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14/04/2017

La Guerra fredda di Stranamore-Trump

“...Beh, insomma, è successo questo: uno dei nostri comandanti di base ha... ha... ha... ha avuto come... beh, insomma, gli è girato il boccino. Beh, sai, è diventato un po'... strano, e... Insomma, ha fatto una sciocchezzuola... Ecco, adesso ti dico cosa ha fatto: ha ordinato ai suoi aerei di venirvi a bombardare…”
(Il dottor Stranamore, Stanley Kubrik, 1964)

Stranamore-Trump lancia l’ennesima sfida al mondo. Fa sganciare la superbomba Moab verso Momand Dara, distretto di Achin, fra Jalalabad e Peshawar a ridosso delle turbolente Fata. Il motivo è la presenza di tunnel dove i combattenti jihadisti trovano rifugio, sebbene in tutta una vastissima area talebani di varie componenti, compresi i dissidenti del Khorasan che da oltre un anno si rapportano all’Isis, girano alla luce del sole e controllano quello e altri territori. Anche in quest’occasione il presidente statunitense compie un gesto simbolico, fra l’avvertimento e la sfida, lanciato verso Pyongyang e al suo dispotico leader maximo. Un avvertimento che coinvolge lo stesso colosso cinese che di quel Paese è un tutore a distanza, seppure imbarazzato dalle manìe di grandezza di Kim Jong-un. Ma rispolverare la Corea nell’immaginario geopolitico statunitense ha un valore preciso che si coniuga con due concetti mai tramontati nella testa di chi pensa che l’America sia non solo first, cioè in cima ai pensieri del suo conduttore del momento, ma anche la potenza indiscussa del mondo. Quei concetti riguardano militarismo e imperialismo e fanno parte dello spirito statunitense da diverse generazioni. Quelle passate appunto per il 38° parallelo, e poi ereditando le ex guerre coloniali e inventandone di nuove: Viet-nam, Afghanistan, Kuwait, Iraq e dovunque tutto ciò possa incentivare l’uso delle armi (prima industria mondiale) nell’uso pratico o in quello di deterrenza.

Ovviamente gli Usa sono in buona compagnìa perché altre potenze per tutto il ‘Secolo breve’ hanno seguìto la sciagurata via dell’aggressione. Ma il Paese dei coloni che sono diventati padroni del mondo, passando dalle colt alle bombe atomiche grazie a un uso criminalmente mirato della rivoluzione industriale e di una tecnologia rampante diventata tecnocrazia, rappresenta una realtà storica con cui la Storia deve fare tuttora i conti, specie se i rigurgiti d’un cieco egocentrismo tornano a indirizzare le menti. Che il politico Trump fosse un agitatore e non uno statista, era chiarissimo sin dal momento in cui l’out-sider su cui nessuno puntava un dollaro cominciava a farsi strada e far fuori i candidati ufficiali e “presentabili”. Nel proprio schieramento e in quello avversario. Ovviamente quest’ultimo termine è l’eufemismo con cui la democrazia americana si dà un alibi di alternanza e differenziazione. Anche ora, come in tante altre occasioni, le lobbies economiche e le caste militari conducono le danze della politica statunitense interna e internazionale. Non solo quando servono riferimenti concreti di carattere tecnico, ma quando questi scavalcano altre considerazioni e diventano motore portante. Basti pensare a quel che è accaduto negli ultimi anni sul fronte energetico con la pratica del fracking, devastazione ambientale messa al servizio del profitto. Ora nel poligono di tiro che continua a essere la tormentata terra afghana, altri signori della guerra, e delle armi, mostrano la propria potenza fatta di undici tonnellate di tritolo. Cavalcano la bomba, rilanciano la Guerra fredda.

Sembra che settant’anni siano davvero trascorsi invano.

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