Le elezioni negli Stati Uniti hanno una valenza che tracima i confini
nazionali e, dopo l’annuncio della vittoria di Donald Trump, numerose
sono state le dichiarazioni di Capi di Stato e funzionari internazionali
sul possibile impatto del voto sul sistema delle relazioni
internazionali mondiali.
Per quanto riguarda il Medio Oriente,
immediata è stata la presa di posizione del Governo iraniano. Durante la
campagna elettorale, infatti, Trump aveva indicato come priorità la
cancellazione dell’accordo sul nucleare con l’Iran, accusando Teheran di
essere tra i maggiori sponsor del terrorismo mondiale. In riferimento a
questo, il portavoce dell’Organizzazione per l’Energia Atomica
dell’Iran, Behrouz Kamalvandi, avrebbe dichiarato che l’Iran proseguirà
con l’attuazione del Joint Comprehensive Plan of Action siglato lo
scorso anno con il gruppo 5+1 (Usa, Russia, Cina, Francia, Gran Bretagna
e Germania). Poco dopo, secondo quanto riferito dalla televisione di
Stato iraniano, sarebbe stato lo stesso Hassan Rouhani a prendere parola
sulla vicenda.
Il Presidente iraniano, avrebbe, infatti, dichiarato che l’accordo nucleare, in quanto
approvato da una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni
Unite, non può essere modificato autonomamente da un singolo governo.
Avrebbe, inoltre, aggiunto che il processo di
integrazione dell’economia iraniana nel mercato mondiale dopo la fine
delle sanzioni è in espansione e, ormai, irreversibile.
A supporto di questa visione si ricordi
che, solo pochi giorni fa, la francese Total e la China National
Petroleum Corporation (Cnpc) hanno espresso la volontà di siglare un
accordo per lo sfruttamento delle risorse iraniane di gas. In base alla
accordo, National Iranian Oil Company, Total, Cnpc e la iraniana
Petropars, dovrebbero formare un consorzio per lo sviluppo dei
giacimenti di South Pars con un progetto di circa 6 miliardi di dollari.
Così, mentre sia l’Europa sia altre
potenze mondiali, Russia e Cina in primis, sembrano muoversi in
direzione di una ripresa effettiva delle relazioni con l’Iran e il
potere negoziale di Teheran, anche a livello d’area, si è reso evidente
durante le discussioni sull’accordo petrolifero in ambito OPEC e nella
crisi siriana, gli Stati Uniti con Trump potrebbero scegliere di
intraprendere una strada diversa. Le motivazioni sono molteplici e,
probabilmente, quella principale è legata al rapporto preferenziale tra
gli Stati Uniti ed Israele. Se in campagna elettorale Trump aveva
promesso che se avesse vinto avrebbe proposto lo spostamento
dell’ambasciata statunitense da Tel Aviv a Gerusalemme, con un forte
messaggio a favore della dirigenza israeliana, dopo il voto, Benyamin
Netanyahu si è congratulato per la vittoria ricordando il legame di
grande amicizia tra Trump ed Israele.
Allo stesso tempo, la presenza
al fianco di Trump di Sheldon Adelson, imprenditore statunitense figlio
di genitori ebrei e sponsor di molte campagne per il ritorno degli ebrei
in Israele e di Netanyahu stesso, dimostrerebbe un indissolubile legame
tra i due Paesi. La volontà di contenimento della potenza iraniana da
parte di Israele potrebbe, dunque, trovare ascolto nella nuova dirigenza
statunitense. Parallelamente figure come l’ayatollah Ali
Hoseyni Khamenei, da sempre contrario all’accordo nucleare, potrebbero
trovare nuovo consenso se la posizione statunitense dovesse dimostrarsi
intransigente, portando ad un mutamento dei bilanciamenti di potere
all’interno dello stesso Iran.
Il rapporto tra Stati Uniti e Medio
Oriente è, però, complesso e le promesse elettorali non sempre sono da
considerarsi indice del reale approccio diplomatico successivo alla
nomina. A fronte di questo quadro, merita ricordare, infine, che la
politica mediorientale è stato uno degli argomenti centrali della
campagna elettorale dato il ruolo come Segretario di Stato di Hillary
Clinton in Libia e in Siria e i legami della dirigenza statunitense con
la monarchia saudita. Le critiche da parte repubblicana sono state
feroci ed è stato imputato all’atteggiamento dell’ex Segretario di Stato
il clima di paura in cui oggi vivono gli Stati Uniti.
In questo senso, se molti
analisti tendono a sottolineare come molte delle potenze mediorientali,
tra le quali sicuramente l’Iran, potrebbero giovare di una svolta
isolazionista degli Stati Uniti che lascerebbe privi di supporto
logistico ed economico alcuni attori d’area come l’Arabia Saudita, il
riavvicinamento con la Russia potrebbe avere un affetto dirompente anche
nelle scelte di politica internazionale. Un eventuale
approccio aggressivo nel settore degli idrocarburi, con un sostanziale
investimento nello Shale Oil statunitense, potrebbe, inoltre, creare
gravi scompensi al mercato del greggio, portando ad un indebolimento
ulteriore dei produttori petroliferi nell’area. I primi mesi del
mandato, che inizierà ufficialmente il 20 gennaio, saranno da seguire
attentamente per capire in quale direzione si muoverà il colosso USA.
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