Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
30/08/2026
Fedorov, sfidante di Zelensky, nominato consulente per la Difesa italiana
Fedorov è stato rimosso dalla guida del dicastero della Difesa di Kiev a metà luglio dal presidente Volodymyr Zelensky. Il nuovo incarico approvato da Roma risponde sicuramente a una “esigenza” tecnica: quella di modernizzare le forze armate italiane sul fronte dei droni e della difesa aerea, portando al Belpaese il frutto delle lezioni apprese sul campo di battaglia, in particolare in relazione a sistemi aerei a pilotaggio remoto, alla guerra elettronica e all’integrazione digitale delle operazioni militari.
È stato lo stesso Crosetto, a margine dell’incontro, a ribadire queste motivazioni “ufficiali”, così come fatto da Fedorov sul suo X. Ma il politico ucraino ha accennato pure al “sostegno personale” ricevuto dal titolare della Difesa italiana. Elementi sufficienti per ricordare il caso politico all’ombra di questa consulenza gratuita.
Che l’Ucraina sia il laboratorio militare del riarmo europeo, a discapito della pelle degli ucraini di cui, nelle capitali del Vecchio Continente, non frega niente a nessuno, è assodato. L’incarico istituzionale affidato a Fedorov e il “sostegno personale” che dice di aver ricevuto, sembrano una sfida a Zelensky, dopo che pochi giorni fa il presidente ucraino ha rifiutato le richieste di elezioni avanzate proprio dall’ex ministro da poco silurato.
L’esecutivo italiano, pur mantenendo nei fatti invariato il sostegno militare a Kiev, in virtù della tornata elettorale in vista e della pressione vannacciana ha manipolato e promosso l’idea che l’aiuto si mantenga sul piano “civile”. E ora, l’incarico a un potenziale rivale politico del presidente ucraino sembra sostenere una certa delegittimazione di Zelensky, soprattutto dopo l’allargamento ulteriore delle inchieste giudiziarie per corruzione che stanno colpendo il suo entourage presidenziale.
La nomina di Fedorov a Roma rappresenta solo una tessera di un mosaico estivo molto più ampio, segnato da febbrili contatti dietro le quinte in vista di possibili spiragli negoziali, o per lo meno dall’esaurimento sempre più evidente delle capacità ucraine, nonostante gli attacchi “spettacolari” – e poco più – in profondità nel territorio russo, e forse la volontà degli USA di tirarsi definitivamente fuori dal conflitto.
Dopo la missione a Mosca del direttore della CIA John Ratcliffe, la mossa del governo italiano, al di là dei risvolti militari, sembra essere un messaggio chiaro rispetto alla stanchezza di fronte a un conflitto che sembra essere ormai più un pozzo senza fondo di soldi e armi che un investimento utile. O almeno, la stanchezza di fronte alla dirigenza di Zelensky, aprendosi la possibilità di scegliere quale strada intraprendere nel prossimo futuro.
Un’altra faglia tra Roma e il resto dei “volenterosi”, che offre un’altra sponda a Washington. Mentre il Regno Unito e i principali alleati europei spingono per rafforzare le forniture militari e le licenze industriali a Kiev, il Cremlino continua a definire tali iniziative come un coinvolgimento diretto nel conflitto.
Ma l’imperialismo occidentale non gioca da solo su questi scenari. Si attende con attenzione il summit dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO) a Bishkek, in Kirghizistan, dove Vladimir Putin incontrerà il presidente cinese Xi Jinping, appuntamento che potrebbe ripetersi a stretto giro in India al vertice dei BRICS.
E poi il faccia a faccia Trump-Xi che dovrebbe svolgersi il prossimo 24 settembre negli Stati Uniti. Quel che ne verrà fuori potrebbe avere un impatto significativo su tutti gli scenari di guerra, non solo quello ucraino.
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“Schizofrenia” USA su Hormuz, mentre a Doha si spinge sulla de-escalation
Attraverso una nota diffusa dall’emittente di Stato Irib, i vertici militari iraniani hanno ricordato un dato di fatto acquisito ormai da chiunque ragioni con un po’ di onestà intellettuale: l’amministrazione Trump fa certe dichiarazioni per manipolare l’andamento delle quotazioni del petrolio e mascherare i limiti della propria operazione militare.
L’ammiraglio Bradley Cooper, comandante del Centcom, ha dichiarato che le forze armate americane hanno sminato con successo lo Stretto, ma oltre ai legittimi dubbi in merito, il nodo rimane il controllo effettivo del corridoio commerciale. Mohsen Rezaei, presidente del Consiglio iraniano per la sicurezza nazionale, ha confermato che Hormuz resta chiuso a tutte le navi che intendono transitare senza coordinamento con Teheran.
L’agenzia britannica per la sicurezza marittima UKMTO (United Kingdom Maritime Trade Operations) ha segnalato una media di circa 29 navi commerciali al giorno in transito nell’ultima settimana, con un leggero incremento rispetto ai minimi toccati all’inizio del mese. Ma gli operatori energetici e i mercati finanziari restano in allerta.
Affinché si torni a parlare di stabilizzazione dello Stretto, Rezaei ha ribadito un elenco di condizioni per la sua riapertura, a partire dalla fine delle aggressioni regionali condotte da Israele, compresi il Libano, la Siria e anche Gaza. C’è poi l’attuazione degli impegni del Memorandum di Islamabad, con la revoca del blocco navale e delle sanzioni economiche e lo sblocco delle risorse finanziarie.
L’obiettivo, infine, è la costruzione di un’architettura di sicurezza congiunta per l’Asia occidentale, che arriverebbe a tagliare fuori importanti influenze statunitensi. Intanto, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha riportato di aver concordato con l’Oman la definizione di un corridoio di navigazione sicuro.
Non è l’unica iniziativa diplomatica che spinge verso la conferma della sconfitta strategica stelle-e-strisce, e del regime sionista. Il primo ministro e ministro degli Esteri del Qatar, Mohammed bin Abdulrahman Al Thani, si è recato in visita a Teheran per un vertice ad alto livello con il ministro degli Esteri della Repubblica islamica, Abbas Araghchi.
L’obiettivo prioritario dell’emirato è favorire una rapida de-escalation, ristabilire canali di dialogo indiretto tra Washington e Teheran e sbloccare la navigazione commerciale attraverso Hormuz, soprattutto ora che i nuovi equilibri militari regionali dovuti alla “NATO islamica” e suoi associati hanno portato alla reazione ancora più sclerotica e guerrafondaia da parte di Tel Aviv.
Nel frattempo, sono stati rinviati i colloqui sul futuro dello Stretto promossi dalla Turchia e dalla Germania, che avrebbero dovuto tenersi domenica a Istanbul. All’incontro avrebbero dovuto partecipare i ministri degli Esteri di Germania, Turchia, Francia e Gran Bretagna, e nella capitale turca si sarebbero svolti incontri con i capi della diplomazia di Arabia Saudita, Pakistan ed Egitto.
Se per i paesi della regione un tale incontro, anche se rimandato, conferma una crescita di influenza sugli affari locali, per le capitali europee il rinvio (a data da destinarsi) ribadisce l’assoluta marginalità negli affari internazionali. Si agitano per mostrarsi attori globali, ma ogni atto conferma come il Vecchio Continente sia fuori dai giochi, tolta la complicità strutturale per via delle basi statunitensi sui propri territori.
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Il gigantesco piano di riforestazione della Cina ha cambiato il ciclo dell’acqua nel Paese
Parallelamente a tutte queste opere edilizie, anche la Cina ha continuato a crescere. Ispirandosi a quell’ultimo riconoscimento nel campo delle infrastrutture, nel 1978 la Cina ha avviato la realizzazione della «Fascia di protezione dei Tre Nord», nota anche come «Grande Muraglia Verde», con l’obiettivo di combattere l’erosione del suolo e ridurre le tempeste di sabbia. Il progetto, secondo quanto annunciato dai media statali del Paese, è stato finalmente completato lo scorso anno.
Secondo Reuters, la Cina ha piantato alberi su una superficie di 116.000 miglia quadrate, aumentando la copertura forestale totale del Paese dal 10% del 1949 a circa il 25% nel 2024. Ma uno studio del 2025 pubblicato sulla rivista Earth’s Future mostra che tutti questi alberi in più (circa 78 miliardi dall’inizio degli anni ’80, secondo alcune stime) comportano alcune conseguenze impreviste per la distribuzione idrica della Cina.
Ricercatori dell'Università di Tianjin, dell'Università Agraria cinese di Pechino e dell'Università di Utrecht, nei Paesi Bassi, hanno scoperto che, tra il 2001 e il 2020, l'aumento della vegetazione ha ridotto le risorse idriche sia nella regione del monsone orientale che nella regione arida nord-occidentale. Si tratta di un dato significativo, considerando che queste aree costituiscono circa il 74% della superficie totale della Cina, secondo quanto riportato da Live Science.
Secondo lo studio, le iniziative di rinverdimento come la Grande Muraglia Verde – insieme ad altre iniziative di piantumazione, quali il Programma «Grain for Green» e il Programma di protezione delle foreste naturali, entrambi avviati nel 1999 – hanno aumentato l’evapotraspirazione, termine che unisce evaporazione e traspirazione (il processo attraverso il quale le piante rilasciano vapore acqueo tramite minuscoli pori noti come stomi).
Studiando questi rapidi cambiamenti nell’uso e nella copertura del suolo (LUCC), gli autori osservano inoltre che alcune transizioni di zona – come da praterie a foreste o da terreni coltivati a praterie – hanno influito sull’evapotraspirazione, sui tassi di precipitazioni e sulla disponibilità idrica in misura variabile. Ad esempio, le praterie trasformate in foreste hanno aumentato l’evapotraspirazione e le precipitazioni, ma hanno influito negativamente sulla disponibilità idrica.
Purtroppo, la disponibilità idrica della Cina non è distribuita in modo equo per la sua popolazione. Secondo lo studio, le regioni settentrionali del Paese ospitano circa il 46% della popolazione e più della metà dei terreni coltivabili, ma solo il 20% della disponibilità idrica. Gli autori sostengono che questi cicli idrologici alterati debbano essere presi in considerazione nella pianificazione dei futuri sforzi di riforestazione.
«I nostri risultati evidenziano che i cambiamenti nella copertura del suolo possono determinare una ridistribuzione delle risorse idriche tra le regioni», hanno scritto gli autori. «Comprendere questi effetti è fondamentale per pianificare una gestione sostenibile del territorio e delle risorse idriche in Cina».
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29/08/2026
“Ecco come è nata Vita spericolata, la canzone più fraintesa di sempre”
Un temporale in Sardegna, un concerto bloccato dalla pioggia e l’abitacolo di un’automobile trasformato nel luogo di un’intuizione destinata a entrare nella storia della musica italiana. Vasco Rossi ha ricordato sui social la genesi di “Vita spericolata”, nata nell’estate del 1982 a Cagliari, mentre il maltempo impediva alla band persino di effettuare le prove.
“Dovevo fare un concerto. Eravamo bloccati dalla pioggia davanti a un campo sportivo, non si potevano nemmeno fare le prove e io ero chiuso in macchina”, ha raccontato Vasco. Da mesi cercava le parole adatte per una melodia composta da Tullio Ferro, suo collaboratore anche in altre canzoni. Poi, durante quell’attesa forzata, arrivò improvvisamente l’illuminazione: “Voglio una vita...”.
Da quel primo frammento scaturirono rapidamente le parole successive: “maleducata”, “spericolata”, “di quelle che non dormi mai”. Il testo, che in una prima stesura avrebbe dovuto essere dedicato a una ragazza di nome Licia, finì però per assumere un significato molto più ampio. Vasco riuscì a dare forma a un sentimento che, secondo lui, accomunava molti giovani dell’epoca: “La paura di una vita piatta, tranquilla, priva di emozioni”.
Il brano nasceva infatti nel passaggio tra le disillusioni degli anni Settanta e l’euforia del nuovo decennio. “Era una canzone nata dalla sbornia di ottimismo probabilmente ingenuo degli anni Ottanta”, ha spiegato il rocker, ricordando come quella stagione arrivasse dopo “la grande illusione del sogno di poter cambiare il mondo o almeno il sistema che metteva al centro la merce, il profitto, il consumismo, la pubblicità, invece che l’uomo”. Alle spalle restavano la sconfitta dei movimenti degli anni Settanta e la tragedia del terrorismo, mentre avanzava il desiderio di ricominciare e riappropriarsi della propria esistenza. “Chi non vuole una vita spericolata a 30 anni? Una vita piena di avventura...”, ha aggiunto Vasco.
Dopo l’esordio sanremese del 1982 con “Vado al massimo”, Vasco Rossi tornò al Festival nel 1983 proprio con “Vita spericolata”. La canzone si classificò al penultimo posto, ma il risultato della gara si sarebbe rivelato irrilevante. Pubblicata su 45 giri insieme a “Mi piaci perché” e inserita nello stesso anno nell’album “Bollicine”, diventò progressivamente uno dei grandi classici della canzone italiana.
Anche il celebre riferimento al Roxy Bar contribuì alla mitologia del pezzo. Il nome richiamava “Che notte” di Fred Buscaglione e sarebbe stato poi ripreso negli anni Novanta da Red Ronnie per il suo programma televisivo. Nel tempo “Vita spericolata” è stata reinterpretata da numerosi artisti, fra i quali Francesco De Gregori, che la incluse nell’album “Il bandito e il campione”, e Massimo Ranieri. Gino Paoli citò invece il suo inciso nel finale di “Quattro amici”, affidandolo alla voce dello stesso Vasco. Ne esiste anche una versione in inglese cantata da Tullio Ferro.
Il successo, tuttavia, ha finito spesso per deformarne il senso. Secondo Vasco, “Vita spericolata” non è un elogio dell’incoscienza o dell’autodistruzione, ma l’espressione del desiderio di vivere pienamente. “È una delle canzoni più fraintese della storia dell’umanità”, ha osservato, definendola “un inno alla vita vissuta spericolatamente, nel senso di intensamente, con entusiasmo, con forza”.
A 44 anni da quel pomeriggio piovoso a Cagliari, Vasco rivendica così il significato più profondo della sua canzone: il rifiuto di un’esistenza senza passioni, emozioni e libertà.
La Cina può internazionalizzare il renminbi senza copiare il dollaro?
Per capire perché questa tesi abbia tanta presa occorre guardare non alla Cina, ma agli Stati Uniti, al meccanismo con cui Washington ha fornito al mondo la sua moneta per ottant’anni. È un meccanismo che funziona solo a una condizione: che l’America viva strutturalmente al di sopra dei propri mezzi.
Partiamo dall’aritmetica. La bilancia dei pagamenti di un paese è un’identità contabile: il saldo delle partite correnti (esportazioni meno importazioni di beni e servizi, più redditi da capitale e trasferimenti) deve essere compensato, con segno opposto, dal saldo del conto finanziario (acquisti e vendite di attività tra residenti e non residenti).
Se un paese registra un deficit delle partite correnti, sta consumando e investendo più di quanto produce. La differenza la paga cedendo al resto del mondo diritti sulla propria economia futura: moneta, titoli, azioni, immobili.
In altre parole, il deficit corrente è un canale attraverso cui riversare la propria valuta, o attività denominate in essa, nel resto del mondo. Simmetricamente, un paese in surplus corrente assorbe valuta estera invece di fornire la propria.
Da qui l’argomento sulla valuta cinese: un’economia che esporta più di quanto importa, come la Cina, drena valuta dal mondo invece di immetterne. Perché mai il resto del pianeta dovrebbe detenere in massa una moneta che il suo emittente, per struttura, non distribuisce?
La doppia circolazione del dollaro
Gli Stati Uniti registrano deficit delle partite correnti pressoché ininterrottamente dai primi anni Ottanta. Ogni anno, decine e ormai centinaia di miliardi di dollari escono dal circuito domestico americano per pagare merci tedesche, petrolio del Golfo, elettronica assemblata in Asia. Questo è il primo tempo del meccanismo: la fornitura di liquidità.
Il secondo tempo è il ritorno. Quei dollari non restano fermi nei forzieri delle banche centrali o delle imprese estere: vengono reinvestiti negli Stati Uniti, generando un surplus persistente del conto finanziario. Il dollaro esce come mezzo di pagamento e rientra come capitale. È una circolazione a doppio senso che tiene insieme il sistema: l’America compra beni reali dal mondo, il mondo compra carta americana.
Perché il mondo accetta lo scambio? Perché i mercati finanziari statunitensi offrono qualcosa che nessun altro sistema replica su scala comparabile: profondità, liquidità e un menù completo di attività per ogni tipo di investitore. Da un lato, i Treasury, titoli del Tesoro emessi in volumi enormi, scambiati sul mercato obbligazionario più liquido del pianeta, soddisfano la domanda di attività sicure delle banche centrali che devono parcheggiare le riserve ufficiali. Dall’altro, il mercato azionario americano offre attività rischiose ad alto rendimento, le Big Tech in testa, che attirano il risparmio privato globale in cerca di ritorni.
Questa doppia offerta ha fatto guadagnare agli Stati Uniti la definizione di “banchiere del mondo”: un soggetto che si indebita a breve termine e a basso costo (vendendo attività sicure agli stranieri) e investe all’estero a lungo termine e ad alto rendimento (comprando imprese, fabbriche, partecipazioni). Per decenni il differenziale di rendimento tra ciò che l’America paga sui propri debiti e ciò che incassa sui propri investimenti esteri, quello che l’ex Presidente francese Valéry Giscard d’Estaing chiamò già negli anni Sessanta il “privilegio esorbitante”, ha permesso agli Stati Uniti di sostenere ampi deficit senza che aumentasse in misura corrispondente il costo netto di interessi e dividendi pagati al resto del mondo.
L’esempio storico più nitido di questa circolazione è il petrodollaro. Dopo gli shock petroliferi degli anni Settanta, i paesi esportatori del Golfo si trovarono a incassare montagne di dollari. Quei dollari non furono convertiti e dispersi: furono riciclati verso gli Stati Uniti, in Treasury, depositi bancari, immobili, partecipazioni azionarie.
Il circuito si chiudeva così: l’America importava greggio pagando in dollari, i produttori reinvestivano quei dollari in attività americane, e la domanda estera di titoli statunitensi teneva bassi i tassi d’interesse e alto il valore della moneta. Il deficit corrente americano, lungi dall’essere una debolezza, diventava l’ingranaggio che alimentava la centralità del dollaro nel commercio energetico mondiale, e, per estensione, in tutto il commercio mondiale.
Il dilemma di Triffin: la falla nel progetto
Ma il meccanismo porta scritta dentro di sé la propria contraddizione. La individuò l’economista belga Robert Triffin già all’inizio degli anni Sessanta, quando il sistema di Bretton Woods ancorava il dollaro all’oro. Il suo ragionamento, nella versione originale: per fornire al mondo la liquidità di cui l’economia internazionale in crescita ha bisogno, gli Stati Uniti devono emettere dollari in eccesso rispetto alle proprie riserve auree; ma più dollari circolano rispetto all’oro che li garantisce, meno credibile diventa la promessa di convertibilità. Il sistema può funzionare solo erodendo la fiducia su cui si regge. La profezia si avverò nel 1971, quando Nixon sospese la convertibilità e Bretton Woods collassò.
Con il dollaro fiduciario il dilemma non è scomparso: ha cambiato forma. Oggi l’ancora non è più l’oro, ma la solvibilità percepita dello Stato americano. La versione contemporanea suona così: per soddisfare la domanda globale di liquidità e di attività sicure in dollari, gli Stati Uniti devono continuare ad accumulare deficit correnti e a emettere debito; ma ogni anno di deficit accresce la posizione debitoria netta del paese verso l’estero. A un certo punto, gli investitori possono cominciare a chiedersi se quel debito verrà mai onorato al suo valore reale, o se Washington non sarà tentata di alleggerirne il peso per la via più antica: lasciar deprezzare la moneta, o tollerare un’inflazione che eroda il valore reale delle passività.
È una tensione strutturale, non congiunturale. La stessa qualità che rende il dollaro desiderabile, l’abbondanza di attività sicure americane, è prodotta da un processo che, protratto abbastanza a lungo, mina la sicurezza di quelle stesse attività. Il fornitore mondiale di stabilità genera instabilità per il fatto stesso di svolgere la propria funzione.
La posizione debitoria netta degli Stati Uniti verso l’estero, cioè la differenza tra tutte le attività estere detenute da americani e tutte le attività americane detenute da stranieri, ha superato il 90% del PIL nominale. Alla vigilia della crisi finanziaria globale del 2008 era intorno al 20%. In meno di vent’anni il rapporto è più che quadruplicato.
E già nel 2009 Zhou Xiaochuan, allora governatore della banca centrale cinese, ha rilanciato esplicitamente il dilemma di Triffin in un suo celebre saggio del marzo di quell’anno, in piena crisi finanziaria, per sostenere che un sistema monetario internazionale fondato sulla valuta nazionale di un singolo paese è strutturalmente instabile, e che la soluzione andava cercata in strumenti sovranazionali come i Diritti Speciali di Prelievo del FMI.
La posizione cinese, da allora, non è mai stata “sostituire il dollaro con il renminbi” replicandone il modello: è stata erodere gradualmente la centralità del dollaro diversificando fatturazione commerciale, riserve e circuiti di pagamento, senza assumersi i costi, i deficit, il debito e la vulnerabilità che l’egemonia monetaria in stile americano comporta.
Cosa significa per la valuta cinese
Torniamo al punto di partenza. Se quello americano è l'unico modello, la conclusione è obbligata: la Cina, paese strutturalmente in surplus, non può fornire renminbi al mondo e l’internazionalizzazione della sua valuta resterà un progetto zoppo.
Ma è davvero l’unico modello?
Secondo Zhang Ming, vicedirettore dell’Istituto di Economia e Politica Mondiale dell’Accademia Cinese delle Scienze Sociali (CASS) e vicedirettore dell’Istituto Nazionale per la Finanza e lo Sviluppo, la Cina starebbe perseguendo un modello diverso, basato sulla forza del suo settore manifatturiero piuttosto che sul predominio dei suoi mercati finanziari. Come scrive in un suo articolo pubblicato su China Forex, una pubblicazione supervisionata dalla State Administration of Foreign Exchange (SAFE), l’autorità di regolamentazione del mercato valutario cinese:
Non esiste un unico percorso prestabilito per l’internazionalizzazione della valuta. Un paese che desidera espandere l’uso internazionale della propria valuta deve scegliere l’approccio più adatto alle proprie risorse e ai propri punti di forza competitivi.Da un lato, l’industria manifatturiera cinese si distingue per la sua elevata competitività sui mercati internazionali. Il suo vantaggio non dipende soltanto dai costi contenuti, ma anche dalla qualità e dall’affidabilità dei prodotti, dalla completezza delle filiere produttive e dalla capacità di adattarsi rapidamente ai cambiamenti della domanda.
La Cina rappresenta oggi circa un terzo del valore aggiunto manifatturiero mondiale. Considerata la sua competitività, sia nei settori manifatturieri tradizionali sia in quelli ad alta tecnologia, è probabile che continui a registrare un surplus delle partite correnti ancora a lungo.
Ma le imprese, le istituzioni finanziarie e le famiglie cinesi hanno forti incentivi a espandere le proprie attività all'estero. Come scrive Zhang:
Per le aziende cinesi, la combinazione di attriti commerciali tra Cina e Stati Uniti e l’intensificarsi delle tensioni geopolitiche ha reso sempre più necessaria la diversificazione globale delle catene di approvvigionamento. Con l’aumento degli investimenti e degli impianti di produzione all’estero da parte delle aziende cinesi, è probabile che gli investimenti diretti esteri in uscita dalla Cina continuino a superare quelli in entrata.In passato la Cina è stata una delle principali destinazioni mondiali degli investimenti diretti esteri. A partire dalle riforme e dall’apertura avviate alla fine degli anni Settanta, l’afflusso di capitali stranieri ha svolto un ruolo fondamentale nello sviluppo del Paese, contribuendo non solo a finanziare la produzione, ma anche a trasferire tecnologie, competenze manageriali e accesso ai mercati internazionali. Gli investimenti esteri sono stati così uno dei principali motori dell’industrializzazione e dell’ascesa economica cinese. Ma negli ultimi anni la Cina è passata gradualmente dall'essere una destinazione di capitali esteri a diventare un importante esportatore di capitali.
Il sorpasso è avvenuto in due tempi, per ragioni opposte. Il primo risale al 2015-2016, gli anni della grande ondata di acquisizioni cinesi all’estero: ChemChina che rileva Syngenta, i conglomerati come HNA, Anbang e Wanda che comprano hotel, cinema e squadre di calcio in mezzo mondo. Secondo i dati del Ministero del Commercio, gli investimenti in uscita superarono allora per la prima volta quelli in entrata.
Fu un sorpasso effimero: Pechino stessa lo interruppe, imponendo tra il 2016 e il 2017 controlli sui capitali per frenare quella che considerava una fuga speculativa travestita da espansione industriale. Nei termini della bilancia dei pagamenti, la Cina tornò a essere importatrice netta di investimenti diretti fino al 2021.
Il secondo cambio di segno, quello strutturale, è in corso dal 2022-2023. Nel 2023 gli investimenti cinesi all’estero hanno raggiunto i 148 miliardi di dollari, e il terzo trimestre di quell’anno ha registrato, per la prima volta nella serie storica dell’amministrazione valutaria cinese, flussi in entrata negativi: le multinazionali straniere rimpatriavano più capitale di quanto ne investissero, attratte dai tassi americani più alti e sospinte dalle tensioni geopolitiche. Nel 2024 gli investimenti diretti all’estero hanno raggiunto circa 162,8 miliardi di dollari, mentre quelli in entrata sono scesi a circa 116-117 miliardi di dollari.
Come riporta il Financial Times, “la massiccia campagna di investimenti esteri della Cina ha dato impulso alla creazione di nuovi poli industriali in paesi come Thailandia, Indonesia, Brasile, Ungheria e Marocco. Gli investimenti esteri cinesi rappresentavano circa l’11% del totale globale nel 2023, un anno in cui i flussi globali di investimenti diretti esteri hanno subito un rallentamento del 2%, secondo i dati cinesi e delle Nazioni Unite”.
Poiché i tassi di interesse in Cina sono oggi sensibilmente inferiori a quelli statunitensi, è aumentata la domanda di finanziamenti in renminbi da parte di soggetti esteri. Se prendere in prestito renminbi può costare meno che prendere in prestito dollari, è probabile che anche prestiti, depositi e altri finanziamenti continuino a generare un’uscita netta di capitali dalla Cina, che presta al resto del mondo più denaro di quanto ne riceva.
Come prosegue Zhang:
In effetti, la struttura della bilancia dei pagamenti cinese negli ultimi anni ha mostrato sempre più spesso proprio questo schema: un surplus delle partite correnti combinato con un deficit delle partite finanziarie. Gli investimenti diretti e gli altri investimenti hanno tutti registrato deficit di diversa entità.In sostanza, la bilancia dei pagamenti cinese degli ultimi anni presenta una struttura che è l'esatto speculare di quella americana. Dove gli Stati Uniti combinano deficit commerciale e surplus finanziario, la Cina combina surplus commerciale e deficit del conto finanziario.
Fornire renminbi al resto del mondo attraverso deflussi dai conti finanziari, consentendo al contempo il ritorno della valuta in Cina tramite i surplus delle partite correnti, si sta affermando come una strategia tipicamente cinese per l’internazionalizzazione della valuta.
Tradotto: i residenti cinesi – imprese, banche, in parte lo Stato – acquistano più attività estere di quante attività cinesi acquistino gli stranieri. Gli investimenti diretti, come abbiamo visto, hanno cambiato segno; e lo stesso vale per la voce degli "altri investimenti", cioè prestiti e depositi transfrontalieri. Capitale cinese che esce, sotto forma di fabbriche, crediti, finanziamenti.
Da questa struttura discende un circuito monetario alternativo a quello del dollaro, ma altrettanto coerente. Il renminbi esce dalla Cina attraverso il conto finanziario: prestiti alle economie partner, investimenti diretti denominati in valuta cinese, linee di swap tra banche centrali. E rientra attraverso le partite correnti: chi ha ricevuto renminbi li spende comprando merci cinesi: macchinari, pannelli solari, veicoli elettrici, beni intermedi.
Il dollaro esce comprando beni e rientra come capitale; il renminbi esce come capitale e rientra nell’acquisto di beni. Sono due circolazioni complete, solo percorse in senso opposto. E quella cinese ha un ancoraggio che quella americana ha perso da tempo: la domanda di renminbi è agganciata all’economia reale, alla capacità manifatturiera del paese, non alla disponibilità del resto del mondo a detenere passività finanziarie di un debitore.
Secondo Zhang:
Rispetto al modello statunitense, i persistenti surplus delle partite correnti aumenterebbero le attività esterne nette della Cina. Nel medio termine, ciò potrebbe rafforzare le aspettative di apprezzamento del renminbi e aiutare la Cina a evitare, almeno in parte, il dilemma di Triffin. Il percorso cinese potrebbe quindi rivelarsi più sostenibile rispetto al modello statunitense.Il meccanismo americano fornisce dollari accumulando debito estero netto, ed è questo debito crescente, come abbiamo visto, a corrodere nel tempo la fiducia su cui il sistema si regge. Il meccanismo cinese fornirebbe renminbi accumulando attività estere nette: ogni anno di surplus corrente rafforza la posizione creditoria della Cina verso il mondo.
L'obiezione immediata è che un simile percorso non abbia precedenti. Ma il precedente esiste: sono gli Stati Uniti stessi. Nei primi anni di Bretton Woods, l'America era esattamente dove la Cina si trova oggi, cioè era la manifattura dominante del pianeta, in surplus corrente strutturale.
In quel momento gli USA hanno fornito dollari al mondo non attraverso deficit commerciali, ma attraverso l'esportazione di capitale: il Piano Marshall ne è l'archetipo. Washington prestava dollari all'Europa in ricostruzione, e l'Europa usava quei dollari per comprare macchinari, attrezzature e beni americani.
Il dollaro è diventato la valuta del mondo prima e senza i deficit correnti americani, che iniziarono solo negli anni Ottanta. La tesi secondo cui il deficit è la condizione dell'egemonia monetaria confonde una fase del percorso con il percorso intero.
Come conclude Zhang:
Questa esperienza storica suggerisce che l’internazionalizzazione della valuta potrebbe procedere in due fasi.Fonte
Nella prima fase, il principale vantaggio competitivo di un paese risiede nel settore manifatturiero. Pertanto, promuove l’uso internazionale della propria valuta attraverso una combinazione di surplus delle partite correnti e deficit delle partite finanziarie.
Nella seconda fase, con l’aumento della competitività relativa dei suoi mercati finanziari e il calo di quella del suo settore manifatturiero, il paese si orienta verso un modello basato su disavanzi delle partite correnti e surplus delle partite finanziarie.
L’internazionalizzazione del renminbi si trova attualmente nella prima di queste due fasi.
Cacciatori di bambini, ma non si può dire
“Ciao Giorgio Cremaschi. Il tuo account Instagram è stato sospeso. Il motivo è che il tuo account o la relativa attività non rispetta i nostri Standard della community in materia di persone e di organizzazioni pericolose”.
Con questa comunicazione il mio account Instagram è stato sospeso il 26 agosto e automaticamente lo stessa sorte è toccata a quello su Facebook.
Ho fatto ricorso come da procedura, ma due giorni dopo, mentre scrivo, la sospensione è ancora in vigore.
L’intelligenza artificiale di Meta, con cui ho comunicato tramite Whatsapp, mi ha scritto che questi tempi più lunghi di sospensione sono dovuti al fatto che il mio account sia sotto esame di un “revisore umano”. Questo perché i miei account erano già già stati sospesi il 18 agosto, ma già il 19 erano stati riammessi senza alcuna limitazione.
Allora era stato l’algoritmo a decidere che non dovevo essere censurato, ora dovrà essere una persona in carne ed ossa. Evidentemente anche nel regno dell’IA sono le burocrazie aziendali viventi che hanno l’ultima parola.
Ma perché mi è stata addebitata l’accusa di non rispettare gli standard In materia di “persone e organizzazioni pericolose”? Non c’è alcuna motivazione al riguardo, l’accusa ed il giudizio successivo non solo sono insindacabili, ma non sono neppure argomentati.
Così funziona la “libertà” dei social, che sono in realtà imprese super miliardarie private, gestite con potere assolutamente privato. E tante e tanti possono raccontare di come i grandi social controllino e censurino ciò che si scrive e limitino o sospendano l’accesso a chi pubblichi cose sgradite alla proprietà.
Per quanto mi riguarda, la sospensione è avvenuta subito dopo la pubblicazione di questo post, che riporto integralmente:
“CACCIATORI DI BAMBINI. Non fate volare gli aquiloni altrimenti uccidiamo.”Questo il mio testo, corredato dall’immagine di un bimbo di Gaza con l’aquilone. Poco tempo dopo la sua pubblicazione, che aveva fatto in tempo a raccogliere insulti e minacce, è scattata la sospensione dell’account.
Questo l’ultimatum che Netanyahou ha rivolto agli abitanti di Gaza. E i genitori hanno deciso di proibire ai figli di giocare con gli aquiloni. Si sa, le minacce di Israele vanno prese sul serio, perché ai bambini i soldati IDF sparano e alcuni di essi se ne vantano pure.
Anni fa ebbe un grande successo il libro “Il cacciatore di aquiloni” di Khaled Hosseini, che raccontava della proibizione degli aquiloni nell’Afghanistan dei Talebani. Che ora pare ci abbiano ripensato.
Invece oggi il volo degli aquiloni a Gaza è proibito dal governo israeliano, con la motivazione ufficiale che potrebbe essere usato da Hamas per sue azioni.
La verità è che Israele perseguita e uccide i bambini palestinesi perché vuole cancellare il futuro del loro popolo. Non sono solo cacciatori di aquiloni ma cacciatori di bambini, con il sostegno e la complicità di governanti, politici e giornalisti occidentali.”
Chi sarebbero dunque le persone o le organizzazioni pericolose? Leggendo il mio post si potrebbe pensare che siano Netanyahu ed Israele, ma non è sicuramente questo ciò che muove la censura di Instagram e Facebook. Per essa pericoloso è chi denuncia i crimini israeliani. Da sempre sappiamo che la censura social colpisce chi pubblica le immagini del genocidio a Gaza e in Palestina. “Troppa violenza” è la motivazione, non in chi la compie, ma in chi la fa conoscere.
Il regime e le organizzazioni sioniste investono cifre e potere enormi per controllare e distorcere a loro favore la comunicazione. L’accusa di antisemitismo contro chi sta con la Palestina, che ora è anche un progetto di legge che in settembre va alla nostra Camera, è il più grande successo della propaganda sionista.
Nell'autunno scorso la mobilitazione per Gaza non aveva solo sfondato nelle piazze, ma anche sui social, i cui padroni sono subito corsi ai ripari, stringendo le maglie della censura. Così Meta di Zuckerberg da un lato patteggia negli USA una multa di 18 miliardi (a proposito di quanto guadagnano i padroni dei social...); dall’altro incrementa la censura sionista. Come il governo USA, che colpisce con sanzioni alcune organizzazioni antifasciste e pro Palestina per intimidire tutti, così sui social alcuni vengono sospesi perché tutti capiscano.
Farò sapere come andrà a finire, ma intanto bisogna proprio che cominciamo a ragionare su come combattere e rovesciare il potere di pochi padroni sui social e sulla rete, cioè sulla libertà.
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Israele espelle funzionari olandesi, minaccia i britannici ma loda Italia e Germania
Italia e Germania continuano a essere i “migliori complici di Israele in Europa”. La conferma viene dal fatto che Israele sta valutando la possibilità di espellere anche i funzionari britannici e potenzialmente di altri paesi europei dal Centro di coordinamento a guida statunitense per la Striscia di Gaza postbellica, come ritorsione per le critiche mosse alle politiche di Benjamin Netanyahu nei Territori Palestinesi.
Ieri il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar aveva annunciato l’espulsione dei rappresentanti olandesi dal Centro Internazionale di Supporto per Gaza (ex Cmcc) a Kiryat Gat, parte del Board of Peace per la Striscia, che dovranno lasciare Israele “entro una settimana”.
“Ho preso questa decisione oggi a seguito di una serie di iniziative anti-israeliane del governo olandese. L’ultima è stata l’approvazione di una legge che vieta il commercio di prodotti israeliani provenienti da Giudea e Samaria, Gerusalemme Est e dalle Alture del Golan, che entrerà in vigore il mese prossimo”, ha scritto Sa’ar su X.
“Il nostro messaggio è chiaro: chiunque agisca contro Israele non avrà alcun ruolo nella regione. Israele non permetterà che vengano intraprese azioni contro di esso senza rispondere”.
Diverse fonti a conoscenza dei fatti hanno affermato che nelle scorse settimane il governo israeliano ha discusso la possibilità di espellere anche i funzionari del Regno Unito dall’International Gaza Support Center, il quartier generale multinazionale istituito per monitorare il cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti tra Israele e Hamas.
Secondo il Financial Times misure simili sarebbero state prese in considerazione anche nei confronti di Italia e Germania. L’ufficio del primo ministro israeliano e i funzionari tedeschi si sono rifiutati di commentare. Anche un funzionario del governo italiano ha respinto l’idea che l’Italia e la Germania vengano espulse dall’IGSC.
Interpellato in merito, un funzionario israeliano si è limitato a dire: “Israele ha buoni rapporti con la Germania e l’Italia”.
Nelle ore successive, una fonte ufficiale israeliana ha dichiarato all’ANSA che “il report del Financial Times non è corretto: non c’è alcuna intenzione di agire contro Paesi amici come l’Italia o la Germania. Diverso è invece quanto accaduto nel caso dell’Olanda”.
Il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar ha annunciato questa settimana l’espulsione dei rappresentanti olandesi dal centro a causa della decisione dei Paesi Bassi di boicottare i prodotti israeliani provenienti dagli insediamenti nella Cisgiordania occupata, a Gerusalemme Est e sulle alture del Golan.
Quest’anno Israele aveva già espulso i rappresentanti spagnoli dall’IGSC, citando il “pregiudizio ossessivo anti-israeliano” di Madrid. Annunciando la decisione contro i Paesi Bassi, Sa’ar ha dichiarato: “Israele non permetterà che vengano presi provvedimenti contro di esso senza una risposta”.
L’IGSC, precedentemente noto come Centro di coordinamento civile-militare, ha sede nel sud di Israele ed è guidato da ufficiali militari statunitensi che lavorano a fianco delle Forze di difesa israeliane e di decine di funzionari militari e diplomatici provenienti da circa 50 paesi e organizzazioni internazionali.
Il nuovo primo Ministro britannico Andy Burnham ha puntato ad inasprire la posizione del Regno Unito nei confronti di Israele, affermando il mese scorso che avrebbe cercato di esercitare pressioni sul governo israeliano attraverso un potenziale divieto di commercio di merci provenienti dagli insediamenti.
Il Regno Unito, la Germania e l’Italia, insieme a quasi altri 20 paesi e alla Commissione europea, hanno pubblicato la scorsa settimana una lettera congiunta in cui criticano aspramente il piano di Israele di procedere con le gare d’appalto per la costruzione del progetto di insediamento E-1 vicino a Gerusalemme, che secondo gli analisti potrebbe dividere in due la Cisgiordania e rivelarsi fatale per le prospettive di uno Stato palestinese.
Il ministro degli Esteri britannico Ed Miliband ha aggiunto che “la Gran Bretagna non resterà a guardare e non accetterà la distruzione della soluzione dei due Stati”. Sa’ar ha replicato che il Regno Unito non dovrebbe “dare lezioni al popolo ebraico su dove può vivere nella sua patria storica”.
Secondo il Financial Times una fonte a conoscenza della situazione ha affermato che Israele ha già dato un esempio con la Spagna e i Paesi Bassi, e quindi era logico aspettarsi una sorta di “ritorsione” per la posizione più intransigente della Gran Bretagna. Più di 140 parlamentari hanno recentemente firmato una lettera in cui sollecitano Burnham a procedere con il divieto di importazione di merci provenienti dagli insediamenti.
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La caccia alle streghe contro gli Antifa
Il punto non è stabilire se un piccolo collettivo italiano che da venticinque anni offre servizi digitali indipendenti sia improvvisamente diventato una minaccia per la sicurezza della più grande potenza militare del pianeta. La domanda da porsi è un’altra: perché l’antifascismo sta diventando una categoria dell’antiterrorismo?
La risposta sta nella costruzione di un nuovo nemico interno. “Antifa” non indica un’organizzazione strutturata, con una direzione, una gerarchia, un programma unitario e un sistema di appartenenza definito. È una categoria politica estremamente ampia dentro la quale convivono esperienze, pratiche e culture differenti.
Proprio questa indeterminatezza, però, costituisce oggi la sua maggiore utilità repressiva. Se il nemico non ha confini precisi, quei confini possono essere stabiliti di volta in volta dal potere.
È la vecchia logica della caccia alle streghe applicata al conflitto politico contemporaneo. Prima si costruisce una categoria abbastanza vaga da contenere soggetti molto diversi; poi si attribuisce a quella categoria una pericolosità generale; infine si trasferisce il sospetto dal comportamento alla persona, dalla persona alle sue relazioni e dalle relazioni alle strutture che le permettono di comunicare.
Non bisogna più dimostrare cosa abbia fatto qualcuno. Diventa sufficiente stabilire a quale ambiente appartenga, quali idee condivida, quali siti frequenti, quali strumenti utilizzi, a quali lotte manifesti solidarietà.
Autistici/Inventati rende questa trasformazione evidente. L’accusa statunitense non sostiene che il collettivo abbia organizzato attentati o materialmente partecipato ad azioni violente. Gli contesta di avere fornito infrastrutture digitali utilizzate anche da gruppi che Washington considera responsabili di sabotaggi e violenze. È un precedente enorme. Significa trasferire sul gestore di un’infrastruttura la responsabilità politica delle azioni compiute da alcuni dei suoi utenti.
Applicata coerentemente, questa logica dovrebbe portare a conseguenze paradossali. Facebook, Instagram, X, Telegram e le altre grandi piattaforme sono state utilizzate da terroristi, suprematisti bianchi, organizzazioni criminali, autori di stragi e gruppi estremisti di ogni genere. Alcuni assassini hanno persino trasmesso in diretta i propri massacri. Nessuno ha mai pensato per questo di inserire Meta o X nelle liste delle organizzazioni terroristiche.
Per Autistici/Inventati vale un criterio diverso. E la ragione è politica.
Le grandi piattaforme commerciali possono tollerare persino forme radicali di dissenso perché quel dissenso viene catturato, profilato, trasformato in dati. Un’opinione pubblicata su un social network non è soltanto un’opinione: entra dentro una macchina che registra relazioni, interessi, orientamenti, reti sociali e comportamenti. Il conflitto diventa informazione commerciale e, quando necessario, materiale utilizzabile dagli apparati di controllo.
Autistici/Inventati rappresenta l’opposto di questo modello. Non profila gli utenti, non costruisce un mercato sui loro dati, difende anonimato e privacy e prova a mantenere spazi di comunicazione sottratti alla logica commerciale. Il motto “socializzare saperi senza fondare poteri” descrive perfettamente questa anomalia. Ed è proprio questa autonomia, più che qualche singolo contenuto ospitato, a rendere politicamente significativo l’attacco.
La questione, dunque, non riguarda soltanto la libertà digitale. Riguarda il diritto stesso a costruire infrastrutture autonome del dissenso.
È qui che il caso americano incontra qualcosa che stiamo vedendo anche in Europa e in Italia. Negli ultimi anni la soglia dell’intervento repressivo è stata progressivamente anticipata. Il diritto penale non aspetta più necessariamente il fatto. Interviene prima. Sulle intenzioni, sulle relazioni, sui materiali posseduti, sulle parole pronunciate, sull’identità politica attribuita a una persona.
Il decreto sicurezza italiano del 2025 rappresenta uno degli esempi più evidenti di questa trasformazione. Il cosiddetto “terrorismo della parola” consente di spostare il campo della punibilità verso la detenzione e la circolazione di determinati materiali.
Il caso Ahmad Salem mostra concretamente dove può portare questa impostazione: un giovane palestinese condannato a quattro anni sulla base anche di video conservati nel proprio telefono e di parole pronunciate sulla resistenza palestinese.
Negli Stati Uniti si compie ora un passaggio ulteriore. Dal terrorismo della parola al terrorismo della rete. E dal terrorismo della rete al terrorismo dell’infrastruttura.
Prima viene criminalizzato chi agisce. Poi chi parla. Poi chi manifesta solidarietà. Infine chi mette a disposizione gli strumenti attraverso cui quelle persone possono parlare e organizzarsi.
Il filo che unisce questi passaggi è il progressivo abbandono del diritto penale del fatto a favore di un diritto penale del nemico. Non conta più soltanto ciò che hai fatto. Conta chi sei, con chi stai, cosa pensi, quali lotte sostieni e quale universo politico frequenti.
Ed è precisamente per questo che la categoria “Antifa” è così utile. La sua indeterminatezza permette di allargare continuamente il bersaglio. Oggi un collettivo digitale. Domani un centro sociale. Poi un’associazione che sostiene la Palestina, una cassa di solidarietà, un giornale militante, chi ospita un sito, chi organizza una manifestazione, chi finanzia le spese legali di un arrestato. Il dispositivo non ha bisogno di arrivare immediatamente a tutti. Gli basta stabilire il principio.
La presenza nello stesso provvedimento statunitense di Autistici/Inventati, Palestine Action e Masar Badil rende ancora più evidente il terreno sul quale questa offensiva si sviluppa. Soggetti molto diversi vengono ricondotti alla stessa cornice securitaria. Uno dei principali elementi che li accomuna è la solidarietà con la Palestina. Autistici/Inventati ha inoltre ricordato che molti gruppi che si oppongono a Trump utilizzano i suoi servizi e che il collettivo ha sostenuto iniziative contro il massacro della popolazione palestinese.
Antifascismo, anticapitalismo e solidarietà palestinese cominciano così a essere accostati dentro una medesima grammatica della minaccia.
È questo il punto sul quale occorre essere netti. Non siamo davanti a una nuova legislazione destinata semplicemente a perseguire chi commette atti violenti. Gli ordinamenti possiedono già una quantità enorme di norme per perseguire attentati, aggressioni, devastazioni, incendi e sabotaggi. Non servirebbe costruire categorie politiche come “terrorismo di estrema sinistra” se l’obiettivo fosse semplicemente perseguire singoli reati.
La funzione della categoria è diversa: permette di trasformare comportamenti differenti in manifestazioni di un unico nemico politico.
È la stessa operazione che abbiamo visto infinite volte nella storia delle legislazioni emergenziali. L’eccezione viene introdotta contro il soggetto che appare più facilmente isolabile e poi progressivamente normalizzata. I poteri straordinari costruiti contro il “terrorista” diventano strumenti contro il militante; quelli sperimentati contro il militante vengono utilizzati contro il manifestante; quelli utilizzati contro il manifestante diventano ordinaria amministrazione dell’ordine pubblico.
Per questo sarebbe un errore anche da parte dei movimenti rispondere alla caccia alle streghe rifugiandosi in una rivendicazione identitaria dell’etichetta Antifa. La questione è molto più larga. Non bisogna difendere una sigla: bisogna impedire che il potere possa decidere quali idee trasformare in categorie di polizia.
Essere antifascisti non è terrorismo. Essere anticapitalisti non è terrorismo. Sostenere la Palestina non è terrorismo. Contestare un governo non è terrorismo. Organizzare uno sciopero, occupare uno spazio, costruire un’infrastruttura digitale indipendente, manifestare, pubblicare un giornale radicale, proteggere la propria privacy, criticare Trump, Meloni o Netanyahu non significa appartenere a un’organizzazione terroristica.
Sembrano affermazioni elementari. Il fatto stesso che sia necessario ribadirle misura quanto si sia già spostato il confine.
Il problema, infatti, non è soltanto la repressione che viene esercitata. È quella che viene resa pensabile. Se l’antifascismo può essere trasformato in una categoria antiterroristica, se la solidarietà palestinese può diventare indizio di radicalizzazione, se un’infrastruttura digitale può essere accusata per ciò che fanno alcuni dei suoi utenti, allora è stato costruito un dispositivo potenzialmente applicabile a una parte enorme del dissenso sociale.
La caccia alle streghe funziona proprio così. Non deve necessariamente incarcerare tutti. Deve produrre paura, isolamento, autocensura. Deve convincere associazioni, università, sindacati, giornali, fornitori di servizi e singole persone che avere rapporti con determinati soggetti possa diventare pericoloso. La repressione più efficace è quella che riesce a far arretrare le persone prima ancora dell’arrivo della polizia.
Per questo l’attacco ad Autistici/Inventati riguarda tutti quelli che pensano che una democrazia debba conservare uno spazio per il conflitto, anche radicale. Difendere oggi quell’esperienza non significa condividere ogni contenuto pubblicato sui suoi server né ogni pratica di chi utilizza i suoi servizi. Significa difendere un principio molto più semplice: la responsabilità è personale e riguarda fatti concreti. Non può essere trasformata in una colpa per associazione politica.
Quando questo principio viene abbandonato, la questione non è più chi finirà nella prossima lista. La questione è chi avrà ancora il potere di decidere chi può dissentire.
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