Il discusso premier libico Ahmed Maiteg, giovane
uomo d’affari vicino ai Fratelli Musulmani, ha detto che lascerà la
guida del governo, in conformità con il pronunciamento della Corte Suprema che ieri ha dichiarato incostituzionale la sua elezione, avvenuta lo scorso mese.
Una decisione accolta con favore anche dalla cosiddetta comunità
internazionale che nella sentenza vede la possibilità di una soluzione
della crisi politica in cui versa il Paese. Ma la Libia resta nel caos,
terreno di scontro tra le milizie che non hanno mai deposto le armi dopo
la caduta di Gheddafi e le forze governative che faticano a controllare
il Paese e le sue ingenti risorse energetiche. Intanto, i
libici si preparano alle politiche del 25 giugno, che dovrebbero
chiudere una fase caratterizzata da violenze, rapimenti, attentati,
tentativi di golpe e dallo scontro tra le fazioni islamiste e quelle
ritenute più laiche e vicine all’Occidente. Il tentativo della
Fratellanza di imporre un suo uomo al governo ha messo in allerta
diverse potenze occidentali, in primis Washington che non gradisce la
presenza del movimento islamico alla guida di un Paese ricco di risorse e
strategico nella regione.
Da maggio la Libia aveva due primi ministri: Maiteg, con il sostegno
della Fratellanza e delle milizie di Misurata, era stato eletto da 113
deputati (il numero minimo di voti richiesti è 120) in una drammatica
seduta non ufficiale del Congresso Generale Nazionale (Parlamento),
seguita dall’assalto di uomini armati al palazzo. Il 2 giugno, Maiteg,
il quinto e il più giovane premier dalla caduta di Gheddafi, aveva preso
possesso dell’edificio del governo e aveva annunciato alla tv
l’insediamento del suo esecutivo. Una prova di forza respinta dall’altro
premier, Abdullah al Thani, dimessosi in seguito a un
attentato lo scorso aprile, che già prima del pronunciamento della Corte
Suprema non aveva riconosciuto la legittimità dell’elezione di Maiteg.
Il Congresso ha ratificato la sentenza della Corte e quindi adesso il
capo del governo ad interim è Abdullah al-Thani.
In questo caos istituzionale si è inserito anche il generale Khalifa Haftar,
l’uomo che ha giurato di “ripulire la Libia dai Fratelli Musulmani”,
sul modello dell’Egitto del neo-presidente Abdel Fattah al Sisi che,
secondo alcuni, foraggia l’impresa, e a metà maggio ha lanciato
un’offensiva armata - l’ha chiamata ‘Operazione dignità’- contro le
milizie islamiste attive a Bengasi e in Cirenaica, raccogliendo il
sostegno di alcuni reparti delle Forze armate e della polizia e delle
milizie di Zintan che controllano diverse aree della capitale, incluso
l’aeroporto. Haftar è stato accusato di essere un golpista e,
in effetti, ha dichiarato disciolto il Congresso, ed i suoi detrattori
lo ritengono un uomo di Washington, protetto dalla Cia, armato dagli Usa
e dall’Arabia Saudita che vogliono frenare l’espansione della
Fratellanza nei Paesi della primavera araba. È un ex generale di
Gheddafi catturato in Ciad nel 1987. Ha vissuto 20 anni negli Stati
Uniti e pare che abbia la cittadinanza statunitense. La scorsa settimana
è sfuggito a un attentato kamikaze del gruppo islamista Ansar
al-Sharia.
La Libia resta in bilico sul baratro di una guerra civile, una lotta
per il potere infarcita di religione e di ideologia che sta affossando
pure il settore minerario del Paese, linfa vitale della sua economia e
oggetto degli interessi di governi e Stati stranieri. La strada verso il
25 giugno, verso le elezioni che dovrebbero decretare la fine della
transizione e inaugurare l’inizio di un’era democratica, è tutta in
salita.
L’inviato speciale in Libia delle Nazioni Unite, Tarek
Mitri, ha parlato di una crisi ancora aperta, soprattutto nelle zone
orientali, di tensioni che mettono a repentaglio la tenuta del Paese e
della presenza di una “enorme” quantità di armi in mano a chiunque,
compresi criminali.
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