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08/06/2021

Gabanelli ossessionata dalla Cina, pure sulle materie prime

Darsi una nuova missione professionale con tratti di forte originalità, ad un certo punto, può essere difficile. Molto più semplice mettere a disposizione il “mestiere” al migliore offerente. E certamente il Gruppo Cairo (La7 e Corriere della Sera, tra l’altro) è un offerente di prima grandezza, nel limitato spazio mediatico nazionale.

Capita così di vedere con tristezza la parabola di Milena Gabanelli, passata dal giornalismo d’inchiesta che pesta i piedi potenti di questo paese (politici o imprenditori, equanimemente) alla parodia dell’inchiesta in funzione geopolitica. In particolare, contro la Cina.

Non è la prima volta, e i tempi tra un attacco e l’altro vanno restringendosi, segno che qualcosa sta montando ai piani alti dell’Occidente. Un bisogno affannoso, più o prima che un “disegno”.

Stavolta l’argomento bellico non è il Covid-19 (a quello ci pensano già Biden e, nella tv italiana, l’erede della Gabanelli a Report), ma le materie prime.

Materia complicata, dove le questioni di mercato e quelle geopolitiche si mescolano senza soluzioni di continuità; in cui è facile, insomma, prendere una stecca alzando i toni.

Gabanelli ci spiega – dallo schermo di Mentana e dalla prima pagine del Corriere – che c’è in questo momento una esplosione dei prezzi sui mercati globali. Verissimo e persino ovvio, dopo un anno e mezzo di fortissimo rallentamento economico in tutti i paesi del mondo, a causa della pandemia.

Nel momento in cui tutte le economie ripartono al massimo della velocità possibile, inevitabilmente la domanda di alcune componenti tecnologiche e di materie prime si trova a fare i conti con una produzione insufficiente, fin qui tarata su una domanda assai inferiore. Nelle scorse settimane era accaduto altrettanto con i microchip, ma nessuno aveva cercato dei “colpevoli”.

Del resto, nell’economia capitalistica – incentrata sull’iniziativa privata, ricordiamo – funziona così. I magazzini devono essere vuoti, altrimenti si deve spendere per lo stoccaggio di merci temporaneamente invendibili, e la produzione parte solo quando arriva la domanda. Se quest’ultima è alta, allora comincia anche il rialzo dei prezzi, almeno fin quando non si ristabilisce un equilibrio.

L’attuale esplosione dei prezzi, però, viene addebitata da Gabanelli alla Cina. Anzi, persino lo sfruttamento dei bambini nelle miniere di cobalto o coltan in Congo, sarebbe una responsabilità di Pechino.

Fare un po’ d’ordine in queste cose, scartando la propaganda, misurando gli orrori dello sfruttamento in paesi agli antipodi, non è semplicissimo ma è doveroso.

La prima accusa gabanelliana ai cinesi è sorprendente: “Nei primi mesi della pandemia i valori dei prezzi delle materie prime sono crollati del 20-30%. La Cina ne ha subito approfittato per fare scorte, avvantaggiata anche dal fatto di essere ripartita con quattro mesi di anticipo.”

Qualsiasi capitalista guarderebbe con invidia a questa straordinaria capacità di “cogliere l’occasione” fornita da una crisi, alla preveggenza con cui si fa incetta di merci strategiche quando sono a prezzo ribassato.

E ancora più proviamo invidia noi tutti per un paese che ha limitato al minimo (meno di 5.000 morti su 1,4 miliardi di abitanti) la strage da coronavirus. Una capacità di protezione della popolazione che – come avevamo banalmente previsto fin dai primi giorni – avrebbe permesso a chiunque di far ripartire quanto prima anche l’economia.

Dove sarebbe insomma la “colpa” di Pechino? Nel fatto di avere “un’economia pianificata”, dove comanda l’interesse pubblico capace di previsione sistemica invece che l’individualismo imprenditoriale senza domani (o con l’occhio alla trimestrale di cassa).

E sicuramente un’economia pianificata offre un vantaggio competitivo fenomenale in una fase di crisi come l’attuale. Ma di fronte a questa constatazione si può reagire in modo razionale (“allora ci conviene costruire un’economia pianificata, anziché dare tutti i poteri alla libera impresa”) oppure in modo irrazionale (“così non vale”).

Gabanelli fa la seconda operazione e, diciamolo, si copre un po’ di ridicolo (in natura, i sistemi che funzionano sopravvivono e si sviluppano, gli altri declinano).

Ancora più sorprendente la seconda accusa: “Ci sono alcune materie prime necessarie in quantità mai utilizzate finora, perché sono indispensabili alle due rivoluzioni in corso nel sistema produttivo: la transizione green e quella digitale. Parliamo di rame, litio, silicio, cobalto, terre rare, nickel, stagno, zinco.

I più lungimiranti sono stati i cinesi. A casa loro sono grandi estrattori di rame, litio, terre rare. E quello che gli manca se lo vanno prendere nei Paesi produttori: il nichel nelle Filippine e in Indonesia, in Congo possiedono le principali miniere di cobalto. Minerali che poi trasformano direttamente nella madre patria.”


Come dovrebbe esser noto, le “terre rare” sono estraibili in Russia, India, Brasile, Usa, Sudafrica, Bolivia (litio), ma la parte del leone è stata affidata dalla geologia proprio alla Cina. Non ci si può far niente: stanno lì e puoi solo comprarle. Ovviamente al prezzo “deciso dal mercato”, ossia dalla domanda (dal bisogno) che è in questo momento superiore alla disponibilità.

La frase “quello che gli manca se lo vanno prendere nei Paesi produttori” – che dovrebbe obbligare a pensare a pratiche violente di appropriazione – rivela però un’intenzione malevola piuttosto forte. È noto che la Cina, qualsiasi cosa si pensi del suo sistema politico, nelle relazioni internazionali non “aggredisce” altri paesi per accaparrarsi merci o materie prime.

Compra quel che gli serve, paga (in denaro contante e/o infrastrutture), si disinteressa del regime politico della controparte (non spinge per dei regime change, insomma) e delle “regole del mercato del lavoro” lì vigenti. Una prassi che presenta parecchi problemi etici (ci sono controparti davvero infami, sotto molti punti di vista), ma che comunque è parecchio meno invasiva e omicida delle “guerre umanitarie” o delle “rivoluzioni colorate”.

Del resto, viene da ricordare, quando le miniere di cobalto o coltan erano monopolizzate da multinazionali americane o francesi, ad indignarsi per lo sfruttamento dei bambini era soprattutto gente come noi (comunisti, insomma) o qualche organizzazione umanitaria.

Dove però la mission di Gabanelli viene fuori nuda e cruda è quando deve arrivare al punto: “Come se ne esce?”.

Il soggetto statuale che dovrebbe agire è naturalmente l’Unione Europea, perché i competitor internazionali (Cina e Usa, in primo luogo) sono davvero grossi. Ma anche la UE ha il suo handicap; “Con vent’anni di ritardo rispetto alla Cina, lo scorso ottobre l’Unione Europea ha costituito l’Alleanza per le materie prime [...]”. Presumibilmente, prima che questa alleanza produca risultati concreti ci vorrà un po’ di tempo. E non ce n’è.

Anche perché l’estrazione di terre rare in Europa non offre grandi prospettive, e le “politiche del riciclo” (soprattutto per il cobalto) coprono solo una frazione del fabbisogno, sia in termini di diversità delle materie prime sia come dimensioni quantitative.

Dunque il suggerimento gabanelliano – o piuttosto l’esigenza europea che ha guidato la mano della professionista dell’informazione-orientamento – è di “costruire una politica estera e industriale comune per ottenere le concessioni dei minerali che non abbiamo”.

Alla fin fine, tutto si riduce alla questione di far fuori un solo concorrente: “Sicomines, un consorzio di società statali cinesi, nel 2008 ha firmato un accordo con il Congo per diritti di estrazione di rame e cobalto fino al 2033, per un valore stimato in 84 miliardi di dollari. In cambio si è impegnata a investire 6 miliardi di dollari nelle infrastrutture del Paese e circa 3 miliardi nel settore minerario. Da anni in quelle miniere è scandalosamente sfruttato il lavoro dei bambini, provocando l’indignazione di mezzo mondo. Offrire condizioni migliori non è solo una necessità. È un dovere.”

In pratica: “andiamo lì come Unione Europea e offriamo un po’ di più. Noi giornalisti ci impegniamo a presentare l’operazione come un salvataggio di quegli stessi bambini che, quando arrivano qua sui barconi, a volte ributtiamo in mare. Poi, se l’affare andrà in porto, richiuderemo gli occhi. Come su tutto il resto”.

Triste parabola, dicevamo. E probabilmente i cinesi potrebbero rispondere persino in modo più tranchant, visto che meno di due secoli fa gli “umanitari occidentali” si sono presentati davanti alle loro coste con le navi da guerra per imporre “l’apertura del mercato” al consumo di quell’oppio che non sapevano più a chi vendere.

Nell’Occidente neoliberista, a quanto pare, non si sono fatti molti passi in avanti...

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