Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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12/12/2017

Come si racconta la mafia: Gomorra da Garrone a Sollima


Sul Corriere di venerdì 8 dicembre, è apparso uno straordinario articolo di Giovanni Belardelli: «Gomorra realtà virtuale di un mondo privo di virtù» (qui). Straordinario almeno per i tempi che corrono. Rimandiamo integralmente alla lettura del pezzo, ma vogliamo comunque segnalarne alcuni passaggi dirimenti. Da tempo proviamo a indagare determinati meccanismi narrativi apparentemente asettici, in realtà volti alla ridefinizione dei riferimenti culturali della società nel suo insieme. La serie tv Gomorra in questi anni si è incaricata di rappresentare meglio di ogni altro prodotto commerciale il vertice di questa operazione d’interventismo culturale. Scrive Belardelli:

«La fiction – si è detto – fornisce una rappresentazione indulgente se non addirittura positiva della camorra, con il rischio di indurre i giovani all’emulazione. […] Gomorra si fonda sul presupposto di una rappresentazione crudamente realistica del male. Ma il problema è proprio questo: siamo sicuri che la rappresentazione della camorra fornita dalla serie tv sia realistica? O non è vero piuttosto che la vita concreta del camorrista è più squallida di quanto non appaia nelle puntate di Gomorra? Quella del camorrista è la vita di uno che non può neppure andarsi a prendere un gelato o portare i figli a fare un bagno al mare, è un’esistenza disgraziata, ha osservato Salvatore Striano, aspirante camorrista da ragazzino e poi diventato attore e scrittore di successo. La rappresentazione fornita dalla fiction, invece, è quella di vite «fino all’ultimo respiro», veloci e violente come un videogioco; è una rappresentazione che rischia di far diventare Ciro l’Immortale e Genny Savastano, oltretutto impersonati da due attori bravissimi, dei modelli per tanti ragazzini napoletani e non solo. […] Se le cose stanno così, se Gomorra non fornisce una rappresentazione effettiva, per quanto crudele, della realtà, viene meno anche ciò che i suoi ideatori e realizzatori continuamente rivendicano: cioè il fatto che la serie rappresenti un «fortissimo atto di denuncia», come ha dichiarato Marco D’Amore/Ciro l’Immortale a questo giornale».
Con appropriata dimestichezza critica, Belardelli esprime alcuni concetti che, casualmente, siamo andati dicendo anche in questi giorni. In primo luogo, queste operazioni commerciali si presentano come spaccati di realismo. Nonostante ciò, nulla di quanto rappresentato è reale: fumetti (o videogiochi, come li chiama l’autore dell’articolo) che insistono sulla vita spericolata e «fino all’ultimo respiro» dei protagonisti criminali, una vita che però non esiste. La vita del mafioso, del camorrista, è una vita eticamente e umanamente deprivata. Il risultato è il capovolgimento delle intenzioni manifeste: «l’atto di denuncia» si traduce in atto di indulgenza. Smascherando così le intenzioni profonde.

Si dirà che dovrà pur esserci un linguaggio adatto al racconto della mafia che non scada nell’estetismo e nella malcelata agiografia mafiosa. Non solo esiste, ma è proprio il progenitore della serie, cioè il film di Matteo Garrone, a fornire l’esempio di riferimento. Preveniamo l’obiezione: Matteo Garrone è, forse, il più importante regista italiano, e Gomorra il più importante film italiano degli ultimi dieci anni. Stefano Sollima è invece una sorta di Renè Ferretti, che prima di aver imbroccato il treno giusto di Romanzo criminale aveva girato «alcuni episodi di Un posto al sole», nonché il notevole Ho sposato un calciatore, miniserie televisiva di Canale 5. Insomma, uno gioca in Champions League, l’altro a calcetto.

Gomorra (il film) è il canone del nuovo realismo italiano. Mentre nella serie viene proposta una “moralità criminale”, opposta e al tempo speculare alla moralità ufficiale, annullando qualsiasi rapporto assiologico tra giusto e sbagliato, nel film viene sviscerata la totale amoralità del camorrista, che non possiede alcun riferimento morale, neanche fosse interno al proprio circuito criminale. L’indagine fisica e psicologica del camorrista in Garrone raggiunge ineguagliate vette di realismo: viene così disattivato qualsiasi processo inconscio di identificazione, sia esso fisico, psicologico o culturale. Una massa anonima di relitti umani, fisicamente devastati non solo (o non tanto) dalla droga, ma dall’assenza di qualsiasi presupposto etico. Non c’è ribellione, c’è solo adorazione del feticcio denaro.

Ciò che distingue ogni mafia dalla criminalità comune, anche fosse d’alto livello, è il suo livello di razionalità. La mafia è un sistema. Come tale, la sua ramificazione è pervasiva, non nelle forme feticizzate visibili nelle serie, ma nelle normali (e legali) relazioni produttive. Il rapporto tra camorra ed economia legale non è fondato, come nelle varie fiction, sulla patologia: il politico corrotto, l’azienda corrotta, eccetera. E’ fondato sulla fisiologica dinamica capitalistica: la competitività, cinese o napoletana, nel settore tessile e della moda; lo smaltimento dei rifiuti pericolosi delle grandi aziende del nord; la logistica portuale; lo sfruttamento dell’immigrazione. Settori che non hanno bisogno del mafioso che minaccia ritorsioni o del politico disponibile alla corruzione: è nella normalità produttiva, nelle fisiologiche relazioni economiche che impongono la mafia come soluzione alle necessità competitive, che vanno ricercati i caratteri endemici del rapporto tra economia “illegale” e “legale”. E’ un processo triste, senza fuochi d’artificio, sparatorie o ambientazioni western. E’ una normalità, frutto di una razionalità. Ed è proprio questo che emerge nel film e che invece viene negato nelle serie, che raccontano di una criminalità come diversa moralità.

Senza arrivare a tanto, fa comunque piacere notare come non tutto il dibattito culturale sia schiacciato sull’adorazione del duopolio Sky/Netflix. Purtroppo, proprio perché quella razionalità di cui sopra esiste in quanto legata assieme dal profitto, poco contano le posizioni critiche di fronte al fatturato dell’infotainment. Più che una battaglia di civiltà, si limita ad essere una testimonianza di dignità.

Fonte

25/11/2014

Gomorra, una mistificazione seriale


La serie televisiva di Gomorra, andata in onda quest’anno su Sky Atlantic a partire dal mese di maggio è, ovviamente, ispirata dall’omonimo, famoso libro di Roberto Saviano ed è la trasposizione del film di Matteo Garrone, il quale ha totalizzato circa 35 milioni di dollari di incasso. Così come il libro ed il film, anche la serie ha frantumato tutti i record relativi ad una serie TV in Italia ed è stata venduta in circa 50 paesi, pertanto è un fenomeno praticamente di massa che non può essere totalmente ignorato. Essa è stata prodotta da un nutrito parco di produttori televisivi cinematografici: Sky, La 7, Cattleya, Fandango e Beta Film. Il regista è Stefano Sollima.

La trama si sviluppa in 12 puntate ed ha come protagonista il clan dei Savastano, la cui vicenda è molto liberamente ispirata a quella del clan Di Lauro, operante a Secondigliano e protagonista della famosa faida di Scampia, fra la fine del 2004 e l’inizio del 2005. Protagonisti il boss Pietro Savastano ed il figlio Genny, che ricalcano molto alla lontana le personalità (ed anche il portamento esteriore) del boss di Secondigliano Paolo Di Lauro, “Ciruzzo o’ milionario”, e del figlio Cosimo. Accanto a loro ci sono la moglie del boss Imma e Ciro Di Marzio, prima stretto collaboratore di Pietro Savastano, poi, quando le redini del clan passano alla moglie e al figlio, capo della scissione; ulteriore protagonista è Salvatore Conte, capo di un clan alleato e rivale dei Savastano. Le vicende si sviluppano, ovviamente, fra l’area nord di Napoli ed anche la Spagna, vero e proprio eldorado dei Camorristi, soprattutto durante il boom immobiliare voluto dal Governo Zapatero. Il clan dei Savastano e quello di Salvatore Conte sono dediti al mercato di stupefacenti e a quello immobiliare.

La vicenda è molto avvincente e suggestiva, i personaggi, tutti interpretati da attori professionisti napoletani e casertani, mutano continuamente il proprio comportamento ed il loro rapporto con gli altri; il che conferisce straordinaria dinamicità alla trama. Il pregio maggiore della serie sono il gran numero di battute caricaturali e paradossali pronunciate dai boss, le quali sono divenute virali su facebook e non solo: capita spesso, infatti, di sentirle ripetere per le strade di Napoli, nelle chiacchiere fra amici. Per fare solo i due esempi di maggiore successo, vi è la scena in cui Salvatore Conte abbraccia un giovanissimo killer che, tratto in inganno, ha ucciso un importante esponente del proprio clan, facendo finta di averlo perdonato (pronuncia la gettonatissima frase “vien cca,vient a piglià o perdono”) per poi estrarre surrettiziamente la pistola e sparargli alla testa; e poi la scena in cui Pietro Savastano, nell’annunciare a Ciro Di Marzio che, in futuro, accanto al figlio Genny, lui è designato per essere il numero due del clan, gli fa bere un bicchiere della propria urina come segno di fedeltà.

Di questo tenore sono anche molte altre scene, il che fa apparire la serie, nonostante lo spropositato numero di omicidi e in parte in ragione di ciò, non come brutale, ma come inverosimile e caricaturale. In generale, tutte le vicende sembrano mosse da una catena di eventi che si sviluppa in maniera poco più che casuale.

Queste caratteristiche segnano anche il limite fra pregi e difetti della serie e la confinano al ruolo di fiction come tante altre, cioè irrealistica e sostanzialmente diseducativa. Come detto, lo spropositato numero di omicidi è commesso in maniera disinvolta dai protagonisti, che non prendono alcuna precauzione di nessun tipo, tant’è che, a tratti, il format sembra più quello di un video game; basti pensare, ad esempio, al fatto che parlano in maniera completamente disinvolta al telefono, mentre, nella realtà, la voce di "Ciruzzo o' milionario", ad esempio, è rimasta a lungo completamente sconosciuta ai non "intimi".

Spesso si ha l’impressione che gli abitanti del quartiere siano tutti adoranti nei confronti del clan e dei boss e siano esclusivamente una fucina di "nuove leve"; inutile dire quanto ciò sia falso e gridi vendetta, poiché quei quartieri sono abitati anche da gente che non hanno nulla a che vedere non solo con le attività criminale, ma nemmeno con quel "brodo culturale" (per esprimersi come nella serie...).

Altrettanto inutile dire che non vi è minimo tentativo di approfondimento sulle cause prime del disagio sociale dell’area nord di Napoli, sulle ragioni della totale assenza di lavoro e di socialità che costituiscono da sempre la solida base materiale dell’istallazione dei clan nell’area; il quartiere appare votato a quel tipo di clima e di dominio camorristico semplicemente per fattori culturali congeniti.

Inoltre, non vi è alcun approfondimento su come i clan sviluppano realmente i loro affari “puliti” e sulle numerose entrature che hanno nell’economia "legale" e nelle istituzioni. Anche qui le scene sono molto grossolane e caricaturali (dalla campagna elettorale per il comune di Giugliano, al rapporto dei Savastano con un bizzarro consulente finanziario milanese); l’affarismo dei clan sembra completamente astratto dall’intero sistema economico-finanziario in cui si muovono; appare come uno semplice stortura proveniente non si sa da dove (o semplicemente dal distorto clima culturale dell’area napoletana).

Per tutti questi motivi, la serie di Gomorra appare come un "dispositivo ideologico" creato per fare profitti su una mistificazione totale del fenomeno reale della Camorra, rimuovendone tutte le ragioni strutturali e facendola apparire come prodotto di un contesto intimamente votato al degrado e alla degenerazione, dove la fanno da padrone loschi figuri, dai tratti estremamente brutali e, contemporaneamente, folkroristici, rimuovendone la natura di veri e propri imprenditori.

Considerato il fatto che la serie è stata venduta all’estero come libera riproduzione di fatti reali, essa è destinata ad estendere l’odio anti-napoletano ed una visione caricaturale della città partenopea e di tutto il meridione d’Italia.

Pertanto, accanto all’innegabile sorriso per le battute e le scene bizzarre, la serie va denunciata come altamente mistificante, poco o nulla rispondente alla realtà; e va stigmatizzato sopratutto il tentativo di fare profitto sulle contraddizioni sociali delle nostre città. Così come va denunciata, insomma, la natura antisociale della camorra, forma particolare, estrema e brutale, della società capitalistica (sia dal punto di vista del dominio sia anche da quello dell’egemonia), parte strutturale (non "stortura") dell’intero sistema economico-finanziario in cui siamo immersi; parte strutturale, per le sue entrature legali ed istituzionali, anche dello stato borghese.

Il movimento anti-camorra, dunque, va compreso nei più ampi movimenti di lotta contra la disoccupazione, lo sfruttamento capitalistico ed il saccheggio delle nostre città; non appaltato a mestieranti dell’anti-mafia alla Roberto Saviano, portatori di un legalitarismo anti-sociale e non a caso sempre in prima fila quando si tratta si schierarsi contro le lotte sociali. Gente che  rappresenta soltanto la "falsa coscienza" della nostra società, che invece tollera ampiamente, nei salotti buoni della finanza, le presenze di capitali di origine illegale (pecunia non olet); e che lascia affogare nel controllo sociale operato brutalmente dai clan le contraddizioni delle proprie periferie-ghetto. Non a caso, d’altronde, tutti i movimenti di classe sono pieni di esempi di attivisti sociali e politici che hanno pagato anche con la vita il proprio contrasto intransigente nei confronti della borghesia criminale.

Fonte

14/06/2014

La gioventù bruciante di Gomorra

Non sono stati pochi a seguire l’ultima puntata della serie televisiva “Gomorra”, liberamente tratta dall’omonimo libro di Roberto Saviano, sceneggiata con la collaborazione dello stesso Saviano, di giornalisti e scrittori esperti di ambiente malavitosi o scrittori “talentuosi” nativi dei luoghi dove è presente la malavita organizzata (quartieri di Napoli - come Scampia - o altri piccoli centri dell’area casertana).

Vorrei qui proporre ai lettori del giornale un’interpretazione, come dire, “controcorrente”.

Vedendo tutta la serie si ricava l’impressione che a volte la “finzione televisiva” risulta essere abbastanza verosimile soprattutto nella rappresentazione scenografica dei luoghi dove avvenivano i fatti. Il set televisivo era collocato proprio nei veri luoghi - come le “vele” di Secondigliano - dove poi sono realmente accaduti i fatti raccontati.

Altre volte, invece, era un po’ meno verosimile. Soprattutto nei personaggi “uagliuncelli” di una banda giovanile che rompe l’unità del clan dominato dai “vecchi”; giovani rappresentati attraverso il loro “trucido oltre che truculento aspetto”. L’intenzione, che c’è da augurarsi sia in buonafede, consisterebbe in quella di “educare” un settore popolare e giovanile attraverso una rappresentazione scenica del tutto aderente ad una realtà, la quale è - a sua volta - direttamente vissuta da quelli a cui, nelle intenzioni, è rivolto il messaggio, evitando così di produrre, o quantomeno favorire, quell’empatia che altre serie televisive hanno prodotto in parte agli spettatori invogliati (secondo alcuni “illustri” commenti fatti da esponenti della politica nostrana) a emularne comportamenti e scelte di vita.

Un altro degli aspetti che invece, secondo una mia personale lettura, emerge da questa serie, oltre alla spettacolarità di alcune scene ottenuta attraverso “sparatorie rumorosissime e truculente”, “ammazzamenti di vario genere e natura”, consiste nella rappresentazione “solidale” nella quale i “uagliuncelli” del clan camorristico dedicano passione, entusiasmo fino a un sacrificio finale.

Certamente ad un settore come quello giovanile, al quale è stata totalmente negata la prospettiva economica e lavorativa (anzi proprio “la prospettiva”) negandone di fatto nel suo insieme una qualsiasi ragione di vita sociale e tradizione imponendo loro, come unico e fondamentale valore, quello del “denaro” e dell’arricchimento personale “costi quel che costi”. Il segnale perciò arriva leggermente confuso e/o inappropriato.

Ebbene il messaggio che potrebbe arrivargli, se prevalesse il solo istinto di sopravvivenza, sarebbe quello di uscire da quella miseria sociale attraverso un recupero di una loro “identità sociale forte”, come quella rappresentata dai “uagliuncelli” di Genny, i quali come novelli guardiani del fortino si dedicano con passione alle sorti del clan per farlo diventare più forte e dominatore della zona considerata “casa propria”, con una logica totalmente “familistica”!

Questa potrebbe essere vista, o compresa, anche come una possibile risposta di riscatto allo squallore esistenziale nel quale è costretto a vivere sia chi “spaccia” sia chi consuma la droga.

Squallore messo anch’esso in evidenza da un consumismo sfrenato, sfacciato, contraddittorio e senza senso di prodotti di lusso - macchine lussuose o moto costose che si aggirano per le strade di ghetti periferici, oppure l’arredamento lussuoso e molto “kitsch” in appartamenti del tutto improbabili dentro lo stesso ghetto, e via di questo passo! E allora il messaggio che s’intende recapitare a questo pezzo di società appare del tutto squilibrato e rischia di produrre l’effetto contrario e indesiderato.

Che cosa può fare un giovane di Scampia, senza speranze e futuro, per avere o ritagliarsi un posto nella scala sociale senza che questo diventi una sua “condanna” a una vita di attese frustrate e privazioni?

Tentando di riprodurre quella tendenza “neorealistica” che caratterizzò gran parte della filmografia degli anni passati, gli autori di questa serie televisiva hanno così inteso la scrittura (comunque di notevole impatto) di questa serie. Voglio qui ricordare che, molti anni fa venne prodotto un film, che ebbe un notevole successo e notorietà, il quale descriveva la generazione giovanile di quegli anni, con il titolo: “Gioventù bruciata”, una generazione innervata di ribellioni contro norme e regole sociali allora dominanti; piena di un furore esistenziale che si mostrava esteticamente attraverso musica rock, giubbotti di pelle nera, potenti motociclette, amanti di una folle velocità e spericolate avventure.

In questo caso il “neorealismo” consisterebbe nella riscossa che la “vecchia guardia della paranza”, mette in atto sia per contrastare il macello al quale pare siano predestinate, ma anche, e soprattutto, per rimettere le cose al loro posto “naturale”, cioè quello delle regole e del “rispetto” che si deve a chi ha una sua storia. Regole certamente non scritte, pur sempre regole e norme di comportamento alle quali tutti devono adeguarsi e sottostare.

Cos’altro si può dire a fronte di questo, forse, “subliminale” messaggio?

Mi azzardo in questo paradigma: mentre i “uagliuncelli” alla ricerca di una loro “identità forte”, per ottenerla sul campo usano con troppa facilità e cinica passione argomenti o armi di diverso calibro e spessore; la “vecchia guardia” (che una sua identità forte l’ha da tempo) non avendo nessuna intenzione di lasciarla in “mano a uagliuncelli senza cuore e speranza, reagiscono nell’unico modo al quale sono usi, cioè combattendo. E in questo caso, la serie finisce all’insegna di un “riscatto” dei vecchi (o almeno delle loro regole comportamentali d’onore), contro una “gioventù” irrispettosa e incapace di attuare regole e normative in un gioco che risulta essere troppo grande per la loro scarsa maturità e inesperienza.

Se con questo si punta a ripetere oggi questa forma esistenziale (facendo i dovuti e necessari distinguo di fase storica), nel caso appena descritto si era di fronte ai tentativi di settori sociali emergenti (appena usciti da un disastroso e sanguinoso conflitto mondiale) che avevano come obiettivo quello di rivoluzionare comportamenti e usanze ritenute del tutto superate, e ciò era fatto attraverso il gesto estetico, musiche assordanti, il tutto condito da atteggiamenti molto sopra le righe.

Senza scadere in atteggiamenti eccessivamente violenti, oppure sparacchiando a destra e manca eliminando “giovani e anziani” in ugual misura.

Se è questo un possibile obiettivo (moralistico, direi), allora suggerirei di titolare la serie invece di Gomorra (troppo riconoscibile e “infamante” soprattutto per quanti vivono o risiedono, loro malgrado, nei luoghi che sono raccontati e descritti): “Gioventù bruciante”, almeno rende meglio l’idea e l’intenzione che questo pezzo di società potrebbe raccontare, stante la sua precarietà con orizzonti di miseria e squallore al quale è condannata!

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04/06/2014

Il "moralizzatore" Saviano condannato per diffamazione

A forza di andare giù con l'accetta, chi fa informazione sa che si rischia la querela per diffamazione. Il problema è noto, ma c'è sempre chi pensa di essere abbastanza potente e protetto da non incorrere mai in questa disavventura. Stavolta è ri-toccato a Roberto Saviano, icona dell'"anti-camorra di potere".

«Le affermazioni riportate nel libro sono oggettivamente offensive e non è stata provata la verità della notizia, in modo suggestivo emergente dalle frasi del testo pubblicato».

Con queste motivazioni la seconda sezione civile della Corte d'Appello di Milano ha confermato la condanna per diffamazione dello scrittore Roberto Saviano a risarcire con 30mila euro una persona citata nel suo best seller Gomorra.

In particolare, i giudici hanno confermato la sentenza del Tribunale dello scorso novembre che aveva accertato «il contenuto diffamatorio in danno» di Enzo Boccolato, difeso dai legali Alessandro Santoro, Sandra Salvigni e Daniela Mirabile, «della frase contenuta a pagina 291» di Gomorra. Frase offensiva, secondo la Corte d'Appello, a causa «dell'accostamento tra dati tratti dalle dichiarazioni di Piccirillo», un collaboratore di giustizia, «e considerazioni dell'autore, circa il coinvolgimento di Boccolato nelle attività illecite del clan La Torre».

La Corte ha confermato la condanna di «Saviano e Arnoldo Mondadori Editore Spa al risarcimento del danno subito da Enzo Boccolato e a corrispondergli la somma di 30mila euro». La somma richiesta era stata invece decisamente più sostanziosa: un milione.

L'avvocato Santoro «preso atto che Saviano e la Mondadori, noncuranti delle due sentenze di condanna già intervenute, reiterano la diffamazione del signor Vincenzo Boccolato attraverso continue ristampe del celebre libro Gomorra, senza provvedere alla cancellazione delle frasi 'accertate come diffamatorie' e senza neanche citare nelle ristampe la sentenza di condanna per diffamazione già intervenuta, se non altro per una più puntuale informazione 'della verità' per i nuovi lettori, rende noto di aver ricevuto regolare mandato per chiedere un nuovo risarcimento dei danni subiti e subendi per la reiterata diffamazione in danno di Vincenzo Boccolato».

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