di Michele Giorgio
L’Europa manda messaggi
rassicuranti. Quello sul programma nucleare dell’Iran, spiegavano ieri
funzionari dell’Ue, «è un accordo multilaterale, negoziato per molti
anni. Un’intesa che è nell’interesse di tutte le parti che l’hanno
negoziata, perché ha trovato una soluzione politica per un potenziale
conflitto».
Dietro le quinte però gli europei e le altre parti coinvolte nella storica intesa raggiunta nel 2015 tra il gruppo del 5+1 e Tehran, sanno che il neo presidente americano è in grado di fare danni gravi.
«Qualsiasi cosa frutto di un ordine esecutivo può essere revocata con
un ordine esecutivo», ha detto alla Reuters Zachary Goldman, un ex
dirigente del Tesoro americano. Lo stesso portavoce del
Dipartimento di Stato, Mark Toner, dice che l’accordo non è legalmente
vincolante e che Trump può rifiutarsi di rispettarlo, almeno in parte, a
cominciare dall’allentamento delle sanzioni economiche statunitensi nei
confronti dell’Iran, uno dei punti più importanti dell’intesa.
Già a metà mese il Congresso potrebbe votare la proposta di legge del
repubblicano Bill Huizenga volta ad impedire la vendita, autorizzata
dall’Amministrazione a settembre, di 80 aerei della Boeing alla Iran
Air.
Donald Trump quindi è in grado di frenare l’accordo, con la piena
collaborazione del Congresso dominato dai Repubblicani tenaci oppositori
dell’intesa voluta da Barack Obama e apertamente schierati dalla parte
di Israele e contro l’Iran. Non lo getterà nel cestino dei rifiuti
perché qualcuno gli spiegherà – forse l’ha già fatto Obama nell’incontro
dell’altro giorno alla Casa Bianca – che questo darebbe a Tehran il via
libera per dotarsi di armi atomiche, ammesso che la Repubblica islamica
intenda farlo, visto che ha sempre negato di voler assemblare bombe
nucleari nelle sue centrali.
Tuttavia solo avanzando l’idea di rinegoziare il trattato
Trump scatenerebbe il caos politico in Iran rafforzando quelle
componenti più radicali che non hanno mai creduto alla sincerità degli
Stati Uniti e dell’Europa e alla fine completa delle sanzioni
internazionali contro il Paese. «Se Trump adotterà la linea
dura contro l’Iran durante la prima fase del suo mandato, questo si
rifletterà inevitabilmente nelle elezioni presidenziali iraniane tra
otto mesi, senza contare le conseguenze in Iraq e in altri Paesi della
regione», prevede Salem Mashkour del quotidiano iracheno as Sabah.
Nessuno dimentica che lo scorso giugno l’ayatollah Khamenei,
rispondendo ai proclami elettorali del tycoon, proclamò perentorio «Noi
non violiamo l’accordo, ma se l’altra parte lo viola, se strappa
l’intesa, noi la bruceremo». Parole pronunciate quando nessuno
immaginava di vedere Trump alla Casa Bianca. Invece l’inimmaginabile si è
materializzato e la stampa iraniana riporta l’allarme scattato a
Tehran.
«Se l’America annulla l’accordo nucleare si rivelerà un paese
inaffidabile che non rispetta i suoi impegni nei trattati
internazionali... Per fortuna la struttura politica (americana) non
consente a una persona di fare ciò che vuole» ha scritto il quotidiano conservatore Khorasan a metà tra l’avvertimento e la speranza. Ieri pomeriggio sono arrivate puntuali e taglienti le parole dell’ayatollah Ahmed Khatami,
delegato di Khamenei a svolgere la preghiera del venerdì. Trump, ha
detto, dovrebbe chiedere «rispettosamente scusa al popolo iraniano» per
averlo definito terrorista nella sua campagna elettorale e non dovrebbe
«giocare con la coda del leone».
Khatami ha suggerito al nuovo presidente di non ripetere gli errori
dei suoi predecessori perchè il mondo «è stufo dell’avventurismo degli
Usa». In serata è giunto l’avvertimento del ministro degli
esteri Mohammad Javad Zarif. L’Iran, ha detto, conferma il «pieno
impegno» al rispetto dell’accordo ma se qualcuna delle altre parti non
lo rispetterà ci sono «altre opzioni a disposizione della Repubblica
islamica». A buon intenditor.
Alla finestra, ad attendere fiduciosi gli sviluppi, ci sono l’Arabia Saudita e Israele.
Re Salman spera che Trump, a differenza di Obama, prenda a schiaffi i
suoi odiati nemici iraniani. Il premier Netanyahu si aspetta che il neo
presidente mantenga le promesse fatte in campagna elettorale, non solo
quella di Gerusalemme tutta per Israele ma anche quella fatta a marzo
che la sua «priorità numero uno» sarebbe stata quella di “smantellare
l’accordo con l’Iran” sul nucleare.
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