L’anniversario
Mezzo secolo di vita per l’album con cui Patti Smith riscrisse le regole del linguaggio del rock. A cinquant’anni da quello storico 10 novembre del 1975 in cui “Horses” uscì nei negozi, quell’Lp in bianco e nero, griffato in copertina dal celebre scatto di Robert Mapplethorpe con Patti in camicia bianca e cravattino nero, rimane una delle indiscusse icone musicali di una stagione intera. Pochi album hanno segnato un “prima e un dopo” quanto questo debutto: una voce caotica e gracchiante che vomita simbolismi e poesie in forma libera, finendo per ridurre il possente rock’n’roll del gruppo di accompagnamento in un'inaudita poltiglia abrasiva. La musica che si fa traduzione irruenta del lessico poetico, in un miscuglio di beat generation, misticismo biblico, decadentismo ed esistenzialismo underground. Dai cantici di Allen Ginsberg alla narrativa di Jack Kerouac, dalle liriche di Williams Burroughs ai versi maledetti di Arthur Rimbaud, "il primo poeta punk".
“Horses” non è solo la cartina al tornasole per comprendere le future rivoluzioni punk e new wave con diversi mesi d’anticipo, ma anche un punto di riferimento per comprendere come il rock, a metà anni Settanta, sia uscito dai propri limiti formali per farsi linguaggio nuovo, una dichiarazione di indipendenza da ogni dogma, anche solo nell'interpretazione vocale. Quando viene pubblicato, Patti Smith ha 29 anni, viene dalla poesia performativa, dalle letture al St. Mark’s Poetry Project, da una scena newyorkese che intreccia musica, arti visive, club culture e sperimentazione. Il disco è il risultato di quella convergenza, con un manifesto sonoro molto chiaro: “Il rock a tre accordi fuso con il potere della parola”. Poetessa e artista visiva, Patti aveva iniziato due anni prima a improvvisare il suo inconfondibile mix di canzoni e immagini visionarie, esibendosi sui palchi dei cabaret e nei piccoli club, affiancata dal chitarrista Lenny Kaye e dal pianista Richard Sohl. Le sue performance dal vivo le avevano permesso di affinare i brani, conquistando un pubblico sempre più vasto nell'underground di Manhattan.
Quando, nell'inverno del 1975, inizia una residency di sette settimane al Cbgb, la sua band si è ampliata con il chitarrista Ivan Kral e il batterista Jay Dee Daugherty. Proprio in quel periodo, Patti firma un contratto con Clive Davis, presidente della Arista Records. Viene scelto John Cale, ex-Velvet Underground, come produttore dell’album che verrà pubblicato il 10 novembre, una data simbolica: l'anniversario della morte di uno dei maggiori riferimenti artistici di Patti, il poeta Arthur Rimbaud.
“Horses” viene inciso agli Electric Lady Studios, costruiti su iniziativa di Jimi Hendrix. La produzione di Cale gioca un ruolo decisivo nella definizione della dinamica e dell’essenzialità del suono. Tom Verlaine (Television) interviene alle chitarre e Robert Mapplethorpe scatta la fotografia di copertina, che diverrà un’icona del Novecento rock. Un allineamento di personalità che difficilmente potrebbe ripetersi nello stesso luogo e nello stesso momento, ma che Smith non guarda con nostalgia: “Ognuno ha la propria creatività, la propria voce – ha raccontato – ‘Horses’ è un disco figlio del suo tempo. Negli anni Sessanta gli artisti hanno faticato molto per sviluppare nel rock un messaggio culturale potente. Noi volevamo continuare su quella strada, mescolando poesia e rock, consapevolezza politica ed energia sessuale”.
Alla sua uscita, "Horses" non vendette cifre enormi, ma diventò presto un oggetto di culto, specialmente nel nascente perimetro punk newyorkese. Il frutto fertile di una generazione maturata sulle assi del palco del Cbgb, al n. 315 di Bowery street, nel Lower East Side di Manhattan, il tempio dove il rock'n'roll americano ha cambiato pelle, sposando le nuove avanguardie e l'angoscia esistenziale delle nuove generazioni. Il suo valore, oggi, è anche storico: testimonia un momento in cui New York era un laboratorio aperto, prima della standardizzazione dei linguaggi di genere, prima della frammentazione digitale, quando una scena poteva produrre trasformazioni reali nell’immaginario collettivo. “Molte delle tensioni di allora – sostiene Smith, che oggi celebra i 50 anni di “Horses” in tour – sembrano aver cambiato forma ma non sostanza. Ci sono tantissime cause per cui combattere: l’ambiente, il benessere del pianeta. Parlo di qualcosa che tocca ogni essere vivente sulla terra: l’acqua che beviamo, l’aria che respiriamo”.
“Horses” è il meno elettrico dei lavori della sacerdotessa del rock negli anni 70, ma anche il più convulso, originale e punk, nonché il più "avanti" per attitudine. Tra gli altri meriti, avrà anche quello di folgorare sulla strada del rock Michael Stipe, futuro leader dei Rem: "Avevo delle schifose cuffiette graffianti dei miei genitori e un cesto di ciliegie davanti a me. Rimasi tutta la notte ad ascoltarlo. Era come la prima volta che uno si tuffa nell'Oceano e viene travolto da un'onda. Mi fece a pezzi. Capii da allora che volevo diventare un cantante e devo molto a Patti anche come performer". Già, perché dal palco Patti Smith è sempre riuscita a ipnotizzare il pubblico. "È capace di generare più intensità con un solo movimento della mano di quella che la maggior parte degli artisti rock saprebbero produrre nel corso di un intero concerto", scriverà Charles Shaar Murray su New Musical Express. "Le sue performance sono una battaglia cosmica tra demoni e angeli", aggiungerà John Rockwell sul New York Times. Un altro critico le paragonò alle doglie e al parto.
La ristampa in cd del 1996 aggiungerà una feroce e deragliante cover live di "My Generation" degli Who, con John Cale al basso, registrata del vivo il 26 gennaio 1976, a Cleveland.
Cinquant’anni dopo, l’eredità di “Horses” resta decisiva, e non solo per tutte le innumerevoli rockeuse cui Patti Smith aprì la strada o per la sua influenza musicale - pure enorme, dal punk alla no wave fino a tutte le ibridazioni tra spoken word e rock. "Horses" resta uno di quei momenti in cui il rock ha cambiato pelle. Non si presta, dunque, alle celebrazioni o alle raffigurazioni come oggetto museale, proprio perché resta creatura viva, ferina, indomita. E per questo non invecchia. Così come "Gloria", che ormai, per tutti, non è più la ragazza che aveva fatto invaghire Van Morrison, ma il simbolo di una santità profana: quella dell'indomita Patti Smith. (Claudio Fabretti)
*****
La riedizione
Per celebrare i cinquant’anni del suo storico album d’esordio, Patti Smith
ha pubblicato “Horses (50th Anniversary)” su etichetta Legacy
Recordings. La nuova edizione è disponibile in doppio cd e vinile. Il
cofanetto contiene l’album originale, rimasterizzato a partire dai
nastri analogici da ¼ di pollice, oltre a otto tracce mai pubblicate
prima tra demo, rarità e versioni alternative. Tra queste figurano,
oltre a “Snowball”, anche “Birdland (Alternate Take)” e i provini
registrati per la Rca nel 1975. Ascolta qui sotto l'inedita "Snowball".
“Il poeta può stare da solo, ma quando si fonde con una band, si arrende alla meraviglia del lavoro di squadra. Così uniti, abbiamo fatto nascere insieme ‘Horses’”, ha ricordato Patti Smith in "Bread Of Angels", il nuovo memoir, in cui racconta l’infanzia nella Philadelphia del dopoguerra, l’adolescenza segnata dall’irrompere dell’arte e della poesia, l’ascesa nella scena punk newyorkese e il successivo ritiro dalle scene per dedicarsi alla famiglia sulle rive del lago Saint Clair, in Michigan.
Per celebrare l’anniversario del suo debutto su Lp, l’artista americana ha intrapreso anche un tour speciale in otto città europee e nove negli Stati Uniti, eseguendo “Horses” nella sua interezza. Sul palco con lei, oltre a Lenny Kaye e Jay Dee Daugherty, ci sono il collaboratore di lunga data Tony Shanahan e il figlio Jackson Smith.
Di seguito la tracklist integrale di “Horses (50th Anniversary)”:
Gloria
Redondo Beach
Birdland
Free Money
Kimberly
Break It Up
Land
Horses
Land Of A Thousand Dances
La Mer (De)
Elegie
Bonus track
Gloria
Redondo Beach
Birdland
Snowball
Kimberly
Break It Up
Distant Fingers
The Hunter Gets Captured By The Game
We Three
*****
La recensione
Jesus died for somebody's sins but not mine
Melting in a pot of thieves wild card up my sleeve
Thick heart of sins my own
Thy belong to me. Me
(Patti Smith, "Gloria")
L'eroina di Patti Smith bambina era Maria Callas. Niente vieta di credere che l'aver avuto un idolo di quel calibro sia stata la migliore lezione di cui abbia goduto prima di intraprendere il suo cammino dorato. Come Patti Smith, nel variegato presepe del rock, non c'è stata più nessuna, come d'altronde non c'era stata nessuna prima. Le madri delle cantautrici sono Joan Baez e Joni Mitchell, ma lei è stata un'altra cosa.
Dei tre che a New York "giocavano con le parole" a metà dei 70, Tom Verlaine, Richard Hell
e Patti Smith, solo l'ultima gode senza discussioni dell'alloro del
poeta. Troppo schivo il primo, con la sua passione scomoda per l'assolo,
troppo istrione l'altro. Lei, invece, il termine "poetessa" se lo è
messo in tasca con scioltezza un quarto di secolo fa.
I testi di
Patti Smith sono tra i migliori della storia del rock, ma darle della
poetessa equivale ad ammettere implicitamente una superiorità della
poesia rispetto alla canzone. Poiché si tratta di due forme diverse, che
richiedono competenze e tecniche diverse, questo è quantomeno scorretto
oltre che fuorviante. Diciamo che chi non si accontenta di dire che
Patti Smith è un'eccellente autrice di testi, ma sente il bisogno di
chiamarla "poetessa", ammette un complesso di inferiorità del
rock'n'roll nei confronti di forme di più antica tradizione. La Smith è
stata una formidabile autrice, interprete e frontwoman punk. Si
potrebbero comprare senza temere delusioni tutti i suoi primi tre dischi
e forse anche il quarto, ma Patti si era già ritagliata i suoi righi
negli annali del rock con il solo primo singolo del Patti Smith Group
(Richard Sohl al piano, Lenny Kaye, anche curatore della storica
Nuggets, alla chitarra, Ivan Kral al basso e Jay Dee Daugherty alla
batteria) "Hey Joe/Piss Factory", e soprattutto con l'album d'esordio
"Horses", prodotto da John Cale.
È il disco che porta nella storia del rock un nuovo linguaggio musicale: una sorta di commistione tra recitazione "free form" e musica, in cui il testo diventa il punto di partenza, ma mai un limite; anzi, è spesso il veicolo che permette ai brani di espandersi e dilatarsi costantemente.
In copertina la Smith fa il verso a Frank Sinatra. Un perfetto poster, come molte delle sue immagini. Apre "Gloria", cover dei Them di Van Morrison. Una poesia inedita viene incastonata nell'originale blues. La voce è bella e potente, ma al massimo ringhia. Il credo cristiano trova nella Smith una dissacrante interprete: "Gesù è morto per i peccati di qualcun altro, non per i miei" e "I miei peccati sono solo miei: mi appartengono".
"Redondo Beach" è invece un testo malinconico (si narra il suicidio di una ragazza), su un ritmo reggae, con il Group che si produce in delicati coretti. I nove minuti di "Birdland" scoprono le carte. Il testo viene improvvisato in studio sulla base di un racconto di Peter Reich: il bambino vede a bordo di un'astronave il padre morto da tempo, e piange a lungo implorando di essere portato con via, ma non gli resta che coricarsi sull'erba. Canta solo la Smith, la chitarra solista resta rispettosamente da parte. "Free Money", frenetico boogie sul rapporto tra amore e denaro, è un'altra cavalcata sfibrante, con Kaye che macina chilometri di rock'n'roll, e la Smith che, con il suo canto febbrile e gutturale, non fa altro che confermarsi una delle migliori interpreti rock di sempre. "Kimberly" è una ballata tipicamente new wave, condita di ghignetti vari e frasi d'organo, con echi sparsi dei Velvet Underground. In "Break It Up" c'è e si sente ululare la chitarra di Tom Verlaine. Da apprezzare, sullo sfondo, il lavoro di Sohl.
"Land" è ulteriormente divisa in tre: "Horses", un crescendo isterico per voce e sezione ritmica, "Land Of Thousand Ballads", puro rock sognante, e "La mer(de)" continuazione sussurrata a tratti. Per altri nove minuti un certo Johnny, preso in prestito da William Burroughs, viene prima ucciso brutalmente, poi vive strane avventure. In "Elegie" compare anche Allen Lanier dei Blue Oyster Cult alla chitarra, che importa un certo clima solenne e melodico.
Quello che sconcerta di questo disco è la sua attualità: potrebbe essere stato tranquillamente inciso un mese fa. Il che è parecchio inquietante, visto che nessuno ha probabilmente saputo ampliarne e aggiornarne i temi. Anche se non è chiaramente indicato in copertina, come avverrà nelle opere successive, si tratta dell'opera di una band. Atipica ed eccellente. Senza timore di smentite, si tratta di un disco unico per sapore, sfondo e intenti, nonché di una pagina di rock tra le più influenti.
Melodie austere tagliano atmosfere soffuse, e su tutto una voce unica. Chiunque lo ascolti ricorderà sempre quel ghigno e quel timbro da ragazzina, e non potrà fare a meno di associarle un senso di tristezza e coraggio insieme. Nonostante i testi non affrontino mai direttamente l'argomento, è anche un formidabile disco di lotta: la rabbia che si respira in ogni nota è inequivocabile.
Come per gruppi come i Television o i Velvet Underground, anche quando si parla dei dischi di Patti Smith piace metterne in evidenza l'attitudine "arty". Se la cosa è sacrosanta per le opere successive, più formalmente rock, non vale per questo esordio. Che è "arty", nel senso buono, nella forma, ma rock 'n' roll nell'attitudine. Il miglior disco rock con il nome di una donna in copertina, e uno dei migliori con qualunque nome in copertina. (Maria Teresa Rachetta)

Nessun commento:
Posta un commento