di Roberto Prinzi
Chi, in
Libano, pensava che l’arresto di mogli e figli del “califfo” al-Baghdadi
e del comandante dell’Isis ash-Shishani potesse essere “merce” di
scambio per il rilascio dei militari e poliziotti libanesi ostaggio dei
jihadisti di an-Nusra e dell’Isil (Stato islamico dell’Iraq e del
Levante) si sbagliava di grosso.
Ieri sera i qaedisti del Fronte an-Nusra hanno annunciato di aver ucciso il poliziotto Alì Bazzal mandando un messaggio chiaro (e tetro) alle famiglie degli altri 26 ostaggi: nessuno, ormai, è più al sicuro.
Su un account Twitter del gruppo estremista islamico, infatti, il
Fronte ha promesso di uccidere altri uomini della sicurezza del Paese
dei Cedri se le autorità locali non dovessero rilasciare le donne e i
bambini arrestati recentemente.
Sajaal-Dulaimi, ex consorte di Abu Bakr al-Baghdadi, e
sua figlia sono attualmente detenute dalle autorità libanesi insieme ad
Ola Mithqal al-Oqaily (moglie di Sharkas) e i suoi due bambini.
Nel comunicato l’organizzazione jihadista sostiene
che: “giustiziare uno dei nostri prigionieri di guerra, Ali Bazzal, è la
[nostra] risposta alle azioni schifose compiute dall’Esercito libanese
le cui pratiche di arresto di donne e bambine emulano quelle degli
alawiti [gruppo religioso a cui appartiene il Presidente siriano Bashar
al-Asad ndr] e di Hezbollah”. Nella nota an-Nusra lancia un inquietante
avvertimento: “se le nostre sorelle – che sono state arrestate
ingiustamente – non verranno rilasciate, giustizieremo a breve un altro
soldato” allegando la foto del militare sparato alla testa. Bazzal è il
quarto ostaggio ad essere ucciso dai fondamentalisti islamici.
Dopo aver appresa la notizia, la famiglia del soldato
ucciso ha bloccato diverse strade nel nord del Paese accusando il
governo di inattività. Proprio ieri Beirut aveva compiuto una vasta
operazione militare nella Valle della Bekaa prevedendo possibili “crisi
di sicurezza”. “Incidenti” che erano costati la vita a sei militari e il
rapimento di altri sette in un attacco jihadista di ritorsione per il
rapimento della ex-moglie e della figlia di al-Baghdadi.
Poche ore prima del macabro annuncio di ieri,
il primo ministro Tammam Salam aveva presieduto un vertice di sicurezza
in cui si era discusso delle minacce dell’Isis al Libano e della
questione ostaggi. All’incontro hanno partecipato i ministri della
Difesa, Interni, Finanze, Salute, Giustizia e i capi della polizia e
della sicurezza.
Alcuni esponenti del governo libanese non
hanno nascosto al quotidiano locale The Daily Star il loro pessimismo
circa la possibilità di salvare le forze di sicurezza rapite dai
fondamentalisti. “Abbiamo fatto errori sin dall’inizio quando
abbiamo dato alle famiglie degli ostaggi speranze di liberarli”. Alle
difficoltà oggettive di negoziare con an-Nusra e l’Isil c’è poi la
profonda divisione delle forze politiche locali e il mancato
coordinamento tra le agenzie di sicurezza che “hanno aumentato la
confusione su come porre fine alla rete del terrore”.
Minacce concrete quelle dei jihadisti al Libano. In
un video postato su You Tube, uno dei leader dell’Isis Sharkas
(conosciuto come Abu Ali al-Shishani) si è rivolto ai sunniti della
città settentrionale di Tripoli accusandoli di inattività. Ash-shishani
ha poi chiesto la liberazione della moglie e dei figli: “vi invito,
sunniti, ad insorgere uniti. Le nostre mogli e i nostri figli sono in
prigione. Non ci fermeremo finché non ne saranno fuori. Maledetti siate
voi e l’esercito”.
Ma l’uccisione di Bazzal riporta
prepotentemente in primo piano la sempre più stretta collaborazione tra i
qaedisti di an-Nusra e dello “Stato Islamico”. Rapporto che
era stato sanguinosamente interrotto lo scorso anno, ma che è fiorito
nuovamente da quando è stata allestita la coalizione internazionale.
Dato, questo, che dovrebbe far riflettere le cancellerie occidentali che
continuano ad addestrare e collaborare con i ribelli “moderati” che
hanno contatti ambigui (per non dire evidenti) con i fondamentalisti di
an-Nusra e dell’Isil. Pochi ricordano, infatti, che i primi due
giornalisti americani ad essere decapitati – come hanno raccontato le
loro famiglie – sono stati venduti per poche migliaia di dollari ai
jihadisti proprio da gruppi vicino all’Esercito Libero Siriano (alleati
degli occidentali). La loro terribile morte scatenò lo sdegno ipocrita
delle capitali europee e statunitense che, se da un lato deploravano “i
crimini orrendi dei tagliagola”, dall’altro continuavano a finanziare e
armare gruppi che ne erano complici.
Dal punto di vista politico, intanto, è
arrivata ieri l’ammissione del vice ministro degli Esteri iraniano,
Ebrahim Rahimpour, secondo cui Teheran sta partecipando ai raid aerei
contro i miliziani di al-Baghdadi. Lo scopo degli attacchi è
“la difesa degli interessi dei nostri amici in Iraq” ha dichiarato
Rahimpour. Come prevedibile, però, il vice ministro ha tenuto a
precisare che gli iraniani “non hanno avuto alcuna collaborazione con
gli americani” e che “ci siamo coordinati solo con il governo iracheno
[perché] generalmente ogni nostra operazione militare segue le loro
richieste”. “Noi – ha concluso Rahimpur – non permetteremo che la
situazione in Iraq diventi come quella in Siria che è stata creata da
attori stranieri. E, certamente, il nostro aiuto [all'Iraq] è più forte
di quanto facciamo in Siria perché è più vicina a noi”.
La conferma iraniana dei raid non sorprende. A
lungo Teheran ha negato qualunque coinvolgimento militare nel conflitto
contro l’Isil nonostante un video di al-Jazeera mostrasse un
bombardamento a Diyala lo scorso 24 novembre compiuto da Phantom in
dotazione solo all’aviazione iraniana.
Sul piano militare continuano incessanti i
bombardamenti. Ieri il Comando centrale statunitense ha dichiarato di
aver condotto da mercoledì 20 raid contro le postazioni dell’Isil. Sei hanno colpito la cittadina a maggioranza curda di Kobani. Gli altri 14 sono stati eseguiti dalla coalizione in Iraq. Secondo
quanto riferisce la Fars, intanto, l’esercito siriano avrebbe
conquistato terreno nel distretto di Sneideh nella provincia di Hama
dove avrebbe ucciso un imprecisato numero di ribelli. Attaccate anche
le roccaforti ribelle a Nayrab, Byanoun, Kafin, Hreitan, al-Rashideen,
Salah ad-Din, Ban Zaid e al-Layraon.
Da Washington Obama prova a tranquillizzare i suoi cittadini e i suoi detrattori affermando che ci sono “lenti e costanti progressi” nella guerra contro l’Isis. “Ammettiamo che [combattere gli uomini di al-Baghdadi, ndr] è una sfida complessa e che richiede tempo, ma siamo ottimisti perché sentiamo di vincerla”
ha detto il Presidente statunitense incontrando il re Abdallah di
Giordania. Obama ha ringraziato Abdallah definendolo “un solido partner”
nella lotta contro i fondamentalisti in Siria e Iraq [è uno dei cinque
paesi arabi a partecipare alla coalizione internazionale, ndr] e ha
promesso di aumentargli da 660 milioni di dollari attuali ad un 1
miliardo l’aiuto annuale. Il re ha sorriso e ringraziato (e come non
poteva?) rallegrandosi, forse, del fatto che il suo proclama
(“combattere l’Isil è una terza guerra mondiale”) ha dato frutti
immediati.
Drammatica, intanto, è la situazione
umanitaria. Ieri il Presidente della Coalizione Nazionale per la
Rivoluzione siriana, Hadi al-Bahra, ha accusato le Nazioni Unite per
aver sospeso gli aiuti alimentari a quasi due milioni di rifugiati
siriani. Il primo dicembre l’Onu ha annunciato che non avrebbe
potuto più assisterli per mancanza di fondi. A Copenaghen, dove ha
incontrato il Ministro degli Esteri danesi Lidegaard, al-Bahra ha detto
di non riuscire a “capire come la comunità internazionale permetta al
60% di questa popolazione [i rifugiati siriani, ndr], formata
principalmente da donne e bambini, di morire di fame nelle dure
condizioni invernali”. Al-Bahra ha anche sostenuto che i gruppi
radicali, tra cui l’Isil, sono “conseguenze del comportamento del regime
di al-Asad”.
Ma se drammatiche sono le condizioni in cui
versano i rifugiati siriani, altrettanto terribili sono quelle degli
iracheni. Secondo Medecins Sans Frontiers (MSF) più di 50.000 famiglie
dell’area di Kirkuk sono abbandonate dai gruppi umanitari internazionali
nonostante risiedano in zone accessibili alle organizzazioni.
Il capo missione in Iraq di MSF, Fabio Forgione, ha detto che “la
maggioranza dei fondi e dell’attenzione della comunità internazionale si
focalizza sul Kurdistan iracheno” mentre trascurerebbe la provincia di
Kirkuk. “Assistiamo a profonde differenze in molti campi dell’assistenza
umanitaria – ha denunciato – la popolazione rifugiata in città cresce
in modo costante ed è più che raddoppiata da luglio”.
Sono più di due milioni gli sfollati iracheni a seguito dell’offensiva dello Stato islamico in Iraq iniziata lo scorso giugno. Circa metà hanno cercato rifugio nella regione autonoma curda.
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