di Chiara Cruciati
La riforma costituzionale
presentata dal partito di governo Akp è entrata in parlamento. Ieri è
cominciata la discussione sul pacchetto che punta a modificare alla base
il sistema politico turco, consegnando al presidente pieni poteri
esecutivi. Nella serata di ieri due due primi articoli sono
stati approvati: il primo riguarda il potere giudiziario (“da esercitare
da corti indipendenti a favore della nazione turca”), il secondo
aumenta i seggi parlamentari da 550 a 600.
La discussione sul tema centrale, dunque, non è ancora entrata nel vivo mentre fuori dall’aula le
proteste dei manifestanti anti-riforma venivano attaccate dalla polizia
con lacrimogeni e cannoni ad acqua. Ma l’elemento che con più forza
esce dal dibattito è ai margini dell’informazione mediatica: il
parlamento turco sta approvando una riforma con 11 deputati
dell’opposizione in prigione. Sono i membri dell’Hdp, il
Partito Democratico dei Popoli, incarcerati il 4 novembre scorso e quasi
del tutto dimenticati. Tra loro i due co-presidenti, Sehattin Demirtas e
Figen Yüksekdağ.
La loro assenza non è marginale. Oltre a svelare l’autoritarismo che
investe le istituzioni turche, asservite al presidente Erdogan, potrebbe
spianare la strada alla riforma: se l’Akp otterrà 367 voti favorevoli,
non dovrà passare per il referendum popolare. E l’Akp di seggi propri ne
conta 316.
Tra i contrary non c’è solo l’Hdp. Il partito repubblicano è sulla stessa linea e di seggi ne conta molti di più, 133. A
far dormire sonni tranquilli il presidente c’è però anche il clima di
tensione e polarizzazione, accesso negli ultimi anni da politiche
divisive e una chiara strategia della tensione. La stessa che
ha permesso a Erdogan di ottenere la maggioranza assoluta a novembre del
2015, quando il paese fu trascinato ad elezioni anticipate perché a
giugno l’obiettivo non era stato centrato. Ci si arrivò dopo una serie
di attentati brutali, che colpirono la sinistra pro-kurda, il lancio
dell’operazione militare contro il sud est del paese e il boicottaggio
di un governo di coalizione.
Quella guerra continua. Nel sud est turco come in Siria e Iraq. Se
nel nord della Siria prosegue a suon di raid aerei su al-Bab, target
attuale dell’operazione “Scudo dell’Eufrate”, occupata dall’Isis ma
necessaria a rompere l’unità di Rojava, nel nord dell’Iraq passa adesso per l’accordo con il governo di Baghdad.
La scorsa settimana il premier turco Yildirim è volato in Iraq dove ha
incontrato il primo ministro iracheno al-Abadi. Lo stesso che ad ottobre
venne pubblicamente insultato dal presidente Erdogan sulla base di
Bashiqa: è lì che da mesi stazionano le truppe turche in aperta
violazione della sovranità irachena. Ma le rimostranze di Baghdad sono
rimaste inascoltate.
Pochi giorni fa la svolta. Ovviamente in chiave anti-Pkk. Di
conferme ufficiali non ce ne sono ancora, ma i due si sono accordati per
il ritiro turco da Bashiqa. Alla Turchia in cambio cosa andrebbe? Lo
stesso Yildirim, prima di partire, aveva indicato nella lotta al Pkk,
asserragliato nelle montagne di Qandil, nel nord Iraq, l’obiettivo
comune, condiviso anche con il Kurdistan iracheno. Lo scopo è
chiaro: creare una rete di alleanze regionali per stanare il nemico,
senza far intervenire necessariamente le truppe, ma proseguendo
liberamente con i raid aerei.
A conferma dello sforzo comune è giunta la dichiarazione di
Al-Abadi che pochi giorni prima della visita turca ha affermato che non
permetterà al movimento di Ocalan di organizzare attività anti-Ankara
dal suolo iracheno. Sullo sfondo sta Sinjar, territorio chiave
sia per il Pkk – che ha partecipato attivamente e in prima linea alla
sua liberazione e che lo vede come punto di passaggio verso la Siria –
che per la Turchia, vista la vicinanza a Mosul e al confine siriano.
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