Sono proseguiti anche ieri i tiri delle truppe ucraine contro centri abitati di LNR e DNR. Le milizie popolari della LNR, informando di tiri sulle aree di Frunze, Lozovoe, Kalinovo, Krasnyj Jar, non hanno registrato l’impiego di mezzi pesanti, ma sarebbero stati comunque utilizzati lanciagranate e lanciarazzi automatici, mortai e armi automatiche. Nella DNR, la notte scorsa si sono registrati ripetuti tiri di mortai da 82 e 120 mm, lanciagranate multipli e armi automatiche pesanti, soprattutto in direzione della stazione di pompaggio idrico nell’area di Jasinovataja. Le forze ucraine continuano dunque a violare il “cessate il fuoco” pressoché su tutta la linea di separazione tra le parti, nonostante che anche l’ultima riunione del Gruppo di contatto a Minsk, lo scorso 23 agosto, avesse stabilito il cessate il fuoco dal 25 agosto.
Ma la novità della giornata di ieri, a proposito della situazione in Donbass, sono state due dichiarazioni di Vladimir Putin, fatte nel corso della conferenza stampa a conclusione del vertice BRICS in Cina. La prima, abbastanza “diplomatica” e rivolta sostanzialmente agli Stati Uniti, riguarda l’ipotesi di massicce forniture di armi USA all’Ucraina.
“La decisione di vendere o fornire gratuitamente armi è una decisione sovrana degli Stati Uniti e del paese destinatario” ha detto Putin; “su di essa non possiamo influire in alcun modo. Ma la fornitura di armi in una zona di conflitto non aiuta la pacificazione e aggrava solo la situazione”. “Se le armi americane arriveranno nella zona del conflitto” ha precisato il presidente russo, “è difficile dire come reagiranno le Repubbliche; è possibile che dirigano le armi in loro possesso verso altre zone del conflitto, più sensibili per coloro che stanno loro creando problemi”.
L’altra dichiarazione è rivolta più direttamente a Kiev e riprende, rilanciandolo in maniera da tappare la bocca ai golpisti, un argomento sollevato a diverse riprese da Petro Porošenko: quello dell’introduzione di un contingente internazionale di pace nella zona del conflitto. Putin ha pubblicamente incaricato il Ministro degli esteri Sergej Lavrov di mettere a punto la relativa risoluzione, immediatamente presentata al Consiglio di sicurezza ONU. La risoluzione parte dalla constatazione di una fase di stallo nella risoluzione del conflitto in Donbass, a causa della mancata attuazione da parte di Kiev degli impegni assunti in base al “Minsk-2”. La junta ucraina vorrebbe che le forze ONU controllassero l’intera zona del Donbass, secondo il “modello jugoslavo”, che consentì alle potenze occidentali di attuare tranquillamente i loro piani di disgregazione del paese.
Naturalmente, Kiev agognerebbe uno scenario sul modello dello “Storm” croato per eliminare la Repubblica serba di Krajina, nota Aleksandr Sevidov su news-front.info; non a caso, si sono visti di frequente esperti croati a Kiev: non ultima, l’ex Ministro della giustizia croata Shkare-Ozhbolt, che ha tenuto un seminario su “L’esperienza croata della reintegrazione pacifica dei territori non controllati”. Un piano, “pacifico” quanto reale, da attuare incuneando reparti di carri armati in due o tre punti delle difese delle Repubbliche popolari e, bloccando Donetsk e Lugnask, arrivare sino alla frontiera russa.
Putin ha però precisato che i caschi blu dovrebbero disporsi esclusivamente lungo la linea di separazione tra forze ucraine (battaglioni neonazisti compresi) e milizie popolari, a difesa degli osservatori della missione OSCE e che ciò sarà possibile solo dopo il ritiro delle forze dalla linea di contatto e con il consenso delle Repubbliche popolari di Donetsk e di Lugansk, condizione sempre rifiutata da Kiev.
Il leader della DNR, Aleksandr Zakharčenko, si è detto pronto a esaminare il piano russo, a condizione del rispetto degli accordi di Minsk da parte ucraina; il capo della LNR, Igor Plotnitskij, ha dichiarato che condizioni preliminari sono il cessate il fuoco e il ritiro delle forze ucraine dalla linea di contatto. Il presidente della Commissione euroasiatica della Duma, Leonid Kalašnikov, ha precisato che della forza internazionale dovrà far parte anche un contingente russo: una condizione, questa, che Kiev ha sempre respinto.
Il Ministro degli esteri tedesco, Sigmar Gabriel, ha appoggiato immediatamente l’iniziativa di Putin, accennando addirittura alla possibilità, in tal caso, di togliere le sanzioni alla Russia, come se Mosca fosse ufficialmente parte in causa nel conflitto nel sudest dell’Ucraina. Il guaio è, nota Irina Alksnis su news-front.info, che la proposta di Putin, con ogni probabilità, non andrà avanti: nonostante che il rappresentante ucraino all’ONU abbia incredibilmente dichiarato che Kiev è disposta a discutere il progetto, gli USA quasi sicuramente, in sede di Consiglio di sicurezza, vi si opporranno. Il portavoce presidenziale russo, Dmitrij Peskov, ha dichiarato che Mosca non è mai stata contraria all’introduzione di forze ONU in Ucraina, come proposto da Kiev; si è però sempre opposta a che ciò avvenisse ignorando la posizione delle Repubbliche Popolari.
Mentre Kiev, tra le altre “proposte”, aveva lanciato anche quella di armare gli osservatori OSCE, proposta rifiutata dagli stessi osservatori, consci di come fossero state le forze ucraine a prenderli di mira più di una volta, l’osservatore di rusvesna.su, Gennadij Dubovoj, scrive che l’introduzione di forze ONU lungo la linea del fronte, potrebbe impedire alle truppe ucraine di bombardare DLNR accusando di ciò le milizie e avvicinare quindi il rispetto degli accordi di Minsk.
Ruslan Ostaško nota ironicamente che i desideri di Kiev, presto o tardi, si avverano: ma non nel senso voluto dai golpisti. E’ il caso delle sanzioni contro la Russia, che Kiev voleva venissero introdotte per fare a pezzi l’economia russa, mentre ora il Financial Times scrive che con le sanzioni si è sviluppata l’agricoltura russa e sono aumentate le esportazioni alimentari, mentre Bloomberg scrive che le nuove sanzioni volute dal Congresso USA per infastidire Trump, non creano problemi alla Russia, ma agli Stati Uniti e all’Europa.
Lo stesso avviene con i caschi blu ONU, dice Ostaško: un’idea più volte presentata e sostenuta da Kiev e mai completamente appoggiata dai suoi curatori occidentali. Ma il sogno golpista, di vedere le forze ONU lungo la frontiera tra Donbass e Russia, si trasforma ora nell’incubo di vederle schierate lungo la linea di separazione tra battaglioni neonazisti e milizie popolari. Resta da vedere, conclude Ostaško, come reagirà Washington: “se rifiuta, noi non perdiamo nulla, ma dimostriamo chi veramente vuol continuare la guerra. Se concorda, significa che Volcker ha effettivamente deciso qualcosa con la controparte moscovita”.
Appunto, staremo a vedere. E’ probabile che molto dipenda dai rapporti di forza tra la nuova “amministrazione militare” USA e i capofila europei interessati a un certo riavvicinamento con Mosca.
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06/09/2017
30/08/2014
Golan: jihadisti di al Nusra attaccano i caschi blu dell’Onu
Questa mattina i caschi blu dell’Onu dispiegati sulle alture del Golan - territorio siriano parzialmente occupato da Israele nel 1967 - hanno subito un’imboscata da parte dei miliziani jihadisti del Fronte Al Nusra, filiale di Al Qaeda in Siria. Secondo varie fonti, poi confermate da una dichiarazione del governo di Manila, stamattina scontri a fuoco sono scoppiati tra i ribelli fondamentalisti sunniti e i militari della Forza di Osservazione delle Nazioni Unite sulle alture del Golan (Undof). Inoltre spari sono stati uditi vicino alla base dell’Onu nella zona di Ruihina mentre le forze governative di Damasco hanno bombardato la vicina località di Briqa.
L’attacco fa seguito al rapimento, giovedì scorso, di 44 soldati del contingente Onu delle Isole Fiji, che sarebbero stati sequestrati, affermano fonti del Fronte Al Nusra, perché avrebbero ospitato alcuni soldati siriani all’interno della loro base a Tal Krom. Inoltre le Nazioni Unite hanno confermato che altri 72 membri del contingente Onu, questa volta di nazionalità filippina, sono accerchiati nella stessa zona dai miliziani qaedisti che impediscono loro di abbandonare l’area. Mercoledì i membri dell’organizzazione fondamentalista avevano occupato il posto di frontiera di Al Quneitra, l’unico che unisce la Siria al resto delle Alture del Golan controllate da Israele.
Già a marzo e a maggio dello scorso anno un rilevante numero di caschi blu di Manila erano stati sequestrati da uomini armati membri dei gruppi jihadisti - che però all’epoca la stampa e i governi occidentali consideravano il male minore contro il governo Assad - e furono rilasciati senza conseguenze alcuni giorni dopo.
Ieri fonti delle Nazioni Unite avevano informato sull’avvio di trattative con il Fronte al Nusra per la liberazione dei militari figiani e filippini con la mediazione dei gruppi ribelli aderenti all’Esercito Siriano Libero ma senza risultati.
Ieri il comandante del contingente filippino intrappolato ad Al Quneitra aveva affermato di esser pronto a ordinare ai suoi uomini di respingere un eventuale attacco da parte dei miliziani jihadisti che avevano già chiesto ai ‘caschi blu’ della missione Onu, presente nell’area dal 1974 e composta da 1200 soldati di sei paesi (India, Fiji, Filippine, Irlanda, Olanda e Nepal) di deporre le armi.
“Noi possiamo usare le nostre armi per difendere le posizioni. I nostri soldati sono bene armati, ben addestrati, disciplinati” aveva detto Roberto Ancan, capo della delegazione militare di Manila nell’area.
Intanto nei giorni scorsi centinaia di soldati siriani sono stati brutalmente giustiziati dai miliziani dello Stato Islamico in tre diversi luoghi della provincia settentrionale siriana di Raqqa, passata recentemente sotto il controllo del ‘califfato’ guidato da Ibrahim Abu Bakr al Baghdadi. La maggior parte dei militari di Damasco trucidati erano stati catturati a fine luglio alla “Base 17”, la scorsa settimana nella località di Esraya (provincia di Hama) e domenica scorsa all’aeroporto militare di Tabqa. A documentare il massacro un filmato diffuso in rete dagli stessi jihadisti.
Fonte
Siria e Iraq rischiano di diventare molto peggio della Somalia.
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