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22/12/2020

Brexit Comedy

di Guido Salerno Aletta

In una trattativa contano le apparenze: nessuno può perdere la faccia.

La crisi economica in corso ed il caos che deriva dalla gestione della situazione sanitaria per evitare i contagi rappresentano dunque una opportunità politica insperata: una cortina fumogena utilissima per distrarre l’opinione pubblica dal tema della Brexit.

Tre temi rimangono sul tappeto, ancora irrisolti: i diritti di pesca nelle acque territoriali inglesi, l’aggiornamento delle regole comuni per assicurare una leale concorrenza, gli strumenti di soluzione delle controversie relative alla esecuzione degli accordi.

Il Premier britannico Boris Johnson ostenta sicurezza, chiede che la Unione Europea faccia un passo avanti nelle trattative, e sostiene che in nessun caso può barattare la sovranità britannica in cambio di un accordo economicamente più favorevole. Molti deputati lo invitano a non transigere: sono quelli eletti nel 2019 sottraendo seggi ai Laburisti, a seguito di una campagna in cui Johnson assunse una posizione fortemente orientata a chiudere in ogni caso la trattativa con la UE (con lo slogan “Make Brexit Done“), e dunque anche senza un accordo.

Così facendo, il Regno Unito ha sconfitto la strategia dilatoria della Ue che era stata fino ad allora subita da Theresa May.

Il negoziatore unico per la UE, il francese Michel Barnier, era infatti riuscito ad imporre per anni una linea fortemente punitiva nei confronti del Regno Unito, volta ad evitare che altri Paesi dell’Unione possano essere attratti in futuro dalla possibilità di uscire dall’Unione medesima alle stesse condizioni favorevoli che dovessero essere concesse al Regno Unito: bisogna punire il Regno Unito per evitare che altri ne seguano l’esempio, portando alla dissoluzione dell’Unione.

Per ottenere questo risultato ha strumentalizzato l’Accordo del Venerdì Santo, che disciplina i rapporti tra l’Irlanda del Nord che fa parte del Regno Unito e la Repubblica d’Irlanda, ed in cui si fa divieto di interporre barriere fisiche alla frontiera.

Se il Regno Unito uscisse dalla Ue con una piena libertà di negoziare futuri accordi commerciali con ogni altro Paese, si dovrebbe creare una vera e propria dogana tra le due parti dell’Irlanda, contravvenendo all’Accordo del venerdì Santo. Oppure, per mantenere in vigore l’Accordo, si dovrebbe creare una “frontiera interna” tra l’Irlanda del Nord e la Gran Bretagna: una opzione anch’essa inaccettabile.

In questi ultimi giorni è stata la Francia a mettere una nuova pietra di inciampo alle trattative, già complesse. Il Presidente Emmanuel Macron ha affermato che non possono essere i pescatori francesi a subire le conseguenze di un accordo stipulato a tutti i costi dalla Ue con il Regno Unito pur di evitare ad entrambi il trauma di una Hard Brexit.

Dietro questa posizione della Francia non solo ci sono i forti interessi economici della sua flotta da pesca, ma la necessità di non risultare pubblicamente perdente nella trattativa. Ha bisogno, non solo sul piano interno, di dimostrare che alla fine il Regno Unito ha dovuto cedere qualcosa alla Francia per potere chiudere l’accordo che disciplina i futuri accordi commerciali con la UE.

Sui diritti di pesca, Londra ha proposto una breve fase transitoria e poi un regime di contrattazione di quote annuali, a pagamento. La Francia intende portare la fase transitoria a dieci anni, mentre nel frattempo accederebbe ad un consistente sussidio per la industria ittica previsto nel Quadro finanziario 2021-2027, con una dotazione complessiva di 6 miliardi, nell’ambito del Fondo agricolo europeo.

Sulla questione delle regole per una concorrenza leale, l’Unione chiederebbe una sorta di adeguamento automatico alle proprie nuove regole da parte del Regno Unito. Londra ritiene inaccettabile questa pretesa, che ne violerebbe smaccatamente la sovranità: subirebbe passivamente le nuove regole dell’UE pur senza fare parte dell’Unione e soprattutto senza aver potuto far valere la sua posizione nel corso della loro elaborazione come avviene per ogni Paese membro.

Quindi, se pure sembra pacifico il fatto che Londra non farà passi indietro nella normativa a tutela dell’ambiente, dei lavoratori e sul piano fiscale trasformandosi in una sorta di “Singapore che si affaccia sulla Manica“, la Ue teme di concedere troppi vantaggi competitivi al Regno Unito, che manterrebbe il diritto di accesso al Mercato interno europeo senza dazi né restrizioni.

Per non subire le future restrizioni di Bruxelles, molte aziende europee potrebbero avere interesse a delocalizzare nel Regno Unito, tanto poi potrebbero esportare tranquillamente i propri prodotti e servizi in tutta l’Unione. In conclusione: Bruxelles non vuole rischiare la concorrenza di Londra e Londra non intende subire le future regole di Bruxelles.

L’ultimo punto riguarda la sede cui ricorrere per dirimere le controversie: Bruxelles ritiene che l’unica giurisdizione possibile sia la Corte di Giustizia europea, Londra chiede una sede arbitrale terza, neutrale.

Per la Unione è una prospettiva inaccettabile: questa sede arbitrale, dovendo decidere di un comportamento del Regno Unito rispetto ad un Accordo che però rinvia in concreto a quello delle regole europee, emanerebbe decisioni interpretative di queste ultime che avrebbero un rango superiore a quelle della Corte di Giustizia.

Bruxelles si è detta disposta a far proseguire le trattative con Londra anche dopo la data del 31 dicembre, e comunque a prorogare l’attuale regime transitorio fino all’Accordo.

Londra non vuole cadere nella trappola del rinvio sine die: anzi, potrebbe approfittare della situazione di caos già determinata dalla epidemia di coronavirus per evitare che si possa capire bene quali sono i danni che derivano dalla Brexit e quali quelli che derivano dalla crisi sanitaria.

In una situazione di caos e di crisi, nessuno potrà fare i conti.

Finale indecifrabile, usando la cortina fumogena dell’epidemia e della crisi economica

Brexit Comedy

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