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26/02/2013

Elezioni: crolla il numero dei votanti, la Troika (forse) apprezza

Come  nelle attese, un po' più che nelle attese. Alle 22 di ieri sera aveva votato il 7,38 di elettori in meno rispetto a cinque anni fa.

Sono tanti, ma non è una notizia che possa essere interpretata - come si faceva un tempo nella sinistra radicale, e qualche ingenuo continua ancora a fare - come un segnale di "astensionismo", appunto, "rivoluzionario". Vediamo perché.
Gli osservatori "scientifici" dei flussi elettorali mettono in evidenza almeno tre fattori.
Il "generale inverno" - per la prima volta si vota sotto la neve - ha sconsigliato molti dal recarsi alle urne. Specie i più anziani.
Questi ultimi sono un numero crescente, in proporzione alla popolazione complessiva, e hanno difficoltà "logistiche" anche col bel tempo, figuriamoci in condizioni come quelle di questi giorni (discorso che potrebbe valere più per il Nord che per il Sud, dove pure è piovuto molto, ma i trend di non votanti sono esattamente opposti: è nel Mezzogiorno che il crollo dei votanti è stato più ampio). Segnaliamo en passant il fatto che i commentatori elettorali si mostrano comprensivi per le difficoltà degli "anziani" quando devono andare a votare, mentre non ne mostrano affatto quando devono andare a lavorare (con l'età pensionabile a 67 anni, c'è un sacco di gente che ogni giorno deve uscire - con qualsiasi tempo e in qualsiasi stagione - per andare a fare lavori di tutti i generi, anche quelli più faticosi e usuranti. Ci deve essere un commutatore, nella testa dei commentatori, per cui quando si parla di lavoro salariato tutto è permesso [alle imprese]; mentre la "commozione empatetica" scatta solo per le incombenze del tempo di non lavoro...).
Terzo. La "disaffezione per la politica", o addirittura "il disprezzo per i politici". Un senso comune che non ha ancora assunto le proporzioni di una diserzione di massa dal voto solo perché c'è qualche soggetto che canalizza la protesta, come Grillo (soprattutto) o Ingroia. Altrimenti sarebbe il deserto dei tartari.

Bene. Ma siamo sicuri che ai piani alti della decisione politica - la Ue, il Fondo monetario Internazionale, la Bce - siano dispiaciuti o preoccupati per questo fenomeno?
Il rifuggire di massa dalla partecipazione politica (così come, tranne che quando l'azienda chiude, da quella sindacale) non risulta affatto sgradito a un tipo di potere che non ha più soluzioni "socialmente mediatorie" da offrire. Ai tempi del "compromesso socialdemocratico" post bellico (welfare e salari accettabili in cambio della pace sociale) la partecipazione popolare era un obiettivo perseguito anche dalle classi dirigenti per il buon motivo che solo nella "conflittualità regolata" (partiti politici e sindacati, appunto) poteva essere trovata la garanzia contro possibili (e al tempo esplicite) opzioni rivoluzionarie.
Chiuso quel tempo, "morte le ideologie" e soprattutto esplosa la più grande crisi economica della storia del capitalismo, non c'è più margine per politiche di mediazione sociale. Si taglia il welfare, i salari, le garanzie contrattuali, l'art. 18 e contemporaneamente si svuotano di appetibilità popolare sia i partiti politici (con dimensioni di massa ne è rimasto in fondo soltanto uno, il Pd) che i sindacati. Anche la "politica clientelare" - per 60 anni pilastro del conservatorismo - ha improvvisamente perso utilità e quindi risorse dedicate o dedicabili.
La "partecipazione" adesso è vista come  un fattore di rischio. Le politiche "da fare", infatti, sono decise per via "tecnocratica", in sedi dove la prassi democratico-parlamentare non è mai entrata (la Troika, chi l'ha eletta?) e soprattutto non deve mai entrare. Ogni "mediazione" con interessi sociali strutturati è un elemento di perturbazione dell' "ordine tecnocratico" che non prevede ritardi o alternative alle "ricette" prescritte (anche la metafora "medica", se ci pensate un attimo, è piuttosto agghiacciante di suo).
In Italia, in fondo, ci si era portati già avanti con il lavoro. Una legge elettorale per la Camera in cui non si possono scegliere i candidati. Un'altra per il Senato che, con meccanismo diversi, impedisce ogni scelta e anche - spesso - una maggioranza qualsiasi (tranne quelle "imposte dall'Europa", come si è  visto di recente).
Su questo campionario di divieti, che rende la cerimonia elettorale una ratifica di decisioni e selezione del personale politico su cui "l'elettore" non ha alcun peso, è piombata anche la giusta, ovvia ma non disinteressata orgia di ideologia "anti casta". In cui "la politica" è stata ridotta ai "politici di mestiere". E questi ultimi ai ladri di galline che infestano il Parlamento da quando - 1994, alla fine di Tangentopoli - si aprirono le porte alle "società civile" per sostituire un grumo di partiti senza più ragione sociale (caduto il "Muro", contro chi mai dovevano combattere la battaglia del consenso sociale?).

Ora è prevedibile che il Parlamento che uscirà dalle urne stasera o domattina sarà ancor più delegittimato da una partecipazione popolare ridotta; e affollato di "new entry" totalmente a digiuno di procedure, legislazione, modalità di comportamento (in aula, commissioni, ecc). Senza competenze e senza abitudini all'esercizio del potere.
Pensate che le multinazionali o i gruppi di interesse che si servono di lobby professionali possano non gradire uno spettacolo del genere? Per loro sarà "carne fresca" da poter circuire a suon di mazzette. E a prezzi addirittura più bassi...
Pensate che la Troika farà più fatica di prima a mettere insieme una "maggioranza stabile" incollando pezzi di coalizioni, singoli avventurieri, neofiti senz'arte né parte?

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