Che alleanza militare sia. Secondo quanto pubblicato ieri
dall’Huffington Post, Arabia Saudita e Turchia sarebbero pronte a
compiere il passo tanto desiderato ma mai direttamente tentato:
rovesciare il presidente Assad con le armi.
Fonti anonime vicine ai due
governi hanno parlato al giornale di un dialogo in corso tra Ankara e
Riyadh, sotto la supervisione del Qatar, per giungere alla definizione
di un’alleanza militare in chiave anti-Damasco: la Turchia
fornirebbe truppe di terra – una vera e propria invasione della Siria – e
l’Arabia Saudita l’aviazione, che assista i ribelli moderati che
combattono (a dire il vero con pochi risultati) sul terreno. La
Siria val bene un accordo tra due paesi vicini negli obiettivi (la testa
di Assad e l’indebolimento dell’Iran) ma lontani nell’ideologia: a
dividerli è la Fratellanza Musulmana, di cui il partito di
Erdogan è sostenitore, ma considerato l’altro grande nemico saudita. Una
divisione che li ha portati ad occupare posizioni opposte durante il
colpo di stato egiziano contro il presidente eletto Morsi e durante
l’attacco israeliano contro Gaza la scorsa estate.
Pare che la discussione sia nota agli
Stati Uniti almeno da febbraio: a farlo sapere ad Obama sarebbe stato
l’emiro del Qatar, Sheikh Tamim bin Hamad al-Thani, durante una vista
alla Casa Bianca, che per ora preferisce non rilasciare dichiarazioni in
merito.
Secondo le fonti intervistate
dall’Huffington Post, è probabile che il dialogo in corso resti tale e
non porti ad un effettivo intervento. Alla luce, però, di quanto sta
avvenendo da oltre due settimane in Yemen, i tentativi di alleanze
militari segrete tra due paesi lanciati da anni nella crociata
anti-Siria preoccupano: l’apertura di un simile fronte – quello
in Siria, che per importanza politica e centralità strategica non è
certo lo Yemen – provocherebbe il definitivo collasso dei fragili
equilibri mediorientali, in una regione ormai divisa in due
assi, sunnita e sciita, ognuno impegnato ad approfittare delle guerre
altrui per definire le proprie zone di influenza.
Un eventuale intervento
lascerebbe in mano sunnita la soluzione dei conflitti interni e
regionali, relegando in un angolo gli Stati Uniti che con Obama hanno
chiaramente dimostrato di voler gestire il Medio Oriente con le armi, ma
indirettamente: raid aerei in Siria e Iraq, poco efficaci sul
terreno, e sostegno finanziario e militare alle opposizioni moderate.
Qualche stivale sul terreno c’è (i consiglieri inviati in Iraq ad
addestrare l’esercito iracheno che, secondo più di una fonte, hanno
preso parte agli scontri diretti contro lo Stato Islamico), ma gli
Usa sembrano più propensi a muovere i fili lasciando che le aree di
influenza siano ridisegnate dai regimi arabi alleati. In testa Turchia e
Arabia Saudita, seppur Obama sappia bene quali pericoli si celano
dietro l’eventuale caduta di Assad: unica vera barriera
all’avanzata dei gruppi islamisti e qaedisti, la sua scomparsa
lascerebbe il paese nel caos, vista l’incapacità della Coalizione
Nazionale Siriana (la federazione delle opposizioni moderate sostenuta
dall’Occidente) a rappresentare non solo una valida forza militare ma
anche una credibile alternativa politica.
A festeggiare è proprio la Coalizione
che spera – dice il responsabile dell’ufficio di Washington, Oubab
Khalil – di veder finalmente cadere la testa del presidente siriano. Riyadh
e Ankara non commentano la notizia, che però potrebbe trovare conferma
nell’accordo di difesa stipulato poche settimane fa da Turchia e Qatar,
supervisore del presunto dialogo: Erdogan ha siglato con l’emiro del
Qatar un accordo per la condivisione di informazioni di intelligence,
per la cooperazione militare e l’eventuale dispiegamento di truppe in
paese terzi.
L’Isis arretra in Iraq, ma avanza in Siria
A guadagnare terreno intanto è lo Stato
Islamico, capace in Siria di sbarazzarsi di buona parte delle
opposizioni moderate e arrivare a qualche km da Damasco. Ma se
in Siria il califfo al-Baghdadi avanza, arretra in Iraq. I numeri li ha
dati il Pentagono: l’Isis ha perso il controllo di quasi 17mila km
quadrati in Iraq (tra il 25% e il 30% dei territori prima controllati),
ha fatto sapere il portavoce Steve Warren.
I miliziani sono stati spinti verso sud e
ovest, perdendo il controllo delle province più centrali. Si rafforza
la presenza dell’esercito governativo a Tikrti, Sinjar e vicino la diga
di Mosul. Secondo gli Usa i punti segnati sarebbero frutto dei raid
della coalizione, ma la partecipazione fondamentale dell’Iran – come
guida delle milizie sciite, le più numerose a Tikrit – appare il motivo
più concreto di ripiegamento dell’Isis.
Che si rafforza invece a Yarmouk: nonostante l’intervento dell’esercito di Damasco, il campo resta occupato per oltre la metà dagli uomini del califfato, che – secondo l’inviato dell’Olp in Siria Ahmad Majdalani – ora utilizzano artiglieria pesante.
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