Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
29/12/2025
A passi incerti e lenti verso una pace in Ucraina
L’incontro di Zelenskij con Trump a Mar-a-lago, ieri, ha fatto registrare qualche passaggio in avanti verso un “accordo di pace”. Questo, per lo meno, è stato affermato dai due presidenti.
È importante però capire che “l’accordo” riguarda per ora loro due, mentre “la pace” va fatta da tutto l’Occidente euro-atlantico con la Russia. E non è proprio la stessa cosa.
Se si deve dar retta alle dichiarazioni fatte in conferenza stampa – l’avanzamento della discussione tra Usa e Ucraina si vede anche da questo: l’ultima volta non c’era stata – tra i due è stata raggiunta un’intesa sulle questioni territoriali e le “garanzie di sicurezza”. Al 95% sulle prime, mentre sulle seconde – secondo Zelenskij – si sarebbe al 100%, solo al 95% secondo Trump. Segno che qualche problema c’è ancora, e presentarsi poi al tavolo con Putin con questa incertezza non sarebbe “produttivo”.
Sui territori i contorni della questione sono abbastanza chiari, grazie alla situazione sul campo di battaglia. Kiev rinuncia a pretendere la restituzione del Donbass e degli altri territori occupati (“liberati”, secondo la dizione russa), ma è riluttante a cedere le residue parti che ancora controlla (meno del 30% degli oblast di Donetsk, Kherson e Zhaporizha).
Sul punto Trump è stato quasi ironico: “Alcune di quelle terre sono forse in gioco, ma potrebbero essere prese nei prossimi mesi. E faresti meglio a fare un accordo ora”. Le notizie dal fronte non sono affatto buone per Kiev, e in diversi punti ci si attende un tracollo nelle prossime settimane...
Più vaga ancora la questione delle “garanzie di sicurezza”, che coinvolgerebbero anche gli europei – peraltro ascoltati solo per telefono – che hanno fin qui rappresentato un freno pericoloso per tutta la trattativa.
Zelenskij insiste ancora nel chiedere che l’accordo finale sia sottoposto a referendum popolare. Il che appare “giusto” dal punto di vista astratto, ma complicato da quello pratico. Anche perché per svolgerlo Kiev chiederebbe 60 giorni di tregua nei combattimenti, ma i “volenterosi” europei (Francia, Germania, Gran Bretagna e Polonia) non fanno mistero di voler sfruttare qualsiasi pausa per mandare proprie truppe in Ucraina.
Una mossa del genere sarebbe un fatale allargamento del conflitto, non certo la sua soluzione.
Conoscendo i suoi polli, il tycoon aveva sentito Putin prima dell’incontro con l’ex attore ucraino. Su quello che si sono detti l’unica fonte disponibile è Yuri Ushakov, assistente per la politica estera di Putin. La telefonata è stata un’iniziativa di Trump ed è durata un’ora e 15 minuti, si è svolta “in tono amichevole” e sia Putin che Trump pensano che l’Ucraina “debba prendere una decisione sul Donbass senza indugi”.
In particolare Ushakov ha insistito sul comune giudizio dei due presidenti secondo i quali una tregua temporanea per tenere il referendum “prolungherà solo il conflitto”.
Tutto è ancora molto in aria, come si vede, ma se non altro sembra che Kiev stia pian piano facendo il necessario bagno di realtà. Sono stati abbandonati i toni bellicosi, le pretese impossibili (la “vittoria” e il recupero di tutti i territori persi, peraltro abitati da russi fin dalla notte dei tempi), le smargiassate varie. Il mantra più battuto resta “Putin non vuole la pace” ogni volta che un’ondata di droni e missili riduce ancor più la capacità energetica del suo Paese, mentre si lanciano grida di giubilo quando si ottiene un pur piccolo successo.
Di sicuro sono molto più avventurosi Merz, Macron, Starmer e Tusk, che preparano tra loro un vertice dopo l’altro come se fossero loro a decidere quando e come si dovrà fare eventualmente la pace e quanto la Russia dovrà “pagare” per la ricostruzione. “Leaderini” senza altro peso che passate “glorie” coloniali e responsabilità – come paesi – di aver portato due volte l’Europa ad innescare una guerra mondiale. Ma così poco intelligenti da seguire una strada che può portare solo alla Terza. E ultima, probabilmente...
Malgrado loro, Zelensky e Trump hanno chiuso la conferenza stampa dicendo che altre negoziazioni si terranno a gennaio a Washington tra gli Stati Uniti e l’Ucraina per finalizzare i dettagli. Potrebbero esserci altri invitati, ma non certo per dettare altre condizioni.
Fermare questo contorto cammino ha del resto un solo esito possibile. Non proprio auspicabile...
Fonte
È importante però capire che “l’accordo” riguarda per ora loro due, mentre “la pace” va fatta da tutto l’Occidente euro-atlantico con la Russia. E non è proprio la stessa cosa.
Se si deve dar retta alle dichiarazioni fatte in conferenza stampa – l’avanzamento della discussione tra Usa e Ucraina si vede anche da questo: l’ultima volta non c’era stata – tra i due è stata raggiunta un’intesa sulle questioni territoriali e le “garanzie di sicurezza”. Al 95% sulle prime, mentre sulle seconde – secondo Zelenskij – si sarebbe al 100%, solo al 95% secondo Trump. Segno che qualche problema c’è ancora, e presentarsi poi al tavolo con Putin con questa incertezza non sarebbe “produttivo”.
Sui territori i contorni della questione sono abbastanza chiari, grazie alla situazione sul campo di battaglia. Kiev rinuncia a pretendere la restituzione del Donbass e degli altri territori occupati (“liberati”, secondo la dizione russa), ma è riluttante a cedere le residue parti che ancora controlla (meno del 30% degli oblast di Donetsk, Kherson e Zhaporizha).
Sul punto Trump è stato quasi ironico: “Alcune di quelle terre sono forse in gioco, ma potrebbero essere prese nei prossimi mesi. E faresti meglio a fare un accordo ora”. Le notizie dal fronte non sono affatto buone per Kiev, e in diversi punti ci si attende un tracollo nelle prossime settimane...
Più vaga ancora la questione delle “garanzie di sicurezza”, che coinvolgerebbero anche gli europei – peraltro ascoltati solo per telefono – che hanno fin qui rappresentato un freno pericoloso per tutta la trattativa.
Zelenskij insiste ancora nel chiedere che l’accordo finale sia sottoposto a referendum popolare. Il che appare “giusto” dal punto di vista astratto, ma complicato da quello pratico. Anche perché per svolgerlo Kiev chiederebbe 60 giorni di tregua nei combattimenti, ma i “volenterosi” europei (Francia, Germania, Gran Bretagna e Polonia) non fanno mistero di voler sfruttare qualsiasi pausa per mandare proprie truppe in Ucraina.
Una mossa del genere sarebbe un fatale allargamento del conflitto, non certo la sua soluzione.
Conoscendo i suoi polli, il tycoon aveva sentito Putin prima dell’incontro con l’ex attore ucraino. Su quello che si sono detti l’unica fonte disponibile è Yuri Ushakov, assistente per la politica estera di Putin. La telefonata è stata un’iniziativa di Trump ed è durata un’ora e 15 minuti, si è svolta “in tono amichevole” e sia Putin che Trump pensano che l’Ucraina “debba prendere una decisione sul Donbass senza indugi”.
In particolare Ushakov ha insistito sul comune giudizio dei due presidenti secondo i quali una tregua temporanea per tenere il referendum “prolungherà solo il conflitto”.
Tutto è ancora molto in aria, come si vede, ma se non altro sembra che Kiev stia pian piano facendo il necessario bagno di realtà. Sono stati abbandonati i toni bellicosi, le pretese impossibili (la “vittoria” e il recupero di tutti i territori persi, peraltro abitati da russi fin dalla notte dei tempi), le smargiassate varie. Il mantra più battuto resta “Putin non vuole la pace” ogni volta che un’ondata di droni e missili riduce ancor più la capacità energetica del suo Paese, mentre si lanciano grida di giubilo quando si ottiene un pur piccolo successo.
Di sicuro sono molto più avventurosi Merz, Macron, Starmer e Tusk, che preparano tra loro un vertice dopo l’altro come se fossero loro a decidere quando e come si dovrà fare eventualmente la pace e quanto la Russia dovrà “pagare” per la ricostruzione. “Leaderini” senza altro peso che passate “glorie” coloniali e responsabilità – come paesi – di aver portato due volte l’Europa ad innescare una guerra mondiale. Ma così poco intelligenti da seguire una strada che può portare solo alla Terza. E ultima, probabilmente...
Malgrado loro, Zelensky e Trump hanno chiuso la conferenza stampa dicendo che altre negoziazioni si terranno a gennaio a Washington tra gli Stati Uniti e l’Ucraina per finalizzare i dettagli. Potrebbero esserci altri invitati, ma non certo per dettare altre condizioni.
Fermare questo contorto cammino ha del resto un solo esito possibile. Non proprio auspicabile...
Fonte
Rapporto Legambiente: 15 miliardi al Ponte sullo Stretto, briciole ai pendolari
15 miliardi di euro per poco più di 3 km, contro 5,4 miliardi investiti nella realizzazione di 250 km di nuove linee tranviarie in 11 città italiane. Basta poco a riassumere le evidenze raccolte nella 20esima edizione del Rapporto Pendolaria di Legambiente: un pozzo senza fondo di soldi pubblici per una grande opera inutile, se non per gli speculatori, e le briciole per un trasporto locale su cui devono fare affidamento milioni di lavoratori.
I numeri del rapporto certificano una scelta politica precisa, quella del sottofinanziamento cronico del Fondo Nazionale Trasporti. “In valori assoluti – si legge sul sito di Legambiente – si è passati da 6,2 miliardi di euro nel 2009 a 4,9 miliardi nel 2020, con un lieve recupero a 5,18 miliardi nel 2024. Ma se si considera l’inflazione, il Fondo vale oggi il 35% in meno rispetto al 2009 e, senza interventi correttivi, nel 2026 la perdita salirà al 38%”.
Servirebbero altri 3 miliardi solo per tornare ai livelli di spesa reali di quindici anni fa. Il risultato è che nel 2024, ad esempio, hanno circolato 185 treni regionali in meno rispetto all’anno precedente. Il confronto col resto d’Europa è impietoso: in Italia le reti metropolitane si fermano a 271,7 km totali, contro i 680 km del Regno Unito, i 657 della Germania e i 620 della Spagna. Nel nostro paese si costruiscono appena 2,85 km di metro e 1,28 km di tranvie l’anno.
Un grande favore ai produttori di veicoli privati, a cui, con danno per l’ambiente e per la vivibilità delle città, è garantito un mercato sicuro, nonostante i prezzi ormai proibitivi. Inoltre, con la legge di bilancio 2026 la situazione peggiorerà: tra gli articoli della finanziaria di guerra c’è infatti la sottrazione di 425 milioni alla Metro C di Roma (tratta Piazzale Clodio–Farnesina), lo stop al prolungamento della M4 di Milano fino a Segrate, e il blocco del collegamento ferroviario Afragola–Napoli.
La carenza di servizi non è solo un disagio, ma trasforma il diritto alla mobilità in un fattore di esclusione sociale. Legambiente usa il concetto di transport poverty per spiegare che, in Italia, la spesa media per i trasporti incide per il 10,8% sul budget familiare, ben oltre la soglia sintomo di vulnerabilità economica del 6%, indicata dalla Commissione Europea.
Bisogna allora chiedere conto al governo, così come a quelli regionali, delle loro politiche antipopolari. Sostenere il trasporto pubblico significa sostenere la lotta alla crisi climatica, la salute dei cittadini e facilitare gli spostamenti dei lavoratori. Tre cose a cui, evidentemente, questo sistema pensa di poter rinunciare, al contrario dell’enorme speculazione del Ponte sullo Stretto.
Fonte
I numeri del rapporto certificano una scelta politica precisa, quella del sottofinanziamento cronico del Fondo Nazionale Trasporti. “In valori assoluti – si legge sul sito di Legambiente – si è passati da 6,2 miliardi di euro nel 2009 a 4,9 miliardi nel 2020, con un lieve recupero a 5,18 miliardi nel 2024. Ma se si considera l’inflazione, il Fondo vale oggi il 35% in meno rispetto al 2009 e, senza interventi correttivi, nel 2026 la perdita salirà al 38%”.
Servirebbero altri 3 miliardi solo per tornare ai livelli di spesa reali di quindici anni fa. Il risultato è che nel 2024, ad esempio, hanno circolato 185 treni regionali in meno rispetto all’anno precedente. Il confronto col resto d’Europa è impietoso: in Italia le reti metropolitane si fermano a 271,7 km totali, contro i 680 km del Regno Unito, i 657 della Germania e i 620 della Spagna. Nel nostro paese si costruiscono appena 2,85 km di metro e 1,28 km di tranvie l’anno.
Un grande favore ai produttori di veicoli privati, a cui, con danno per l’ambiente e per la vivibilità delle città, è garantito un mercato sicuro, nonostante i prezzi ormai proibitivi. Inoltre, con la legge di bilancio 2026 la situazione peggiorerà: tra gli articoli della finanziaria di guerra c’è infatti la sottrazione di 425 milioni alla Metro C di Roma (tratta Piazzale Clodio–Farnesina), lo stop al prolungamento della M4 di Milano fino a Segrate, e il blocco del collegamento ferroviario Afragola–Napoli.
La carenza di servizi non è solo un disagio, ma trasforma il diritto alla mobilità in un fattore di esclusione sociale. Legambiente usa il concetto di transport poverty per spiegare che, in Italia, la spesa media per i trasporti incide per il 10,8% sul budget familiare, ben oltre la soglia sintomo di vulnerabilità economica del 6%, indicata dalla Commissione Europea.
Bisogna allora chiedere conto al governo, così come a quelli regionali, delle loro politiche antipopolari. Sostenere il trasporto pubblico significa sostenere la lotta alla crisi climatica, la salute dei cittadini e facilitare gli spostamenti dei lavoratori. Tre cose a cui, evidentemente, questo sistema pensa di poter rinunciare, al contrario dell’enorme speculazione del Ponte sullo Stretto.
Fonte
La posta in gioco con l’arresto di Mohammed Hannoun
L’arresto di Mohammed Hannoun e degli altri palestinesi dell’Api e dell’Abspp è una montatura che deve e può essere smantellata. È indubbiamente un salto di qualità – atteso e prevedibile – della campagna tesa a disinnescare e depotenziare il vasto movimento di solidarietà che si è sviluppato in Italia con la lotta del popolo palestinese.
Era evidente la grande preoccupazione che avevano sollevato le enormi manifestazioni popolari e i ben due scioperi generali che hanno invocato un gigantesco “basta!” con ogni complicità dell’Italia con il genocidio avviato dalle autorità israeliane contro i palestinesi. Questa diffusa ondata di indignazione verso Israele andava smantellata, con ogni mezzo.
Da almeno tre mesi, sia in Israele che in Italia, le forze genocidiarie e i loro complici si erano messe al lavoro per agire con tutti i mezzi su quell’obiettivo.
I giornali di destra, spesso in combutta con gli apparati politici e mediatici israeliani, da tempo stavano martellando per ottenere questo risultato.
Ma andiamo a vedere le principali contraddizioni di questa indagine avviata dalla Procura nazionale antimafia e antiterrorismo con il beneplacito del governo.
a) Molta della documentazione utilizzata in questa ultima indagine proviene dagli apparati israeliani. Le inchieste fin qui effettuate dalla magistratura italiana in questi anni non avevano rilevato dei reati nelle attività di Hannoun e delle associazioni palestinesi.
Il movimento politico Hamas viene considerato come terrorista solo da Usa e Israele. Per l’Unione Europea lo sono infatti solo le Brigate al Qassam, cioè il braccio militare. Le Nazioni Unite, altri organismi internazionali (Corte Internazionale, Corte Penale) o 186 paesi del mondo su 195 non ritengono Hamas una organizzazione terrorista. Raccogliere fondi per le istituzioni pubbliche, ospedaliere o sociali e per le più svariate istituzioni del popolo palestinese a Gaza – anche se gestite da Hamas – va quindi ritenuto del tutto legittimo.
La torsione dell’indagine – e delle pressioni israeliane – era quella di dimostrare che gli aiuti che andavano a istituzioni riconducibili ad Hamas (movimento politico) finissero invece alle Brigate Al Qassam (ritenuto terrorista anche dalla Ue). Una linea sottile, sottilissima dunque.
Una linea che sembra essere stata varcata anche dalla dichiarazione rilasciata dal portavoce europeo di Al Fatah, Jamal Nazzal che di fatto legittima la montatura della magistratura e del governo italiano contro Hanoun e gli altri palestinesi, alimentando il legittimo sospetto che la visita alla festa della Meloni di Abu Mazen sia servita anche per dare il via libera all’operazione.
Essersi piegati alle campagne stampa della destra o alle pressioni israeliane significa che gli inquirenti hanno fatto proprie le valutazioni di entità straniere (Israele) facendole prevalere su quelle proprie.
b) Non è il primo caso. Anche nel processo contro Anaan Yaesh e altri due palestinesi, in corso a L’Aquila, sono state mosse accuse di terrorismo non sulla base di eventuali reati commessi in Italia ma su capi di accusa formulati dagli apparati israeliani per possibili azioni militari nei Territori Palestinesi occupati da Israele.
c) Questi due fattori pongono sul piatto un convitato di pietra: il mancato riconoscimento “politico” della questione palestinese che espone tutti i palestinesi all’accusa di terrorismo anche quando ricorrono al loro legittimo diritto alla resistenza – riconosciuto dall’ONU – contro una occupazione del loro territorio.
In questi anni abbiamo sottolineato spesso l’importanza che la questione palestinese non venisse ridotta a “questione umanitaria” ma venisse data priorità al riconoscimento politico della contraddizione. Non era una impuntatura.
Il fatto che i governi italiani neghino ancora il riconoscimento dello stato palestinese – e si limitino esclusivamente agli aiuti umanitari per “compensare” la loro complicità militare, economica, politica, ideologica con Israele – indubbiamente rende vulnerabili tutti i palestinesi nel nostro paese nell’esercizio delle loro attività di sostegno al popolo palestinese, alle sue organizzazioni, alle sue istituzioni.
d) Se i palestinesi venissero riconosciuti come soggetto politico, le accuse formulate cadrebbero come un castello di carte. Il mancato riconoscimento, in quanto entità non statale, li espone invece all’accusa di “terrorismo” anche quando esercitano il loro diritto alla resistenza in quanto popolo sottoposto all’occupazione israeliana, soprattutto se quest’ultima viene invece legittimata anche nella sua versione genocidiaria.
e) Queste considerazioni di fatto gettano sull’operazione che ha portato all’arresto di Mohammed Hannoun e degli altri palestinesi una luce fosca, un vulnus nella e della storia contemporanea di questo mondo. È una moltiplicazione legittimante la complicità con il genocidio di decine di migliaia di palestinesi a Gaza e in Cisgiordania di cui i governi occidentali sono corresponsabili, prima per non aver agito per impedirlo, poi per averlo assecondato, infine per essersi accaniti sulle vittime invece che sui carnefici.
Nessuno deve farsi intimidire da queste operazioni, nonostante il pesante clima che il governo e i sionisti stanno cercando di instaurare in un paese che sta rotolando sul piano inclinato della guerra. La “sinistra parlamentare” come al solito balbetta e non dovrebbe farlo. Non è il momento di abbassare la testa. Al contrario.
La mobilitazione che deve richiedere la liberazione di Hannoun e degli altri palestinesi arrestati in Italia è una mobilitazione che difende gli spazi di libertà nel nostro paese e quelli della giustizia a livello internazionale. Ma difende anche la dignità con cui potremo o meno presentarci alla storia.
Fonte
Era evidente la grande preoccupazione che avevano sollevato le enormi manifestazioni popolari e i ben due scioperi generali che hanno invocato un gigantesco “basta!” con ogni complicità dell’Italia con il genocidio avviato dalle autorità israeliane contro i palestinesi. Questa diffusa ondata di indignazione verso Israele andava smantellata, con ogni mezzo.
Da almeno tre mesi, sia in Israele che in Italia, le forze genocidiarie e i loro complici si erano messe al lavoro per agire con tutti i mezzi su quell’obiettivo.
I giornali di destra, spesso in combutta con gli apparati politici e mediatici israeliani, da tempo stavano martellando per ottenere questo risultato.
Ma andiamo a vedere le principali contraddizioni di questa indagine avviata dalla Procura nazionale antimafia e antiterrorismo con il beneplacito del governo.
a) Molta della documentazione utilizzata in questa ultima indagine proviene dagli apparati israeliani. Le inchieste fin qui effettuate dalla magistratura italiana in questi anni non avevano rilevato dei reati nelle attività di Hannoun e delle associazioni palestinesi.
Il movimento politico Hamas viene considerato come terrorista solo da Usa e Israele. Per l’Unione Europea lo sono infatti solo le Brigate al Qassam, cioè il braccio militare. Le Nazioni Unite, altri organismi internazionali (Corte Internazionale, Corte Penale) o 186 paesi del mondo su 195 non ritengono Hamas una organizzazione terrorista. Raccogliere fondi per le istituzioni pubbliche, ospedaliere o sociali e per le più svariate istituzioni del popolo palestinese a Gaza – anche se gestite da Hamas – va quindi ritenuto del tutto legittimo.
La torsione dell’indagine – e delle pressioni israeliane – era quella di dimostrare che gli aiuti che andavano a istituzioni riconducibili ad Hamas (movimento politico) finissero invece alle Brigate Al Qassam (ritenuto terrorista anche dalla Ue). Una linea sottile, sottilissima dunque.
Una linea che sembra essere stata varcata anche dalla dichiarazione rilasciata dal portavoce europeo di Al Fatah, Jamal Nazzal che di fatto legittima la montatura della magistratura e del governo italiano contro Hanoun e gli altri palestinesi, alimentando il legittimo sospetto che la visita alla festa della Meloni di Abu Mazen sia servita anche per dare il via libera all’operazione.
Essersi piegati alle campagne stampa della destra o alle pressioni israeliane significa che gli inquirenti hanno fatto proprie le valutazioni di entità straniere (Israele) facendole prevalere su quelle proprie.
b) Non è il primo caso. Anche nel processo contro Anaan Yaesh e altri due palestinesi, in corso a L’Aquila, sono state mosse accuse di terrorismo non sulla base di eventuali reati commessi in Italia ma su capi di accusa formulati dagli apparati israeliani per possibili azioni militari nei Territori Palestinesi occupati da Israele.
c) Questi due fattori pongono sul piatto un convitato di pietra: il mancato riconoscimento “politico” della questione palestinese che espone tutti i palestinesi all’accusa di terrorismo anche quando ricorrono al loro legittimo diritto alla resistenza – riconosciuto dall’ONU – contro una occupazione del loro territorio.
In questi anni abbiamo sottolineato spesso l’importanza che la questione palestinese non venisse ridotta a “questione umanitaria” ma venisse data priorità al riconoscimento politico della contraddizione. Non era una impuntatura.
Il fatto che i governi italiani neghino ancora il riconoscimento dello stato palestinese – e si limitino esclusivamente agli aiuti umanitari per “compensare” la loro complicità militare, economica, politica, ideologica con Israele – indubbiamente rende vulnerabili tutti i palestinesi nel nostro paese nell’esercizio delle loro attività di sostegno al popolo palestinese, alle sue organizzazioni, alle sue istituzioni.
d) Se i palestinesi venissero riconosciuti come soggetto politico, le accuse formulate cadrebbero come un castello di carte. Il mancato riconoscimento, in quanto entità non statale, li espone invece all’accusa di “terrorismo” anche quando esercitano il loro diritto alla resistenza in quanto popolo sottoposto all’occupazione israeliana, soprattutto se quest’ultima viene invece legittimata anche nella sua versione genocidiaria.
e) Queste considerazioni di fatto gettano sull’operazione che ha portato all’arresto di Mohammed Hannoun e degli altri palestinesi una luce fosca, un vulnus nella e della storia contemporanea di questo mondo. È una moltiplicazione legittimante la complicità con il genocidio di decine di migliaia di palestinesi a Gaza e in Cisgiordania di cui i governi occidentali sono corresponsabili, prima per non aver agito per impedirlo, poi per averlo assecondato, infine per essersi accaniti sulle vittime invece che sui carnefici.
Nessuno deve farsi intimidire da queste operazioni, nonostante il pesante clima che il governo e i sionisti stanno cercando di instaurare in un paese che sta rotolando sul piano inclinato della guerra. La “sinistra parlamentare” come al solito balbetta e non dovrebbe farlo. Non è il momento di abbassare la testa. Al contrario.
La mobilitazione che deve richiedere la liberazione di Hannoun e degli altri palestinesi arrestati in Italia è una mobilitazione che difende gli spazi di libertà nel nostro paese e quelli della giustizia a livello internazionale. Ma difende anche la dignità con cui potremo o meno presentarci alla storia.
Fonte
L’emergenza italiana è l’accesso alle cure
La principale emergenza sanitaria in Italia non riguarda la qualità delle cure, ma la possibilità stessa di accedervi. È un quadro a tinte fosche quello dipinto da Cittadinanzattiva, che un paio di settimane fa ha presentato presso il Ministero della Salute il “Rapporto civico sulla salute 2025” e il “Rapporto sulle politiche della cronicità”.
I dati, frutto dell’analisi di oltre 16.800 segnalazioni raccolte nel 2024, certificano la crisi del Servizio Sanitario Nazionale (SSN): quasi la metà delle denunce (47,8%) riguarda difficoltà di accesso alle prestazioni. Tra liste d’attesa fuori controllo, carenza di personale e profonde disuguaglianze territoriali, il diritto alla salute rimane solo sulla carta.
Il nodo più critico resta quello dei tempi. Nonostante la nuova legge per il contenimento delle liste (fatta più per propaganda elettorale che per altro, come più volte denunciato su questo giornale), le attese per esami e visite vengono sistematicamente sforate, raggiungendo picchi allarmanti. Si parla di due anni per una colonscopia, un anno e mezzo per una risonanza magnetica al cervello, un anno per una tac. Tempi in cui, ci dispiace dirlo così crudamente, se ci fosse qualcosa da scoprire avrebbe già fatto in tempo ad ammazzare il paziente.
E infatti, i ritardi non riguardano solo gli accertamenti o le visite precauzionali, ma colpiscono anche le urgenze. Secondo un’elaborazione su dati Agenas 2025, per un paziente su quattro la colonscopia in fascia di priorità urgente supera i 105 giorni. Il limite previsto dalle norme è di 72 ore, per dare un’idea della ferita profonda al diritto alla salute. Anche nelle fasce differibili (entro 60 giorni), i tempi si dilatano fino a 147 giorni per una mammografia e 177 per una visita dermatologica.
Le conseguenze di questi ritardi sono drammatiche, soprattutto per i pazienti cronici e con patologie rare. L’83,6% di loro denuncia tempi eccessivi e il 55% dichiara di aver rinunciato a visite o esami nell’ultimo anno per indisponibilità del servizio pubblico. La salute diventa così un lusso: l’85,9% dei cittadini ha dovuto sostenere spese di tasca propria per farmaci, integratori e visite private. Particolarmente grave la situazione per chi soffre di malattie rare: il 43% è costretto a migrare in un’altra Regione per curarsi, mentre il 78% deve farsi carico di costi diretti per la gestione della patologia.
Il Rapporto evidenzia un netto divario Nord-Sud e una preoccupante opacità dei dati. Alla richiesta di Cittadinanzattiva sull’applicazione della legge taglia-liste, solo 8 Regioni hanno risposto in modo completo. Anche l’Assistenza Domiciliare Integrata (ADI), pilastro del PNRR, mostra gravi lacune. Su un campione di 1.136 cittadini, solo il 35,4% di chi ne ha avuto bisogno ha ottenuto il servizio. Il 15,6% ha ricevuto un rifiuto (spesso per carenza di fondi o personale) e quasi la metà (49%) non ha nemmeno presentato domanda, scoraggiata dalla burocrazia o dalla mancanza di informazioni.
Qualcuno si ricorda cosa si sentiva dire durante la pandemia, anche dagli scranni europei che peroravano la causa del PNRR? Non torneremo a com’eravamo prima. A quanto pare, questa classe dirigente sta infatti riuscendo persino a peggiorare la situazione.
Fonte
I dati, frutto dell’analisi di oltre 16.800 segnalazioni raccolte nel 2024, certificano la crisi del Servizio Sanitario Nazionale (SSN): quasi la metà delle denunce (47,8%) riguarda difficoltà di accesso alle prestazioni. Tra liste d’attesa fuori controllo, carenza di personale e profonde disuguaglianze territoriali, il diritto alla salute rimane solo sulla carta.
Il nodo più critico resta quello dei tempi. Nonostante la nuova legge per il contenimento delle liste (fatta più per propaganda elettorale che per altro, come più volte denunciato su questo giornale), le attese per esami e visite vengono sistematicamente sforate, raggiungendo picchi allarmanti. Si parla di due anni per una colonscopia, un anno e mezzo per una risonanza magnetica al cervello, un anno per una tac. Tempi in cui, ci dispiace dirlo così crudamente, se ci fosse qualcosa da scoprire avrebbe già fatto in tempo ad ammazzare il paziente.
E infatti, i ritardi non riguardano solo gli accertamenti o le visite precauzionali, ma colpiscono anche le urgenze. Secondo un’elaborazione su dati Agenas 2025, per un paziente su quattro la colonscopia in fascia di priorità urgente supera i 105 giorni. Il limite previsto dalle norme è di 72 ore, per dare un’idea della ferita profonda al diritto alla salute. Anche nelle fasce differibili (entro 60 giorni), i tempi si dilatano fino a 147 giorni per una mammografia e 177 per una visita dermatologica.
Le conseguenze di questi ritardi sono drammatiche, soprattutto per i pazienti cronici e con patologie rare. L’83,6% di loro denuncia tempi eccessivi e il 55% dichiara di aver rinunciato a visite o esami nell’ultimo anno per indisponibilità del servizio pubblico. La salute diventa così un lusso: l’85,9% dei cittadini ha dovuto sostenere spese di tasca propria per farmaci, integratori e visite private. Particolarmente grave la situazione per chi soffre di malattie rare: il 43% è costretto a migrare in un’altra Regione per curarsi, mentre il 78% deve farsi carico di costi diretti per la gestione della patologia.
Il Rapporto evidenzia un netto divario Nord-Sud e una preoccupante opacità dei dati. Alla richiesta di Cittadinanzattiva sull’applicazione della legge taglia-liste, solo 8 Regioni hanno risposto in modo completo. Anche l’Assistenza Domiciliare Integrata (ADI), pilastro del PNRR, mostra gravi lacune. Su un campione di 1.136 cittadini, solo il 35,4% di chi ne ha avuto bisogno ha ottenuto il servizio. Il 15,6% ha ricevuto un rifiuto (spesso per carenza di fondi o personale) e quasi la metà (49%) non ha nemmeno presentato domanda, scoraggiata dalla burocrazia o dalla mancanza di informazioni.
Qualcuno si ricorda cosa si sentiva dire durante la pandemia, anche dagli scranni europei che peroravano la causa del PNRR? Non torneremo a com’eravamo prima. A quanto pare, questa classe dirigente sta infatti riuscendo persino a peggiorare la situazione.
Fonte
Siria - Manifestazioni alawite per il federalismo: tre morti e 40 feriti
Tre persone sono state uccise e oltre quaranta ferite oggi a Latakia, storico bastione della comunità alawita in Siria, quando una manifestazione di protesta per l’attentato a una moschea della minoranza religiosa a Homs (8 morti) è degenerata in violenze e sparatorie.
Migliaia di manifestanti si erano radunati in piazza Azhari per chiedere un sistema politico decentralizzato e il rilascio di migliaia di detenuti alawiti. A un certo punto si sono uditi spari. Le forze di sicurezza hanno risposto sparando in aria nel tentativo di disperdere la folla, ma la situazione è rapidamente precipitata nel caos, con i manifestanti che hanno soccorso i feriti trasportandoli a piedi lontano dalla piazza.
Un comunicato del governatorato di Latakia ha confermato la morte di tre persone e il ferimento di altre decine, senza chiarire se tutte le vittime siano state colpite tutte in piazza Azhari o in altri centri abitati dove si svolgevano manifestazioni analoghe. L’agenzia di stampa statale SANA ha riferito che un poliziotto è stato ucciso da colpi d’arma da fuoco che ha attribuito a “residui armati del precedente regime” di Bashar Assad. È la narrazione abituale del nuovo regime del presidente autoproclamato Ahmed Al Sharaa quando avvengono incidenti e violenze sulla costa siriana, teatro lo scorso marzo di assalti e massacri compiuti da miliziani jihadisti e da agenti delle forze di sicurezza costati la vita a oltre mille persone, in prevalenza alawite.
La protesta era stata indetta dal Consiglio supremo islamico alawita, guidato da Ghazal Ghazal, e segue precedenti mobilitazioni represse con l’uso delle armi. I manifestanti hanno scandito slogan a favore del federalismo, denunciando discriminazioni e violenze subite negli ultimi mesi. “Siamo venuti a rivendicare la nostra dignità e il diritto a vivere”, ha dichiarato uno dei dimostranti, ricordando gli alawiti uccisi a marzo.
Sul piano politico e militare, gli scontri di Latakia si inseriscono in un quadro più ampio di instabilità. Un’inchiesta del New York Times ha rivelato che ex alti ufficiali del periodo di Assad starebbero pianificando una nuova ribellione armata dall’esilio, con l’obiettivo di riprendere il controllo della costa siriana e creare un’entità separata. Secondo il quotidiano, basandosi su comunicazioni intercettate dopo l’hackeraggio dei telefoni degli ex funzionari, figure di primo piano come Suhail al Hassan e Kamal al Hassan sarebbero coinvolte nel reclutamento di combattenti, nella distribuzione di fondi e nella ricerca di armi.
Tali informazioni tuttavia non sono ritenute credibili da tutti i siriani, molti dei quali escludono che i lealisti di Assad abbiano la forza per mettere a segno un piano del genere.
Fonte
Migliaia di manifestanti si erano radunati in piazza Azhari per chiedere un sistema politico decentralizzato e il rilascio di migliaia di detenuti alawiti. A un certo punto si sono uditi spari. Le forze di sicurezza hanno risposto sparando in aria nel tentativo di disperdere la folla, ma la situazione è rapidamente precipitata nel caos, con i manifestanti che hanno soccorso i feriti trasportandoli a piedi lontano dalla piazza.
Un comunicato del governatorato di Latakia ha confermato la morte di tre persone e il ferimento di altre decine, senza chiarire se tutte le vittime siano state colpite tutte in piazza Azhari o in altri centri abitati dove si svolgevano manifestazioni analoghe. L’agenzia di stampa statale SANA ha riferito che un poliziotto è stato ucciso da colpi d’arma da fuoco che ha attribuito a “residui armati del precedente regime” di Bashar Assad. È la narrazione abituale del nuovo regime del presidente autoproclamato Ahmed Al Sharaa quando avvengono incidenti e violenze sulla costa siriana, teatro lo scorso marzo di assalti e massacri compiuti da miliziani jihadisti e da agenti delle forze di sicurezza costati la vita a oltre mille persone, in prevalenza alawite.
La protesta era stata indetta dal Consiglio supremo islamico alawita, guidato da Ghazal Ghazal, e segue precedenti mobilitazioni represse con l’uso delle armi. I manifestanti hanno scandito slogan a favore del federalismo, denunciando discriminazioni e violenze subite negli ultimi mesi. “Siamo venuti a rivendicare la nostra dignità e il diritto a vivere”, ha dichiarato uno dei dimostranti, ricordando gli alawiti uccisi a marzo.
Sul piano politico e militare, gli scontri di Latakia si inseriscono in un quadro più ampio di instabilità. Un’inchiesta del New York Times ha rivelato che ex alti ufficiali del periodo di Assad starebbero pianificando una nuova ribellione armata dall’esilio, con l’obiettivo di riprendere il controllo della costa siriana e creare un’entità separata. Secondo il quotidiano, basandosi su comunicazioni intercettate dopo l’hackeraggio dei telefoni degli ex funzionari, figure di primo piano come Suhail al Hassan e Kamal al Hassan sarebbero coinvolte nel reclutamento di combattenti, nella distribuzione di fondi e nella ricerca di armi.
Tali informazioni tuttavia non sono ritenute credibili da tutti i siriani, molti dei quali escludono che i lealisti di Assad abbiano la forza per mettere a segno un piano del genere.
Fonte
Rebranding del genocidio
di Chris Hedges
In primo luogo, “Israele aveva il diritto di difendersi”. Poi è diventata “una guerra”, anche se, secondo i dati dell’intelligence militare israeliana, l’83% delle vittime erano civili. I 2,3 milioni di palestinesi di Gaza, che vivono sotto un blocco aereo, terrestre e marittimo israeliano, non hanno esercito, aviazione, unità meccanizzate, carri armati, marina, missili, artiglieria pesante, flotte di droni killer, sistemi di tracciamento sofisticati per mappare tutti i movimenti, né un alleato come gli Stati Uniti, che ha fornito a Israele almeno 21,7 miliardi di dollari in aiuti militari dal 7 ottobre 2023.
Ora è un “cessate il fuoco”. Solo che, come al solito, Israele ha rispettato solo la prima delle 20 clausole. Ha liberato circa 2.000 prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri israeliane – 1.700 dei quali detenuti dopo il 7 ottobre – e circa 300 corpi di palestinesi, in cambio della restituzione dei 20 prigionieri israeliani rimasti.
Israele ha violato ogni altra condizione. Ha gettato l’accordo – mediato dall’amministrazione Trump senza la partecipazione palestinese – nel fuoco insieme a tutti gli altri accordi e patti di pace riguardanti i palestinesi. La violazione estesa e palese da parte di Israele degli accordi internazionali e del diritto internazionale – Israele e i suoi alleati si rifiutano di rispettare tre serie di ordinanze giuridicamente vincolanti della Corte Internazionale di Giustizia (CIG) e due pareri consultivi della CIG, nonché la Convenzione sul Genocidio e il diritto internazionale umanitario – presagisce un mondo in cui la legge è ciò che i paesi militarmente più avanzati affermano che sia.
Il finto piano di pace – il “Piano globale del presidente Donald J. Trump per porre fine al conflitto di Gaza” – in un clamoroso tradimento del popolo palestinese, è stato approvato dalla maggior parte del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite a novembre, con l’astensione di Cina e Russia. Gli stati membri si sono lavati le mani di Gaza e hanno voltato le spalle al genocidio.
L’adozione della risoluzione 2803 (2025), come scrive lo studioso del Medio Oriente Norman Finkelstein, “è stata allo stesso tempo una rivelazione di insolvenza morale e una dichiarazione di guerra contro Gaza. Dichiarando nullo il diritto internazionale, il Consiglio di Sicurezza si è autoproclamato nullo. Nei confronti di Gaza, il Consiglio si è trasformato in una cospirazione criminale”.
La fase successiva dovrebbe vedere Hamas consegnare le armi e Israele ritirarsi da Gaza. Ma questi due passaggi non si realizzeranno mai. Hamas – insieme ad altre fazioni palestinesi – respinge la risoluzione del Consiglio di Sicurezza. Affermano che disarmeranno solo quando l’occupazione finirà e verrà creato uno Stato palestinese. Il Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha promesso che se Hamas non disarmerà, lo farà “nel modo più duro”.
Il “Board of Peace”, guidato da Trump, apparentemente governerà Gaza insieme a mercenari armati della Forza Internazionale di Stabilizzazione, alleata di Israele, sebbene nessun paese sembri ansioso di impegnare le proprie truppe.
Trump promette una Riviera di Gaza che funzionerà come una “zona economica speciale” – un territorio che opererà al di fuori delle leggi statali e sarà governato interamente da investitori privati, come la città-stato in Honduras sostenuta da Peter Thiel. Questo obiettivo sarà raggiunto attraverso il trasferimento “volontario” dei palestinesi – con l’offerta di token digitali in cambio a coloro che saranno abbastanza fortunati da possedere terreni.
Trump dichiara che gli Stati Uniti “prenderanno il controllo della Striscia di Gaza” e “la possederanno”. È un ritorno al governo dei viceré – anche se a quanto pare non dell’odioso Tony Blair. I palestinesi, in uno dei punti più ridicoli del piano, saranno “deradicalizzati” dai loro nuovi padroni coloniali.
Ma queste fantasie non si realizzeranno mai. Israele sa cosa vuole fare a Gaza e sa che nessuna nazione intercederà. I palestinesi lotteranno per sopravvivere in condizioni primitive e disumanizzanti. Saranno traditi, come è già accaduto tante volte in passato.
Secondo l’Ufficio Stampa del Governo di Gaza e il Ministero della Salute palestinese, Israele ha commesso 738 violazioni dell’accordo di cessate il fuoco tra il 10 ottobre e il 12 dicembre, inclusi 358 bombardamenti terrestri e aerei, l’uccisione di almeno 383 palestinesi e il ferimento di altri 1.002.
Si tratta di una media di sei palestinesi uccisi al giorno a Gaza, in calo rispetto alla media di 250 al giorno prima del “cessate il fuoco”. Israele ha dichiarato di aver ucciso sabato un alto comandante di Hamas, Raed Saad, in un attacco missilistico contro un’auto sulla strada costiera di Gaza. A quanto pare, anche altre tre persone sono rimaste uccise nell’attacco.
Il genocidio non è finito. Certo, il ritmo è rallentato. Ma l’intento rimane immutato. Si tratta di uccisioni al rallentatore. Il numero giornaliero di morti e feriti – con un numero crescente di persone che si ammalano e muoiono per il freddo e la pioggia – non si aggira sulle centinaia, ma sulle decine.
A dicembre, a Gaza sono stati autorizzati all'ingresso in media 140 camion di aiuti umanitari al giorno, invece dei 600 promessi, per mantenere i palestinesi sull’orlo della carestia e garantire una malnutrizione diffusa. A ottobre, secondo l’UNICEF, a circa 9.300 bambini di Gaza sotto i cinque anni è stata diagnosticata una malnutrizione acuta grave. Israele ha aperto il valico di frontiera con l’Egitto a Rafah, ma solo per i palestinesi che lasciano Gaza. Non è aperto a coloro che desiderano tornare a Gaza, come previsto dall’accordo.
Israele ha conquistato circa il 58% di Gaza e sta spostando costantemente la sua linea di demarcazione, nota come “linea gialla”, per espandere la sua occupazione. I palestinesi che attraversano questa linea arbitraria, che si sposta costantemente ed è scarsamente segnalata, vengono uccisi a colpi d’arma da fuoco o fatti saltare in aria , anche se sono bambini.
I palestinesi vengono stipati in un campo di concentramento sempre più piccolo, fetido e sovraffollato, finché non potranno essere deportati. Il 92% degli edifici residenziali di Gaza è stato danneggiato o distrutto e circa l’81% di tutte le strutture è danneggiato, secondo le stime delle Nazioni Unite.
La Striscia, lunga solo 40 chilometri e larga 11,5, è stata ridotta a 61 milioni di tonnellate di macerie, inclusi nove milioni di tonnellate di rifiuti pericolosi tra cui amianto, rifiuti industriali e metalli pesanti, oltre a ordigni inesplosi e circa 10.000 cadaveri in decomposizione.
Non c’è quasi acqua pulita, elettricità o trattamento delle acque reflue. Israele blocca le spedizioni di materiali da costruzione, tra cui cemento e acciaio, materiali per ripari, infrastrutture idriche e carburante, quindi nulla può essere ricostruito.
L’82% degli ebrei israeliani sostiene la pulizia etnica dell’intera popolazione di Gaza e il 47% sostiene l’uccisione di tutti i civili nelle città conquistate dall’esercito israeliano. Il 59% sostiene che lo stesso vada fatto ai cittadini palestinesi di Israele. Il 79% degli ebrei israeliani afferma di non essere “così turbato” o “per niente turbato” dalle notizie di carestia e sofferenza tra la popolazione di Gaza, secondo un sondaggio condotto a luglio.
Le parole “Cancellare Gaza” sono apparse più di 18.000 volte nei post di Facebook in lingua ebraica solo nel 2024, secondo un nuovo rapporto sull’incitamento all’odio e l’incitamento contro i palestinesi.
La più recente forma di celebrazione del genocidio in Israele, dove i social media e i canali di informazione ridono abitualmente delle sofferenze dei palestinesi, è l’apposizione di cappi d’oro sui risvolti dei membri del partito politico di estrema destra Otzma Yehudit, la versione israeliana del Ku Klux Klan, tra cui uno indossato dal ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir.
Stanno spingendo un disegno di legge alla Knesset che mira a rendere obbligatoria la pena di morte per i palestinesi che “causano intenzionalmente o indifferentemente la morte di un cittadino israeliano”, se si dice che siano motivati da “razzismo o ostilità verso un pubblico” e con lo scopo di danneggiare lo Stato israeliano o “la rinascita del popolo ebraico nella sua terra”, spiega l’organizzazione israeliana per i diritti umani Adalah.
Più di 100 palestinesi sono stati uccisi nelle carceri israeliane dal 7 ottobre. Se il nuovo disegno di legge diventerà legge – ha superato la prima lettura – si unirà all’ondata di oltre 30 leggi anti-palestinesi promulgate dal 7 ottobre 2023.
Il messaggio che il genocidio invia al resto del mondo, più di un miliardo del quale vive con meno di un dollaro al giorno, è inequivocabile: abbiamo tutto e se provate a portarcelo via, vi uccideremo.
Questo è il nuovo ordine mondiale. Sarà come Gaza. Campi di concentramento. Fame. Distruzione di infrastrutture e società civile. Uccisioni di massa. Sorveglianza su larga scala. Esecuzioni. Torture, tra cui percosse, elettrocuzioni, waterboarding, stupri, umiliazioni pubbliche, privazione del cibo e negazione delle cure mediche, abitualmente usate sui palestinesi nelle carceri israeliane.
Epidemie. Malattie. Fosse comuni dove i cadaveri vengono ammassati con i bulldozer in fosse anonime e dove i corpi, come a Gaza, vengono dissotterrati e fatti a pezzi da branchi di cani selvatici famelici.
Non siamo destinati alla Shangri-La venduta a un pubblico credulone da accademici fatui come Stephen Pinker. Siamo destinati all’estinzione. Non solo all’estinzione individuale – che la nostra società consumistica tenta furiosamente di nascondere spacciando la fantasia dell’eterna giovinezza – ma all’estinzione totale con l’aumento delle temperature che renderà il Globo inabitabile. Se pensate che la specie umana risponderà razionalmente all’ecocidio, siete tristemente fuori contatto con la natura umana. Dovete studiare Gaza. E la storia.
Se vivete nel Nord del mondo, potrete osservare l’orrore, ma lentamente questo orrore, con il peggioramento del clima, tornerà a casa, trasformando la maggior parte di noi in palestinesi. Data la nostra complicità nel genocidio, è ciò che ci meritiamo.
Gli imperi, quando si sentono minacciati, ricorrono sempre allo strumento del genocidio. Chiedetelo alle vittime dei conquistadores spagnoli. Chiedetelo ai nativi americani. Chiedetelo agli Herero e ai Nama. Chiedetelo agli armeni. Chiedetelo ai sopravvissuti di Hiroshima o Nagasaki. Chiedetelo agli indiani sopravvissuti alla carestia del Bengala o ai Kikuyu che si ribellarono ai colonizzatori britannici in Kenya. Toccherà anche ai rifugiati climatici.
Questa non è la fine dell’incubo. È l’inizio.
Fonte
In primo luogo, “Israele aveva il diritto di difendersi”. Poi è diventata “una guerra”, anche se, secondo i dati dell’intelligence militare israeliana, l’83% delle vittime erano civili. I 2,3 milioni di palestinesi di Gaza, che vivono sotto un blocco aereo, terrestre e marittimo israeliano, non hanno esercito, aviazione, unità meccanizzate, carri armati, marina, missili, artiglieria pesante, flotte di droni killer, sistemi di tracciamento sofisticati per mappare tutti i movimenti, né un alleato come gli Stati Uniti, che ha fornito a Israele almeno 21,7 miliardi di dollari in aiuti militari dal 7 ottobre 2023.
Ora è un “cessate il fuoco”. Solo che, come al solito, Israele ha rispettato solo la prima delle 20 clausole. Ha liberato circa 2.000 prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri israeliane – 1.700 dei quali detenuti dopo il 7 ottobre – e circa 300 corpi di palestinesi, in cambio della restituzione dei 20 prigionieri israeliani rimasti.
Israele ha violato ogni altra condizione. Ha gettato l’accordo – mediato dall’amministrazione Trump senza la partecipazione palestinese – nel fuoco insieme a tutti gli altri accordi e patti di pace riguardanti i palestinesi. La violazione estesa e palese da parte di Israele degli accordi internazionali e del diritto internazionale – Israele e i suoi alleati si rifiutano di rispettare tre serie di ordinanze giuridicamente vincolanti della Corte Internazionale di Giustizia (CIG) e due pareri consultivi della CIG, nonché la Convenzione sul Genocidio e il diritto internazionale umanitario – presagisce un mondo in cui la legge è ciò che i paesi militarmente più avanzati affermano che sia.
Il finto piano di pace – il “Piano globale del presidente Donald J. Trump per porre fine al conflitto di Gaza” – in un clamoroso tradimento del popolo palestinese, è stato approvato dalla maggior parte del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite a novembre, con l’astensione di Cina e Russia. Gli stati membri si sono lavati le mani di Gaza e hanno voltato le spalle al genocidio.
L’adozione della risoluzione 2803 (2025), come scrive lo studioso del Medio Oriente Norman Finkelstein, “è stata allo stesso tempo una rivelazione di insolvenza morale e una dichiarazione di guerra contro Gaza. Dichiarando nullo il diritto internazionale, il Consiglio di Sicurezza si è autoproclamato nullo. Nei confronti di Gaza, il Consiglio si è trasformato in una cospirazione criminale”.
La fase successiva dovrebbe vedere Hamas consegnare le armi e Israele ritirarsi da Gaza. Ma questi due passaggi non si realizzeranno mai. Hamas – insieme ad altre fazioni palestinesi – respinge la risoluzione del Consiglio di Sicurezza. Affermano che disarmeranno solo quando l’occupazione finirà e verrà creato uno Stato palestinese. Il Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha promesso che se Hamas non disarmerà, lo farà “nel modo più duro”.
Il “Board of Peace”, guidato da Trump, apparentemente governerà Gaza insieme a mercenari armati della Forza Internazionale di Stabilizzazione, alleata di Israele, sebbene nessun paese sembri ansioso di impegnare le proprie truppe.
Trump promette una Riviera di Gaza che funzionerà come una “zona economica speciale” – un territorio che opererà al di fuori delle leggi statali e sarà governato interamente da investitori privati, come la città-stato in Honduras sostenuta da Peter Thiel. Questo obiettivo sarà raggiunto attraverso il trasferimento “volontario” dei palestinesi – con l’offerta di token digitali in cambio a coloro che saranno abbastanza fortunati da possedere terreni.
Trump dichiara che gli Stati Uniti “prenderanno il controllo della Striscia di Gaza” e “la possederanno”. È un ritorno al governo dei viceré – anche se a quanto pare non dell’odioso Tony Blair. I palestinesi, in uno dei punti più ridicoli del piano, saranno “deradicalizzati” dai loro nuovi padroni coloniali.
Ma queste fantasie non si realizzeranno mai. Israele sa cosa vuole fare a Gaza e sa che nessuna nazione intercederà. I palestinesi lotteranno per sopravvivere in condizioni primitive e disumanizzanti. Saranno traditi, come è già accaduto tante volte in passato.
Secondo l’Ufficio Stampa del Governo di Gaza e il Ministero della Salute palestinese, Israele ha commesso 738 violazioni dell’accordo di cessate il fuoco tra il 10 ottobre e il 12 dicembre, inclusi 358 bombardamenti terrestri e aerei, l’uccisione di almeno 383 palestinesi e il ferimento di altri 1.002.
Si tratta di una media di sei palestinesi uccisi al giorno a Gaza, in calo rispetto alla media di 250 al giorno prima del “cessate il fuoco”. Israele ha dichiarato di aver ucciso sabato un alto comandante di Hamas, Raed Saad, in un attacco missilistico contro un’auto sulla strada costiera di Gaza. A quanto pare, anche altre tre persone sono rimaste uccise nell’attacco.
Il genocidio non è finito. Certo, il ritmo è rallentato. Ma l’intento rimane immutato. Si tratta di uccisioni al rallentatore. Il numero giornaliero di morti e feriti – con un numero crescente di persone che si ammalano e muoiono per il freddo e la pioggia – non si aggira sulle centinaia, ma sulle decine.
A dicembre, a Gaza sono stati autorizzati all'ingresso in media 140 camion di aiuti umanitari al giorno, invece dei 600 promessi, per mantenere i palestinesi sull’orlo della carestia e garantire una malnutrizione diffusa. A ottobre, secondo l’UNICEF, a circa 9.300 bambini di Gaza sotto i cinque anni è stata diagnosticata una malnutrizione acuta grave. Israele ha aperto il valico di frontiera con l’Egitto a Rafah, ma solo per i palestinesi che lasciano Gaza. Non è aperto a coloro che desiderano tornare a Gaza, come previsto dall’accordo.
Israele ha conquistato circa il 58% di Gaza e sta spostando costantemente la sua linea di demarcazione, nota come “linea gialla”, per espandere la sua occupazione. I palestinesi che attraversano questa linea arbitraria, che si sposta costantemente ed è scarsamente segnalata, vengono uccisi a colpi d’arma da fuoco o fatti saltare in aria , anche se sono bambini.
I palestinesi vengono stipati in un campo di concentramento sempre più piccolo, fetido e sovraffollato, finché non potranno essere deportati. Il 92% degli edifici residenziali di Gaza è stato danneggiato o distrutto e circa l’81% di tutte le strutture è danneggiato, secondo le stime delle Nazioni Unite.
La Striscia, lunga solo 40 chilometri e larga 11,5, è stata ridotta a 61 milioni di tonnellate di macerie, inclusi nove milioni di tonnellate di rifiuti pericolosi tra cui amianto, rifiuti industriali e metalli pesanti, oltre a ordigni inesplosi e circa 10.000 cadaveri in decomposizione.
Non c’è quasi acqua pulita, elettricità o trattamento delle acque reflue. Israele blocca le spedizioni di materiali da costruzione, tra cui cemento e acciaio, materiali per ripari, infrastrutture idriche e carburante, quindi nulla può essere ricostruito.
L’82% degli ebrei israeliani sostiene la pulizia etnica dell’intera popolazione di Gaza e il 47% sostiene l’uccisione di tutti i civili nelle città conquistate dall’esercito israeliano. Il 59% sostiene che lo stesso vada fatto ai cittadini palestinesi di Israele. Il 79% degli ebrei israeliani afferma di non essere “così turbato” o “per niente turbato” dalle notizie di carestia e sofferenza tra la popolazione di Gaza, secondo un sondaggio condotto a luglio.
Le parole “Cancellare Gaza” sono apparse più di 18.000 volte nei post di Facebook in lingua ebraica solo nel 2024, secondo un nuovo rapporto sull’incitamento all’odio e l’incitamento contro i palestinesi.
La più recente forma di celebrazione del genocidio in Israele, dove i social media e i canali di informazione ridono abitualmente delle sofferenze dei palestinesi, è l’apposizione di cappi d’oro sui risvolti dei membri del partito politico di estrema destra Otzma Yehudit, la versione israeliana del Ku Klux Klan, tra cui uno indossato dal ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir.
Stanno spingendo un disegno di legge alla Knesset che mira a rendere obbligatoria la pena di morte per i palestinesi che “causano intenzionalmente o indifferentemente la morte di un cittadino israeliano”, se si dice che siano motivati da “razzismo o ostilità verso un pubblico” e con lo scopo di danneggiare lo Stato israeliano o “la rinascita del popolo ebraico nella sua terra”, spiega l’organizzazione israeliana per i diritti umani Adalah.
Più di 100 palestinesi sono stati uccisi nelle carceri israeliane dal 7 ottobre. Se il nuovo disegno di legge diventerà legge – ha superato la prima lettura – si unirà all’ondata di oltre 30 leggi anti-palestinesi promulgate dal 7 ottobre 2023.
Il messaggio che il genocidio invia al resto del mondo, più di un miliardo del quale vive con meno di un dollaro al giorno, è inequivocabile: abbiamo tutto e se provate a portarcelo via, vi uccideremo.
Questo è il nuovo ordine mondiale. Sarà come Gaza. Campi di concentramento. Fame. Distruzione di infrastrutture e società civile. Uccisioni di massa. Sorveglianza su larga scala. Esecuzioni. Torture, tra cui percosse, elettrocuzioni, waterboarding, stupri, umiliazioni pubbliche, privazione del cibo e negazione delle cure mediche, abitualmente usate sui palestinesi nelle carceri israeliane.
Epidemie. Malattie. Fosse comuni dove i cadaveri vengono ammassati con i bulldozer in fosse anonime e dove i corpi, come a Gaza, vengono dissotterrati e fatti a pezzi da branchi di cani selvatici famelici.
Non siamo destinati alla Shangri-La venduta a un pubblico credulone da accademici fatui come Stephen Pinker. Siamo destinati all’estinzione. Non solo all’estinzione individuale – che la nostra società consumistica tenta furiosamente di nascondere spacciando la fantasia dell’eterna giovinezza – ma all’estinzione totale con l’aumento delle temperature che renderà il Globo inabitabile. Se pensate che la specie umana risponderà razionalmente all’ecocidio, siete tristemente fuori contatto con la natura umana. Dovete studiare Gaza. E la storia.
Se vivete nel Nord del mondo, potrete osservare l’orrore, ma lentamente questo orrore, con il peggioramento del clima, tornerà a casa, trasformando la maggior parte di noi in palestinesi. Data la nostra complicità nel genocidio, è ciò che ci meritiamo.
Gli imperi, quando si sentono minacciati, ricorrono sempre allo strumento del genocidio. Chiedetelo alle vittime dei conquistadores spagnoli. Chiedetelo ai nativi americani. Chiedetelo agli Herero e ai Nama. Chiedetelo agli armeni. Chiedetelo ai sopravvissuti di Hiroshima o Nagasaki. Chiedetelo agli indiani sopravvissuti alla carestia del Bengala o ai Kikuyu che si ribellarono ai colonizzatori britannici in Kenya. Toccherà anche ai rifugiati climatici.
Questa non è la fine dell’incubo. È l’inizio.
Fonte
Perché Israele ha riconosciuto il Somaliland
La decisione israeliana di riconoscere il Somaliland si colloca all’interno di una strategia più ampia di proiezione geopolitica nel Mar Rosso e nel Corno d’Africa. Il Somaliland, entità secessionista dalla Somalia priva di riconoscimento internazionale, offre a Tel Aviv un vantaggio geografico di primo piano: una costa di circa 800 chilometri affacciata sul Golfo di Aden e una posizione strategica nel punto di incontro tra Oceano Indiano e Mar Rosso, a ridosso dello stretto di Bab al Mandab, arteria vitale per il traffico commerciale ed energetico mondiale.
Per comprendere la portata della mossa israeliana è necessario collocarla nel contesto dei rapidi mutamenti regionali. Nel sud dello Yemen, il Consiglio di transizione meridionale, sostenuto dagli Emirati Arabi Uniti e da Israele, sta consolidando il controllo territoriale, rilanciando di fatto il progetto di uno Stato yemenita meridionale che dominerebbe la sponda orientale di Bab al Mandab. In Sudan, il rafforzamento delle Rapid Support Forces, appoggiate da attori esterni, alimenta scenari di frammentazione dello Stato. Sul fronte del Corno d’Africa, le tensioni tra Etiopia ed Eritrea sono in crescita, mentre Addis Abeba, con il sostegno di Israele ed Emirati, tenta di garantirsi uno sbocco sul Mar Rosso, alterando equilibri regionali già fragili.
In questo quadro, il riconoscimento del Somaliland risponde a diversi obiettivi israeliani. Sul piano politico e diplomatico, Tel Aviv presenta la decisione come un’estensione dello spirito degli Accordi di Abramo, puntando a rafforzare il processo di normalizzazione e a costruire nuove alleanze africane. Le autorità del Somaliland, dal canto loro, hanno espresso l’intenzione di aderire formalmente agli Accordi, interpretando il riconoscimento israeliano come l’avvio di una partnership strategica.
Israele vede nel Somaliland un centro avanzato contro gli Houthi yemeniti e, indirettamente, l’Iran. Una posizione vantaggiosa da cui lanciare attacchi e risposte tempestive.
Accanto a questi obiettivi emerge un’altra ipotesi. Secondo indiscrezioni circolate nei media nel marzo e nell’agosto 2025, Israele avrebbe esplorato la possibilità di utilizzare il Somaliland come destinazione per il reinsediamento forzato di una parte della popolazione palestinese della Striscia di Gaza. Una prospettiva che ha suscitato forti condanne internazionali e che si inserisce nel più ampio dibattito sui piani israeliani per il futuro di Gaza. In questo contesto, le dichiarazioni del presidente statunitense Donald Trump, che ha ammesso l’esistenza di contatti e discussioni sul tema senza fornire una posizione definitiva, hanno alimentato ulteriormente i sospetti.
Infine, la dimensione economica completa il quadro. Il riconoscimento israeliano rafforza il ruolo del porto di Berbera, favorendo una deviazione dei traffici da Gibuti, dove sono presenti basi militari cinesi, statunitensi ed europee. Berbera potrebbe così trasformarsi in un hub logistico privilegiato per gli alleati occidentali e israeliani, sostenuto da tecnologie portuali avanzate e sistemi di sorveglianza, saldando interessi economici, militari e geopolitici in una delle regioni più sensibili del pianeta.
Fonte
Per comprendere la portata della mossa israeliana è necessario collocarla nel contesto dei rapidi mutamenti regionali. Nel sud dello Yemen, il Consiglio di transizione meridionale, sostenuto dagli Emirati Arabi Uniti e da Israele, sta consolidando il controllo territoriale, rilanciando di fatto il progetto di uno Stato yemenita meridionale che dominerebbe la sponda orientale di Bab al Mandab. In Sudan, il rafforzamento delle Rapid Support Forces, appoggiate da attori esterni, alimenta scenari di frammentazione dello Stato. Sul fronte del Corno d’Africa, le tensioni tra Etiopia ed Eritrea sono in crescita, mentre Addis Abeba, con il sostegno di Israele ed Emirati, tenta di garantirsi uno sbocco sul Mar Rosso, alterando equilibri regionali già fragili.
In questo quadro, il riconoscimento del Somaliland risponde a diversi obiettivi israeliani. Sul piano politico e diplomatico, Tel Aviv presenta la decisione come un’estensione dello spirito degli Accordi di Abramo, puntando a rafforzare il processo di normalizzazione e a costruire nuove alleanze africane. Le autorità del Somaliland, dal canto loro, hanno espresso l’intenzione di aderire formalmente agli Accordi, interpretando il riconoscimento israeliano come l’avvio di una partnership strategica.
Israele vede nel Somaliland un centro avanzato contro gli Houthi yemeniti e, indirettamente, l’Iran. Una posizione vantaggiosa da cui lanciare attacchi e risposte tempestive.
Accanto a questi obiettivi emerge un’altra ipotesi. Secondo indiscrezioni circolate nei media nel marzo e nell’agosto 2025, Israele avrebbe esplorato la possibilità di utilizzare il Somaliland come destinazione per il reinsediamento forzato di una parte della popolazione palestinese della Striscia di Gaza. Una prospettiva che ha suscitato forti condanne internazionali e che si inserisce nel più ampio dibattito sui piani israeliani per il futuro di Gaza. In questo contesto, le dichiarazioni del presidente statunitense Donald Trump, che ha ammesso l’esistenza di contatti e discussioni sul tema senza fornire una posizione definitiva, hanno alimentato ulteriormente i sospetti.
Infine, la dimensione economica completa il quadro. Il riconoscimento israeliano rafforza il ruolo del porto di Berbera, favorendo una deviazione dei traffici da Gibuti, dove sono presenti basi militari cinesi, statunitensi ed europee. Berbera potrebbe così trasformarsi in un hub logistico privilegiato per gli alleati occidentali e israeliani, sostenuto da tecnologie portuali avanzate e sistemi di sorveglianza, saldando interessi economici, militari e geopolitici in una delle regioni più sensibili del pianeta.
Fonte
Iscriviti a:
Post (Atom)
