Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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05/10/2024

La banalità elettoralistica

di Franco Astengo

La “banalità elettoralistica” rappresenta il segno dominante della discussione in corso in quello che si vorrebbe “campo largo”: una discussione dai contenuti divisivi perché semplicisticamente legata alla costruzione di uno schieramento che cerca i voti per contrastare (o meglio difendersi) dall’altro schieramento, anch’esso riduttivamente elettorale, nonostante le proclamate pretese di ricerca egemonica formulate da parte degli eredi della tradizione peggiore nel sistema politico italiano.

Il tutto si sta verificando in un quadro complessivo di estrema fragilità dell’intero sistema: fragilità evidenziata dal sempre più crescente distacco sociale, che non riguarda soltanto le mancate espressioni di voto che ormai interessano almeno metà della partecipazione potenziale ma – soprattutto ed essenzialmente – dalla difficoltà di incontrare i veri nodi del divenire culturale, politico, sociale di questa difficile e complicata fase di riassestamento delle gerarchie planetarie che si sta verificando in una situazione di possibile conflitto globale.

Dagli attori presenti nel sistema non emerge un’analisi da sottoporre a reale discussione rivolta ai fenomeni emergenti del ristrutturarsi di blocchi contrapposti e del rapporto nord/sud, della trasformazione da industriale a finanziario che sta attraversando l’Occidente, della sudditanza dell’agire politico all’innovazione tecnologica, del ridursi della democrazia liberale a “recitativa” in modo da aprire così le porte all’illiberalità in diverse forme, come si sta tentando di fare in Italia nella logica del decreto e della modificazione costituzionale e ancora dell’abbandono del welfare state alla voracità del profitto privato, il ritorno del nucleare, il tema ambientale marginalizzato e criminalizzata la protesta verso la violazione dei diritti e sul cambiamento climatico.

Dal nostro punto di vista la riflessione andrebbe aperta partendo dalla tragedia della disintermediazione che ha portato all’assenza di una soggettività politica capace di svolgere una funzione “pivotale” di espressione di egemonia nell’aggregazione del consenso.

Una aggregazione di consenso da sviluppare sui “fondamentali” analizzando il modificarsi delle relazioni tra fratture materiali e fratture “post materialiste” nel trasformarsi del rapporto tra struttura e sovrastruttura.

Pd e “sinistra” non riescono ad affrontare il tema della centralità del soggetto.

Il PD ormai ridotto – appunto – a semplice espressione elettorale (nonostante che gli altri contraenti non ne riconoscano la vastità sul piano numerico) e in ritardo anche nell’assumere esperienze positivamente non localistiche provenienti dal basso.

Le “sinistre” divise in assenza di una riflessione specifica sul proprio ruolo e non a caso ricercanti alleanze legate appunto alla già citata “banalità elettoralistica”.

“Sinistre” ridotte nel recinto del movimentismo e delle “single issues”.

Sul piano europeo emerge anche la tendenza conservatrice-rivoluzionaria: con la rivoluzione legata all’empireo delle aspirazioni nascoste e il concreto dell’oggi affrontato attraverso la ricetta del nazionalismo (da distinguere bene dal “ruolo nazionale” mutuato da Gramsci e dalla sua interpretazione togliattiana, nello specifico di un “caso italiano” a suo tempo esemplare).

Il riferimento al piano europeo deve comprendere anche l’analisi della crisi di quella socialdemocrazia ridottasi sulla frontiera del liberalismo (Francia, Germania) e dell’affermazione – invece – di una solida “socialdemocrazia di sinistra” come quella spagnola.

Sono questi gli elementi (certo descritti sommariamente e con evidente deficit di capacità analitica) sui quali la vicenda del “campo largo” appare di ridotta portata, appunto di “banalità elettoralistica”.

Non è sufficiente: anzi è profondamente sbagliato affidare a una alleanza solo episodicamente opportunistica il senso di una necessità storica come quella di cui la sinistra italiana ed europea ha l’obbligo di farsi carico.

Fonte

22/02/2018

“Il nemico principale non sono i 5 Stelle”. Elettoralismo, governabilita’, ricomposizione di una opposizione di classe

In questa asfittica fase pre-elettorale il ragionamento che emerge, anche in chi vorrebbe riportare al centro la condizione delle masse popolari, è spesso impolitico. Sappiamo bene che non si tratta di casi isolati ma di qualcosa che ormai ha contagiato in modo significativo anche la “nuova sinistra” e le varie aree critiche. Eccetto alcuni rimasugli di ceto politico logori e da sempre compromessi con i vertici di Pd e soci, è questa una condizione più che una scelta, è il risultato di molte sconfitte in questi anni.

Di fatto non esiste oggi una politica di classe autonoma né un programma rivoluzionario, ma solo tentativi o momenti di conflitto settoriali e non di rado stereotipate manifestazioni di ciò che non c’è (avvolte spesso in vesti effimere e post ideologiche).

In termini identitari e di costruzione il voto alla giovane coalizione Potere al Popolo o al Partito Comunista ha il suo perché. Da augurare che entrambi abbiano un riconoscimento, anche se l’elettoralismo è una deviazione ed alcuni tratti specialmente nella nuova coalizione di sinistra radicale iniziano ad intravvedersi.

Posto che comunque vada dopo il 4 marzo non vedremo un governo popolare, occorre ragionare di scenari. In termini di scenari non è certo augurabile che stravinca la destra leghista e berlusconiana ed è bene che il Pd abbia una sonora batosta, conseguenza logica augurarsi una avanzata 5 stelle, gli unici che materialmente possono rompere gli attuali equilibri di potere o che rappresentano comunque una anomalia ed un elemento di instabilità. Di questo potrebbe avvantaggiarsi una opposizione di classe finalmente non subalterna al Pd e cespugli vari. Ma i Cinque stelle sono “populisti” si dirà, una sorta di neo-peronismo all’italiana e qui scatta la facile equazione populismo = fascismo, facile quanto inesatta. In realtà in larghissima parte, per fare un paragone geografico, la sinistra non rivoluzionaria sudamericana è prevalentemente populista ed interclassista eppure nessuno da noi da della fascista a Cristina, a Evo, o ad altri dirigenti progressisti ​sudamericani.

Certo non sfugge la tendenza alla omologazione centrista dei 5 stelle, ben rappresentata da alcuni tentativi di accreditamento del loro attuale candidato più che da altri storici dirigenti del movimento, ma questo potrebbe essere argomento di confronto politico più importante della denigrazione o della asfissiante polemica su rimborsi, donazioni mancate ecc. di cui siamo inondati fino alla nausea.

Non si tratta di sostenerli, quanto di considerare quale sarebbe lo scenario propizio e il quadro politico a cui meglio fare opposizione.In particolare fare campagna contro 5 stelle, cosa che fanno in modo sfegatato molti compagni almeno negli ambiti social, per giunta con gli argomenti dell’attuale blocco di potere e del suo apparato mediatico, è miope e controproducente: darà maggior forza a Pd e Forza Italia che sponsorizzano queste campagne, oltre alla destra estrema di CP che ne approfitterà in termini elettorali, politicamente darà anche maggior forza alla deriva nefasta verso le larghe intese e la cappa di una nuova unità nazionale è certo il peggio che possiamo augurarci per il nostro paese.

Una cosa è tentare di raggiungere un risultato politico, in questo caso un risultato che legittimi l’esperienza di questa aggregazione denominata “potere al popolo” (salvo successive quanto scivolose Costituenti d’alternativa di cui già si parla prima del voto) altra cosa esaurire nella ricerca di una conferma elettorale ogni altra considerazione, annegando le aspettative genuine di compagni e compagne in un soggettivismo elettorale veramente deleterio.

Non è uguale un governo Salvini - Berlusconi, o all’occorrenza un allargamento al Pd o peggio le larghe intese mettendo nel trappolone pure i 5 Stelle, sono cose diverse soprattutto da una ipotetica rottura dei vecchi equilibri che renda temporaneamente complicata una ricomposizione funzionale al blocco dominante. Tale rottura e tale instabilità offrirebbe qualche spazio ad una opposizione che si vuole di classe. Cosi come non è indifferente se la destra più estrema otterrà una significativa presenza elettorale o tornerà nel minoritarismo. Tutti questi fattori, proprio per la trasversalità della base pentastellata, materialmente saranno condizionati in modo particolare dall’esito, dall’avanzata o ridimensionamento dei 5 stelle e delle aspettative che in un modo o nell’altro essi rappresentano. E’ in atto una campagna mediatica virulenta che si somma alle preoccupazioni oltre oceano per una ipotetica affermazione di questa formazione “populista”, è una campagna degna di un regime ed andrebbe denunciata come ha fatto recentemente Giorgio Cremaschi.

Ora iniziano a parlare di fantomatiche influenze russe in favore dei Cinque Stelle, paventando inaffidabilità sul piano degli organismi internazionali a partire dalla NATO e dalle politiche di guerra da cui l’Italia potrebbe prendere le distanze. Ridicolo attaccarli da sinistra megafonando la stessa campagna mediatica; semmai bisognerebbe chiedere conto delle ipotesi di intese di governo post elettorali e dei paletti che verranno o meno posti su questa strada verificandone poi la coerenza (a partire proprio dalla guerra e dalla precarietà del lavoro, job act ecc.).

Invece si leggono in giro appelli sulla inaffidabilità e disonestà degli attivisti 5 stelle o elargizione di etichette addirittura di “nazismo” che poco si attagliano a quel movimento, ma calzano perfettamente alla campagna del Pd per avvalorarsi quale baluardo democratico e argine alla deriva populista.

Sarà possibile uscire da una logica di tifo, figlia dell’antiberlusconismo senza politica che ha accompagnato la formazione di molti compagni e compagne in questi anni? Soprattutto è importante non sostituire alla stessa logica l’antigrillismo, non ha proprio senso politico! Questo non vuol dire fare propaganda attiva per 5 stelle o sostenere il loro programma interclassista, ma solo comprendere che il vero problema non sono loro, i quali a seconda dei punti di vista non rappresentano semmai la soluzione corretta (tutta da costruire) ma nondimeno non sono loro i rappresentanti della borghesia imperialista, non rappresentano cioè il nemico principale. Non sono loro il partito della guerra, della precarietà, della distruzione di ogni diritto e partecipazione popolare. Più logico tentare di indebolire altri avversari: quelli che sono al potere per esempio. Ogni indebolimento dell’unica contraddittoria opposizione parlamentare in questi anni, specialmente se ottenuto non con una critica di classe ma con gli argomenti non meno populisti ed in buona parte farseschi che hanno inondato i social in questi giorni (a cui molti ingenui compagni hanno fatto eco) è utile al rafforzamento sia delle due destre di governo, i due finti poli, sia anche della destra più estrema. A chi giova... non certo al nostro campo.

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20/06/2017

Tempo di elezioni, tempo di costituenti

Ogni elezione si tira dietro la sua necessaria escalation di costituenti più o meno “rosse”. E’ il richiamo della foresta elettorale, quello per cui alla “domanda di sinistra” dovrebbe corrispondere un’offerta conseguente. Si moltiplicano allora i contenitori, tutti certo aperti ed eterogenei, in grado di offrire quello che gli elettori chiedono da tempo: una sinistra che faccia la sinistra. C’è la sinistra radicalmente socialdemocratica e keynesiana; c’è quella umanitaria e pacifista; ci sono le varie sinistre comuniste, quelle imperiali e quelle anti-imperialiste; ci sono quelle rosa, rosé, arcobaleno. Ce n’è insomma per tutti i gusti, per tutte le teorie e per tutti i programmi. Ancora nel 2017 tutto lo spettro del marxismo trova in Italia il suo riferimento politico, ciascuno lamentandosi della mancanza di una proposta “veramente marxista”, ognuno presentandosi come vero e unico comunista. Un circo barnum che negli ultimi anni ha trovato il proprio capro espiatorio nel “populismo”, matrice, a leggere i nuovi Lenin digitali, dei disastri elettorali delle vere sinistre, formidabile metadone padronale capace di alienare i veri interessi dei subalterni indirizzandoli verso false soluzioni di falsi problemi. Non ci fosse il populismo saremmo già al comunismo di guerra, così come venti anni fa non ci fosse stato Bertinotti, o quarant’anni fa non ci fosse stato il Pci. E così via, rimuovendo responsabilità e limiti verso l’altro da sé pur di non procedere mai alla verifica dialettica dei propri errori. Quello che in questi giorni è ancora in gestazione esploderà dall’autunno in un florilegio di costituenti, cose, contenitori, convergenze, apparentamenti in via di dissoluzione un minuto dopo l’inevitabile disfatta elettorale.

Dopo anni di critica ostinata sui limiti di questo approccio elettoralistico, una critica molte volte “senza misericordia”, possiamo ormai dire che l’unica “sinistra” è oggi quella in grado di intervenire e interagire nei rapporti di forza della realtà. Sia essa “elettorale” o “astensionista”, “populista” o “anti-populista”, è interessante solo ciò che è in grado di agire nella realtà nel suo complesso, di porre relazioni coi sentimenti popolari, farsene in qualche modo “portavoce” al di là dei suoi propositi teorici, al di là dei suoi pantheon politici o delle sue teleologie. Quella “sinistra” delle costituenti è l’esatto opposto di questa urgenza, per ovvi motivi. Ma è parimenti incapace di alcunché la “sinistra” parolaia a cui Facebook ha concesso l’invidiabile palcoscenico della virtualità. Oggi che i rapporti sociali vivono il momento di massima regressione storica, ogni cosa rallenti o spezzi questa traiettoria assolve a una funzione oggettivamente progressiva per l’umanità e le sue classi subalterne. Si chiami o meno “sinistra”, sia elettorale o meno. Cose importanti ma che oggi perdono di significato comprensibile nel mondo reale. Fatte salve alcune inevitabili pregiudiziali (l’antifascismo e l’antirazzismo, ad esempio), è ora di cercare la sinistra laddove questa germoglia implicitamente e, forse, inconsciamente.

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