Diversi osservatori l’avevano
notato immediatamente, subito dopo l’elezione di Trump, Matteo Renzi ha
fatto una conferenza stampa senza le bandiere dell’unione europea.
Fino alle presidenziali Usa, le conferenze stampa del presidente del
consiglio a palazzo Chigi, oltre ad avere un numero di bandiere quasi
pari a quello di una sala di sbandieratori, vedeva un assortimento di
drappi nazionali e dell’Unione Europea. Arriva la notte americana e il
presidente del consiglio cambia subito set: via le bandiere dell’unione
europea, conferenza in maniche di camicia (non più bianca ma con taglio e
colore più populist) e abbraccio di tricolori nemmeno la festa della
bandiera a Reggio Emilia. Peccato, se proprio dobbiamo analizzare il
dettaglio, per il solito Mac in primo piano. Va bene che il presidente
del consiglio è un uomo sandwich vivente – dagli spot travestiti da
visita ufficiale a Marchionne in poi – però Apple è il marchio antiTrump
per eccellenza, dalla location (California), alle idee, alla
globalizzazione della forza lavoro, al management.
Ma, si sa, Roma non fu fatta in un
giorno e Matteo, che fino al giorno prima mandava gli auguri alla
Clinton ed esibiva il book fotografico della visita da Obama, si è messo
subito al lavoro. Oltretutto il consigliere della campagna elettorale
per il “Si”, John Messina, non solo è obamiano ma è stato responsabile
della campagna elettorale 2012 del presidente Usa uscente. Detto questo
l’operazione rovesciamento di scenario è partita in tempo reale:
agenzie di stampa imboccate hanno diffuso subito la foto di Renzi che,
in aereo, parla al telefono con Trump. Foto in bianco e nero
per sottolineare la storicità dello scatto. Poi si tratterà di
convincere gli italiani che il vero Trump italiano abita a Pontassieve e
che il feeling con Obama, e con la Clinton, era solo diplomazia
creativa. In così poco tempo, le possibilità di essere preso sul serio
sono pochine. Ci vorrebbe un endorsement di “The Donald” in persona ma
qui sarebbe volare troppo con la fantasia.
Certo che Renzi qualche carta per essere
ascoltato da Trump ce l’ha: è antirigorista e contro le burocrazie di
Bruxelles (nella immaginaria accezione che il premier dà di queste
espressioni), ha bloccato le sanzioni alla Russia desiderate dalla
Germania. Ma, se esagerasse troppo con la sceneggiatura del redento da
Trump, si troverebbe con un post-elezioni molto pericoloso. Il
conflitto Ue-Usa è già esploso, con Juncker che accusa Trump di
conoscere poco il mondo: per Renzi fare troppo il Trump significherebbe
trovarsi bloccato da chi, la Ue, dovrebbe permettergli di fare un po’ di
deficit per cercare di sopravvivere. Oppure, peggio, supportarlo nella crisi bancaria ormai permanente.
Dopo mesi di obamismo-clintonismo da
campagna elettorale che ha raggiunto vette di comicità di tutto
rispetto, i clip su yoube su Renzi che fa l’americano si sono
moltiplicati in piena ilarità collettiva, la breve stagione del Renzi
redento da Trump si annuncia così tanto grottesca quanto breve. Renzi
non è un comunicatore è un martellatore. Renzi è Berlusconi, la cui
capacità di cambiare prodotto politico in corsa meriterebbe analisi più
approfondite di quanto visto ad oggi. Renzi è da televendite.
Cioè un qualcuno che sai che resta sempre dietro un bancone, con dei
numeri sul fondo del teleschermo. Quando vedi che cambia prodotto troppo
presto sai, come qualsiasi casalinga di Voghera, che nella merce che
vende qualcosa non va. Resta solo da capire che fine farà la legione di
servi, che coincide con il media maistream italiano, che ha
materialmente contribuito ad un disastro politico e comunicativo
chiamato Matteo Renzi. Oggi, e non per molto, il Trump con casa a
Pontassieve.
Redazione, 11 novembre 2016
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