e il prezzo che è disposto a pagare perché il compito lo
svolga un’altra persona. Gli utenti di TaskRabbit si offrono di sbrigare
la commissione.
L’azienda, che finora ha raccolto
investimenti per 40 milioni di dollari, definisce i suoi dipendenti
“microimprenditori”. In realtà si tratta di un precariato fatto di
disoccupati, studenti, pensionati e casalinghe che cercano di sbarcare
il lunario svolgendo piccoli lavori occasionali pagati quattro soldi.
Non è certo un caso che questo modello d’impresa sia sorto proprio
durante la crisi finanziaria, quando molti statunitensi hanno perso il
lavoro e si sono ritrovati senza niente in mano. Ma TaskRabbit viene
rappresentata come un’azienda che offre la possibilità, a pensionati e
studenti privi di mezzi, di guadagnare qualcosa senza tante
complicazioni. Insomma, chi investe in imprese del genere trae profitto
proprio dal fatto che non tutti possono avere un lavoro ben pagato,
sicuro e coperto dalle tutele previdenziali.
Per motivare questi “piccoli
imprenditori”, TaskRabbit sfrutta il fenomeno della gamification, cioè
inserisce elementi di gioco in un contesto che con il gioco non ha
niente a che fare. Come in un videogioco, i lavoratori di TaskRabbit
ricevono dei punti ogni volta che svolgono bene il loro compito. Ognuno
di loro è inquadrato in una categoria e ricompensato in base ai punti
accumulati. Chi ha totalizzato abbastanza punti per essere inserito nel
livello 5 riceve in omaggio una maglietta dell’azienda. Chi raggiunge il
livello 10 si aggiudica dei biglietti da visita.
TaskRabbit non è l’unica impresa che
tenta di ricavare profitti dal lavoro non qualificato. Con MyWays,
un’azienda controllata dal corriere espresso Dhl, si guadagna una specie
di paghetta andando a ritirare pacchi per conto di altri. Homejoy,
azienda che di recente ha raccolto investimenti per 38 milioni di
dollari, compreso un finanziamento di Google, fornisce personale per le
pulizie negli Stati Uniti, in Canada e da qualche tempo anche a Londra.
In Germania offrono lo stesso servizio startup come Bookatiger e
Cleanagents. La rivista Wired ha definito quest’idea imprenditoriale
“the next tech gold rush”, la nuova corsa all’oro tecnologica. In questa
corsa all’oro, però, ci guadagnano davvero solo gli investitori, non le
persone che vanno a fare le pulizie, obbligate invece a esibire
certificati di buona condotta e a sottoporsi alle visite mediche. Nasce
così “un’economia ombra” che ha poco a che vedere con lo scopo
originario della sharing economy, cioè quello di rendere produttive
risorse inutilizzate attraverso uno scambio alla pari. Negli
Stati Uniti si sta affermando un settore in cui le aziende guadagnano
grazie alle paghe basse dei loro lavoratori, ipersfruttati e in più
costretti a farsi carico del rischio d’impresa. Tra
l’altro, dovendo sgobbare ognuno per suo conto per tirar su qualche
soldo, questi lavoratori non hanno la possibilità di organizzarsi e
lottare insieme contro queste ingiustizie.
Vantaggi per chi possiede
Aziende come Airbnb dimostrano che nella
sharing economy ci guadagna chi ha già qualcosa. Da alcuni studi
condotti negli Stati Uniti risulta che è soprattutto la classe media a
usare la sharing economy e a trarne profitto. Due docenti della Harvard
business school, Benjamin G. Edelman e Michael Luca, hanno dimostrato
che Airbnb conviene soprattutto alle donne bianche, mentre i maschi neri
sono quelli che ci guadagnano di meno. Le persone che subaffittano
alloggi grazie a siti di questo tipo raccontano meravigliate che i
clienti sono più distinti e meno problematici quanto più alto è il
prezzo chiesto dall’inserzionista. Insomma, chi ha la fortuna di
possedere un appartamento chic in una città interessante si procura
facilmente guadagni allettanti e ospiti finanziariamente solidi che non
causano grattacapi. Nasce così una nuova classe di persone ricche che
trasformano i loro vantaggi economici in una fonte di entrate
aggiuntive.
Ideali trasformati in utili
Google, che ha adottato il motto “don’t
be evil”, non siate malvagi, è diventata una delle imprese online più
discusse. Un destino simile riguarda anche le aziende basate sulla
sharing economy: per esempio Couchsurfing.org. Questo sito, che aiuta a
trovarsi un posto letto in qualsiasi parte del mondo (a condizione di
essere disposti ad accogliere gli altri a casa propria), è stato a lungo
un esempio da manuale del consumo collaborativo.
Quando è stato lanciato era
un’iniziativa gestita da volontari, tra cui alcuni programmatori che
curavano il sito web gratuitamente proprio per sostenere l’idea. Nel
frattempo la Omidyar Network, una società creata da Pierre M. Omidyar,
il fondatore di eBay, che si definisce “un’azienda di investimenti a
scopo filantropico”, ha messo dei capitali a disposizione di
Couchsurfing. org trasformando un hobby in un’impresa a scopo di lucro. E
così ora degli investitori privati traggono profitto dal lavoro
volontario di quei programmatori.
Controllo al posto della fiducia
Studiando Airbnb si nota il declino di
quei valori comunitari che la sharing economy predicava in passato.
All’inizio l’azienda si preoccupava di verificare l’affidabilità sia dei
clienti sia dei padroni di casa attraverso un sistema di valutazione
interno. Quando ci sono stati i primi furti e danneggiamenti, Airbnb ha
declinato ogni responsabilità: il padrone di casa deve vedersela con
l’affittuario. Solo le pressioni degli utenti hanno spinto Airbnb ad
accettare di pagare i danni e ad assicurarsi per la responsabilità
civile.
È successo che gli alloggi affittati su
internet fossero devastati da “ospiti” troppo disinvolti, che
trasformavano i padroni di casa in senzatetto. E non solo: alcuni
alloggi sono stati usati per organizzare orge e bordelli, per girare
film porno o sono stati trasformati in laboratori per produrre droga.
Così Airbnb ha adottato un sistema di identificazione che richiede sia
ai padroni di casa sia agli ospiti una quantità d’informazioni, per
esempio un’identificazione offline (negli Stati Uniti le ultime quattro
cifre del codice della previdenza sociale) e una online (per esempio un
profilo Facebook). Insomma la fiducia, un tempo sbandierata dalla
sharing economy come il nuovo capitale sociale, cede sempre più il passo
a rigorosi meccanismi di controllo per non comprometterne la rapida
crescita, come vogliono gli investitori.
Rapporti mercificati
L’economia dello scambio ci incoraggia a considerare la nostra vita come un capitale.
La camera dei bambini è vuota? Affittala ai turisti. Ti piace cucinare?
Perché non proponi su internet di preparare cene a pagamento? Hai del
tempo libero? Metti subito sul mercato i tuoi servizi attraverso un’app.
Nella sharing economy le attività che
molti svolgono per beneficenza, come realizzare lavoretti artigianali
per il mercatino natalizio della parrocchia o andare a fare la spesa per
la vicina che non può camminare, diventano all’improvviso passatempi
non remunerativi. Quello a cui non è possibile attribuire un valore
economico è considerato inutile. E tutti sono incoraggiati a diventare
piccoli imprenditori di se stessi. I rapporti interpersonali diventano
occasioni per fare soldi. Così la sharing economy ribalta nel loro
esatto contrario l’altruismo originario della condivisione e dello
scambio.
Una lettura da consigliare a tutti gli alienati dalla tecnologia.
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