Quello che il Kazakhstan si è appena lasciato alle spalle, con un bilancio di circa novemila tra fermi e arresti, e centinaia tra morti e feriti, è stato uno dei peggiori momenti della sua storia post-sovietica.
L’aumento del prezzo del gas – quasi triplicato, nonostante sia una risorsa di cui il Kazakhstan è esportatore – ha innescato una importante mobilitazione di piazza: questa, è stata rapidamente trasformata in un tentativo di colpo di stato.
Evidente l’esistenza di – almeno – un piano e di – almeno – una regia, di uomini addestrati e di connivenze tra le reti dell’opposizione kazaka, apparati stranieri ed una parte dell’apparato locale.
A destare un certo clamore è stato l’arresto con l’accusa di alto tradimento dell’ex primo ministro ed ex capo dei servizi di sicurezza locali Karim Masimov, effettuato a poche ore di distanza dall’inizio delle violenze insieme a quello di un numero imprecisato di poliziotti e di ufficiali.
Almeno verosimile è il fatto che alla repressione delle violenze e di certe velleità eversive si siano sovrapposte lotte al vertice del potere.
Indubbiamente le proteste contro l’aumento dei prezzi del gas hanno finito per catalizzare un certo malcontento ed una certa insofferenza presente nella società kazaka.
Oltre a persuadere il presidente Kasim Zhomart Tokaev della necessità di calmierare i prezzi del gas e di dimissionare il governo, la sommossa di gennaio ha messo un punto all’era di Nursultan Nazarbaev, segnando la sua definitiva uscita di scena con l’abbandono della carica di presidente del Consiglio di Sicurezza.
Con la formazione del nuovo governo, il presidente kazako Tokaev, ha sottolineato che il nuovo corso politico dovrà essere maggiormente orientato alla risoluzione delle problematiche sociali esistenti.
Uno degli strumenti pensati per dare consistenza allo stato sociale sarà una speciale tassazione rivolta alle grandi aziende del paese, esortate da Tokaev a contribuire al fondo appena costituito “Al popolo del Kazakhstan”.
Una componente delle forze coinvolta nel tentativo di rovesciare il potere costituito è certamente quella di ispirazione islamista: per considerarne il peso nel Kazakhstan post-sovietico, è importante tenere presente che centinaia di kazaki hanno ingrossato le fila dell’ISIS e di Al-Nusra tra Iraq e Siria, unendosi a migliaia di altri combattenti provenienti dalle aree islamiche dell’ex Unione Sovietica, Russia inclusa.
Le capacità militari che una parte dei rivoltosi ha dimostrato di possedere può essere certamente ricondotta all’attività delle organizzazioni islamiste: nella disponibilità di queste ci sarebbero tutt’ora vari campi d’addestramento disseminati nelle steppe e nelle impervie valli dell’Asia centrale.
Sul piano strettamente geopolitico, il tentativo di portare a termine un colpo di mano antirusso ed anticinese in Kazakhstan ha una fondamentale importanza strategica: un’importanza che emerge chiaramente nella concezione di Zbigniew Brzesinski e nei presupposti della sua geopolitica.
Il Kazakhstan è infatti uno dei paese fondamentali nei progetti di interconnessione continentale, promossi e sostenuti da Mosca e da Pechino.
Con un’estensione territoriale sovrapponibile a quella dell’intera Europa occidentale ed una popolazione di 18 milioni di abitanti, il Kazakhstan estrae circa il 40% della produzione mondiale di uranio, oltre a rivestire un ruolo prominente nel campo degli idrocarburi, dei metalli comuni, rari e preziosi, nonché nell’ambito delle criptovalute.
È importante sottolineare come il tentativo di rovesciare l’assetto istituzione del paese e di stravolgere il suo posizionamento geopolitico si sia consumato proprio alla vigilia dei colloqui tra Stati Uniti e Federazione Russa organizzati a Ginevra.
Visto il grado zero raggiunto nei rapporti con Mosca, si può soltanto auspicare che i paesi dell’Europa occidentale rinuncino all’ipotesi di accanirsi con il Kazakhstan per i suoi legami con Mosca e Pechino, magari adottando uno schema di ritorsioni simile a quello imposto negli ultimi mesi alla Bielorussia.
Tra le figure della sollevazione antirussa spicca quella dell’oligarca Mukhtar Abliazov, banchiere ed ex ministro kazako ormai da anni rifugiatosi in Francia. Ablizov, fondatore della piattaforma “Scelta democratica” ed autoproclamato rappresentante delle proteste, era tra l’altro salito alla ribalta delle cronache italiane per la vicenda dell’arresto della moglie Alma Shalabayeva. Abliazov è tra l’altro ricercato dalla Federazione Russa per frode fiscale.
Il nazionalismo coltivato anche nell’era Nazarbayev ha alimentato un’insofferenza contro la classe dirigente del paese, percepita come difensore del retaggio sovietico: in Kazakhstan, come in altre aree dello spazio post-sovietico, l’influenza russa ha finito per essere stigmatizzata come l’origine fondamentale di qualunque problematica del paese.
Il ruolo delle oligarchie kazake ha certamente contribuito a creare le condizioni per paralizzare il paese, determinando una condizione sociale che non soddisfa una porzione importante della società.
Nonostante le evidenti difficoltà, le autorità kazake si sono dimostrate in grado di ascoltare le istanze di migliaia di kazaki e di distinguere le proteste legittime da provocazioni e violenze indiscriminate. In questo, i vertici kazaki sembrano avere chiaro il fatto che l’aumento dei salari e della consistenza dello stato sociale costituiscano la migliore garanzia di stabilità per il paese.
All’appello del presidente Tokaev rivolto OTDC (acronimo di “Organizzazione del Trattato di Difesa Collettiva”) – si legga, al Cremlino – ed all’intervento di alcune migliaia di paracadutisti (provenienti da Russia, Bielorussia e Armenia) potrebbero seguire già nelle prossime settimane altri passaggi politici rilevanti: ad esempio, riguardo l’abbandono dell’alfabeto cirillico – provvedimento visto con insofferenza dal Cremlino – potrebbero esserci ripensamenti.
In materia linguistica, il corso post-traumatico del Kazakhstan potrebbe favorire anche il riconoscimento ufficiale della lingua russa come lingua di stato (come nel vicino Kirghizistan).
Ciò che appare presumibile è che le turbolenze degli ultimi giorni finiscano per aumentare la diffidenza e la sfiducia di Nur Sultan nei confronti dell’orbita occidentale. A fronte di una certa dose di rischio, la recente crisi kazaka offre a Mosca e Pechino l’opportunità di consolidare i propri interessi strategici, che riguardano ed includono il Kazakhstan.
Inevitabile è il fatto che questo rafforzamento si sviluppi a scapito di certe velleità destabilizzatrici e di quelle ultranazionaliste, panturaniste e islamiste. Il tentativo di rovesciare il posizionamento strategico del Kazakhstan è da considerarsi fallito, benché persistano alcune criticità ed un certo grado di pressione che le componenti antisistema potrebbero continuare ad esercitare sul paese, forti del sostegno esterno.
Fonte
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13/01/2022
Il pendolo Kazako nel rebus asiatico
Il Kazakistan ha mostrato a tutti, nell’esplicarsi delle fasi della sua rivolta/destabilizzazione, a che punto siamo arrivati per quanto riguarda le tensioni a livello internazionale.
Per capire come mai apriamo una disamina su ciò che è successo in questi giorni nella Repubblica centroasiatica con questa valutazione tranchant, dobbiamo sforzarci di immettere nell’analisi il più ampio spettro di fattori possibili e quindi di mostrare quali siano le direttrici di interesse principali in tutti i livelli interessati da questa questione.
Proveremo a farlo adottando, per semplicità e chiarezza, un approccio schematico, che dalle varie aree particolari dell’analisi sfoci nella contingenza raccontataci, in questi giorni, da più o meno strampalate e/o interessate cronache borghesi.
Poniamoci quindi qualche domanda chiave.
1) Perché il Kazakistan è importante?
Prendiamo in mano una cartina e posizioniamoci all’altezza dell’Asia continentale.
Diventa difficile non notare che tra i due mastodonti russo e cinese, si interpone una realtà di dimensioni significative: il Kazakistan.
L’importanza del paese è relativa sia a fattori energetico-minerari sia a fattori logistico-geografici.
Da un punto di vista energetico-minerario nel paese sono presenti in buona consistenza: petrolio, gas, uranio, zinco, tungsteno, bario, argento, piombo, cromo, rame, fluoriti, molibdeno e oro.
Cosa che ne fa il 6° paese più grande del mondo relativamente alle risorse minerarie.
Particolarmente ghiotta questa riserva di materie prime anche in funzione della riconversione green, visto la presenza nel sottosuolo kazako anche di tutti quegli elementi necessari per la produzione di batterie e semiconduttori.
Successivamente alla fine dell’Unione Sovietica e al processo di indipendenza, avvenuto contemporaneamente con una massiccia privatizzazione, molti siti estrattivi, soprattutto relativamente al petrolio e al gas, vengono concessi a società straniere, in particolar modo a quelle occidentali, tra cui spiccano, per fare qualche nome conosciuto, l’Eni, la Shell e la Chevron.
La situazione per cui il Kazakistan si ritrova un sottosuolo così ricco, in una posizione così interessante, fa sorgere immediatamente – da un lato – un consistente potere contrattuale per le amministrazioni kazake, dall’altro una ghiotta occasione di sfruttare le sue risorse da parte di qualsiasi attore.
Un chance di non poco conto da parte degli occidentali, che da tempo desideravano mettere le mani su tutte quelle materie che prima erano di esclusivo appannaggio sovietico, e che si sono trovati ad operare vicinissimi alle arterie energetico-logistiche di Mosca e Pechino, proiettando questa penetrazione in Kazakistan, verso chiare ed importanti posizioni strategiche.
Infatti, proprio dal Kazakistan, passano tutte le principali arterie energetiche che inondano il continente asiatico, senza contare poi l’importanza logistica dei corridoi commerciali, in particolar modo cinesi (parte terrestre della Via della Seta e svincolo per quella marittima, che ricongiunge, in parte, lo Xinjiang ai porti pakistani) e turchi (il corridoio transcaspico che collega i terminal cinesi alle rotte occidentali, attraverso appunto il territorio kazako, e che tagliano il mar Caspio partendo dal porto di Aktau).
2) Il Kazakistan appartiene saldamente ad una alleanza precisa nella rimodulazione attuale dei rapporti di forza internazionali?
Assolutamente no.
Se guardiamo velocemente l’incedere di tutti i maggiori attori internazionali attuali, e lo poniamo in relazione all’incedere kazako, notiamo una certa equidistanza, o per meglio dire – usando una formula già adoperata per altri nostri contributi – una tattica di appoggio ora ad uno o ad un altro tra i pesi massimi che si affrontano nell’attuale quadro internazionale per accrescere ulteriormente la propria forza contrattuale e quindi il proprio peso regionale.
Con l’Occidente il Kazakistan, fin da principio, si concede attraverso le privatizzazioni prima menzionate e le partecipazioni a consorzi, come il Karachaganak Petroleum Organization (KPO), in cui le società di riferimento dell’amministrazione operano in tandem con le società energetiche straniere, in particolar modo occidentali e in misura minore russe e cinesi.
Da un altro lato, però, soprattutto negli ultimi decenni, la collaborazione coi partner cinesi è diventata sempre più stretta, sia nel comparto energetico sia in quello infrastrutturale, come prima accennato.
Degno di nota anche l’avvicinamento politico istituzionale nei riguardi della Turchia.
Il Kazakistan e la Turchia sono stati i protagonisti dal 2009 (anche se sarebbe bene porre la data di avvio di questi rapporti all’inizio degli anni ’90) della costituzione ed implementazione del Consiglio turco, organo decisionale che punta all’unificazione degli obbiettivi internazionali delle nazionalità turcofone e su cui rimandiamo ad un altro nostro lavoro pubblicato precedentemente dai compagni di Contropiano.
Il legame con la Russia, invece, ha sempre sofferto di questa ambiguità strategica, anche se da un punto di vista militare le amministrazioni kazake non hanno mai rinunciato alla collaborazione con Mosca, data dal chiaro peso nella zona da parte del Cremlino e da ovvi posizionamenti storici che, se venissero a mancare, pregiudicherebbero ogni conduzione autonoma.
Come si può notare facilmente, questa situazione pone il Kazakistan come giocatore regionale relativamente equidistante.
Il fatto che, alle prime avvisaglie di ingerenze straniere, Tokayev abbia subito attivato il protocollo di intervento dei membri del C.S.T.O rientrando nell’alveo della sicurezza russa, è un qualcosa di normale nella gestione, in questa parte del mondo, di una situazione di potenziale crisi destabilizzante come quella a cui abbiamo assistito.
D’altronde, ci sia concesso evidenziare pure che per Putin un intervento diretto, teoricamente, non avrebbe giovato, in particolar modo proprio in questa situazione, in cui il Cremlino ha consegnato richieste specifiche riguardo gli armamenti atomici agli Statunitensi, e dove si dà un gran risalto alla questione della sovranità militare in relazione al posizionamento globale degli ordigni e delle infrastrutture adibite al lancio di vettori nucleari (documento che tra l’ altro non parla solo, come evidenziato dalle cronache occidentali, dell’Europa orientale, ma anche delle repubbliche centro asiatiche).
Perché quindi intervenire?
Se è vero che, teoricamente, Mosca avrebbe dovuto stare lontano da operazioni di questo tipo, è anche vero che in una situazione del genere era impossibile per il Cremlino non intervenire dopo una richiesta ufficiale, dimostrando così una sempre più spiccata propensione russa per la protezione militare di determinate zone e corridoi interessati dall’intensificarsi dello scontro internazionale, come sentito in particolar modo dalle parti di Pechino
Un qualcosa che tra l’altro è propedeutico alla Russia anche per tranquillizzare le altre repubbliche centroasiatiche, anche loro investite dagli interessamenti occidentali e turchi.
Abbiamo specificato, in questa piccola risposta, la posizione kazaka rispetto alla Russia, soprattutto per far sì che i compagni che leggano si impostino correttamente di fronte a letture dilettanti e borghesi, che volevano il Kazakistan come mero orpello della conduzione russa.
Nulla di più lontano da questo.
Anzi l’intervento russo si inserisce in un contesto in cui i competitori strategicamente avversi, Occidente in primis, tentano di favorire cerchie di potere più propense al loro operato.
3) In Kazakistan la protesta è caratterizzata da lotte sociali che hanno come protagoniste rivendicazioni popolari o si tratta solamente di operazioni di guerra ibrida?
Secondo noi impostare la questione in questa maniera è fuorviante e metodologicamente improprio.
La conduzione oligarchica delle cerchie di potere che – ora collaborando, ora scontrandosi – reggono il Kazakistan ha favorito un atteggiamento spregiudicato in tema di politica internazionale, che ha portato ad un’apertura nei confronti di gruppi facenti parte di complessi di potere appartenenti a potenze in diretta concorrenza con i vicini del Kazakistan e pervenendo, con ciò, ad un agganciamento al mercato mondiale monopolizzato ancora dai gruppi occidentali.
Questa conduzione ha generato, per una buona percentuale, una strutturazione della vita economica e del lavoro che sempre di più porta all’impoverimento delle classi subalterne, sia per quanto riguardo i salari diretti, sia per quanto riguarda quelli indiretti e le commodities, il cui rincaro ha generato l’attuale contingenza politica.
Sotto un punto di vista salariale molte lotte sono state condotte da parte degli operai industriali, in particolar modo da quelli del settore petrolifero che, come si può ben immaginare nel quadro di un paese ricchissimo di risorse, rappresenta un settore di principale importanza, sia per la vita complessiva del paese e della sua reggenza politica, sia per quanto riguarda le percentuali della composizione nella forza lavoro kazaka.
Gli scioperi a macchia di leopardo, ed altre forme di lotta operaia, che, soprattutto negli ultimi 10 anni hanno caratterizzato le lotte nel paese, hanno visto un percorso che ha portato da fasi di assoluta e durissima repressione – dove, in certi casi, le forze di sicurezza hanno risposto alle protesta aprendo il fuoco e uccidendo gli operai – a fasi successive dove, probabilmente in virtù di una sempre più calda situazione regionale, l’amministrazione kazaka ha preferito concedere agli operai aumenti salariali e riduzione parziale degli orari di lavoro.
Tattica che anche Tokayev ha adottato nelle prime battute di questa crisi, annunciando prima e operando poi un calmieramento del prezzo del gas.
Una misura di questo tipo evidenzia quindi problemi sociali che abbracciano settori ben più vasti della popolazione, cioè anche parti che non sono immediatamente riconducibili al settore petrolifero.
Molti kazaki, data la disponibilità di gas naturale, hanno convertito le loro auto in sistemi di propulsione a gas, il cui aumento dei prezzi ha decretato una certa insostenibilità generale che va a colpire anche e soprattutto le vaste aree di popolazione, generalmente giovane che, date le legature col mercato monopolizzato dai gruppi occidentali, sta soffrendo particolarmente di una disoccupazione consistente.
Detto questo, è indubbio quindi, che settori importanti della società kazaka, siano rimasti interessati dall’aumento del costo del gas e che la loro partecipazione alla prima fase delle proteste sia stata effettiva.
Ma come si può facilmente notare dalle letture di fonti appartenenti a gruppi di interesse divergenti fra loro (cioè sia da voci più vicine al fronte sino-russo, sia nel chiaroscuro delle cronache occidentali) la protesta ha vissuto fondamentalmente due fasi.
Nella prima le proteste, incentrate più sul rincaro energetico, si sono presentate come pacifiche. Fase che è durata fino alle misure prese dal governo Tokayev, volte al calmieramento e prima accennate.
Dopo questa decisione abbiamo assistito ad una accelerazione, dove si sono evidenziati assalti a strutture istituzionali e logistiche (come l’assalto all’aeroporto di Almaty) ed un numero significativo di vittime anche tra le forze dell’ordine dispiegate dal governo, cosa molto difficile senza l’impiego di armi da fuoco leggere e una buona preparazione in campo militare.
Cosa che fin da subito hanno fatto sorgere più di un dubbio relativamente alla bontà della protesta, visto anche lo stato politico delle rappresentanze operaie, obbiettivamente non in grado al momento di reggere determinati livelli di scontro.
Quasi contemporaneamente, infatti, i media occidentali non solo aumentavano la retorica sui diritti umani e la descrizione minuziosa dell’inumanità dell’attuale reggenza, ma davano ampio spazio a quegli oligarchi più connessi alle operazioni occidentali, come evidenziato dal caso Ablyazov.
Una fenomenologia non nuova rispetto ad altre situazioni che si sono dimostrate come operazioni di destabilizzazione operate dall’esterno.
A questo punto Tokayev, dopo aver estromesso Nazarbayev dalla guida del consiglio di sicurezza, ha attivato subito il protocollo di intervento del C.S.T.O.
Cosa “legittima”, da un punto di vista della politica internazionale.
Subito dopo l’ufficialità di tale notizia, inizia a verificarsi la prima presenza di richieste di condizioni politiche, che arrivano però da Francia (Ablyazov) e dal Belgio (Bota Jardemalie) e che non sono relative al rincaro energetico, ma hanno a che fare con la sola strutturazione istituzionale (ritorno alla costituzione del ‘93, cambio del regime politico, nuove elezioni regionali, rilascio degli attivisti politici), fino a aggiungere richieste relative all’indipendenza del paese dai meccanismi di difesa russi.
La storia di questo oligarca (Ablyazov) non è estranea nemmeno alla cronaca del nostro paese.
Nel 2013 infatti, la moglie di Ablayzov, Alma Shalabayeva, come scrive Il Post in data 26 gennaio 2016:
“... e sua figlia Alua, che allora aveva 6 anni, furono arrestate dalla polizia in una villa a Casal Palocco, nella periferia di Roma: il 31 maggio furono imbarcate su un aereo noleggiato dal governo kazako e portate in Kazakistan, dove furono detenute agli arresti domiciliari nella città di Almaty.
Pochi giorni dopo il tribunale di Roma stabilì che il presupposto con cui era stata giustificata l’espulsione – cioè un passaporto diplomatico della Repubblica Centrafricana in possesso della donna e considerato falso – non sussisteva, e l’episodio divenne un caso politico trattato estesamente dai giornali italiani e internazionali.
I ministri dell’allora governo Letta, e soprattutto il ministro dell’Interno Angelino Alfano, furono accusati per come avevano gestito la vicenda: nel dicembre del 2013, soprattutto grazie al lavoro dell’allora ministro degli Esteri, Emma Bonino, Shalabayeva e sua figlia tornarono in Italia e fu loro concesso lo status di rifugiate da parte del ministero dell’Interno.“
Ma chi è Ablyazov?
Ridiamo parola al Post per chiarire questa figura: “Mukhtar Ablyazov è nato in Kazakistan nel 1963. La sua carriera come imprenditore cominciò nel 1992, quando fondò una holding privata, per poi acquisire quote della Banca Turan Alem, nota ora come BTA.
Nel 1998 Ablyazov fu nominato da Nazarbayev ministro dell’Energia, dell’Industria e del Commercio. L’opposizione di Ablyazov al governo kazako è cominciata nel novembre 2001, quando insieme ad alcuni suoi colleghi Ablyazov fondò un partito politico di opposizione.
Dal 1990 il presidente del Kazakistan è Nursultan Nazarbayev, considerato un alleato del presidente russo Vladimir Putin, che nei suoi 26 anni di governo ha indebolito le opposizioni e si è attirato molte critiche da organizzazioni internazionali e per la difesa dei diritti umani di tutto il mondo.
Pochi mesi dopo aver fondato il suo partito, Ablyazov fu condannato a 6 anni di carcere per abuso di potere ed evasione fiscale. Sia il Parlamento Europeo che Amnesty International descrissero il processo come estremamente infondato, per quanto il governo kazako negasse la presenza di una motivazione politica nella condanna di Ablyazov.“
Ablayzov quindi non è che un oligarca che, dopo essersi fatto strada nella cerchia Nazarbayev, se ne distacca ed inizia un suo personale pellegrinaggio in giro per il mondo.
Pellegrinaggio a dire la verità che, seguendone la cronaca, assomiglia più ad una scorreria di un pirata.
L’oligarca kazako infatti, se pur ha trovato, per ragioni diverse, sponde politiche all’interno dell’Unione, queste non sono arrivate dai paesi insulari, cioè Stati Uniti ed Inghilterra, che hanno avuto modo in più battute, di accertarne i crimini finanziari commessi non solo in madrepatria ma anche in Europa e nelle Americhe.
Data questa valutazione, e la relativa insignificanza politica attuale dell’oligarca in fuga, sembra difficile che questo possa avere contatti politici diretti in Kazakistan, come da lui recentemente dichiarato ai quattro venti.
Ablayzov però chiarisce quanto, nell’oligarchia kazaka sviluppatasi con e contro il clan Nazarbayev, le legature politiche occidentali siano presenti, interessate e operative su più livelli.
Se le uniamo infatti alla fenomenologia di ciò che sta accadendo in Kazakistan, cioè le immettiamo nella cronologia della crisi, diventa difficile non scorgere, anche in relazione alle contingenze degli ultimi anni, che hanno visto come protagonisti il Kazakistan in materia di politica internazionale, i veri desiderata che parte delle consorterie di potere occidentali proiettano sul Paese, a differenza di ciò che si è letto a volte in questi giorni di febbrili analisi.
Diciamo che la sensazione principale, in mancanza di prove ulteriori e all’attuale stato delle cose, è che questa carta giocata da parte dell’Occidente, in questo caso, non sia particolarmente vincente, al netto di obbiettivi finanziamenti e pressioni che, come abbiamo avuto modo di vedere, sicuramente hanno un peso nelle influenze delle cerchie di potere kazake e nella loro relativa competizione.
4) Qual è l’attuale situazione all’interno delle cerchie di potere kazake?
Innanzitutto bisogna chiarire che ci troviamo di fronte ad un potere dove l’appartenenza familiare e clientelare in senso stretto, quasi noi potessimo immaginarcelo con forti connotazioni clanistiche (per questo parliamo di “cerchie”), è il fattore dominante rispetto la ripartizione del potere politico nei più alti livelli.
La cerchia della famiglia Nazarbayev è quella più influente, ovviamente.
Il ruolo non solo politico, ma anche da ciò che dall’egemonia politica nasce in questo genere di contesti, cioè anche “mitico” (ci si passi il termine seppur lievemente improprio), del presidente Nursultan Nazarbaev, quindi è di vitale importanza.
Il fatto che Nazarbayev sia ora in età avanzata e presenti una condizione di salute via via sempre più critica, ha avviato negli ultimi due anni varie riflessioni riguardo la successione, nonché ha prodotto varie preoccupazioni.
Una situazione che si è venuta a creare in quasi tutte le repubbliche centro asiatiche, che, a loro modo in maniera formalmente differente, stanno affrontando o hanno affrontato questa ineluttabile eventualità.
Come si può ben capire, la successione, in quello che di fatto si configura come un “regno”, seppur con le caratteristiche del XXI secolo, offre l’opportunità alle concorrenze interne per poter spuntare posizioni o, addirittura ribaltare il tavolo.
Pensiamo solamente che, durante l’insediamento di Tokayev, non tutti i piani di Nazarbayev sono andati in porto.
Quando Tokayev, dopo aver preso il posto indicatogli dall’ex presidente nomina Bakytzhan Sagintayev a capo della sua amministrazione presidenziale, Nazarbayev non si trova d’accordo, avendolo licenziato precedente dalla carica di primo ministro.
La preoccupazione del “vecchio regnante” deriva probabilmente dal fatto che, avendo pensato alla successione attraverso la nomina del nuovo presidente e la sua contemporanea presidenza del Consiglio di sicurezza, si rischia di formare una situazione in cui convivono due centri di potere.
Anche in questa situazione comunque Nazarbayev ha presidiato i rimanenti posti importanti delle istituzioni kazake, dando alla figlia Dariga la presidenza del senato (ruolo prima coperto da Tokayev), e promuovendo un uomo considerato da sempre fedelissimo alla sua cerchia, il generale maggiore Karim Massimov.
Arrivati a questo nome fermiamoci.
Si perché la cronaca del 5 gennaio ci riporta alla contingenza.
In questa data Tokayev fa arrestare Massimov, incolpandolo di favorire le operazioni che hanno portato all’assalto all’aeroporto di Almaty e di essere a conoscenza di campi di addestramento paramilitari dislocati sugli altipiani nel sud del paese.
Per ora la cronaca si ferma qui, e quindi non possiamo continuare se non ragionando per pure ipotesi.
Negli ambienti russi, e precisamente all’interno dell’agenzia stampa “Fergana”, si pensa che la rivolta armata sia partita da ordini che arrivano da personaggi imparentati con il presidente.
Infatti, come ha modo di dire il direttore dell’agenzia su una testata russa: “un esperto di paesi dell’Asia centrale ha pubblicato un articolo in cui sospettava che i nipoti del primo presidente del Kazakistan, Nursultan Nazarbayev, fossero coinvolti nei pogrom di Almaty. In particolare si tratta di Kairat Satybaldy, noto leader dei salafiti kazaki.
Va notato che i media avevano in precedenza sospettato che quest’uomo avesse costituito un’organizzazione clandestina radicale nel sud del Kazakistan, ma non c’erano prove dirette di ciò e gli stessi islamisti non hanno violato la legge. Ora, quando lo stesso presidente Tokayev parla di un attacco terroristico, Satybaldy, insieme ai suoi seguaci, è tra i primi sospettati.
Se vengo chiamato in tribunale, non sarò in alcun modo in grado di provare che i nipoti di Nursultan, in particolare Kairat Satybaldy, sono dietro i pogrom di Alma-Ata. Ma, se si pensa in modo logico, allora non c’è altra forza che possa organizzare tutto questo, né all’interno del paese, né al di fuori di esso.“
Conclusioni
Alla luce di questi fatti possiamo abbozzare qualche ipotesi.
Probabilmente, data la situazione venutasi a creare con la successione di poteri e la contingenza internazionale (più la pandemia) intensificatasi negli ultimi anni, Nazarbayev ha inevitabilmente aperto l’opportunità per le forze interne all’oligarchia kazaka per un cambio di potere.
Secondo certi analisti russi e asiatici, in Kazakistan attualmente vi sarebbe una sorta di trattativa per la famiglia Nazarbayev, dove Tokayev starebbe giocando come difensore.
Questo non esclude affatto affiliazioni esterne, siano esse occidentali o basate sulla affinità etnico-religiosa.
Fa pensare, a questo proposito, l’atteggiamento russo riguardo l’intervento avvenuto dopo la attivazione del protocollo del C.S.T.O.
Il giorno prima dell’invio delle truppe (che ricordiamo essere impiegate solamente per il presidio delle infrastrutture strategiche) gli organi ufficiali della federazione russa erano molto restii all’intervento che, come prima accennato, non conveniva dato il timing degli impegni internazionali.
Ma il giorno dopo, la documentazione offerta da Astana (o Nur Sultan) deve aver fatto cambiare idea repentinamente ai russi, segno che qualcosa di effettivamente preoccupante stava prendendo piede.
Fonte
10/01/2022
Kazakistan - La lotta dei lavoratori e i giochi di potere del capitale
L’attenzione mondiale è oggi necessariamente concentrata su Ginevra, per il vertice russo-americano sulle “garanzie di sicurezza”.
Sempre oggi, Vladimir Putin partecipa all’incontro-video dei Capi di stato del ODKB sulla situazione in Kazakhstan, a proposito della quale, ieri la Tass riportava le parole del Ministro degli interni, Erlan Turgumbaev: «Prosegue l’operazione antiterrorismo volta a ristabilire la legge e l’ordine nel Paese. La situazione si è stabilizzata in tutte le regioni».
Ancora più “rassicurante” il comunicato dell’ufficio stampa di Nursultan Nazarbaev, secondo cui l’ex Presidente «si trova in Kazakhstan (e non in Russia, Bielorussia o Cina). Nazarbaev stesso ha lasciato a Tokaev il proprio posto alla testa del Consiglio di sicurezza, che gli era stato assegnato a vita. Nazarbaev e Tokaev sono uniti come non mai e sono sempre stati dalla stessa parte della barricata».
Per la cronaca, Tokaev, con un atto di dubbia costituzionalità, ha sostituito Nazarbaev a capo del Consiglio di sicurezza a metà della settimana scorsa. Ma ora Nazarbaev sta con Tokaev.
Vi ricorda qualcosa? Esatto. Il 19 agosto 1991, la farsa di Gorbačëv “prigioniero” a Foros, i tre giorni del GKČP a Mosca, ecc. Poco probabile che sia andata davvero così anche in Kazakhstan, ma la sensazione di un déjà vu c’è.
In ogni caso, oggi come allora, a fare le spese di giochi al vertice saranno di nuovo le masse – con tutte le forze, vorremmo sbagliarci – e, a guadagnarci, i capitali interni e esteri; tra i secondi, chi più chi meno.
Proviamo dunque a fissare alcuni punti, tra le notizie disponibili in rete, mentre il dominio “.kz” di internet continua a essere oscurato.
Contropiano ha dato conto della posizione delle organizzazioni comuniste dell’ex URSS; ma si contano a decine, in tutto il mondo, prese di posizione dello stesso tenore, sia di partiti, che di sindacati o altre organizzazioni di massa. Così i comunisti austriaci, greci, messicani, ad esempio.
«Gli avvenimenti kazakhi costituiscono un esempio e una lezione. Rappresentano il preludio degli eventi che possono accadere in qualsiasi momento su tutto il territorio dell’ex Unione Sovietica: la situazione in Kazakhstan è tipica di ogni ex Repubblica sovietica. Differisce di molto qui, da noi, in Russia?», scrive Ivan Nikitčuk, presidente del RUSO (Scienziati russi di orientamento socialista), organizzazione fiancheggiatrice del KPRF.
Apprensione per la scomparsa, in strane circostanze, di diversi attivisti sindacali del settore energetico e petrolifero è stata espressa dalla Missione internazionale di monitoraggio dei diritti del lavoro in Asia centrale.
Il Büro euroasiatico della Federazione sindacale mondiale ha emesso un comunicato in cui si dice che il motivo delle proteste è chiaro: non si tratta di «forze terroristiche esterne, ma della politica antipopolare» del governo, mentre «l’aumento shock del prezzo del gas è servito solo da detonatore per un’esplosione di rabbia popolare».
Il Büro ritiene «inammissibile mescolare la lotta con le azioni di varie forze provocatorie, islamiste e nazionaliste. Questo metodo di organizzare pogrom e atrocità è usato dalla borghesia per screditare il movimento dei lavoratori in molti paesi del mondo».
A questo proposito, e riguardo alle migliaia di “terroristi” di cui ha parlato il Presidente kazakho Qosym-Žarmat Tokaev, più che naturale che, in mezzo alle manifestazioni degli operai e dei disoccupati, si inserissero elementi estranei alla protesta contro l’innalzamento dell’età pensionabile, l’inflazione, la vergognosa disuguaglianza sociale, la corruzione, insieme alle rivendicazioni dei collettivi di lavoro per aumenti salariali del 100%, ritiro dei licenziamenti, miglioramento delle condizioni di lavoro e libertà di attività sindacale, liberazione dei prigionieri politici e fine alla repressione.
Allo stesso tempo, è stata rilevata l’assenza di qualsiasi organizzazione, di piani prestabiliti e leader autorevoli, con armi distribuite a chicchessia: si sarebbe verificato se davvero ci fossero state migliaia e migliaia di terroristi addestrati?
In realtà, scrive il politologo del PCUS (una delle tante organizzazioni comuniste sorte subito dopo il 1991) Sergej Skvortsov, Nazarbaev ha distrutto ogni opposizione politica; «non ho dubbi che allo scoppio dei disordini, le autorità kazakhe abbiano deplorato l’assenza di un’opposizione autorevole in grado di controllare i manifestanti. E questa è una delle ragioni dei numerosi pogrom; si parla addirittura di criminali scarcerati per screditare le proteste».
Dmitrij Čërnyj, della Unione della Gioventù comunista russa, rileva varie “discrepanze” nelle versioni ufficiali sugli eventi. Tra l’altro, scrive che, di fatto, i prezzi del gas «sono stati alzati dagli imprenditori cinesi, che non controllano solo la “Mangistaumunaigaz”, e le proteste sono iniziate a Žanaozen, mentre i “terroristi” operavano lontano, a Alma-Ata e Astana! Cioè, ci si vorrebbe far credere che “Mangistaumunaigaz” e altre società minerarie avrebbero portato i terroristi in Kazakhstan, avrebbero aumentato i prezzi e organizzato un’esplosione sociale contro i loro partner?! Davvero, un sabotaggio del capitale cinese contro il Kazakhstan, mediato da estremisti islamici?».
In questo momento, sono in sciopero i lavoratori petroliferi delle regioni di Mangistau, Atyrau e Aktobe, e anche Karaganda, insieme a minatori e metalmeccanici della “Kazakhmys”, nella regione di Žezkazgan.
Tra le rivendicazioni, c’è anche quella della chiusura di tutte le “filiali” di società a capitale misto o prevalente di Cina, India e di paesi UE, dato che i capitali russi sono minoritari.
I “signori neofeudali” kazakhi, scrive Čërnyj, hanno aperto le porte del paese a qualsiasi capitale, regalando ai lavoratori uno sfruttamento diffuso nel saccheggio delle ricchezze nazionali.
In effetti, tra le domande ancora in attesa di risposta, c’è anche quella sulla iniziale indecisione delle forze di sicurezza kazakhe, sinora pilastro affidabile del regime, di fronte alle prime grosse manifestazioni, quasi che non avessero chiaro chi comandasse: il nuovo Presidente o il vecchio.
Tokaev ha allora ritenuto di non poter contare sull’esercito ed è ricorso all’aiuto esterno. Il nodo è però che il Trattato ODKB non prevede assistenza contro “nemici interni”, così che si è fatto ricorso alla tesi di proteste organizzate da USA, Occidente, o islamisti.
Ora, scrive ancora Skvortsov, gli eventi kazakhi avranno un «grave impatto sulla Russia. In primo luogo, mi riferisco all’introduzione delle truppe ODKB: alla vigilia dei colloqui russo-americani sulla sicurezza, Putin semplicemente non poteva non soddisfare la richiesta di Tokaev; in caso contrario, si sarebbe avuto che la Russia chiede di non schierare forze NATO in territori che essa stessa non è in grado di controllare». Anche se forze militari yankee, in Kazakhstan, ci sono, eccome.
Dunque, le forze russe del ODKB hanno preso sotto controllo vari obiettivi strategici – aeroporti, miniere di uranio, pozzi petroliferi, stazioni di pompaggio del gas, imprese chimiche, strade e condutture. Ma sono là per rimanere?
Il politologo russo Jurij Barančik ipotizza tre opzioni. Il ritiro delle forze del ODKB dopo la pacificazione delle rivolte, e il proseguimento della politica di Nazarbaev da parte di Tokaev, tesa a trasformare il Kazakhstan in una appendice di materie prime per l’Occidente, con l’ulteriore impoverimento e stratificazione della popolazione.
Nel caso Tokaev non riesca a reprimere la rivolta e la divisione tra le élite, si potrebbe assistere a una divisione del paese e al conseguente passaggio di nord e est sotto protettorato russo, con l’incognita sulla sorte dei grandi giacimenti petroliferi all’ovest.
Altro scenario: Tokaev viene a capo della rivolta, ma su sua richiesta le truppe ODKB rimangono a lungo nel paese; Tokaev inizia una serie di riforme economiche e socio-politiche; le multinazionali petrolifere occidentali rimangono nel paese, ma avviano “affari socialmente responsabili“, con parte significativa dei profitti che va allo sviluppo del paese. È credibile?
Vedremo. Sul momento, tornando allo scenario di una edizione kazakha della “Foros gorbačëviana”, avanzata da diversi osservatori che sembrano bellamente ignorare le manifestazioni dei lavoratori kazakhi, si insiste su un forte conflitto Tokaev-Nazarbaev, con l’ex presidente che aveva scommesso sull’Occidente, mentre, quello nuovo, sugli alleati della Unione economica euro-asiatica e del ODKB.
Si spiegherebbe così l’iniziale titubanza delle forze di sicurezza nella regione di Mangistau, subordinate al clan Nazarbaev, il quale, rendendosi conto che il potere sta scivolando nelle mani di Tokaev, decide di ricorrere al trucco gorbačëviano della “partenza per le vacanze a Foros”: si dà malato, scompare dai media, lasciando che siano i giovani del suo clan a giocare partita contro Tokaev. Se l’affare va in porto, il potere rimane in mano alla Famiglia.
Di fronte a tali giochi di vertice, la Gran Bretagna tenta di cavalcare l’onda e pescare in acque agitate: può darsi che funzioni. All’inizio Tokaev è in svantaggio e si stava quasi per assistere al trionfale “rientro da Foros” di Nazarbaev.
Questo, fino al 5 gennaio, quando Tokaev ha estromesso Nazarbaev dal Consiglio di sicurezza, ha rimosso alcuni vertici delle forze di polizia e ha poi fatto arrestare l’ex capo del Comitato per la sicurezza nazionale, Karim Masimov.
Quando le immagini di saccheggi e atrocità hanno fatto il giro del mondo, Tokaev è passato all’attacco, lanciando l’operazione “antiterroristica” e appellandosi ai partner del ODKB. Mentre le forze del ODKB prendevano il controllo degli “obiettivi sensibili”, le trattative andavano avanti.
La minaccia di essere trattati da terroristi ha messo all’angolo i diversi clan e si è arrivati all’accordo: colpevole di tutto è Masimov, la Famiglia Nazarbaev rimane sorvegliata speciale (per ora) in libertà.
Tokaev prende tutto il potere; Nazarbaev esce dalla “prigionia di Foros” e si assiste a una ri-allocazione degli asset con un ruolo molto più importante per Mosca e Pechino.
A proposito della Cina, The Global Times riferisce che il governo kazakho ha adottato misure per garantire la sicurezza delle aziende cinesi, anche se, finora, non ci sono state grosse ripercussioni sugli affari cinesi in Kazakhstan.
Nel 2021, il China Railway Express, che collega Cina e Europa, ha organizzato 15.000 convogli-container attraverso il paese: il 22% in più rispetto al 2020, con 1,46 milioni di TEU, ossia il 29% in più rispetto al 2020.
Tra il 2005 e il 2020, la Cina ha investito 19,2 miliardi di dollari nel Paese e nel 2023 dovrebbero essere completati 56 progetti per circa 24,5 miliardi di dollari. Nel 2013, il Kazakhstan aveva ceduto alla statale China National Petroleum Corp, per 5 miliardi di dollari, una partecipazione del 8,33% nel gigantesco giacimento petrolifero di Kashagan.
Secondo Barančik, la non interferenza e il distacco USA dimostrerebbero che la transizione di potere nel paese è pienamente controllata e il Kazakhstan si sta spostando dalla zona geopolitica “grigia” alla zona di influenza della Russia.
Rimane da dare uno sguardo al fattore turco, con cui Nazarbaev ha continuato a flirtare fino due anni fa. Ma di questo un’altra volta.
Per il momento, non resta che augurare ai lavoratori kazakhi di potersi presto dotare di organizzazioni di classe, che li orientino nella lotta contro il capitale, di casa e straniero, e facciano piazza pulita di ogni “teoria” volta a presentarli quali terroristi.
Fonte
Sempre oggi, Vladimir Putin partecipa all’incontro-video dei Capi di stato del ODKB sulla situazione in Kazakhstan, a proposito della quale, ieri la Tass riportava le parole del Ministro degli interni, Erlan Turgumbaev: «Prosegue l’operazione antiterrorismo volta a ristabilire la legge e l’ordine nel Paese. La situazione si è stabilizzata in tutte le regioni».
Ancora più “rassicurante” il comunicato dell’ufficio stampa di Nursultan Nazarbaev, secondo cui l’ex Presidente «si trova in Kazakhstan (e non in Russia, Bielorussia o Cina). Nazarbaev stesso ha lasciato a Tokaev il proprio posto alla testa del Consiglio di sicurezza, che gli era stato assegnato a vita. Nazarbaev e Tokaev sono uniti come non mai e sono sempre stati dalla stessa parte della barricata».
Per la cronaca, Tokaev, con un atto di dubbia costituzionalità, ha sostituito Nazarbaev a capo del Consiglio di sicurezza a metà della settimana scorsa. Ma ora Nazarbaev sta con Tokaev.
Vi ricorda qualcosa? Esatto. Il 19 agosto 1991, la farsa di Gorbačëv “prigioniero” a Foros, i tre giorni del GKČP a Mosca, ecc. Poco probabile che sia andata davvero così anche in Kazakhstan, ma la sensazione di un déjà vu c’è.
In ogni caso, oggi come allora, a fare le spese di giochi al vertice saranno di nuovo le masse – con tutte le forze, vorremmo sbagliarci – e, a guadagnarci, i capitali interni e esteri; tra i secondi, chi più chi meno.
Proviamo dunque a fissare alcuni punti, tra le notizie disponibili in rete, mentre il dominio “.kz” di internet continua a essere oscurato.
Contropiano ha dato conto della posizione delle organizzazioni comuniste dell’ex URSS; ma si contano a decine, in tutto il mondo, prese di posizione dello stesso tenore, sia di partiti, che di sindacati o altre organizzazioni di massa. Così i comunisti austriaci, greci, messicani, ad esempio.
«Gli avvenimenti kazakhi costituiscono un esempio e una lezione. Rappresentano il preludio degli eventi che possono accadere in qualsiasi momento su tutto il territorio dell’ex Unione Sovietica: la situazione in Kazakhstan è tipica di ogni ex Repubblica sovietica. Differisce di molto qui, da noi, in Russia?», scrive Ivan Nikitčuk, presidente del RUSO (Scienziati russi di orientamento socialista), organizzazione fiancheggiatrice del KPRF.
Apprensione per la scomparsa, in strane circostanze, di diversi attivisti sindacali del settore energetico e petrolifero è stata espressa dalla Missione internazionale di monitoraggio dei diritti del lavoro in Asia centrale.
Il Büro euroasiatico della Federazione sindacale mondiale ha emesso un comunicato in cui si dice che il motivo delle proteste è chiaro: non si tratta di «forze terroristiche esterne, ma della politica antipopolare» del governo, mentre «l’aumento shock del prezzo del gas è servito solo da detonatore per un’esplosione di rabbia popolare».
Il Büro ritiene «inammissibile mescolare la lotta con le azioni di varie forze provocatorie, islamiste e nazionaliste. Questo metodo di organizzare pogrom e atrocità è usato dalla borghesia per screditare il movimento dei lavoratori in molti paesi del mondo».
A questo proposito, e riguardo alle migliaia di “terroristi” di cui ha parlato il Presidente kazakho Qosym-Žarmat Tokaev, più che naturale che, in mezzo alle manifestazioni degli operai e dei disoccupati, si inserissero elementi estranei alla protesta contro l’innalzamento dell’età pensionabile, l’inflazione, la vergognosa disuguaglianza sociale, la corruzione, insieme alle rivendicazioni dei collettivi di lavoro per aumenti salariali del 100%, ritiro dei licenziamenti, miglioramento delle condizioni di lavoro e libertà di attività sindacale, liberazione dei prigionieri politici e fine alla repressione.
Allo stesso tempo, è stata rilevata l’assenza di qualsiasi organizzazione, di piani prestabiliti e leader autorevoli, con armi distribuite a chicchessia: si sarebbe verificato se davvero ci fossero state migliaia e migliaia di terroristi addestrati?
In realtà, scrive il politologo del PCUS (una delle tante organizzazioni comuniste sorte subito dopo il 1991) Sergej Skvortsov, Nazarbaev ha distrutto ogni opposizione politica; «non ho dubbi che allo scoppio dei disordini, le autorità kazakhe abbiano deplorato l’assenza di un’opposizione autorevole in grado di controllare i manifestanti. E questa è una delle ragioni dei numerosi pogrom; si parla addirittura di criminali scarcerati per screditare le proteste».
Dmitrij Čërnyj, della Unione della Gioventù comunista russa, rileva varie “discrepanze” nelle versioni ufficiali sugli eventi. Tra l’altro, scrive che, di fatto, i prezzi del gas «sono stati alzati dagli imprenditori cinesi, che non controllano solo la “Mangistaumunaigaz”, e le proteste sono iniziate a Žanaozen, mentre i “terroristi” operavano lontano, a Alma-Ata e Astana! Cioè, ci si vorrebbe far credere che “Mangistaumunaigaz” e altre società minerarie avrebbero portato i terroristi in Kazakhstan, avrebbero aumentato i prezzi e organizzato un’esplosione sociale contro i loro partner?! Davvero, un sabotaggio del capitale cinese contro il Kazakhstan, mediato da estremisti islamici?».
In questo momento, sono in sciopero i lavoratori petroliferi delle regioni di Mangistau, Atyrau e Aktobe, e anche Karaganda, insieme a minatori e metalmeccanici della “Kazakhmys”, nella regione di Žezkazgan.
Tra le rivendicazioni, c’è anche quella della chiusura di tutte le “filiali” di società a capitale misto o prevalente di Cina, India e di paesi UE, dato che i capitali russi sono minoritari.
I “signori neofeudali” kazakhi, scrive Čërnyj, hanno aperto le porte del paese a qualsiasi capitale, regalando ai lavoratori uno sfruttamento diffuso nel saccheggio delle ricchezze nazionali.
In effetti, tra le domande ancora in attesa di risposta, c’è anche quella sulla iniziale indecisione delle forze di sicurezza kazakhe, sinora pilastro affidabile del regime, di fronte alle prime grosse manifestazioni, quasi che non avessero chiaro chi comandasse: il nuovo Presidente o il vecchio.
Tokaev ha allora ritenuto di non poter contare sull’esercito ed è ricorso all’aiuto esterno. Il nodo è però che il Trattato ODKB non prevede assistenza contro “nemici interni”, così che si è fatto ricorso alla tesi di proteste organizzate da USA, Occidente, o islamisti.
Ora, scrive ancora Skvortsov, gli eventi kazakhi avranno un «grave impatto sulla Russia. In primo luogo, mi riferisco all’introduzione delle truppe ODKB: alla vigilia dei colloqui russo-americani sulla sicurezza, Putin semplicemente non poteva non soddisfare la richiesta di Tokaev; in caso contrario, si sarebbe avuto che la Russia chiede di non schierare forze NATO in territori che essa stessa non è in grado di controllare». Anche se forze militari yankee, in Kazakhstan, ci sono, eccome.
Dunque, le forze russe del ODKB hanno preso sotto controllo vari obiettivi strategici – aeroporti, miniere di uranio, pozzi petroliferi, stazioni di pompaggio del gas, imprese chimiche, strade e condutture. Ma sono là per rimanere?
Il politologo russo Jurij Barančik ipotizza tre opzioni. Il ritiro delle forze del ODKB dopo la pacificazione delle rivolte, e il proseguimento della politica di Nazarbaev da parte di Tokaev, tesa a trasformare il Kazakhstan in una appendice di materie prime per l’Occidente, con l’ulteriore impoverimento e stratificazione della popolazione.
Nel caso Tokaev non riesca a reprimere la rivolta e la divisione tra le élite, si potrebbe assistere a una divisione del paese e al conseguente passaggio di nord e est sotto protettorato russo, con l’incognita sulla sorte dei grandi giacimenti petroliferi all’ovest.
Altro scenario: Tokaev viene a capo della rivolta, ma su sua richiesta le truppe ODKB rimangono a lungo nel paese; Tokaev inizia una serie di riforme economiche e socio-politiche; le multinazionali petrolifere occidentali rimangono nel paese, ma avviano “affari socialmente responsabili“, con parte significativa dei profitti che va allo sviluppo del paese. È credibile?
Vedremo. Sul momento, tornando allo scenario di una edizione kazakha della “Foros gorbačëviana”, avanzata da diversi osservatori che sembrano bellamente ignorare le manifestazioni dei lavoratori kazakhi, si insiste su un forte conflitto Tokaev-Nazarbaev, con l’ex presidente che aveva scommesso sull’Occidente, mentre, quello nuovo, sugli alleati della Unione economica euro-asiatica e del ODKB.
Si spiegherebbe così l’iniziale titubanza delle forze di sicurezza nella regione di Mangistau, subordinate al clan Nazarbaev, il quale, rendendosi conto che il potere sta scivolando nelle mani di Tokaev, decide di ricorrere al trucco gorbačëviano della “partenza per le vacanze a Foros”: si dà malato, scompare dai media, lasciando che siano i giovani del suo clan a giocare partita contro Tokaev. Se l’affare va in porto, il potere rimane in mano alla Famiglia.
Di fronte a tali giochi di vertice, la Gran Bretagna tenta di cavalcare l’onda e pescare in acque agitate: può darsi che funzioni. All’inizio Tokaev è in svantaggio e si stava quasi per assistere al trionfale “rientro da Foros” di Nazarbaev.
Questo, fino al 5 gennaio, quando Tokaev ha estromesso Nazarbaev dal Consiglio di sicurezza, ha rimosso alcuni vertici delle forze di polizia e ha poi fatto arrestare l’ex capo del Comitato per la sicurezza nazionale, Karim Masimov.
Quando le immagini di saccheggi e atrocità hanno fatto il giro del mondo, Tokaev è passato all’attacco, lanciando l’operazione “antiterroristica” e appellandosi ai partner del ODKB. Mentre le forze del ODKB prendevano il controllo degli “obiettivi sensibili”, le trattative andavano avanti.
La minaccia di essere trattati da terroristi ha messo all’angolo i diversi clan e si è arrivati all’accordo: colpevole di tutto è Masimov, la Famiglia Nazarbaev rimane sorvegliata speciale (per ora) in libertà.
Tokaev prende tutto il potere; Nazarbaev esce dalla “prigionia di Foros” e si assiste a una ri-allocazione degli asset con un ruolo molto più importante per Mosca e Pechino.
A proposito della Cina, The Global Times riferisce che il governo kazakho ha adottato misure per garantire la sicurezza delle aziende cinesi, anche se, finora, non ci sono state grosse ripercussioni sugli affari cinesi in Kazakhstan.
Nel 2021, il China Railway Express, che collega Cina e Europa, ha organizzato 15.000 convogli-container attraverso il paese: il 22% in più rispetto al 2020, con 1,46 milioni di TEU, ossia il 29% in più rispetto al 2020.
Tra il 2005 e il 2020, la Cina ha investito 19,2 miliardi di dollari nel Paese e nel 2023 dovrebbero essere completati 56 progetti per circa 24,5 miliardi di dollari. Nel 2013, il Kazakhstan aveva ceduto alla statale China National Petroleum Corp, per 5 miliardi di dollari, una partecipazione del 8,33% nel gigantesco giacimento petrolifero di Kashagan.
Secondo Barančik, la non interferenza e il distacco USA dimostrerebbero che la transizione di potere nel paese è pienamente controllata e il Kazakhstan si sta spostando dalla zona geopolitica “grigia” alla zona di influenza della Russia.
Rimane da dare uno sguardo al fattore turco, con cui Nazarbaev ha continuato a flirtare fino due anni fa. Ma di questo un’altra volta.
Per il momento, non resta che augurare ai lavoratori kazakhi di potersi presto dotare di organizzazioni di classe, che li orientino nella lotta contro il capitale, di casa e straniero, e facciano piazza pulita di ogni “teoria” volta a presentarli quali terroristi.
Fonte
09/06/2016
Kazakhstan: cosa c’è dietro l’attacco islamista ad Aktobé?
Lutto nazionale oggi in Kazakhstan, in occasione dei funerali delle vittime dell’assalto, lo scorso 5 giugno, a una caserma della Guardia nazionale ad Aktobé, nel Kazakhstan nord-occidentale, che ha causato la morte di 20 persone (tra cui 13 assalitori, che hanno portato l’attacco al grido di “Allah Akbar”) e il ferimento di altre 38.
Già un mese fa, in occasione delle proteste di piazza a Atyrau, Aktobé, Semej, Žanaozen e Kyzylorda, legate alle modifiche al Codice fondiario, il perpetuo presidente kazakho Nursultan Nazarbaev aveva dichiarato che ogni tentativo di ripetere nel paese “gli avvenimenti ucraini”, sarebbe stato stroncato “nella maniera più dura”, accusando “nemici esterni” e “forze occidentali” di giocare la carta del nazionalismo. Ora, dopo l’attacco di Aktobé, Nazarbaev ha ripetuto che “gli atti terroristici sono stati organizzati da seguaci di correnti radicali pseudo-religiose che hanno ricevuto istruzioni dall’estero”. Al Comitato per la sicurezza nazionale hanno dichiarato che nel paese è stato sventato “un tentativo di colpo di stato”, organizzato dal miliardario Tokhtar Tuleshov, arrestato a gennaio e accusato anche di aver sponsorizzato le proteste per la riforma fondiaria, già pronte a fine 2015 e poi rinviate. Tuleshov sarebbe accusato in base all’art. 128 del Codice penale: “sospetto di reato criminale”.
Come che sia, è passato appena un mese dalle manifestazioni per le modifiche alla moratoria sulla vendite dei terreni, che l'apparentemente “tranquillo” Kazakhstan – la più estesa, dopo la Russia, tra le repubbliche ex sovietiche – è di nuovo sconvolto. Ancora ieri, nella stessa Aktobé, si era parlato di possibili attacchi a strutture scolastiche infantili, con quartieri messi praticamente in stato d’assedio in vista di presunte incursioni, dato che almeno sei degli attentatori del 5 giugno erano riusciti a sganciarsi. In tutta la provincia di Aktobè è in vigore il livello più critico, “rosso”, di pericolosità terroristica; mentre, sull’intero Kazakhstan, per i prossimi 40 giorni sarà in vigore il “codice giallo”, cioè il livello più basso – il livello intermedio è quello “arancione” – allorché si attende ancora la conferma sulla reale possibilità di atti terroristici.
Su politonline.ru, Denis Tukmakov scrive che gli avvenimenti di Aktobé potrebbero acuire in qualcuno sentimenti antirussi, della stessa matrice di un “complesso da vittima del colonialismo russo” così diffusa in Ucraina: della serie, “dall’epoca dell’Orda d’Oro fino a oggi, quanto di buono c’è stato lo abbiamo fatto noi; tutto il negativo ce lo ha portato Mosca”. E del pari degli ultimi due anni di storia ucraina: “Siamo pronti. Sia a cacciare Nazarbaev, sia alla rivoluzione nazionalista e voi russi col vostro sciovinismo fascista ci aiuterete”. E sullo sfondo di tali ragionamenti, scrive Tukmakov, scompare ogni pericolo della minaccia islamista.
Quindi, da un lato si parla di possibile attacco portato da simpatizzanti dell’Isis; da un altro di tentativo di colpo di stato, nella scia delle famigerate “rivoluzioni colorate” che hanno toccato buona parte delle ex repubbliche sovietiche dell’Asia centrale, del Caucaso, oltre all’Ucraina. Ma c’è anche chi nota come l’arresto di Tuleshov a gennaio e ora l’accusa di tentativo di golpe, mossa a una persona, quantomeno ufficialmente, legata agli ambienti moscoviti, possa raffreddare i rapporti col Cremlino, nonostante Vladimir Putin, in occasione del lutto nazionale, abbia espresso a Nazarbaev le proprie condoglianze.
Fatto sta che tutta una serie di altissimi funzionari civili e militari sono stati arrestati, sia ad Aktobé, che ad Almaty e nella capitale Astana, sospettati, come scrive Ca-News.kz, del tentativo di presa violenta del potere: tutti legati al “re della birra” Tokhtar Tuleshov, accusato, come detto, dell’organizzazione di “atti di destabilizzazione, con la creazione di focolai di tensione, organizzazione di azioni di protesta e disordini di massa, nel quadro dei quali egli contava di dar vita a un governo alternativo e cambiare la struttura statale”. Una faccenda tutta interna, dunque?
Ma chi è Tokhtar Tuleshov, proprietario della grossa fabbrica di birra “Shymkentpivo” e della casa di produzione “Shymkent Pictures” (Shymkent è una delle più grandi città del Kazakstan, vicinissima alla capitale uzbeka Tashkent)? Tra le altre attività economiche più in vista, la “Shymkentpivo” detiene il 50% delle azioni dell’uzbeka “Marvel Juice” e dal 2007 Tuleshov possiede il “Darkhan Group”, impresa di costruzioni e distributore in Uzbekistan della “Shymkentpivo”. Quando fu arrestato nel gennaio scorso l’accusa fu limitata a traffico di stupefacenti e finanziamento di un gruppo criminale. Dalla sua cerchia si parlò però, come ragione vera, dei suoi rapporti con la Russia; Tuleshov era infatti non solo membro del partito presidenziale “Nur Otan” (Sole della Patria), ma faceva anche parte del Centro russo di analisi delle minacce terroristiche ed era consigliere del presidente dell’Unione kazakha per i rapporti unitari con la Russia. Di più: Tuleshov era anche consulente della Duma russa per le questioni della collaborazione economica e delle organizzazioni regionali non governative.
A parte gli incarichi “politici”, Tuleshov è stato in stretti rapporti col vicepresidente dell’AIBA (Associazione internazionale boxe dilettantistica), l’uzbeko Gofur Rakhimov, considerato dal Ministero delle finanze USA uno dei capi del cartello criminale “Circolo della fratellanza” e leader del narcotraffico uzbeko. Nel 2009, la polizia kazakha aveva filmato l’arrivo di Rakhimov alla festa di compleanno di Tuleshov su una Rolls Royce con targa di Shymkent. Da fine anni 2000, comunque, Tuleshov aveva preso a intrecciare rapporti sempre più stretti con la Russia; nel 2012, su un blog di Pietroburgo, era comparsa un’intervista a Tuleshov, in cui questi lamentava una presunta “rimozione” artificiosa della lingua russa dalla vita quotidiana del Kazakhstan, pur continuando a vivere nel paese una grossa minoranza di popolazione di lingua russa. Nel 2013 Tuleshov ha pubblicato il volume “Integrazione euroasiatica. Costruzione del futuro”, in cui difende gli ideali della “integrazione euroasiatica”, anche a detrimento dell’autonomia di alcuni stati. Una serie di idee, insomma, non del tutto sgradite in alcuni ambienti moscoviti.
Che dunque quel “Allah Akbar” degli assalitori di Aktobé fosse in realtà una strana copertura per altre mire, esterne sì al Kazakhstan, ma non islamiste?
Fonte
Già un mese fa, in occasione delle proteste di piazza a Atyrau, Aktobé, Semej, Žanaozen e Kyzylorda, legate alle modifiche al Codice fondiario, il perpetuo presidente kazakho Nursultan Nazarbaev aveva dichiarato che ogni tentativo di ripetere nel paese “gli avvenimenti ucraini”, sarebbe stato stroncato “nella maniera più dura”, accusando “nemici esterni” e “forze occidentali” di giocare la carta del nazionalismo. Ora, dopo l’attacco di Aktobé, Nazarbaev ha ripetuto che “gli atti terroristici sono stati organizzati da seguaci di correnti radicali pseudo-religiose che hanno ricevuto istruzioni dall’estero”. Al Comitato per la sicurezza nazionale hanno dichiarato che nel paese è stato sventato “un tentativo di colpo di stato”, organizzato dal miliardario Tokhtar Tuleshov, arrestato a gennaio e accusato anche di aver sponsorizzato le proteste per la riforma fondiaria, già pronte a fine 2015 e poi rinviate. Tuleshov sarebbe accusato in base all’art. 128 del Codice penale: “sospetto di reato criminale”.
Come che sia, è passato appena un mese dalle manifestazioni per le modifiche alla moratoria sulla vendite dei terreni, che l'apparentemente “tranquillo” Kazakhstan – la più estesa, dopo la Russia, tra le repubbliche ex sovietiche – è di nuovo sconvolto. Ancora ieri, nella stessa Aktobé, si era parlato di possibili attacchi a strutture scolastiche infantili, con quartieri messi praticamente in stato d’assedio in vista di presunte incursioni, dato che almeno sei degli attentatori del 5 giugno erano riusciti a sganciarsi. In tutta la provincia di Aktobè è in vigore il livello più critico, “rosso”, di pericolosità terroristica; mentre, sull’intero Kazakhstan, per i prossimi 40 giorni sarà in vigore il “codice giallo”, cioè il livello più basso – il livello intermedio è quello “arancione” – allorché si attende ancora la conferma sulla reale possibilità di atti terroristici.
Su politonline.ru, Denis Tukmakov scrive che gli avvenimenti di Aktobé potrebbero acuire in qualcuno sentimenti antirussi, della stessa matrice di un “complesso da vittima del colonialismo russo” così diffusa in Ucraina: della serie, “dall’epoca dell’Orda d’Oro fino a oggi, quanto di buono c’è stato lo abbiamo fatto noi; tutto il negativo ce lo ha portato Mosca”. E del pari degli ultimi due anni di storia ucraina: “Siamo pronti. Sia a cacciare Nazarbaev, sia alla rivoluzione nazionalista e voi russi col vostro sciovinismo fascista ci aiuterete”. E sullo sfondo di tali ragionamenti, scrive Tukmakov, scompare ogni pericolo della minaccia islamista.
Quindi, da un lato si parla di possibile attacco portato da simpatizzanti dell’Isis; da un altro di tentativo di colpo di stato, nella scia delle famigerate “rivoluzioni colorate” che hanno toccato buona parte delle ex repubbliche sovietiche dell’Asia centrale, del Caucaso, oltre all’Ucraina. Ma c’è anche chi nota come l’arresto di Tuleshov a gennaio e ora l’accusa di tentativo di golpe, mossa a una persona, quantomeno ufficialmente, legata agli ambienti moscoviti, possa raffreddare i rapporti col Cremlino, nonostante Vladimir Putin, in occasione del lutto nazionale, abbia espresso a Nazarbaev le proprie condoglianze.
Fatto sta che tutta una serie di altissimi funzionari civili e militari sono stati arrestati, sia ad Aktobé, che ad Almaty e nella capitale Astana, sospettati, come scrive Ca-News.kz, del tentativo di presa violenta del potere: tutti legati al “re della birra” Tokhtar Tuleshov, accusato, come detto, dell’organizzazione di “atti di destabilizzazione, con la creazione di focolai di tensione, organizzazione di azioni di protesta e disordini di massa, nel quadro dei quali egli contava di dar vita a un governo alternativo e cambiare la struttura statale”. Una faccenda tutta interna, dunque?
Ma chi è Tokhtar Tuleshov, proprietario della grossa fabbrica di birra “Shymkentpivo” e della casa di produzione “Shymkent Pictures” (Shymkent è una delle più grandi città del Kazakstan, vicinissima alla capitale uzbeka Tashkent)? Tra le altre attività economiche più in vista, la “Shymkentpivo” detiene il 50% delle azioni dell’uzbeka “Marvel Juice” e dal 2007 Tuleshov possiede il “Darkhan Group”, impresa di costruzioni e distributore in Uzbekistan della “Shymkentpivo”. Quando fu arrestato nel gennaio scorso l’accusa fu limitata a traffico di stupefacenti e finanziamento di un gruppo criminale. Dalla sua cerchia si parlò però, come ragione vera, dei suoi rapporti con la Russia; Tuleshov era infatti non solo membro del partito presidenziale “Nur Otan” (Sole della Patria), ma faceva anche parte del Centro russo di analisi delle minacce terroristiche ed era consigliere del presidente dell’Unione kazakha per i rapporti unitari con la Russia. Di più: Tuleshov era anche consulente della Duma russa per le questioni della collaborazione economica e delle organizzazioni regionali non governative.
A parte gli incarichi “politici”, Tuleshov è stato in stretti rapporti col vicepresidente dell’AIBA (Associazione internazionale boxe dilettantistica), l’uzbeko Gofur Rakhimov, considerato dal Ministero delle finanze USA uno dei capi del cartello criminale “Circolo della fratellanza” e leader del narcotraffico uzbeko. Nel 2009, la polizia kazakha aveva filmato l’arrivo di Rakhimov alla festa di compleanno di Tuleshov su una Rolls Royce con targa di Shymkent. Da fine anni 2000, comunque, Tuleshov aveva preso a intrecciare rapporti sempre più stretti con la Russia; nel 2012, su un blog di Pietroburgo, era comparsa un’intervista a Tuleshov, in cui questi lamentava una presunta “rimozione” artificiosa della lingua russa dalla vita quotidiana del Kazakhstan, pur continuando a vivere nel paese una grossa minoranza di popolazione di lingua russa. Nel 2013 Tuleshov ha pubblicato il volume “Integrazione euroasiatica. Costruzione del futuro”, in cui difende gli ideali della “integrazione euroasiatica”, anche a detrimento dell’autonomia di alcuni stati. Una serie di idee, insomma, non del tutto sgradite in alcuni ambienti moscoviti.
Che dunque quel “Allah Akbar” degli assalitori di Aktobé fosse in realtà una strana copertura per altre mire, esterne sì al Kazakhstan, ma non islamiste?
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12/05/2016
“Scenario ucraino” per il Kazakistan?
Il perenne presidente kazako Nursultan Nazarbaev ha dichiarato nei giorni scorsi che ogni tentativo di ripetere nel paese “gli avvenimenti ucraini”, verrà stroncato “nella maniera più dura”. I kazaki, ha detto Nazarbaev, “non vogliono gli eventi ucraini; io lo so e contro coloro che li vogliono ripetere qui da noi, prenderemo misure rigorose. Che tutti lo sappiano; e dopo non venite a dire che non avevo avvertito”. Ora, scrive Pravda.ru, dato che Nazarbaev è al vertice del Kazakistan dal 1989, se deve incolpare qualcuno per la situazione creatasi, può farlo accusando solo se stesso. Ma quale è il nocciolo della disputa?
Lo scorso 5 maggio, nel corso di una riunione di governo, il presidente ha posto una moratoria sugli emendamenti al Codice fondiario (dovrebbe entrare in vigore il prossimo 1 luglio), che avrebbero permesso di dare in affitto terreni a cittadini stranieri per un periodo di 25 anni. Al termine della riunione di gabinetto, Nazarbaev ha “accolto le dimissioni volontarie” del Ministro per l’economia, Erbolat Dosaev, che aveva curato gli emendamenti al Codice e ha nominato una commissione che lo riveda. In tal modo, scrive Pravda.ru, Nazarbaev ha fatto capire che le recenti proteste di piazza a Atyrau, Aktobé, Semej, Žanaozen e Kyzylorda sarebbero state legate proprio alla questione della terra: i manifestanti, in particolare le associazioni dei piccoli e medi agricoltori, esprimevano il timore che la riforma fondiaria portasse a un accaparramento di terre da parte di imprenditori cinesi. Nazarbaev ha detto che se il popolo non vuole tali cambiamenti, significa che non sono necessari.
Ciononostante, lui stesso ha poi definito “provocatori” i partecipanti alle proteste e la TV di stato ha qualificato le manifestazioni come il risultato del lavorio di “nemici esterni”. Di fatto, osservano alcuni analisti locali, le recenti proteste sarebbero le più forti, dopo quelle dei lavoratori petroliferi nel 2011 e ad Astana si teme che, così come era avvenuto in Ucraina, “forze occidentali” possano sfruttarle, giocando la carta del nazionalismo. Quelle attuali, a parere del direttore dell’Istituto CSI (l’organismo che riunisce alcune delle ex Repubbliche sovietiche) Konstantin Zatulin, sarebbero anche più gravi di quelle di cinque anni fa e dovute anche alla difficile situazione economica generale, legata alla caduta dei prodotti energetici, una delle principali fonti d’entrata del Kazakistan.
“In tutta l’area postsovietica sono tuttora in corso processi di consolidamento delle forze ultraliberali e ultranazionaliste”, ha dichiarato a Pravda.ru l’analista dell’Istituto russo di ricerche strategiche, Dmitrij Aleksandrov. Si tratta di forze “ultraliberali che si attengono a visioni occidentali e forze nazionaliste che non hanno solo posizioni anti-russe, ma che esaltano anche la propria superiorità nazionale. La leadership del Kazakistan cerca di raggiungere un certo equilibrio, pur se i liberali e i nazionalisti, soprattutto nei circoli intellettuali, stanno cercando di promuovere con successo i propri punti di vista”. Vale a dire che, come ritiene la direttrice dell’Istituto migrazione nei paesi CSI, Aleksandra Dokučaeva, gli stati postsovietici tendono a costruire la propria indipendenza, come indipendenza dalla Russia.
E’ così che, sulle orme di Kiev, “il periodo durante il quale il Kazakistan ha fatto parte prima dell’impero russo e poi dell’Unione Sovietica, nei nuovi manuali di storia viene definito come periodo di oppressione nazionale” e però, a differenza di Kiev, la partecipazione alla Grande guerra patriottica viene valutata come partecipazione alla guerra per la liberazione dello stato. Tuttavia, continua Dokučaeva, “in Kazakistan sono cresciute già due generazioni che percepiscono la Russia come paese colonizzatore, ex impero e oppressore dei kazaki”. Non è un caso che, lo scorso 9 maggio, nella capitale kazaka, Astana, non si sia svolta nessuna parata militare ufficiale per celebrare la Vittoria e, parallelamente, Nursultan Nazarbaev fosse seduto accanto a Vladimir Putin sulla Piazza Rossa: una specie di “compromesso nazionale”, pare, a uso interno.
In effetti, alcuni fatti legati alla storia recente, come la cosiddetta “primavera crimeana” – l’indipendenza della penisola dall’Ucraina e la sua unione alla Russia – sembrerebbero aver attivizzato gli umori nazionalisti di molti kazaki. La storica presenza di moltissima popolazione russa (ma anche ucraina, a essere esatti) soprattutto nel nord del paese, parrebbe fornire materiale infiammabile a organizzazioni quali il Fondo Soros, l’USAID e varie ONG statunitensi, per nutrire l’ennesima “rivoluzione della dignità” (come fu definita la Euromajdan di Kiev) tra i circoli nazionalisti locali.
“La terra qui è un valore sacro”, dice il politologo kazako Eduard Poletaev, anche se, “in fin dei conti, quanto previsto dal Codice fondiario non sembra dare fondamento per preoccupazioni circa la completa svendita dei terreni a stranieri o a qualche ricchissimo kazako, senza che ne rimanga per gli strati più poveri della popolazione”. Dunque, le proteste per la terra, proprio sul terreno del nazionalismo, danno maggior agio di ritenerle un pretesto di destabilizzazione agitato da soggetti esterni. Come la mancata associazione alla UE in Ucraina, così ora l’adozione del Codice fondiario, secondo Polotaev, potrebbe ben essere sfruttato a dovere dalle forze interessate a destabilizzare il Kazakistan: in ambedue i casi, gli avvenimenti ruotano attorno a “documenti”. Per di più, il Codice era stato adottato già da diverso tempo, ma le proteste hanno preso il via solo ora: difficile, afferma Polotaev, non pensare a uno “scenario ucraino”.
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Lo scorso 5 maggio, nel corso di una riunione di governo, il presidente ha posto una moratoria sugli emendamenti al Codice fondiario (dovrebbe entrare in vigore il prossimo 1 luglio), che avrebbero permesso di dare in affitto terreni a cittadini stranieri per un periodo di 25 anni. Al termine della riunione di gabinetto, Nazarbaev ha “accolto le dimissioni volontarie” del Ministro per l’economia, Erbolat Dosaev, che aveva curato gli emendamenti al Codice e ha nominato una commissione che lo riveda. In tal modo, scrive Pravda.ru, Nazarbaev ha fatto capire che le recenti proteste di piazza a Atyrau, Aktobé, Semej, Žanaozen e Kyzylorda sarebbero state legate proprio alla questione della terra: i manifestanti, in particolare le associazioni dei piccoli e medi agricoltori, esprimevano il timore che la riforma fondiaria portasse a un accaparramento di terre da parte di imprenditori cinesi. Nazarbaev ha detto che se il popolo non vuole tali cambiamenti, significa che non sono necessari.
Ciononostante, lui stesso ha poi definito “provocatori” i partecipanti alle proteste e la TV di stato ha qualificato le manifestazioni come il risultato del lavorio di “nemici esterni”. Di fatto, osservano alcuni analisti locali, le recenti proteste sarebbero le più forti, dopo quelle dei lavoratori petroliferi nel 2011 e ad Astana si teme che, così come era avvenuto in Ucraina, “forze occidentali” possano sfruttarle, giocando la carta del nazionalismo. Quelle attuali, a parere del direttore dell’Istituto CSI (l’organismo che riunisce alcune delle ex Repubbliche sovietiche) Konstantin Zatulin, sarebbero anche più gravi di quelle di cinque anni fa e dovute anche alla difficile situazione economica generale, legata alla caduta dei prodotti energetici, una delle principali fonti d’entrata del Kazakistan.
“In tutta l’area postsovietica sono tuttora in corso processi di consolidamento delle forze ultraliberali e ultranazionaliste”, ha dichiarato a Pravda.ru l’analista dell’Istituto russo di ricerche strategiche, Dmitrij Aleksandrov. Si tratta di forze “ultraliberali che si attengono a visioni occidentali e forze nazionaliste che non hanno solo posizioni anti-russe, ma che esaltano anche la propria superiorità nazionale. La leadership del Kazakistan cerca di raggiungere un certo equilibrio, pur se i liberali e i nazionalisti, soprattutto nei circoli intellettuali, stanno cercando di promuovere con successo i propri punti di vista”. Vale a dire che, come ritiene la direttrice dell’Istituto migrazione nei paesi CSI, Aleksandra Dokučaeva, gli stati postsovietici tendono a costruire la propria indipendenza, come indipendenza dalla Russia.
E’ così che, sulle orme di Kiev, “il periodo durante il quale il Kazakistan ha fatto parte prima dell’impero russo e poi dell’Unione Sovietica, nei nuovi manuali di storia viene definito come periodo di oppressione nazionale” e però, a differenza di Kiev, la partecipazione alla Grande guerra patriottica viene valutata come partecipazione alla guerra per la liberazione dello stato. Tuttavia, continua Dokučaeva, “in Kazakistan sono cresciute già due generazioni che percepiscono la Russia come paese colonizzatore, ex impero e oppressore dei kazaki”. Non è un caso che, lo scorso 9 maggio, nella capitale kazaka, Astana, non si sia svolta nessuna parata militare ufficiale per celebrare la Vittoria e, parallelamente, Nursultan Nazarbaev fosse seduto accanto a Vladimir Putin sulla Piazza Rossa: una specie di “compromesso nazionale”, pare, a uso interno.
In effetti, alcuni fatti legati alla storia recente, come la cosiddetta “primavera crimeana” – l’indipendenza della penisola dall’Ucraina e la sua unione alla Russia – sembrerebbero aver attivizzato gli umori nazionalisti di molti kazaki. La storica presenza di moltissima popolazione russa (ma anche ucraina, a essere esatti) soprattutto nel nord del paese, parrebbe fornire materiale infiammabile a organizzazioni quali il Fondo Soros, l’USAID e varie ONG statunitensi, per nutrire l’ennesima “rivoluzione della dignità” (come fu definita la Euromajdan di Kiev) tra i circoli nazionalisti locali.
“La terra qui è un valore sacro”, dice il politologo kazako Eduard Poletaev, anche se, “in fin dei conti, quanto previsto dal Codice fondiario non sembra dare fondamento per preoccupazioni circa la completa svendita dei terreni a stranieri o a qualche ricchissimo kazako, senza che ne rimanga per gli strati più poveri della popolazione”. Dunque, le proteste per la terra, proprio sul terreno del nazionalismo, danno maggior agio di ritenerle un pretesto di destabilizzazione agitato da soggetti esterni. Come la mancata associazione alla UE in Ucraina, così ora l’adozione del Codice fondiario, secondo Polotaev, potrebbe ben essere sfruttato a dovere dalle forze interessate a destabilizzare il Kazakistan: in ambedue i casi, gli avvenimenti ruotano attorno a “documenti”. Per di più, il Codice era stato adottato già da diverso tempo, ma le proteste hanno preso il via solo ora: difficile, afferma Polotaev, non pensare a uno “scenario ucraino”.
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