Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

01/10/2023

La donna del lago (1965) - L. Bazzoni e F. Rossellini - Minirece

San Lorenzo e il laboratorio della gentrificazione

di Nazareno Galiè

A. Barile, B. Brollo, S. Gainsforth, R. Marchini, Dopo la gentrificazione. Un quartiere laboratorio dalla crisi economica all’abitare temporaneo, Derive Approdi 2023, 205 pp., 18€

Ci sono temi di cui molti parlano per sentito dire, ma che paradossalmente vengono raramente tematizzati e analizzati. Non è raro che chi abbia frequentato il quartiere di San Lorenzo, non un’evenienza inconsueta per chi vive a Roma, abbia costatato negli anni dei profondi cambiamenti. Non è difficile rendersi conto del degrado e del senso di incompiutezza che lascia attualmente percepire questo quartiere, che fino a non troppo tempo fa era caratterizzato da un’identità legata a particolari esperienze sociali, culturali (e) di militanza.

Adesso, queste caratteristiche sembrano essersi esaurite. San Lorenzo è sempre più disgregato, cioè non in grado di restituire un’immagine coesa di sé, e chi lo abita difficilmente lo fa con un progetto di lunga durata. Ciò che questo quartiere sta vivendo è una perdita di senso, di cui è arduo comprendere sia le cause che gli effetti. Per di più, nonostante il fatto che insista su un’area piuttosto ristretta, San Lorenzo non è un quartiere qualsiasi: è uno dei luoghi su cui si sono addensati movimenti e relazioni sociali, il cui sfumarsi segna una traiettoria, per certi aspetti inedita, della sua configurazione urbana.

Il merito di Dopo la gentrificazione: Un quartiere laboratorio dalla crisi economica all’abitare contemporanea, volume scritto da Alessandro Barile, Barbara Brollo, Sarah Gainsforth e Rossella Marchini, è proprio questo: aver dato un’interpretazione densa e coerente di questi cambiamenti. Si tratta di uno studio che, ovviamente, può essere ampliato ed esteso ad altre zone di Roma. Senonché si tratta di un primo tassello di quello che potrebbe diventare un ricco mosaico. Gli autori dei saggi presenti nel volume lavorano su categorie interpretative che rimandano a una vasta tradizione di studi critici dell’urbano, che hanno avuto per oggetto anche la città di Roma. Una di quelle è sicuramente il concetto di rendita come elemento trasformativo, nonché motore, sia delle dinamiche che del paesaggio urbano.

Esempio di gentrificazione incompiuta, ovvero fallita, come notano gli autori nell’Introduzione, «San Lorenzo sta diventando un quartiere per abitanti temporanei, che portano allo stravolgimento del tessuto residenziale ed economico» (p. 8). Su questo punto, cioè la temporaneità dell’abitare esacerbata dal fenomeno degli affitti a breve e brevissimo termine, insiste l’intero volume. Nondimeno, è Sarah Gainsforth, già autrice di un importante studio sulle trasformazioni generate dal capitalismo delle piattaforme digitali (Airbnb, città merce. Storie di resistenza alla gentrificazione digitale, Derive Approdi 2019), ad illustrare il tema dell’offerta di case a San Lorenzo. L’analisi del mercato immobiliare è stata da sempre un elemento importante degli studi urbani, senonché l’autrice rileva nell’«avvento di piattaforme digitali che intermediano domanda e offerta di case vacanze, nello specifico di Airbnb, e il conseguente profilare di affitti brevi turistici» (p. 105) il fenomeno più importante nella trasformazione socio-spaziale di San Lorenzo. Uno scarto qualitativo nei meccanismi di estrazione della rendita che spiega la polarizzazione e le accresciute diseguaglianze presenti nel quartiere.

Questa trasformazione si riflette nel tessuto produttivo di San Lorenzo che è cambiato nella misura in cui si è accresciuta la quota di residenti temporanei. Non si tratta, come si è accennato, degli studenti, che anche prima di questa nuova fase trasformativa avevano risieduto a San Lorenzo, ma di una nuova utenza che ha accentuato i caratteri di turistificazione di questa area. Come spiega Barile le attività lavorative restituiscono «un’immagine di un quartiere letteralmente invaso dall’offerta alimentare di molteplice livello. Si tratta di una vera e propria monocultura economica, che si appropria di ogni spazio lasciato libero dal resto dell’offerta commerciale incapace di resistere a una domanda monofunzionale e monodirezionale» (p. 71). San Lorenzo è quindi invaso da localini e pub notturni e l’offerta si riduce «sulla richiesta di pochi e selezionati bisogni, per di più connessi alle esigenze di una popolazione esogena, transitante non-residente» (Ibid.). Inoltre, l’autore spiega come San Lorenzo sia un caso studio importante dei processi di post-gentrificazione: una volta che questo processo ha termine, le relazioni sociali ed economiche preesistenti non vengono affatto ristabilite. A rimanere, in effetti, sono perlopiù le esternalità negative.

In precedenza, come ricostruisce il primo saggio presente nel volume scritto da Rossella Marchini, l’insediamento abitativo di San Lorenzo presentava tutt’altre caratteristiche, così come le attività produttive insediate nel quartiere. Sorto alla fine del XIX secolo nello spazio tra le Mura Aureliane e il cimitero del Verano, quest’area era ricca di attività artigianali e industriali, collegate anche al vicino scalo ferroviario. In questo saggio posto in apertura del volume viene ricostruita la storia di San Lorenzo, evidenziando la lunga durata alla base delle più recenti trasformazioni. Infatti, l’autrice coglie alcuni snodi che hanno profondamente agito sulla composizione socio-economica del quartiere: non si tratta infatti di una vicenda statica giacché l’abitare ha qui subito importanti trasformazioni «sotto la spinta della presenza dell’università». Infatti, «già a partire dalla seconda metà degli anni Sessanta e fino agli anni Novanta, il terziario diviene il settore fondamentale nell’economia del quartiere e sempre più consistente il numero dei lavoratori impiegati nei servizi, rappresentati a San Lorenzo non solo dai trasporti pubblici o dal vicino Policlinico Umberto I, ma anche e soprattutto dalla Sapienza» (p. 73). Ad ogni modo, l’autrice ricollega la vicenda di San Lorenzo all’attualità, segnata a fondo dall’ultimo piano regolatore regionale che ha ridato ampio margine ai privati per costruire sfruttando i rinnovati processi di valorizzazione legati ai flussi di capitale globali, di cui anche Roma, benché in misura minore rispetto ad altre città propriamente “globali”, è partecipe.

Nei saggi non mancano i casi concreti, come quello paradigmatico dell’ex Dogana, laddove un pregiato complesso di archeologia industriale risalente al XIX secolo, considerato di valore storico-culturale, è stato dapprima trasformato in un luogo di movida selezionata a pagamento e poi, dopo alcuni passaggi che ne hanno valorizzato il capitale simbolico, è stato completamente privatizzato e trasformato in una gated community per clienti facoltosi.

Infine, l’ultimo saggio scritto da Barbara Brollo ritorna sul tema dell’abitare temporaneo favorito, come si è detto, dalle piattaforme digitali e da forme inedite di mobilità. Come spiega l’autrice «Airbnb diventa uno strumento per promuovere a livello internazionale stanze e appartamenti in quartieri residenziali, finora estranei alle dinamiche turistiche. Se per i proprietari di casa può essere un’opportunità di guadagno, il rischio è che queste zone si svuotino di residenti a più lungo termine e subiscano i rischi e le trasformazioni che sono associate alla turistificazione» (p. 176).

Si tratta di un esito non scontato e di un processo che, a differenza di quello che afferma la vulgata corrente, non è stato affatto alimentato dalle scelte consapevoli degli abitanti dei quartieri e delle periferie storiche, come San Lorenzo. Uno dei pregi più grandi di Dopo la gentrificazione è infatti proprio quello di far luce sui quei meccanismi, a tratti impersonali, che modificano radicalmente gli spazi urbani, senza che la politica, ovvero quella che viene chiamata nel paradigma neoliberista la governance, si ponga il problema del senso dell’abitare.

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Lo scontro tra due fazioni del capitale

La banca centrale aumenta i tassi d’interesse, agendo in sostanza come una «scala mobile» dei capitalisti in posizione di credito

Quando Lagarde e gli altri banchieri centrali vi dicono che sono costretti ad alzare i tassi d’interesse per ridurre l’inflazione, vi raccontano bugie. Non sussiste infatti evidenza scientifica di relazioni stabili tra rialzo dei tassi e declino dei prezzi.

Gli economisti usano dire che il canale di trasmissione che va dall’uno all’altro è irto di ostacoli, persino contraddittorio. Basti notare che per molte aziende il tasso d’interesse rappresenta un costo, e quindi un suo aumento può tradursi non in una riduzione ma addirittura in un incremento dei prezzi.

L’unica eccezione documentata di un tangibile effetto antiinflazionistico è quando il rialzo dei tassi è così violento che l’economia subisce un vero e proprio crollo. Da ciò ovviamente scaturisce un boom della disoccupazione e quindi, a lungo andare, anche un declino dei salari e dei prezzi.

Ma questo, se ci pensiamo bene, somiglia un po’ allo strano caso in cui, per risolvere una lieve storta al piede, l’ortopedico ci propone di amputare la gamba. Se questa fosse davvero la ricetta antiinflazionistica della Bce, potremmo senza indugio definirla una «politica monetaria dell’orrore».

In effetti, dall’austriaco Holzmann all’olandese Knott, vari membri del direttorio di Francoforte non si vergognano di sostenere una tale visione “splatter” della politica monetaria: per loro, pur di abbattere i prezzi, ben venga una grande crisi! Ma al di sotto di questa sanguinolenta interpretazione di superficie, esiste un motivo più profondo per cui i banchieri centrali stanno continuando ad alzare i tassi d’interesse. Il loro vero proposito, infatti, non è di governare l’inflazione, ma di rimediare a essa.

Lo sguardo dei banchieri centrali è rivolto soprattutto ai danni che l’inflazione arreca ai capitalisti in posizione di credito. L’aumento dei prezzi riduce il valore reale dei rimborsi e degli interessi che i creditori si attendono dai loro debitori. Per compensare tali perdite, i creditori chiedono allora una politica monetaria di aumento dei tassi d’interesse. Chiaramente i debitori protestano, evocando il rischio di insolvenze di massa. Ma la voce dei creditori alla fine prevale: la banca centrale aumenta i tassi d’interesse, agendo in sostanza come una «scala mobile» dei capitalisti in posizione di credito.

Ecco dunque spiegata la continua disputa interna al direttorio della Bce. I media mainstream ce la presentano come una raffinata controversia tecnica tra chi intende combattere l’inflazione e chi vuole evitare la recessione. Ma la verità è che si tratta di un rude scontro politico tra due fazioni del capitale: quelli in posizione di debito che invocano tassi bassi e quelli in posizione di credito che li vogliono alti.

In questa lotta tra debitori e creditori, la collocazione dell’Italia è oggi meno scontata di un tempo. Da un lato, il nostro è un capitalismo assistito che vive di sgravi, sussidi e prebende, e che anche per questo accumula un ingente debito, privato e soprattutto pubblico. Dall’altro lato, però, questo paese ha attuato un’austerity così violenta da schiacciare i redditi interni e quindi anche le importazioni di merci dagli altri paesi, con la conseguenza che da qualche anno siamo diventati creditori netti verso l’estero.

Questa collocazione ibrida dell’Italia, tra credito estero e debito interno, aiuta anche a capire perché l’attuale governo sta manifestando qualche imbarazzo a prendere una posizione netta in tema di tassi d’interesse. Ovviamente, la critica nostrana ai continui rialzi dei tassi decisi dalla Bce non manca. Tuttavia, la voce della protesta italiana appare flebile, al di sotto di quel che ci si attenderebbe dal sedicente governo «anti-banche» di Meloni e soci.

Questa inattesa mitezza verso Lagarde si potrebbe spiegare con le consuete banalità, sostenendo che nel passaggio dall’opposizione al governo è richiesto un cambio di tono. Ma a ben vedere c’è di più. La condiscendenza verso la Bce potrebbe rivelare un cambio più strutturale, nella composizione di classe delle forze reazionarie al potere: la destra di lotta prospera se sostiene i debitori, la destra di governo sopravvive se si mette al servizio dei creditori.

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Guerra in Ucraina: mobilitati e auto-riformati

Vladimir Kličkò, ex campione del mondo di boxe, nonché fratello del sindaco di Kiev Vitalij Kličkò, ha dichiarato alla tedesca ZDF che non intende rispondere alla mobilitazione militare: «Non sono disposto a morire per il paese. Sono pronto a vivere per esso; e questo è molto più difficile che morire».

Sembra che la dichiarazione abbia avuto una discreta eco e che questo sia il pensiero di moltissimi ucraini in età di richiamo che se ne sono andati all’estero.

Le parole di Kličkò arrivano inoltre sullo sfondo delle sempre più numerose rese di interi reparti ucraini al fronte, motivate spesso con la constatazione che «i comandi ci sbattono in prima linea e così non ci lasciano altra scelta».

L’esternazione dell’ex pugile che, per la verità, trascorre la propria esistenza abbastanza tranquillamente tra Germania e Stati Uniti, ha peraltro anche un senso ben diverso e, soprattutto, nient’affatto “pacifista”, mentre fa supporre che l’unica rappresentazione del soldato russo annidata nella testa di Vladimir Kličkò scaturisca dalle immagini del discutibile ma famoso film di produzione USA-Gran Bretagna-Francia-Germania-Irlanda “Il nemico alle porte”.

Ecco cosa dice, riportato in forma un po’ più estesa, il fratello di un sindaco in passato oggetto costante delle frizzatine dei media russi per le ripetute uscite sgrammaticate, lapalissiane o illogicamente inquietanti.

«La domanda che si ripete sempre e in cui è racchiusa la differenza tra russi e ucraini è “sei disposto a morire per il tuo paese?”. È stata rivolta anche a me. Se hai in mano un AK o qualsiasi altra arma e ti spediscono al fronte… Dunque la differenza tra soldati russi e ucraini è questa: No, non sono disposto a morire per il paese. Sono pronto a vivere per il mio paese. Questo è più difficile che morire.

Mi hanno già raccontato questa storia, quando i soldati russi vanno avanti col fucile in mano, o senza. Essi muoiono, vengono uccisi, dopo di che vengono mandati all’attacco sempre nuovi soldati, di nuovo e ancora. Si deve comprendere che questa è un sentimento da schiavi, per come vengono trattati i soldati russi, come vengono mobilitati e poi, senza remore, vengono gettati al fronte.

Gli ucraini sono diversi. Siamo persone libere. Gli ucraini che sono al fronte non sono stati mobilitati. La maggior parte sono persone che hanno deciso volontariamente di andare al fronte. Ecco la differenza».

Ora, a parte la – a dir poco – imbarazzante ammissione di ritenersi, lui, una “persona libera” di starsene fuori dell’Ucraina e la raccapricciante sicurezza di una Ucraina “libera”, governata da una junta golpista inneggiante (e praticante il) al nazismo, i lettori di questo e altri giornali hanno sicuramente presenti le immagini di continui episodi di reclutamento “volontario” per le piazze e le strade ucraine e molti sanno, per esperienza, quanti giovani ucraini siano riusciti a spostarsi all’estero dal febbraio 2022.

In effetti, Kličkò afferma anche che «non tutti devono andare al fronte», poiché i soldati hanno bisogno di «un sostegno alle spalle», così che in molti fanno tesoro delle sue parole. Ha poi detto di esser stato (una volta) in prima linea «per fare impressione» e ha ammonito gli ucraini che ognuno di essi in età fino a 60 anni «prima o poi dovrà aspettarsi di andare in combattimento».

All’atto pratico, Kiev aveva avviato la mobilitazione degli uomini da 18 a 60 anni immediatamente dopo l’inizio delle operazioni di guerra nel febbraio 2022.

Secondo i piani, la mobilitazione avrebbe dovuto svolgersi per tappe: per primi, ex militari con esperienze di combattimento, che avessero servito per contratto o avessero preso parte all’aggressione al Donbass.

Sarebbe stata poi la volta di militari che avessero prestato servizio di leva prima del 2014. Con la terza tappa, si dovevano mobilitare i diplomati in materie militari, in qualità di ufficiali della riserva, e tutti coloro le cui età e condizioni fisiche lo consentissero.

Con la quarta tappa, possono essere chiamate tutte le cosiddette “riserve pubbliche”: cioè tutti i cittadini, senza riguardo a età e condizioni fisiche. Tanto più che appena poche settimane fa era apparsa la notizia secondo cui, data la crescente carenza di “carne da macello”, in fase di reclutamento Kiev intende abolire la categoria dei “rivedibili”, lasciando solamente quelle di “abile” e “riformato”.

Il tenente-colonello russo della riserva Roman Škurlatov ha dichiarato al settimanale Argumenty i Fakty che, così come Kličkò, ci sono tanti altri che sono disposti a vivere per l’Ucraina, però lontano da essa: le «parole di Kličkò suonano ciniche, sullo sfondo di ciò che accade in Ucraina: mobilitazione totale, prendono tutti; basta che uno cammini male, sieda male, si nasconda male e lo gettano nella fornace senza preparazione, senza che abbia alcun desiderio morale di difendere la cosiddetta propria patria».

È un fatto, afferma Škurlatov, che molti giovani e meno giovani non intendano combattere per l’Ucraina e la seconda parte della frase di Kličkò può benissimo essere cancellata: semplicemente, «essi vogliono vivere. Niente da dire: cinico, ma onesto».

A questo punto, difficile dire quale effetto abbiano ora le uscite “filosofeggianti” di Vladimir Kličkò; soprattutto adesso che nuove forze servono alla junta nazigolpista per eseguire gli ordini che arrivano da Washington e Londra per una nuova offensiva che dovrebbe iniziare già in ottobre, lungo le direttrici di Khersòn e Zaporože.

Secondo notizie diffuse dalla TASS su indiscrezioni dei Servizi, un grosso contingente di fanteria di marina sarebbe stato concentrato nella regione di Nikolaev, con l’obiettivo di passare il Dnepr. Allo stesso tempo Kiev (o i suoi “curatori” anglo-americani) prevedono di impossessarsi della centrale di Zaporože con l’azione di reparti speciali ucraini, addestrati appositamente da istruttori britannici.

Ora, nota Komsomol’skaja Pravda, sono proprio i britannici che, oltre a mostrare più russofobia degli stessi americani, addestrano di solito gli ucraini per le incursioni o per le operazioni subacquee.

Si ricorda un recente episodio, allorché un reparto speciale ucraino, sbarcato nell’area di Evpatorija, in Crimea, nelle vicinanze di un villaggio turistico, venne messo in fuga da un «ometto in costume da bagno, armato di un fucile da caccia».

Secondo il corrispondente del Times Max Tucker, erano stati proprio «i consiglieri militari britannici a programmare e controllare quella operazione. E non si trattava di qualche “volontario”, ma proprio di reparti speciali britannici, operanti in territorio ucraino».

Insomma, alle uscite dei pugili e dei coscritti ucraini possono ben adattarsi le parole dette nell’Iliade da Achille al re Priamo: «Gli dei filarono questo per i mortali infelici: vivere nell’amarezza; essi invece son senza pene».

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Esodo dal Nagorno-Karabakh

di Francesco Dall'Aglio

Stepanakert (Nagorno Karabakh o Artsakh se preferite) questa mattina. Quasi centomila persone, in pratica i due terzi della popolazione, hanno lasciato la regione. Non è una pulizia etnica, formalmente, perché se ne sono andati da soli e nessuno gli spara addosso per costringerli a farlo, ma il motivo della loro partenza è, credo, abbastanza chiaro.

L'arrivo in Armenia di centomila persone che hanno abbandonato ogni cosa, necessitano di tutto e non sono nelle migliori condizioni di spirito porterà ovviamente una serie di problemi enormi a un paese che ha meno di tre milioni di abitanti e non è, diciamo, una potenza economica. E porterà un bel po' di problemi politici a Pashinyan, perché è vero che il governo armeno sostiene che sia tutta colpa dei russi, ma buona parte del paese non ci crede. Soprattutto ci crede poco buona parte dei profughi, visto che in questi giorni sono stati sfamati, curati e protetti solo dai tanto vituperati peacekeeper russi e da qualche volontario internazionale.

Per il resto il conto è presto fatto.
Media occidentali che stanno seguendo la vicenda: zero.
Aiuti dell'Unione Europea: zero.
Aiuti degli USA: zero.
Aiuti dell'ONU: una missione di osservatori è arrivata OGGI nel Nagorno Karabakh. È composta da dodici (12) persone che dovranno "valutare le necessità" della popolazione locale, che come abbiamo detto in pratica non esiste più.

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Cina - Il governo pronto a intervenire per impedire il crollo di Evergrande

Giovedì 28 settembre Evergrande ha ottenuto la sospensione della contrattazione delle sue azioni alla borsa di Hong Kong.

Il giorno precedente, Bloomberg aveva pubblicato lo scoop del fermo di Xu Jiayin (Hui Ka Yan in cantonese), il presidente del colosso immobiliare cinese gravato da 327 miliardi di dollari di debito, e i titoli di proprietà di Evergrande avevano perso il 19% (il ribasso del valore ha toccato l’81% dalla ripresa della loro contrattazione a fine agosto, dopo 17 mesi di stop).

Sempre giovedì 28 Evergrande ha comunicato che Xu è sottoposto a “misure restrittive” perché «sospettato di aver commesso azioni illegali».

Di fatto, il fermo del sessantacinquenne che nel 1996 fondò Evergrande, a Guangzhou, segnala che il governo intende intervenire direttamente in una vicenda che rischia di avere ulteriori ripercussioni negative sull’economia e la finanza cinese.

Nei mesi scorsi Evergrande ha discusso un piano per ristrutturare il suo debito di 31,7 miliardi di dollari dovuti a creditori internazionali (offshore), proponendo soprattutto lo scambio dei vecchi titoli di debito con nuovi bond con scadenza più lunga, dai dieci ai 12 anni.

Ma, lo scorso fine settimana, Evergrande ha annunciato di non poter emettere nuove obbligazioni, a causa di un’inchiesta sulla sua principale unità cinese, Hengda Real Estate. Lunedì scorso Hengda Real Estate non è riuscita a rimborsare bond per 4 miliardi di yuan (547 milioni di dollari).

La Reuters ha anticipato che un gruppo di creditori internazionali, che detiene gran parte dei bond offshore, sarebbe pronto a unirsi all’istanza di liquidazione avanzata nel giugno 2022 da Shine Global, uno degli investitori in Evergrande, se quest’ultima non pubblicherà entro la fine di ottobre un piano di ristrutturazione del debito aggiornato.

Secondo Gary Ng, economista senior dell’Asia Pacifico presso Natixis: “Non è chiaro il motivo per cui Xu sia sotto sorveglianza della polizia, ma ciò potrebbe segnalare alcune negoziazioni richieste dal governo.

Gli ultimi sviluppi hanno interrotto la speranza di una ristrutturazione. Nessun costruttore è troppo grande per fallire in Cina, e quindi è difficile immaginare un piano di salvataggio completo. Tuttavia, quando si tratta di stabilità, è possibile vedere una maggiore influenza del governo in diversi modi”
.

Il mattone in Cina produce circa 1/4 del prodotto interno lordo. Per le sue dimensioni e i suoi legami con tanti settori economici e finanziari il crollo di Evergrande potrebbe rappresentare per Pechino una minaccia per il mantenimento della stabilità sociale.

Se la società fosse messa in liquidazione, con conseguente stop ai cantieri e vendita dei suoi asset, che ne sarebbe delle centinaia di migliaia di appartamenti pagati in anticipo, parte di 800 progetti non ancora completati da Evergrande in 200 città della Cina?

La crisi di Evergrande (come quella di altri grandi gruppi immobiliari cinesi, da Country Garden a Sino Ocean) è nata dall’insostenibilità di un modello di business basato su debiti continui per l’acquisto dei terreni edificabili e margini di profitto ridotti, che si è retto finché la richiesta di nuovi immobili ha continuato a crescere a ritmo ultra-accelerato, grazie alla combinazione di una serie di fattori: la mancanza di alternative di investimento per i risparmiatori cinesi; i massicci risparmi delle famiglie; i salari crescenti; l’urbanizzazione accelerata.

Questi ultimi due fattori si stanno progressivamente esaurendo, e le misure restrittive all’acquisto volute da Xi Jinping negli ultimi anni – riassunte nello slogan “gli appartamenti servono per viverci non per speculare” – hanno contribuito a deprimere ulteriormente il mercato.

Uno dopo l’altro i governi locali si stanno muovendo per implementare le misure “correttive” (mutui più facili e meno limiti all’acquisto di appartamenti) varate dal partito comunista l’estate scorsa. Basterà?

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L’inflazione dei padroni colpisce ancora

Da ormai diversi mesi si parla insistentemente di inflazione. Esperti e presunti tali ci spiegano quale sarebbe la loro soluzione ideale, mentre i governi che si susseguono, prima quello di Draghi e ora quello di Giorgia Meloni, elargiscono miserrime mancette, perseguendo al contempo un unico obiettivo: la difesa dei profitti. Al di là di questo rumore di fondo, però, l’inflazione è un fenomeno dannatamente concreto e materiale, con ripercussioni evidenti sulle condizioni materiali di lavoratrici e lavoratori.

Infatti, se da un lato essa può essere il sintomo di un elevato livello del conflitto di classe, nel quale la classe lavoratrice dimostra di avere la forza per proteggere il proprio salario dall’aumento dei prezzi o addirittura di essere capace di ottenere aumenti dei salari reali, dall’altro può avere ripercussioni drammatiche sulla distribuzione del reddito, erodendo in maniera significativa il salario reale, se l’aumento dei prezzi riguarda le merci o le materie prime importate e avviene in un contesto in cui il potere contrattuale dei lavoratori e la loro combattività risultano già erosi.

Il primo caso, quello in cui l’inflazione è la forma con cui il conflitto distributivo si palesa, può essere rintracciato in ciò che avvenne a cavallo tra gli anni ’60 e gli anni ’70 in Italia. Una classe lavoratrice agguerrita e fortemente sindacalizzata, protetta dal meccanismo della scala mobile, e, in un’economia che cresceva creando posti di lavoro, stava riuscendo non solo a mantenere inalterato il proprio salario reale, ma anche a farlo crescere, erodendo i profitti. In altre parole, l’aumento dei prezzi che i padroni riuscivano ad imporre non era tale da recuperare l’aumento dei salari monetari che i lavoratori erano riusciti a strappare nelle varie tornate di contrattazione: il risultato era una sostenuta dinamica dell’inflazione accompagnata da una crescita dei salari reali.

Questa dinamica riuscì a resistere alla prima crisi petrolifera e al conseguente aumento del costo dell’energia del 1973 ma dopo la seconda crisi energetica del 1979, iniziò una violenta fase di restaurazione del potere padronale, fatta di alta disoccupazione, riorganizzazione aziendale e progressivo smantellamento del meccanismo della scala mobile. Tra il 1960 e il 1979 infatti, con una crescita media dei salari nominali del 12% e dei prezzi pari all’8%, i salari reali erano cresciuti in media del 4,7% all’anno. Da allora, si ridusse l’inflazione, ma si ridusse drammaticamente anche il tasso di crescita dei salari nominali che non riuscirà più a tenere il passo dei prezzi. Infatti, i salari reali crebbero solo dello 0,5% tra 1980 e 2000, addirittura riducendosi dello 0,4% tra 2000 e 2020. Non a caso, l’Italia risulta l’unico paese OCSE in cui i salari reali si sono addirittura ridotti nei 30 anni tra il 1990 e il 2020.

L’attuale ondata inflazionistica giunge in un contesto drammaticamente diverso. Dagli anni ’80 si è assistito a una rapida e progressiva erosione della posizione contrattuale dei lavoratori. Complice il processo di integrazione europeo, liberalizzazioni e austerità sono state le pietre miliari attorno a cui si sono sviluppate le politiche nazionali, che hanno prodotto alta disoccupazione e basse tutele per i pochi fortunati che trovavano un lavoro. Così, alla vigilia della scintilla inflazionistica, l’Italia si trovava a fronteggiare l’11% di disoccupazione, una legislazione del lavoro martoriata da un ventennio di riforme che avevano imposto precarietà e povertà lavorativa.

In questo contesto, si assiste al repentino aumento del prezzo dei beni energetici, che triplicano tra il giugno del 2021 e il dicembre del 2022. In particolare, ad aumentare sono i prezzi dei beni energetici importati, la cui salita inizia già nel maggio del 2020 (con l’indice dei prezzi dei beni energetici importati pari a 103) e termina nel dicembre del 2022 (con lo stesso indice a un livello di 364). La conseguenza è un deciso aumento dei prezzi dei beni consumati dai lavoratori e dalle lavoratrici. L’indice dei prezzi dei beni al consumo (il cd. IPCA) inizia a crescere a un ritmo sempre più sostenuto, fino a raggiungere il picco nel dicembre del 2022, con un tasso di crescita di circa il 12%, per poi iniziare una progressiva discesa sino al 6,7% del giugno del 2023.

Risulta però assolutamente indispensabile sottolineare che il rallentamento della variazione dell’indice dei prezzi (vale a dire, dell’inflazione) non significa affatto che il livello dei prezzi si stia riducendo, ma soltanto che stia aumentando più lentamente e in maniera minore rispetto a prima.

Il risultato è che, se è vero come è vero che l’aumento dei salari nominali contrattati da lavoratori è inferiore all’aumento dei prezzi, i salari reali ne risultano drammaticamente ridotti tanto che il loro livello, alla fine del 2022 è ben inferiore a quello del 2018. Salari reali più bassi significa, banalmente, un minor numero di beni e servizi che i lavoratori sono in grado di consumare. Per essere ancora più espliciti significa che i consumatori possono consumare meno cibo, utilizzare meno mezzi di trasporto, comprare meno libri o accedere a un numero minore di cure specialistiche.

E i padroni? I padroni se la passano bene e sono riusciti quantomeno a scaricare sui prezzi l’intero aumento dei costi dei beni intermedi. Il risultato ne è stato un ulteriore aumento della quota dei profitti, vale a dire della parte del reddito nazionale di cui si appropriano i proprietari dei mezzi di produzione. Aumento che è stato particolarmente pronunciato nell’industria, trainato da ciò che stava accadendo nel settore dell’energia. Infatti, in soli 4 anni, la quota profitti nel settore industriale è passata dal 40% al 45% circa.

Ma vi è di più, mentre dopo dicembre del 2022 il ritmo di crescita dei prezzi inizia a rallentare, sembra che nell’economia Italiana si assista a un, seppur modesto, aumento dei mark-up nel settore dell’industria e anche nel sotto-settore manifatturiero. Il mark-up è una misura di profittabilità fornita dall’ISTAT e, detto in parole semplici, descrive di quanto è più alto il prezzo di vendita di un prodotto rispetto ai costi che devono essere sostenuti per produrlo. 

In un contesto quale quello che abbiamo osservato negli ultimi mesi, un aumento del mark-up significa che non solo le imprese stanno scaricando sulle famiglie l’intero peso dei maggiori costi di produzione (maggiori spese per l’energia e per le materie prime, per esempio), ma stanno aumentando i propri prezzi in misura ancora maggiore, approfittando della ‘scusa’ dell’aumento dei prezzi dei beni energetici e dintorni per rimpolpare i propri profitti

Ciò sta contribuendo a rallentare il ritmo della caduta dell’inflazione. Vale a dire che, se le imprese non avessero aumentato il mark-up, l’inflazione si sarebbe ridotta in maniera più marcata di quanto è effettivamente avvenuto. Ciò ci porta ad almeno due conclusioni. Da un lato, se ciò avvenisse, si avrebbe un più veloce recupero dei salari reali. Dall’altro lato, svela quanto sia ipocrita, pezzente e ingordo, l’atteggiamento dei padroni, non solo restii a concedere aumenti salariali, ma intenti addirittura a chiedere di essere rimborsati dallo Stato quando in uno dei pochi settori rimasti tutelati (quello metalmeccanico), sono stati costretti a concedere un aumento sostanzioso. Questo ci dimostra, se ce ne fosse bisogno, degli enormi margini presenti nell’economia per intaccare la distribuzione del reddito e spostarla a favore dei lavoratori.

Infine, il mancato rallentamento dell’inflazione fornisce un pretesto ulteriore alla BCE per continuare ad aumentare i tassi d’interesse e affamare lavoratrici e lavoratori anche tramite questo canale. Un tasso di inflazione ritenuto ancora troppo elevato rappresenta infatti il pretesto perfetto per continuare con politiche monetarie restrittive, che hanno lo scopo deliberato di provocare una recessione e un inevitabile aumento della disoccupazione.

Se il quadro dipinto è fosco, ha il pregio, perlomeno, di mostrare l’unica via d’uscita: per combattere l’inflazione basta combatterla, impedendo ai padroni di continuare ad aumentare i prezzi. Per farlo serve un intervento pubblico a livello centrale e locale, che sembra oggi improbabile, nonostante le sceneggiate del governo. Una mobilitazione generale sul tema del carovita e dei salari è l’unica strada da percorrere per imporre l’introduzione di tutte le misure necessarie.

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Scarcerato Khaled El Qaisi ma non può partire per l’Italia

Khaled El Qaisi è stato scarcerato. Lo hanno deciso i giudici israeliani della corte di Rishon Lezion. Lo studente italo-palestinese arrestato lo scorso 31 agosto al valico di Allenby, dovrà rimanere a Betlemme, pare presso uno zio che si è offerto come garante, e per almeno una settimana non potrà lasciare il Paese. Le indagini israeliane sul suo conto quindi non sono concluse e per la sua liberazione sarà pagata una cauzione, ha precisato la moglie Francesca Antinucci.

“Non si tratta di arresti domiciliari ma che fino all’8 ottobre c’è divieto di espatrio e obbligo di restare a disposizione delle autorità giudiziarie”, ha precisato Antinucci. I familiari ancora non riescono a contattare Khaled.

Il 31 agosto assieme alla moglie e al figlio Kamal di 4 anni, Khaled, al termine di un periodo di vacanza a Betlemme, stava attraversando il valico verso la Giordania diretto ad Amman da dove un paio di giorni dopo tutta la famiglia sarebbe rientrata a Roma. Al controllo bagagli fu improvvisamente ammanettato e portato via senza spiegazioni. Non si è mai saputo nulla sui motivi dell’arresto che restano oscuri.

“Accogliamo con ottimismo la decisione di scarcerare Khaled, che tuttavia resta per altri sette giorni a Betlemme, a disposizione delle autorità inquirenti israeliane. Speriamo che al termine di questi sette giorni, e dopo un mese di carcere senza sapere perché, questa storia finisca presto e bene. La mobilitazione di queste settimane è stata importante nel portare attenzione sulla storia di Khaled, ma dobbiamo continuare a fare pressioni, perché comunque le indagini andranno avanti. Ci auguriamo che presto Khaled possa tornare in Italia” scrive Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International.

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