di Michele Giorgio
In Medio oriente si valutano i riflessi dell’attacco americano alla
Siria. Da un lato si tende a considerare “simbolico” il passo militare
fatto da Trump, un avvertimento e nulla di più a Bashar Assad.
Dall’altro l’attacco Usa rafforza il fronte “ribelle” e jihadista in
Siria e riaccende le speranze di vittoria delle monarchie del Golfo e
della Turchia, a svantaggio del presidente siriano e dei suoi alleato:
Russia, Iran e il movimento sciita libanese Hezbollah. Su questi temi
abbiamo intervistato Ali Hashem, analista del noto portale mediorientale
al Monitor ed esperto di Iran, Libano e Siria.
Quali saranno le conseguenze politiche e militari di questo bombardamento americano contro le forze armate siriane?
Sul piano militare non prevedo riflessi. La distruzione di quella
base aerea (Shayrat) non può cambiare il quadro sul terreno favorevole
all’esercito governativo. Piuttosto è sul piano politico che avrà delle conseguenze. Mi riferisco al negoziato a Ginevra. L’opposizione
probabilmente ritiene che Trump sarà pronto ad usare ancora la forza e
questo terrà sotto pressione il presidente Assad per costringerlo ad
accettare ciò che ha respinto sino ad oggi, a partire dalla sua uscita
di scena.
Trump in campagna elettorale diceva che il suo obiettivo non è
rimuovere Assad dal potere ma lottare contro l’Isis. Ora usa il pugno
di ferro con Damasco. E’ solo una reazione al bombardamento nella
provincia di Idlib o questo cambiamento è frutto anche del recente
colloquio avuto dal presidente americano con il vice principe ereditario
saudita Mohammad, durante i quali Usa e Arabia Saudita hanno stretto
ulteriormente la loro alleanza strategica?
Molti fattori possono aver avuto un peso in questi ultimi sviluppi. I
leader dell’Arabia Saudita, delle monarchie del Golfo e di altri Paesi
della regione schierati contro Assad e l’Iran, in questi ultimi mesi
hanno atteso di vedere un cambiamento vero nella politica americana in
Medio Oriente dopo il passaggio di poteri da Barack Obama a Donald
Trump. Con ogni probabilità ora pensano che il nuovo presidente
americano sia effettivamente deciso a svoltare rispetto alla linea
morbida del suo predecessore. Si sentono più forti e in grado di
convincere Trump a cambiare la sua politica verso Damasco. Ciò ha avuto
un riflesso immediato nelle azioni dei gruppi siriani anti Assad,
sponsorizzati da questi Paesi. Nelle ultime settimane, ad esempio, le
formazioni armate di opposizione hanno lanciato due ampie offensive
contro le forze governative a Hama e alla periferia della capitale
Damasco. Non si può peraltro escludere che le pressioni di questi Paesi
abbiamo spinto Trump ad adottare una linea meno amichevole nei confronti
della Russia. Ecco, una conseguenza immediata e concreta del
bombardamento Usa contro la base siriana, è proprio la tensione tra
Mosca e Washington, un esito che certo non dispiace a diversi leader
della regione.
Due Paesi, Libano e Iran, seguono con attenzione gli sviluppi
di questa nuova crisi. Che impatto avrà l’intervento Usa contro la
Siria nelle vicende interne libanesi e, soprattutto, a Tehran avviata
verso le elezioni presidenziali in un clima di crescente ostilità da
parte dell’Amministrazione Trump?
Non penso che per la sicurezza in Libano possano esserci delle
conseguenze mentre in politica l’accaduto rischia di peggiorare
ulteriormente i rapporti tra le forze politiche anti Assad (guidate dal
premier Saad Hariri, ndr) e quelle che sono alleate di Damasco come
Hezbollah, che è impegnato militarmente a sostegno dell’esercito
siriano. Mi aspetto scontri verbali più accesi tra i leader politici e
velenosi scambi di accuse ma non incidenti nelle strade del Paese. Per
quanto riguarda l’Iran mi aspetto riflessi politici significativi. Il
bombardamento in Siria potrebbe convincere molti cittadini iraniani che
la nuova presidenza americana stia cercando lo scontro a tutti i costi e
che potrebbe davvero mettere in discussione l’accordo sul nucleare
(iraniano) raggiunto quasi due anni fa con la comunità internazionale.
Tanti iraniani potrebbero spostarsi verso il campo conservatore, più
radicale, che non ha mai creduto alla sincerità degli Stati Uniti e alla
politica moderata e del dialogo portata avanti dal presidente Rohani.
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