Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
14/09/2011
13/09/2011
La Cina è sempre più vicina.
Ricordo che lo ripeteva frequentemente Enrico Bertolino a Glob - L'osceno del villaggio in oda su Rai3 qualche stagione fa.
Se già ai tempi suonava poco come battuta e molto più come infausto presagio, quella di Bertolino è divenuta un'ipotesi da sondare politicamente, come sta facendo in questi giorni l'ex superministro (viste le beghe milanesi) dell'economia Tremonti, ma andiamo con ordine:
"No" per la borsa, "ni" per l'economia reale. Se i mercati non credono che la Cina potrebbe salvare l'Italia dal default, si ipotizza tuttavia che l'appetibilità di alcuni nostri asset strategici potrebbe indurre il Dragone ad aprire i cordoni della borsa. È stato il Financial Times a dare la notizia di un primo abboccamento tra il ministro dell'Economia, Tremonti - l'uomo che in passato aveva lanciato il grido d'allarme contro lo "spauracchio Cina" - e il presidente della China Investment Corporation (Cic), Lou Jiwei. La Cic, ricordiamolo, è il principale fondo sovrano cinese. Nata nel 2007 e foraggiata con l'immensa liquidità cinese dovuta al surplus commerciale, ha attualmente un patrimonio di oltre 400 miliardi di dollari. È il portafoglio del Dragone e la longa manus di Pechino nell'acquisto di partecipazioni all'estero.
Bufala o no?
Cominciamo dai mercati. Niccolò Mancini, trader di Piazza Affari, non ha dubbi: "La reazione alla notizia che la Cina si comprerebbe parte del nostro debito è durata un quarto d'ora. Siamo partiti in positivo e alle 9.15 eravamo già sotto. È stata valutata una bufala anche perché si pensa che, se i cinesi volessero intervenire, prima che sul debito pubblico lo farebbero su aziende e banche, visto che alcune ormai vengono via a prezzo di saldo. L'altro segnale è stato lo spread, che ha superato i 400 punti attorno alle 10.00, il che significa che, a parità di scadenza, paghiamo gli interessi dei titoli di Stato il 4 per cento in più della Germania."
Paolo Manasse, docente di macroeconomia a Bologna e alla Bocconi di Milano, ritiene invece plausibile un interesse di Pechino di carattere sia strategico-geopolitico sia finanziario: "Investire al tasso di interesse che hanno i nostri titoli, se si scommette sulla solvibilità dello Stato, è un buon affare. Ma potrebbe soprattutto essere un investimento strategico, perché getterebbe le basi per un ingresso sia nelle banche sia nelle industrie italiane, con l'acquisto di partecipazioni azionarie. Anche se ci fossero problemi di solvibilità, la soluzione già attuata con i Paesi dell'America Latina e con la Grecia potrebbero essere i debt-for-equity-swap [scambio tra titoli di tipo diverso che consente la ristrutturazione del debito, ndr] tra titoli di Stato e azioni di imprese partecipate dallo Stato. Convertire debito pubblico in debito privato con partecipazione statale".
Quali sono le imprese italiane che potrebbero interessare alla Cina?
"Oltre a Eni ed Enel, di cui parlava il Financial Times, ci sarebbe Alitalia e poi le fondazioni bancarie partecipate dallo Stato. La Cina è soprattutto interessata all'energia, credo che una partecipazione di rilievo nell'Eni potrebbe essere appetibile". In tal modo - aggiungiamo - Pechino tornerebbe ad avere un certo peso in Libia senza colpo ferire. E tra le imprese possedute in tutto o in parte dallo Stato, non possiamo dimenticare le Ferrovie dello Stato - il governo cinese ha un debole per i treni - e la strategica (militarmente parlando) Finmeccanica.
Tornando ai mercati, cerchiamo di capire perché non restituisce fiducia l'ipotesi che l'economia che dispone di più liquidità al mondo metta una pezza alla voragine del nostro debito pubblico.
"Da oltre due mesi è chiaro che i mercati prendono di mira Berlusconi - sostiene Mancini - nonostante la stesura di quattro finanziarie. La sfiducia dei mercati è chiara, il problema è che in qualsiasi parte del mondo un governo ne avrebbe tratto le conseguenze; da noi, con una maggioranza a libro paga del premier, tirano avanti".
Cinesi o non cinesi, secondo l'operatore di Borsa il problema è quindi politico: "Le aste dei buoni del tesoro lanciano un altro segnale. Ieri il tasso dei Bot a un anno era del 4,15 per cento, oggi quello dei Btp a 5 anni è di 5,60. La situazione è insostenibile per un Paese con il nostro debito pubblico - 1900 miliardi - perché quei tassi d'interesse significano che la manovra l'hai già bruciata prima ancora di farla. Sono convinto invece che eventuali dimissioni di Berlusconi potrebbero tranquillamente valere 150 punti sullo spread e il 15 per cento sulla Borsa".
Fonte.
Il "bello" di questa situazione è trovarsi tra l'incudine di un mercato mai sazio nei confronti di un Paese che per sopravvivere cannibalizza se stesso, e il martello di una classe dirigente sfiduciata dagli ambienti finanziari occidentali (quelli che "comandano") probabilmente perché a tempo debito, si fece intima collaboratrice dell'altra sponda (Putin, Gheddafi e via discorrendo).
Nel mezzo, la popolazione disinformata e disinteressata, incapace di rendersi conto d'essere nuovamente vittima del consueto doppiogiochismo della politica italiana (quello che ci ha portato a saltare il fosso nelle due guerre mondiali e nell'attuale conflitto libico) ma soprattutto miope nei confronti di un futuro in cui saremo privati d'ogni sovranità sui beni del nostro paese, sempre ammesso che il vento non cambi ovviamente.
Se già ai tempi suonava poco come battuta e molto più come infausto presagio, quella di Bertolino è divenuta un'ipotesi da sondare politicamente, come sta facendo in questi giorni l'ex superministro (viste le beghe milanesi) dell'economia Tremonti, ma andiamo con ordine:
Pechino potrebbe comprare titoli di Stato per puntare alle imprese strategiche.
Ma forse non basterebbe lo stesso.
Bufala o no?
Cominciamo dai mercati. Niccolò Mancini, trader di Piazza Affari, non ha dubbi: "La reazione alla notizia che la Cina si comprerebbe parte del nostro debito è durata un quarto d'ora. Siamo partiti in positivo e alle 9.15 eravamo già sotto. È stata valutata una bufala anche perché si pensa che, se i cinesi volessero intervenire, prima che sul debito pubblico lo farebbero su aziende e banche, visto che alcune ormai vengono via a prezzo di saldo. L'altro segnale è stato lo spread, che ha superato i 400 punti attorno alle 10.00, il che significa che, a parità di scadenza, paghiamo gli interessi dei titoli di Stato il 4 per cento in più della Germania."
Paolo Manasse, docente di macroeconomia a Bologna e alla Bocconi di Milano, ritiene invece plausibile un interesse di Pechino di carattere sia strategico-geopolitico sia finanziario: "Investire al tasso di interesse che hanno i nostri titoli, se si scommette sulla solvibilità dello Stato, è un buon affare. Ma potrebbe soprattutto essere un investimento strategico, perché getterebbe le basi per un ingresso sia nelle banche sia nelle industrie italiane, con l'acquisto di partecipazioni azionarie. Anche se ci fossero problemi di solvibilità, la soluzione già attuata con i Paesi dell'America Latina e con la Grecia potrebbero essere i debt-for-equity-swap [scambio tra titoli di tipo diverso che consente la ristrutturazione del debito, ndr] tra titoli di Stato e azioni di imprese partecipate dallo Stato. Convertire debito pubblico in debito privato con partecipazione statale".
Quali sono le imprese italiane che potrebbero interessare alla Cina?
"Oltre a Eni ed Enel, di cui parlava il Financial Times, ci sarebbe Alitalia e poi le fondazioni bancarie partecipate dallo Stato. La Cina è soprattutto interessata all'energia, credo che una partecipazione di rilievo nell'Eni potrebbe essere appetibile". In tal modo - aggiungiamo - Pechino tornerebbe ad avere un certo peso in Libia senza colpo ferire. E tra le imprese possedute in tutto o in parte dallo Stato, non possiamo dimenticare le Ferrovie dello Stato - il governo cinese ha un debole per i treni - e la strategica (militarmente parlando) Finmeccanica.
Tornando ai mercati, cerchiamo di capire perché non restituisce fiducia l'ipotesi che l'economia che dispone di più liquidità al mondo metta una pezza alla voragine del nostro debito pubblico.
"Da oltre due mesi è chiaro che i mercati prendono di mira Berlusconi - sostiene Mancini - nonostante la stesura di quattro finanziarie. La sfiducia dei mercati è chiara, il problema è che in qualsiasi parte del mondo un governo ne avrebbe tratto le conseguenze; da noi, con una maggioranza a libro paga del premier, tirano avanti".
Cinesi o non cinesi, secondo l'operatore di Borsa il problema è quindi politico: "Le aste dei buoni del tesoro lanciano un altro segnale. Ieri il tasso dei Bot a un anno era del 4,15 per cento, oggi quello dei Btp a 5 anni è di 5,60. La situazione è insostenibile per un Paese con il nostro debito pubblico - 1900 miliardi - perché quei tassi d'interesse significano che la manovra l'hai già bruciata prima ancora di farla. Sono convinto invece che eventuali dimissioni di Berlusconi potrebbero tranquillamente valere 150 punti sullo spread e il 15 per cento sulla Borsa".
Fonte.
Il "bello" di questa situazione è trovarsi tra l'incudine di un mercato mai sazio nei confronti di un Paese che per sopravvivere cannibalizza se stesso, e il martello di una classe dirigente sfiduciata dagli ambienti finanziari occidentali (quelli che "comandano") probabilmente perché a tempo debito, si fece intima collaboratrice dell'altra sponda (Putin, Gheddafi e via discorrendo).
Nel mezzo, la popolazione disinformata e disinteressata, incapace di rendersi conto d'essere nuovamente vittima del consueto doppiogiochismo della politica italiana (quello che ci ha portato a saltare il fosso nelle due guerre mondiali e nell'attuale conflitto libico) ma soprattutto miope nei confronti di un futuro in cui saremo privati d'ogni sovranità sui beni del nostro paese, sempre ammesso che il vento non cambi ovviamente.
11/09/2011
Le guerre dell'11 settembre.
Com'era prevedibile, il decennale è stato ricordato con notevole fragore mediatico (il povero Allende, invece, continua a non filarselo nessuno). Tuttavia, a distanza di 10 anni, ho l'impressione che buona parte degli strepiti alla Oriana Fallaci inneggianti lo scontro di culture siano andati ampiamente stemperandosi.
Il merito, ovviamente, non sì ascrive al ripensamento degli avvenimenti che hanno condotto a quel disastro (nel cui merito, per fortuna, sì è imposto un notevole scetticismo circa la versione ufficiale dei fatti) ma al cocktail di guerra perenne al terrore con annesse spese militari faraoniche, che hanno in buona sostanza pigiato l'acceleratore sull'autodistruzione di quel capitalismo che un decennio prima sì pavoneggiava per essere rimasto intonso rispetto allo sgretolarsi del "sogno"comunista.
La morale di questi 10 anni sta quindi in una bella facciata presa dalla "civiltà" occidentale e probabilmente nella fine di una determinata concezione del mondo e dell'esistenza su questo Pianeta, che seppur embrionalmente inizia a manifestarsi ed è comunque palpabile ad ogni angolo di strada sotto forma di pessimismo e fastidio nei confronti di un decennio che ha smontano tutte le disillusioni maturate nel secondo dopoguerra.
Prima di iniziare il calcolo dei costi - in termini economici e di vite umane perse - delle guerre dell'ultimo decennio, l'editorialista del quotidiano britannico the Guardian Jason Burke si sforza di dare un nome alla serie di conflitti a catena scaturiti dall'attacco alle World Trade Center dell'11 settembre del 2001.
Nessuno dei combattenti della battaglia di Waterloo, argomenta Burke, era consapevole che Waterloo sarebbe stata associata alla fine di Napoleone, né tanto meno i soldati impegnati nella battaglia di Castillon del 1453 potevano immaginare che l'ultimo colpo sferrato agli inglesi avrebbe chiuso la guerra dei Cent'anni e spianato la strada al Rinascimento e all'epoca moderna. Così Burke, scrivendo sul Guardian, propone per i conflitti in corsi, tutti legati tra di essi e responsabili di un nuovo corso mondiale, il nome di "9/11 wars", le guerre dell'11 settembre.
Oltre che sui campi principali di Afghanistan, Pakistan e Iraq, questa guerra si combatte dal Sudan alle Seychelles, dalla Turchia al Tagikistan. Altri scenari preesistenti all'11 settembre, come in Algeria o in Libano, in Arabia Saudita, Yemen o Indonesia hanno preso le connotazioni di quel tipo di guerra, contrapponendo gli ideali occidentali agli inesauribili eserciti di al-Qaeda. Ma chi sta vincendo? Burke non vede un vincitore: al-Qaeda, tutto sommato, non ha raggiunto nessuno degli obiettivi che si era preposto. Non una rivolta totale dei musulmani contro l'occidente oppressore, né la creazione di nuovi califfati. E, soprattutto, il diverso approccio di Washington nei confronti del mondo islamico non è quello che speravano di ottenere gli uomini di Osama. Ciò non vuol dire che l'occidente abbia vinto, scrive ancora Burke, ma nemmeno che abbia perso. Fin qui il pensiero dell'opinionista e inviato in sud Asia è condivisibile.
Forse i governi occidentali stanno pareggiando questa partita ma, di sicuro, i loro cittadini hanno già perso. "La forza del terrorismo consiste nel creare una paura eccessiva rispetto alle minacce concrete", afferma Burke; ma a voler guardare bene chi ha veramente guadagnato, sfruttando la situazione, sono i palazzi del potere e la grande industria della guerra e della sicurezza. Hanno avuto gioco facile per stringere la morsa: ben volentieri abbiamo accettato che il bisogno della "sicurezza" prevalesse sulla nostra libertà e sul diritto alla riservatezza, ridotti, entrambe, ai minimi termini. Abbiamo perso anche dal punto di vista economico: la spesa militare, in costante crescita, non conosce battute d'arresto sottraendo risorse vitali ai meccanismi sociali del welfare. Si può pensare di tagliare sulle pensioni, sui sussidi, si può mortificare la sanità, l'istruzione, il mondo del lavoro. È assolutamente vietato, però, togliere un solo centesimo dai budget per guerre e armamenti, entrambi essenziali "per tenere lontano dalle nostre case e dalle nostre città i terroristi", come ama ripetere il ministro La Russa. Eccolo, un esempio eclatante di come "la forza del terrorismo" che consiste "nel creare una paura eccessiva rispetto alle minacce concrete", possa essere utilizzata da chi ci governa per portare avanti politiche spregiudicate a vantaggio di ristrette lobby d'affaristi e speculatori. (Per saperne di più si clicchi qui: 1, 2, 3)
A pagare il prezzo più alto, e su questo non si può non essere d'accordo con Burke, sono state le vittime e i famigliari delle vittime di questa guerra che dura da dieci anni. Le circa tremila vittime dell'attentato alle Torri gemelle, i 190 morti di Madrid (11 marzo 2004), i 52 di Londra (7 luglio 2005); le vittime di Falluja (senza contare gli effetti ancora devastanti per l'utilizzo di fosforo bianco e bombe all'uranio impoverito); dei 24 uomini, donne e bambini vittime della rappresaglia di Harditha per la morte di un sergente statunitense; degli oltre 14 mila civili afgani vittime di "bombe intelligenti", "effetti collaterali", droni imprecisi, ordigni rudimentali; le vittime dei grilletti facili dei contractors privati a Baghdad; i 9 mila morti in Pakistan, i 6.700 soldati della coalizione, i 12 mila poliziotti iracheni, i 3.000 soldati afgani, i 60 mila ribelli (Iraq, Afghanistan e Pakistan), i 1500 contractors privati. La lista stilata dal Guardian è, per stessa ammissione di Burke, ovviamente incompleta e con cifre sicuramente al ribasso di quelle reali. Non possiamo dimenticare, anche se vive, le vittime degli abusi di Bagram, di Abu Ghraib, di Guantanamo. E infine vanno aggiunte altre due vittime di questa guerra globale permanete: la dignità e la solidarietà umana.
Fonte.
Il merito, ovviamente, non sì ascrive al ripensamento degli avvenimenti che hanno condotto a quel disastro (nel cui merito, per fortuna, sì è imposto un notevole scetticismo circa la versione ufficiale dei fatti) ma al cocktail di guerra perenne al terrore con annesse spese militari faraoniche, che hanno in buona sostanza pigiato l'acceleratore sull'autodistruzione di quel capitalismo che un decennio prima sì pavoneggiava per essere rimasto intonso rispetto allo sgretolarsi del "sogno"comunista.
La morale di questi 10 anni sta quindi in una bella facciata presa dalla "civiltà" occidentale e probabilmente nella fine di una determinata concezione del mondo e dell'esistenza su questo Pianeta, che seppur embrionalmente inizia a manifestarsi ed è comunque palpabile ad ogni angolo di strada sotto forma di pessimismo e fastidio nei confronti di un decennio che ha smontano tutte le disillusioni maturate nel secondo dopoguerra.
Prima di iniziare il calcolo dei costi - in termini economici e di vite umane perse - delle guerre dell'ultimo decennio, l'editorialista del quotidiano britannico the Guardian Jason Burke si sforza di dare un nome alla serie di conflitti a catena scaturiti dall'attacco alle World Trade Center dell'11 settembre del 2001.
Oltre che sui campi principali di Afghanistan, Pakistan e Iraq, questa guerra si combatte dal Sudan alle Seychelles, dalla Turchia al Tagikistan. Altri scenari preesistenti all'11 settembre, come in Algeria o in Libano, in Arabia Saudita, Yemen o Indonesia hanno preso le connotazioni di quel tipo di guerra, contrapponendo gli ideali occidentali agli inesauribili eserciti di al-Qaeda. Ma chi sta vincendo? Burke non vede un vincitore: al-Qaeda, tutto sommato, non ha raggiunto nessuno degli obiettivi che si era preposto. Non una rivolta totale dei musulmani contro l'occidente oppressore, né la creazione di nuovi califfati. E, soprattutto, il diverso approccio di Washington nei confronti del mondo islamico non è quello che speravano di ottenere gli uomini di Osama. Ciò non vuol dire che l'occidente abbia vinto, scrive ancora Burke, ma nemmeno che abbia perso. Fin qui il pensiero dell'opinionista e inviato in sud Asia è condivisibile.
Fonte.
08/09/2011
Mamma li ciellini!
In prima battuta complimenti all'autore di questa mini inchiesta (ha fatto talmente bene il suo lavoro da candidarsi ad una probabile censura) confezionata veramente coi fiocchi!
In seconda istanza, a vedere sta gente schifosa, quasi rimpiango la P2 di Gelli.
Panama!
Navi militari italiane regalate a Panama.
Gli strani affari di Lavitola con Finmeccanica.
Silvio Berlusconi e il presidente di Panama, Ricardo Martinelli? Due amiconi, come no? Una volta, a Milano, Berlusconi chiese al collega di procuragli “qualche attrattiva locale” quando si fosse recato in visita dalle parti del Canale. E Martinelli, un miliardario (ramo supermercati) di origini toscane, appena può, non manca mai di rendere omaggio a quel simpaticone del premier italiano. Poi però c’è anche quell’altro italiano, Valter Lavitola, Valterino per gli amici, professione commerciante di pesce con la passione dei traffici internazionali. Lavitola è di casa a Palazzo Grazioli, ma va alla grande anche a Panama. Frequenta le stanze del potere, conosce il presidente Martinelli. Sarà un caso, e forse non c’è rapporto di parentela, ma il presidente dell’associazione degli italiani a Panama si chiama Arnolfo La Vitola.
Il gioco è fatto, allora. Parte la giostra degli affari. Tutto ruota attorno alla visita di Berlusconi a Panama del 30 giugno dell’anno scorso. È la prima volta che un capo di governo italiano mette piede da quelle parti. Martinelli, però, nel settembre 2009, due mesi dopo l’elezione a presidente, si era già scapicollato in Italia dall’amico Silvio. Così tocca ricambiare. Tra una cerimonia e l’altra si mettono le basi di un grande appalto che di lì a poco finirà in mani italiane. Tre aziende del gruppo Finmeccanica (Agusta Westland, Selex Sistemi e Telespazio) si aggiudicano una commessa da oltre 230 milioni di dollari (165 milioni di euro). Lavitola gioca la partita da protagonista. E ci mancherebbe. Ormai è diventato un fidato consigliere di Berlusconi. Con Martinelli non ci sono problemi. E perfino Finmeccanica gli ha fatto un contratto di consulenza. Da pagarsi sul conto di una società creata dalle parti di Panama, secondo quanto si capisce dalle intercettazioni telefoniche allegate dai pm di Napoli nella richiesta di arresto di Gianpaolo Tarantini e dello stesso Lavitola, al momento latitante.
Questo però è soltanto il primo atto di una vicenda più complessa. Berlusconi, come noto, è persona generosa. E Martinelli è un grande amico, un altro imprenditore costretto a bere l’amaro calice della politica. Detto, fatto: è pronto un bel regalo con destinazione Panama. Il governo decide di donare al Paese centroamericano ben sei navi da guerra, sei pattugliatori in forze alla Guardia costiera italiana. Ricapitoliamo: Finmeccanica aumenta il fatturato con la commessa siglata grazie anche ai buoni uffici di Lavitola. E a stretto giro di posta lo Stato italiano, cioè noi contribuenti, spedisce dall’altra parte dell’Oceano un gradito pacco dono sotto forma di navi. Tra altro il regalo berlusconiano vale almeno una cinquantina di milioni.
Ancora più sorprendenti, però, sono le modalità con cui il gentile omaggio all’amico Martinelli viene presentato in Parlamento. Come segnalato dal giornale online Linkiesta, la cessione dei sei pattugliatori è stata infatti inserita in due successivi decreti per il rifinanziamento delle missioni militari all’estero. A febbraio di quest’anno è passato il primo pacchetto di quattro navi. E in agosto, un mese fa, è arrivato il decreto per le altre due. Queste ultime erano state promesse in permuta al gruppo pubblico Fincantieri come parziale pagamento di una commessa per complessivi 125 milioni. In pratica il governo si era a suo tempo impegnato a pagare in natura una parte del prezzo per due imbarcazioni costruite dai cantieri navali di Stato. E invece no. Marcia indietro. Le navi vanno a Panama. Fincantieri verrà pagata cash.
Resta da capire che cosa c’entrino le missioni militari all’estero con Panama e i buoni rapporti con Martinelli. Di sicuro l’attivissimo Lavitola, tra una telefonata a Gianpi Tarantini e un’altra a Berlusconi, trovava il tempo di occuparsi anche degli affari della Marina. Nelle carte dell’inchiesta di Napoli, infatti, spunta anche una telefonata tra il nostro uomo a Panama, alias Valterino, e l’ammiraglio di squadra Alessandro Picchio, consigliere militare di Berlusconi. Da quello che si capisce, Lavitola chiama Picchio proprio per avere notizie sul provvedimento per le due navi da spedire a Panama. L’ammiraglio si schermisce, prende tempo, accampa qualche scusa. “Sto aspettando – dice – di vedere la bozza (del decreto, ndr) che ancora non è stata pubblicata”. Lavitola insiste, implacabile. “Comunque lei non mi può far sapere se per caso insorgono problemi nel prossimo preconsiglio?”, chiede l’amico personale di Berlusconi al militare in sevizio a Palazzo Chigi. Alla fine Picchio sbotta: “Se uno insiste troppo si crea l’effetto contrario”, dice al suo interlocutore, al quale, comunque, non manca di garantire il suo interessamento.
La telefonata porta la data del 27 maggio. Alla fine il decreto per il rifinanziamento delle missioni militari all’estero verrà approvato dal Consiglio dei ministri il 7 luglio successivo. Il via libera definitivo dalla Camera, con voto unanime di maggioranza e opposizione (Idv esclusa) arriva il 2 agosto. In tempi di crisi nera per il bilancio pubblico anche le spese per le missioni militari vengono tagliate per 120 milioni. Ma il governo riesce comunque a trovare 17 milioni per rimborsare Fincantieri. L’amico Martinelli, da Panama, sarà contento.
Fonte.
Politica da puttanieri proprio.
Vediamo di chiudere con qualcosa di meglio.
Gli strani affari di Lavitola con Finmeccanica.
Silvio Berlusconi e il presidente di Panama, Ricardo Martinelli? Due amiconi, come no? Una volta, a Milano, Berlusconi chiese al collega di procuragli “qualche attrattiva locale” quando si fosse recato in visita dalle parti del Canale. E Martinelli, un miliardario (ramo supermercati) di origini toscane, appena può, non manca mai di rendere omaggio a quel simpaticone del premier italiano. Poi però c’è anche quell’altro italiano, Valter Lavitola, Valterino per gli amici, professione commerciante di pesce con la passione dei traffici internazionali. Lavitola è di casa a Palazzo Grazioli, ma va alla grande anche a Panama. Frequenta le stanze del potere, conosce il presidente Martinelli. Sarà un caso, e forse non c’è rapporto di parentela, ma il presidente dell’associazione degli italiani a Panama si chiama Arnolfo La Vitola.
Il gioco è fatto, allora. Parte la giostra degli affari. Tutto ruota attorno alla visita di Berlusconi a Panama del 30 giugno dell’anno scorso. È la prima volta che un capo di governo italiano mette piede da quelle parti. Martinelli, però, nel settembre 2009, due mesi dopo l’elezione a presidente, si era già scapicollato in Italia dall’amico Silvio. Così tocca ricambiare. Tra una cerimonia e l’altra si mettono le basi di un grande appalto che di lì a poco finirà in mani italiane. Tre aziende del gruppo Finmeccanica (Agusta Westland, Selex Sistemi e Telespazio) si aggiudicano una commessa da oltre 230 milioni di dollari (165 milioni di euro). Lavitola gioca la partita da protagonista. E ci mancherebbe. Ormai è diventato un fidato consigliere di Berlusconi. Con Martinelli non ci sono problemi. E perfino Finmeccanica gli ha fatto un contratto di consulenza. Da pagarsi sul conto di una società creata dalle parti di Panama, secondo quanto si capisce dalle intercettazioni telefoniche allegate dai pm di Napoli nella richiesta di arresto di Gianpaolo Tarantini e dello stesso Lavitola, al momento latitante.
Questo però è soltanto il primo atto di una vicenda più complessa. Berlusconi, come noto, è persona generosa. E Martinelli è un grande amico, un altro imprenditore costretto a bere l’amaro calice della politica. Detto, fatto: è pronto un bel regalo con destinazione Panama. Il governo decide di donare al Paese centroamericano ben sei navi da guerra, sei pattugliatori in forze alla Guardia costiera italiana. Ricapitoliamo: Finmeccanica aumenta il fatturato con la commessa siglata grazie anche ai buoni uffici di Lavitola. E a stretto giro di posta lo Stato italiano, cioè noi contribuenti, spedisce dall’altra parte dell’Oceano un gradito pacco dono sotto forma di navi. Tra altro il regalo berlusconiano vale almeno una cinquantina di milioni.
Ancora più sorprendenti, però, sono le modalità con cui il gentile omaggio all’amico Martinelli viene presentato in Parlamento. Come segnalato dal giornale online Linkiesta, la cessione dei sei pattugliatori è stata infatti inserita in due successivi decreti per il rifinanziamento delle missioni militari all’estero. A febbraio di quest’anno è passato il primo pacchetto di quattro navi. E in agosto, un mese fa, è arrivato il decreto per le altre due. Queste ultime erano state promesse in permuta al gruppo pubblico Fincantieri come parziale pagamento di una commessa per complessivi 125 milioni. In pratica il governo si era a suo tempo impegnato a pagare in natura una parte del prezzo per due imbarcazioni costruite dai cantieri navali di Stato. E invece no. Marcia indietro. Le navi vanno a Panama. Fincantieri verrà pagata cash.
Resta da capire che cosa c’entrino le missioni militari all’estero con Panama e i buoni rapporti con Martinelli. Di sicuro l’attivissimo Lavitola, tra una telefonata a Gianpi Tarantini e un’altra a Berlusconi, trovava il tempo di occuparsi anche degli affari della Marina. Nelle carte dell’inchiesta di Napoli, infatti, spunta anche una telefonata tra il nostro uomo a Panama, alias Valterino, e l’ammiraglio di squadra Alessandro Picchio, consigliere militare di Berlusconi. Da quello che si capisce, Lavitola chiama Picchio proprio per avere notizie sul provvedimento per le due navi da spedire a Panama. L’ammiraglio si schermisce, prende tempo, accampa qualche scusa. “Sto aspettando – dice – di vedere la bozza (del decreto, ndr) che ancora non è stata pubblicata”. Lavitola insiste, implacabile. “Comunque lei non mi può far sapere se per caso insorgono problemi nel prossimo preconsiglio?”, chiede l’amico personale di Berlusconi al militare in sevizio a Palazzo Chigi. Alla fine Picchio sbotta: “Se uno insiste troppo si crea l’effetto contrario”, dice al suo interlocutore, al quale, comunque, non manca di garantire il suo interessamento.
La telefonata porta la data del 27 maggio. Alla fine il decreto per il rifinanziamento delle missioni militari all’estero verrà approvato dal Consiglio dei ministri il 7 luglio successivo. Il via libera definitivo dalla Camera, con voto unanime di maggioranza e opposizione (Idv esclusa) arriva il 2 agosto. In tempi di crisi nera per il bilancio pubblico anche le spese per le missioni militari vengono tagliate per 120 milioni. Ma il governo riesce comunque a trovare 17 milioni per rimborsare Fincantieri. L’amico Martinelli, da Panama, sarà contento.
Fonte.
Politica da puttanieri proprio.
Vediamo di chiudere con qualcosa di meglio.
07/09/2011
Detroit in rovina.
Il titolo tanto sintetico quanto eloquente proviene da una galleria fotografica in cui mi sono imbattuto bazzicando per la rete.
Incuriosito soprattutto dalla teatralità della Michigan Central Station, ho spulciato la storia della città musicalmente consegnata agli annali dai KISS, imbattendomi in un vero e proprio simbolo dei disastri che il processo industriale nel suo ciclo di vita (dallo "splendore" alla crisi) genera nell'ambiente urbano e nel tessuto sociale che lo popola, quando è gestito in maniera completamente dissennata e riqualificato secondo canoni altrettanto poco lungimiranti (vedasi il Renaissance Center).
La rete pullula di testimonianze in merito, vale comunque la pena piazzarne di seguito una, anche a caso.
A confronto con Detroit, le ex aree Falck di Sesto San Giovanni sembrano una località di villeggiatura. Per trovare qualcosa di degnamente (sì fa per dire) comparabile alla città del Michigan è necessario spostarsi nell'ex Unione Sovietica, per esempio a Chernobyl.
Incuriosito soprattutto dalla teatralità della Michigan Central Station, ho spulciato la storia della città musicalmente consegnata agli annali dai KISS, imbattendomi in un vero e proprio simbolo dei disastri che il processo industriale nel suo ciclo di vita (dallo "splendore" alla crisi) genera nell'ambiente urbano e nel tessuto sociale che lo popola, quando è gestito in maniera completamente dissennata e riqualificato secondo canoni altrettanto poco lungimiranti (vedasi il Renaissance Center).
La rete pullula di testimonianze in merito, vale comunque la pena piazzarne di seguito una, anche a caso.
A confronto con Detroit, le ex aree Falck di Sesto San Giovanni sembrano una località di villeggiatura. Per trovare qualcosa di degnamente (sì fa per dire) comparabile alla città del Michigan è necessario spostarsi nell'ex Unione Sovietica, per esempio a Chernobyl.
05/09/2011
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