di BENEDETTO VECCHI
Da «Il Manifesto» del 12 novembre 2016
C’è stato un tempo in cui intraprendenti
mercanti si mettevano in viaggio per raggiungere posti lontani per poi
tornare carichi di merci pregiate da vendere. Nei loro diari, novelli
tripadvisor, descrivevano i percorsi, le tappe, i luoghi dove pernottare
e mangiare, ma anche le insidie, i pericoli, i pedaggi da pagare. Un
lettore di Il milione di Marco Polo ricorda sicuramente che
anche il mercante veneziano annotava notizie e commenti sui paesi che
scopriva. L’esotismo svolge un ruolo centrale in quel libro, ma
rilevanti sono invece le riflessioni politiche, sociali, financo
antropologiche che Marco Polo – o chi per lui – fa delle realtà
incontrate. Il suo diario è da considerare una vera e propria Odissea
della merce. Eppure con quel libro, l’espressione «via della
seta» perdeva il sapore esotico che l’accompagnava per diventare
l’esempio della prima gestione logistica del territorio che
faceva proprie le compatibilità politiche – e la logica di potenza – nei
rapporti tra imperi e sovranità non ancora statali.
Nel tempo, nonostante guerre e invasioni, l’espressione ha perso il suo fascino per poi essere dimenticata, tag
di un passato definitivamente archiviato. Poi, quasi inaspettatamente è
tornata a imperversare nella scena pubblica dopo la presentazione
dell’ambizioso progetto di Pechino per organizzare un efficiente e veloce sistema di spostamento di merci dalla world factory al resto del mondo e dal resto del mondo al paese che ambisce a diventare la prima superpotenza economica. È
l’esempio di come la logistica sia ormai una componente fondamentale
delle «catene di valore» che accompagnano il capitalismo contemporaneo.
Ne scrivono diffusamente due recenti libri, scritti da un filosofo
della politica e un filosofo della Rete che vivono a migliaia di
chilometri di distanza, accomunanti tuttavia dalla convinzione che la
logistica non può essere considerata solo come il mezzo ottimale, e più
economico, per collocare le merci sul mercato, ma sia indispensabile
architrave di quello che entrambi chiamano il capitalismo supply chain, cioè quella totalità che vede interagire e compenetrarsi produzione, distribuzione, consumo. E finanza.
Gli autori sono l’italiano Giorgio Grappi (il titolo del suo libro è un austero Logistica, Ediesse) e l’australiano Ned Rossiter (il titolo del suo saggio è Software, Infrastructure, Labor, Routledge). Il primo è filosofo della politica alla sua prima opera, il secondo è un media theorist che ha pubblicato un importante testo sulla filosofia della Rete (Organized Networks, edito in Italia da manifestolibri).
La prima curiosità è: perché un filosofo
della politica si è occupato di logistica? La risposta è semplice e
l’autore la documenta efficacemente nel suo libro: la logistica, parte rilevante del capitalismo supply chain, esercita un potere nel ridefinire l’esercizio della sovranità sui territori, accompagnando i mutamenti della forma-Stato e l’emergere di una governance
delle forme di vita a livello sovranazionale. Dunque, modifica i
sistemi politici (in India, la democrazia rappresentativa diventa carta
straccia in regioni del paese a causa della militarizzazione del
territorio finalizzata alla «messa in sicurezza» delle infrastrutture) e
introduce metamorfosi nelle relazioni interstatali, con una «cessione»
della sovranità alle imprese. Quel che emerge dal libro è dunque una
materia che dovrebbe interessare proprio la filosofia della politica.
La
seconda curiosità investe poi lo stesso statuto della logistica: perché
da strumento usato inizialmente per spostare truppe militari (con il
corollario di alimenti, tende, armi e munizioni) è divenuto uno dei
settori economici più importanti, e tuttavia meno studiati,
dell’economia mondiale? Anche qui la risposta è semplice: perché la
produzione di merci è dislocata su luoghi e continenti diversi. I
microprocessori possono essere prodotti in Cina, poi sono spostati negli
Usa per essere assemblati, in attesa che arrivino altri componenti da
altri luoghi. Alla fine dagli Usa, ma potrebbe essere Taiwan,
Thailandia, Italia, devono essere velocemente, quasi just in time
dirottati là dove saranno venduti o nelle case dei consumatori. Il
tempo che intercorre dalla produzione alla vendita di una merce deve
infatti essere compresso all’inverosimile. Inoltre le vie seguite dai componenti, chiamate corridoi, prevedono una trasformazione radicale della morfologia del territorio.
La terra è espropriata per grandi opere, gli abitanti deportati, il
corso dei fiumi alterato radicalmente (Cina e India, sono in questo caso
veri e propri case studies), provocando resistenze e rivolte
della popolazione che vengono represse con violenza dall’esercito,
provocando la militarizzazione del territorio e una sospensione della
democrazia nelle regioni coinvolte, come più volte ha denunciato la
scrittrice indiana Arundhati Roy.
Giorgio Grappi si sofferma sulla recente
storia della logistica «moderna». Ne ricorda la genesi militare – anni
Cinquanta e Sessanta del Novecento – parla della rivoluzione
rappresentata dai container e delle innovazioni indotte nel sistema dei
trasporti su rotaia e via mare, ma quello che è centrale nel suo libro è
l’analisi di come la logistica serva a gestire il rischio di una paralisi nella circolazione delle merci,
la sua efficienza – la «razionalità della logistica», secondo il
ricercatore italiano –, ma anche quel movimento in divenire che altera e
ricompone le gerarchie di potere tanto nel rapporto tra gli Stati che
all’interno della società. La logistica è allora un fattore fondamentale
dello sviluppo capitalistico, perché non solo opera nel ridisegno della
sovranità nazionale, ma anche delle forme di vita, del rapporto tra le
classi. È quindi di un fattore di gestione di quel doppio movimento tra
diffusione spaziale della produzione – decentramento e outsorcing
del processo lavorativo – e accentramento delle strutture decisionali
che hanno nello Stato un fattore non residuale, bensì funziona come un
nodo esecutivo di una sovranità imperiale che forza, viola continuamente
i confini nazionali. Le suggestioni sulla costituzione di un Logistical State o di un Logistical Empire
(ed è qui che la Cina svolge un ruolo primario con il suo progetto
sulle nuove «vie della seta») sono usate in entrambi i libri con molta
cautela. Grappi scrive che la presenza di un «Leviatano logistico» ha il
pregio di esemplificare non un processo finito, stabilizzato, bensì una
tendenza, sottoposta a correzioni nel suo divenire. Il Logistical State è dunque da considerare un obiettivo che vede lo Stato e le imprese soggetti alla pari di un
progetto che ha sulla sua strada quell’imprevisto che è il lavoro vivo,
la sua composizione, le soggettività che si esprimono dentro il settore
della logistica.
Altrettanto convincenti e belle sono le pagine di Ned Rossiter sul ruolo
svolto dalla computer science nella logistica. Geolocalizzazione,
smartphone, dispositivi per la lettura dei codici a barre, reti
informatiche non hanno qui lo stesso sapore che hanno nella Rete. Nella logistica c’è ben poco software aperto:
gran parte è proprietario e prevede forti e ingenti investimenti, dato
che la costituzione di un sistema integrato prevede programmi
informatici molti sofisticati che si avvalgono anche di elementi tratti
dagli studi sull’intelligenza artificiale, fibre ottiche, satelliti,
robot, tablet, smartphone, rilevatori e identificatori numerici. Ovvio
che la proprietà intellettuale la faccia da padrone. La logistica
privilegia cioè un business model differente da quello
dominante nella comunicazione on-line (software aperto e gratuità
dell’accesso alla Rete in cambio della cessione dei propri dati
personali). Anche se punti di contatto ce ne sono, come quello svolto
dalla finanza: le assicurazioni sulle navi e sui carichi, nonché un
articolato legame tra borsa, venture capital e banche hanno un
ruolo di stabilizzazione, di gestione del rischio, come avviene, certo
con altre specificità, nella Rete. Ned Rossiter si concentra inoltre su
come questo modello punti a plasmare anche il lavoro vivo, le sue forme
di vita e di socializzazione. Rilevante è anche il tema introdotto delle
logistical city, luoghi cioè dove si concentrano la
raccolta e lo smistamento delle merci spesso localizzate ai margini
delle metropoli, ma che hanno il potere di condizionare lo sviluppo
urbano di intere regioni, come emerge nel godibile capitolo
dello smaltimento e riciclo dei componenti elettronici. Difficile
immaginare uno sviluppo diversificato di questo dispositivo. I due
studiosi fanno un convincente esercizio di ottimismo della ragione,
accompagnato però da un pessimismo della volontà, contraddetto dalle
mobilitazioni nella logistica che hanno caratterizzato il settore negli
ultimi anni, sia che si tratti dei portuali negli Stati Uniti o in
Germania che i facchini del distretto italiano della logistica. Una
smentita che rallegra, c’è da scommettere, entrambi gli autori.
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