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martedì 20 giugno 2017

Tempo di elezioni, tempo di costituenti

Ogni elezione si tira dietro la sua necessaria escalation di costituenti più o meno “rosse”. E’ il richiamo della foresta elettorale, quello per cui alla “domanda di sinistra” dovrebbe corrispondere un’offerta conseguente. Si moltiplicano allora i contenitori, tutti certo aperti ed eterogenei, in grado di offrire quello che gli elettori chiedono da tempo: una sinistra che faccia la sinistra. C’è la sinistra radicalmente socialdemocratica e keynesiana; c’è quella umanitaria e pacifista; ci sono le varie sinistre comuniste, quelle imperiali e quelle anti-imperialiste; ci sono quelle rosa, rosé, arcobaleno. Ce n’è insomma per tutti i gusti, per tutte le teorie e per tutti i programmi. Ancora nel 2017 tutto lo spettro del marxismo trova in Italia il suo riferimento politico, ciascuno lamentandosi della mancanza di una proposta “veramente marxista”, ognuno presentandosi come vero e unico comunista. Un circo barnum che negli ultimi anni ha trovato il proprio capro espiatorio nel “populismo”, matrice, a leggere i nuovi Lenin digitali, dei disastri elettorali delle vere sinistre, formidabile metadone padronale capace di alienare i veri interessi dei subalterni indirizzandoli verso false soluzioni di falsi problemi. Non ci fosse il populismo saremmo già al comunismo di guerra, così come venti anni fa non ci fosse stato Bertinotti, o quarant’anni fa non ci fosse stato il Pci. E così via, rimuovendo responsabilità e limiti verso l’altro da sé pur di non procedere mai alla verifica dialettica dei propri errori. Quello che in questi giorni è ancora in gestazione esploderà dall’autunno in un florilegio di costituenti, cose, contenitori, convergenze, apparentamenti in via di dissoluzione un minuto dopo l’inevitabile disfatta elettorale.

Dopo anni di critica ostinata sui limiti di questo approccio elettoralistico, una critica molte volte “senza misericordia”, possiamo ormai dire che l’unica “sinistra” è oggi quella in grado di intervenire e interagire nei rapporti di forza della realtà. Sia essa “elettorale” o “astensionista”, “populista” o “anti-populista”, è interessante solo ciò che è in grado di agire nella realtà nel suo complesso, di porre relazioni coi sentimenti popolari, farsene in qualche modo “portavoce” al di là dei suoi propositi teorici, al di là dei suoi pantheon politici o delle sue teleologie. Quella “sinistra” delle costituenti è l’esatto opposto di questa urgenza, per ovvi motivi. Ma è parimenti incapace di alcunché la “sinistra” parolaia a cui Facebook ha concesso l’invidiabile palcoscenico della virtualità. Oggi che i rapporti sociali vivono il momento di massima regressione storica, ogni cosa rallenti o spezzi questa traiettoria assolve a una funzione oggettivamente progressiva per l’umanità e le sue classi subalterne. Si chiami o meno “sinistra”, sia elettorale o meno. Cose importanti ma che oggi perdono di significato comprensibile nel mondo reale. Fatte salve alcune inevitabili pregiudiziali (l’antifascismo e l’antirazzismo, ad esempio), è ora di cercare la sinistra laddove questa germoglia implicitamente e, forse, inconsciamente.

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