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10/06/2014

Libia - Maiteg si fa da parte: incostituzionale la sua elezione

Il discusso premier libico Ahmed Maiteg, giovane uomo d’affari vicino ai Fratelli Musulmani, ha detto che lascerà la guida del governo, in conformità con il pronunciamento della Corte Suprema che ieri ha dichiarato incostituzionale la sua elezione, avvenuta lo scorso mese.

Una decisione accolta con favore anche dalla cosiddetta comunità internazionale che nella sentenza vede la possibilità di una soluzione della crisi politica in cui versa il Paese. Ma la Libia resta nel caos, terreno di scontro tra le milizie che non hanno mai deposto le armi dopo la caduta di Gheddafi e le forze governative che faticano a controllare il Paese e le sue ingenti risorse energetiche. Intanto, i libici si preparano alle politiche del 25 giugno, che dovrebbero chiudere una fase caratterizzata da violenze, rapimenti, attentati, tentativi di golpe e dallo scontro tra le fazioni islamiste e quelle ritenute più laiche e vicine all’Occidente. Il tentativo della Fratellanza di imporre un suo uomo al governo ha messo in allerta diverse potenze occidentali, in primis Washington che non gradisce la presenza del movimento islamico alla guida di un Paese ricco di risorse e strategico nella regione.

Da maggio la Libia aveva due primi ministri: Maiteg, con il sostegno della Fratellanza e delle milizie di Misurata, era stato eletto da 113 deputati (il numero minimo di voti richiesti è 120) in una drammatica seduta non ufficiale del Congresso Generale Nazionale (Parlamento), seguita dall’assalto di uomini armati al palazzo. Il 2 giugno, Maiteg, il quinto e il più giovane premier dalla caduta di Gheddafi, aveva preso possesso dell’edificio del governo e aveva annunciato alla tv l’insediamento del suo esecutivo. Una prova di forza respinta dall’altro premier, Abdullah al Thani, dimessosi in seguito a un attentato lo scorso aprile, che già prima del pronunciamento della Corte Suprema non aveva riconosciuto la legittimità dell’elezione di Maiteg. Il Congresso ha ratificato la sentenza della Corte e quindi adesso il capo del governo ad interim è Abdullah al-Thani.

In questo caos istituzionale si è inserito anche il generale Khalifa Haftar, l’uomo che ha giurato di “ripulire la Libia dai Fratelli Musulmani”, sul modello dell’Egitto del neo-presidente Abdel Fattah al Sisi che, secondo alcuni, foraggia l’impresa, e a metà maggio ha lanciato un’offensiva armata  - l’ha chiamata ‘Operazione dignità’- contro le milizie islamiste attive a Bengasi e in Cirenaica, raccogliendo il sostegno di alcuni reparti delle Forze armate e della polizia e delle milizie di Zintan che controllano diverse aree della capitale, incluso l’aeroporto. Haftar è stato accusato di essere un golpista e, in effetti, ha dichiarato disciolto il Congresso, ed i suoi detrattori lo ritengono un uomo di Washington, protetto dalla Cia, armato dagli Usa e dall’Arabia Saudita che vogliono frenare l’espansione della Fratellanza nei Paesi della primavera araba. È un ex generale di Gheddafi catturato in Ciad nel 1987. Ha vissuto 20 anni negli Stati Uniti e pare che abbia la cittadinanza statunitense. La scorsa settimana è sfuggito a un attentato kamikaze del gruppo islamista Ansar al-Sharia.

La Libia resta in bilico sul baratro di una guerra civile, una lotta per il potere infarcita di religione e di ideologia che sta affossando pure il settore minerario del Paese, linfa vitale della sua economia e oggetto degli interessi di governi e Stati stranieri. La strada verso il 25 giugno, verso le elezioni che dovrebbero decretare la fine della transizione e inaugurare l’inizio di un’era democratica, è tutta in salita.

L’inviato speciale in Libia delle Nazioni Unite, Tarek Mitri, ha parlato di una crisi ancora aperta, soprattutto nelle zone orientali, di tensioni che mettono a repentaglio la tenuta del Paese e della presenza di una “enorme” quantità di armi in mano a chiunque, compresi criminali.

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