di Alessandra Daniele
L’attuale contrapposizione fra europeisti e populisti ci viene raccontata come una versione semplificata della saga di Underworld, con gli europeisti nel ruolo dei vampiri, e i populisti in quello dei lycan, i licantropi.
La similitudine è calzante: i vampiri sono aristocratici crudeli e
corrotti, i lycan, a lungo asserviti ai vampiri e sfruttati come cani da
guardia, hanno ragione di ribellarsi, ma sono comunque lupi, belve, che
pure nella loro forma umanoide continuano a seguire le brutali e ferine
logiche del branco.
Nella realtà però, e nella stessa saga di Underworld, le cose sono più complicate, ci sono ibridi vamp-lycan, doppiogiochisti e voltagabbana d’ogni specie.
Inoltre, nel mondo reale il vero capobranco dei populisti mannari è
indubbiamente un vampiro, Vladimir Putin, che li adopera come truppe di
terra contro la rivale casata vampira di Aquisgrana, presieduta da
Merkel e Macron, che però ha comunque vinto 4 a zero la partita delle
nomine europee anche con la complicità del governo Grilloverde, che in
cambio ha temporaneamente evitato la procedura d’infrazione. Perché i
populisti mannari nostrani hanno tutto dei canidi, tranne la fedeltà.
Rispetto alla saga, nel nostro mondo non ci sono nobili ribelli alla
Selene, né tanto meno eroi messianici alla Lucian, ma i doppiogiochisti
abbondano sempre più aggrovigliati negli inciuci come un Laocoonte, non
di marmo, ma di merda.
C’è però una verità semplice e lineare che la saga e la realtà condividono in pieno: per entrambe le specie di predatori bipedi, gli umani come noi sono soltanto cibo.
Invece di dividersi nella scelta fra le due, una dicotomia falsa quanto
la democrazia che sostiene, tutti gli umani dovrebbero organizzarsi per
combatterli entrambi.
Non sono certo invincibili come vogliono sembrare.
I vampiri sono accecati dalla superbia, i licantropi dalla fame.
Il vantaggio evolutivo della specie umana, anche sui predatori più
feroci, è sempre stato l’intelligenza. Adoperiamola, prima che sia
troppo tardi.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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08/07/2019
25/05/2019
L’ingannevole match tra liberali e populisti
di Alberto Negri
L’Europa sta andando alle urne in un clima di contrapposizione tra pensiero liberale, populisti e sovranisti. Ma è davvero così? Secondo un dossier sui populismi di Le Monde Diplomatique questo è un match ingannevole.
Qualche tempo fa Steve Bannon, da noi ospitato e molto citato, dava la sua spiegazione sull’ascesa del populismo. “La miccia che ha innescato la rivoluzione di Trump è stata accesa il 15 settembre 2008 alle ore 9, quando la banca Lehman Brothers è stata costretta al fallimento”. L’ex stratega della Casa Bianca ed ex vicepresidente della Goldman Sachs sa che la crisi è stata violenta. “Le élite si sono aiutate da sole. Hanno socializzato interamente il rischio. Ma la gente comune chi l’ha salvata?”. Questo “socialismo per i ricchi” avrebbe provocato in diversi punti del globo una vera “rivolta populista”.
Oggi non si profila, come undici anni fa, una tempesta finanziaria (fino a prova contraria) ma sono entrati in crisi alcuni pilastri dell’ordine liberale del dopo guerra fredda, quello della Nato, delle istituzioni finanziarie occidentali e la liberalizzazione dei commerci, di cui è emblematica la guerra dei dazi tra Usa e Cina.
Pur di salvare gli Stati Uniti dall’ascesa economica e tecnologica di Pechino, Trump mette in forse la globalizzazione degli scambi che sembrava il motore di ogni cosa e soprattutto pareva che rendesse quasi inutile la politica. Il presidente americano ora mette in dubbio un altro pilastro degli Usa e occidentale: che la democrazia di mercato sia la forma compiuta della storia. E ha fatto qui in Europa i suoi proseliti, che in molti casi con Orbàn in Ungheria, Le Pen in Francia e Salvini in Italia lo hanno persino preceduto.
Certo si fa riferimento ancora al capitalismo ma veicolato da un’altra cultura, “illiberale”, nazionalista e autoritaria che esalta il “Paese profondo” anziché i valori delle grandi metropoli. Un vecchio e caro mondo antico che ovviamente non esiste più da un pezzo se non nell’immaginario collettivo dei localismi. Va quindi in scena una sorta di contrapposizione tra classi dirigenti: liberali contro populisti.
In realtà i nuovi venuti mirano quanto coloro che li hanno preceduti ad arricchire le classi agiate ma sfruttando il sentimento di repulsione e di rabbia nutrito dalle classi popolari nei confronti del liberalismo e della socialdemocrazia.
Come Trump, i leader conservatori dell’Europa centrale sono riusciti a mettere al servizio dei ricchi la legittimità popolare di uno Stato “forte”. Sovranisti e populisti, al di là della retorica elettorale, non vogliono rovesciare il tavolo del capitalismo ma soltanto cambiare i giocatori che stanno seduti a quel tavolo.
Anziché garantire i diritti sociali o sindacali, quelli che in primo luogo dovrebbero interessare i lavoratori, il potere si afferma chiudendo le frontiere ai migranti e proclamandosi garante dell’”identità culturale” della nazione. Il ritorno allo Stato si esprime quindi con il filo spinato a Est e con i porti chiusi a Sud.
Questa strategia di comunicazione finora ha funzionato. Mentre le cause della crisi finanziaria ed economica che fatto barcollare il mondo un decennio fa rimangono intatte, in Paesi come l’Italia, l’Ungheria o in regioni come la Baviera, lo spauracchio è la questione dei rifugiati. E su questo terreno la sinistra, simbolo di una borghesia istruita, liberale e persino “radical chic”, è stata perdente.
In realtà, andando oltre le divisioni schematiche tra liberali, populisti e sovranisti, c’è una crisi di rappresentanza dei veri interessi popolari. E non si vede, per ora, un’alternativa politica.
Fonte
L’Europa sta andando alle urne in un clima di contrapposizione tra pensiero liberale, populisti e sovranisti. Ma è davvero così? Secondo un dossier sui populismi di Le Monde Diplomatique questo è un match ingannevole.
Qualche tempo fa Steve Bannon, da noi ospitato e molto citato, dava la sua spiegazione sull’ascesa del populismo. “La miccia che ha innescato la rivoluzione di Trump è stata accesa il 15 settembre 2008 alle ore 9, quando la banca Lehman Brothers è stata costretta al fallimento”. L’ex stratega della Casa Bianca ed ex vicepresidente della Goldman Sachs sa che la crisi è stata violenta. “Le élite si sono aiutate da sole. Hanno socializzato interamente il rischio. Ma la gente comune chi l’ha salvata?”. Questo “socialismo per i ricchi” avrebbe provocato in diversi punti del globo una vera “rivolta populista”.
Oggi non si profila, come undici anni fa, una tempesta finanziaria (fino a prova contraria) ma sono entrati in crisi alcuni pilastri dell’ordine liberale del dopo guerra fredda, quello della Nato, delle istituzioni finanziarie occidentali e la liberalizzazione dei commerci, di cui è emblematica la guerra dei dazi tra Usa e Cina.
Pur di salvare gli Stati Uniti dall’ascesa economica e tecnologica di Pechino, Trump mette in forse la globalizzazione degli scambi che sembrava il motore di ogni cosa e soprattutto pareva che rendesse quasi inutile la politica. Il presidente americano ora mette in dubbio un altro pilastro degli Usa e occidentale: che la democrazia di mercato sia la forma compiuta della storia. E ha fatto qui in Europa i suoi proseliti, che in molti casi con Orbàn in Ungheria, Le Pen in Francia e Salvini in Italia lo hanno persino preceduto.
Certo si fa riferimento ancora al capitalismo ma veicolato da un’altra cultura, “illiberale”, nazionalista e autoritaria che esalta il “Paese profondo” anziché i valori delle grandi metropoli. Un vecchio e caro mondo antico che ovviamente non esiste più da un pezzo se non nell’immaginario collettivo dei localismi. Va quindi in scena una sorta di contrapposizione tra classi dirigenti: liberali contro populisti.
In realtà i nuovi venuti mirano quanto coloro che li hanno preceduti ad arricchire le classi agiate ma sfruttando il sentimento di repulsione e di rabbia nutrito dalle classi popolari nei confronti del liberalismo e della socialdemocrazia.
Come Trump, i leader conservatori dell’Europa centrale sono riusciti a mettere al servizio dei ricchi la legittimità popolare di uno Stato “forte”. Sovranisti e populisti, al di là della retorica elettorale, non vogliono rovesciare il tavolo del capitalismo ma soltanto cambiare i giocatori che stanno seduti a quel tavolo.
Anziché garantire i diritti sociali o sindacali, quelli che in primo luogo dovrebbero interessare i lavoratori, il potere si afferma chiudendo le frontiere ai migranti e proclamandosi garante dell’”identità culturale” della nazione. Il ritorno allo Stato si esprime quindi con il filo spinato a Est e con i porti chiusi a Sud.
Questa strategia di comunicazione finora ha funzionato. Mentre le cause della crisi finanziaria ed economica che fatto barcollare il mondo un decennio fa rimangono intatte, in Paesi come l’Italia, l’Ungheria o in regioni come la Baviera, lo spauracchio è la questione dei rifugiati. E su questo terreno la sinistra, simbolo di una borghesia istruita, liberale e persino “radical chic”, è stata perdente.
In realtà, andando oltre le divisioni schematiche tra liberali, populisti e sovranisti, c’è una crisi di rappresentanza dei veri interessi popolari. E non si vede, per ora, un’alternativa politica.
Fonte
23/05/2019
Elezioni europee? Un sondaggio più pesante del solito
Lo diciamo subito e in premessa. Non daremo indicazioni di voto per le elezioni europee di domenica.
Detto questo, ci interessa piuttosto cercare di evidenziare alcuni dati su una scadenza elettorale che si delinea da un lato come il consuntivo di tutti i sondaggi effettuati fino a quindici giorni fa, dall’altro può rivelarsi uno snodo decisivo per cambiamenti significativi in alcuni paesi, a partire dall’Italia.
Inutile ricordare come il Parlamento europeo non abbia poteri legislativi. Decide poco o nulla, al massimo esprime il gradimento o meno sui nuovi commissari europei, oltre che sulle “direttive” della Commissione (il “governo”). I poteri decisionali dell’Unione Europea sono altrove: nel Consiglio europeo (quello dei capi di stato), nella Commissione Europea e soprattutto nella Banca Centrale Europea. Tutti e tre non sono organismi eletti, ma decisi per cooptazione.
Chi ha in testa o continua a cianciare sulla “democratizzazione” dell’Unione Europea si illude, oppure mente consapevolmente. L’apparato costruito e rafforzato in questi ventisette anni (dal Trattato di Maastricht del 1992) non è riformabile dall’interno, non è previsto, non è stato edificato per esserlo.
E’ un apparato che le oligarchie (banche, multinazionali, tecnocrati) hanno costruito sull’Europa per consolidare il dominio del capitale sul lavoro e della governabilità sulla democrazia.
In questo contesto ha pienamente ragione Le Monde Diplomatique nell’affermare che quella tra “liberali versus populisti”, cui molti vorrebbero ridurre le elezioni europee di domenica, è una “contrapposizione ingannevole”.
Europeisti liberali ed europeisti reazionari hanno visioni e progetti ampiamente convergenti sulla funzione imperialista della Fortezza Europa. Magari con i confini aperti all’interno – per facilitare la circolazione delle merci e della forza lavoro qualificata – ma blindata rispetto ai flussi migratori e proiettata all’esterno, per l’esportazione dei capitali e il controllo delle risorse altrui.
Questa vocazione imperialista dell’Unione Europea è ormai esplicitata nel Trattato di Aquisgrana tra Francia e Germania, emerge da ogni riga del Piano Junker – che difficilmente la nuova Commissione Europea metterà in discussione – ed è stata sussunta, emblematicamente, dalle parole del presidente della Confindustria, Boccia, quando afferma che l’Europa deve rafforzarsi per competere con Cina e Stati Uniti.
Una visione che ha determinato, come logica conseguenza, anche il patto neocorporativo sull’Europa siglato proprio da Confindustria con CgilCislUil.
Se questo è vero – e la realtà ci dice che dopo l’accelerazione impressa dagli apparati UE dal 2010, a seguito della crisi, è diventato assolutamente vero – il posizionamento, l’approccio, le proposte e le alternative in campo fanno la differenza.
Scrivevamo in apertura che le elezioni europee, per le loro caratteristiche, sono poco più che un sondaggio finale sul gradimento delle varie forze politiche. Il voto non impegna, non chiede né restituisce. Non si vota per un governo, un governatore di regione o per un sindaco.
Alle elezioni europee del 1984 per la prima volta il PCI prese più voti della Democrazia Cristiana, ma non cambiò proprio nulla nei rapporti di forza interni, né in Parlamento né nel paese. Nel 2014 il Pd di Renzi ottenne quasi il 41% dei voti, ma gli scostamenti sostanziali dai governi precedenti sono stati irrilevanti. Anzi...
Da mesi ci stanno martellando con la falsa contrapposizione tra liberali e populisti come posta in gioco a queste elezioni. In realtà il dibattito ruota sempre sulle questioni interne e praticamente ogni settimana, sulla base dei sondaggi, è come se ci fosse stata una scadenza elettorale. “Salvini è cresciuto del 3%, Salvini ha perso il 6%; il M5S scende del 2%, il M5S recupera il 2%, il Pd è in ripresa dell’1% etc. etc.”. Domenica sera però sapremo gli esiti dell’ultimo sondaggio, e sulla base di quello vedremo se il governo Conte mangerà il cocomero estivo o arriverà al panettone natalizio.
L’unico dato certo è che a ottobre si dovrà fare una Legge di Stabilità lacrime e sangue (dai 32 ai 40 miliardi di euro) per stare dentro i vincoli imposti dall’Unione Europea; e a quel punto chi c’è... c’è! Se non si mette radicalmente in discussione il “pilota automatico” evocato da Draghi (che qualcuno già vede seduto sulla scranno di Palazzo Chigi), la compagine di governo diventa del tutto intercambiabile e subordinata, anche con le più ingegnose geometrie variabili.
Il punto decisivo rimane questo: considerare la gabbia dell’Unione Europea, i vincoli dei suoi trattati, la sua ideologia gerarchica di “disuguaglianza virtuosa”, la cupezza delle sue ambizioni colonialiste e imperialiste, come uno scenario immutabile al quale rassegnarsi; oppure rimettere in campo un’alternativa, una prospettiva di cambiamento che però non può in alcun modo evitare una rottura con il quadro esistente.
L’offerta politica democratica e di classe – su questo piano di analisi, funzione, azione – in Italia è ancora debolissima o inesistente. La sinistra residuale ha scelto di presentarsi con contenuti e rappresentazione totalmente distanti da questo approccio. Anche lì dove evoca contenuti più simili, li rappresenta in modo autocentrato e meramente identitario.
Se nelle schede elettorali di domenica prossima ci fosse stato Potere al Popolo, che con questo livello di problemi ha cominciato a misurarsi, non avremmo avuti dubbi. Ma questa volta ha dovuto saltare un giro. E forse ne trarrà più benefici che danni.
Fonte
Detto questo, ci interessa piuttosto cercare di evidenziare alcuni dati su una scadenza elettorale che si delinea da un lato come il consuntivo di tutti i sondaggi effettuati fino a quindici giorni fa, dall’altro può rivelarsi uno snodo decisivo per cambiamenti significativi in alcuni paesi, a partire dall’Italia.
Inutile ricordare come il Parlamento europeo non abbia poteri legislativi. Decide poco o nulla, al massimo esprime il gradimento o meno sui nuovi commissari europei, oltre che sulle “direttive” della Commissione (il “governo”). I poteri decisionali dell’Unione Europea sono altrove: nel Consiglio europeo (quello dei capi di stato), nella Commissione Europea e soprattutto nella Banca Centrale Europea. Tutti e tre non sono organismi eletti, ma decisi per cooptazione.
Chi ha in testa o continua a cianciare sulla “democratizzazione” dell’Unione Europea si illude, oppure mente consapevolmente. L’apparato costruito e rafforzato in questi ventisette anni (dal Trattato di Maastricht del 1992) non è riformabile dall’interno, non è previsto, non è stato edificato per esserlo.
E’ un apparato che le oligarchie (banche, multinazionali, tecnocrati) hanno costruito sull’Europa per consolidare il dominio del capitale sul lavoro e della governabilità sulla democrazia.
In questo contesto ha pienamente ragione Le Monde Diplomatique nell’affermare che quella tra “liberali versus populisti”, cui molti vorrebbero ridurre le elezioni europee di domenica, è una “contrapposizione ingannevole”.
Europeisti liberali ed europeisti reazionari hanno visioni e progetti ampiamente convergenti sulla funzione imperialista della Fortezza Europa. Magari con i confini aperti all’interno – per facilitare la circolazione delle merci e della forza lavoro qualificata – ma blindata rispetto ai flussi migratori e proiettata all’esterno, per l’esportazione dei capitali e il controllo delle risorse altrui.
Questa vocazione imperialista dell’Unione Europea è ormai esplicitata nel Trattato di Aquisgrana tra Francia e Germania, emerge da ogni riga del Piano Junker – che difficilmente la nuova Commissione Europea metterà in discussione – ed è stata sussunta, emblematicamente, dalle parole del presidente della Confindustria, Boccia, quando afferma che l’Europa deve rafforzarsi per competere con Cina e Stati Uniti.
Una visione che ha determinato, come logica conseguenza, anche il patto neocorporativo sull’Europa siglato proprio da Confindustria con CgilCislUil.
Se questo è vero – e la realtà ci dice che dopo l’accelerazione impressa dagli apparati UE dal 2010, a seguito della crisi, è diventato assolutamente vero – il posizionamento, l’approccio, le proposte e le alternative in campo fanno la differenza.
Scrivevamo in apertura che le elezioni europee, per le loro caratteristiche, sono poco più che un sondaggio finale sul gradimento delle varie forze politiche. Il voto non impegna, non chiede né restituisce. Non si vota per un governo, un governatore di regione o per un sindaco.
Alle elezioni europee del 1984 per la prima volta il PCI prese più voti della Democrazia Cristiana, ma non cambiò proprio nulla nei rapporti di forza interni, né in Parlamento né nel paese. Nel 2014 il Pd di Renzi ottenne quasi il 41% dei voti, ma gli scostamenti sostanziali dai governi precedenti sono stati irrilevanti. Anzi...
Da mesi ci stanno martellando con la falsa contrapposizione tra liberali e populisti come posta in gioco a queste elezioni. In realtà il dibattito ruota sempre sulle questioni interne e praticamente ogni settimana, sulla base dei sondaggi, è come se ci fosse stata una scadenza elettorale. “Salvini è cresciuto del 3%, Salvini ha perso il 6%; il M5S scende del 2%, il M5S recupera il 2%, il Pd è in ripresa dell’1% etc. etc.”. Domenica sera però sapremo gli esiti dell’ultimo sondaggio, e sulla base di quello vedremo se il governo Conte mangerà il cocomero estivo o arriverà al panettone natalizio.
L’unico dato certo è che a ottobre si dovrà fare una Legge di Stabilità lacrime e sangue (dai 32 ai 40 miliardi di euro) per stare dentro i vincoli imposti dall’Unione Europea; e a quel punto chi c’è... c’è! Se non si mette radicalmente in discussione il “pilota automatico” evocato da Draghi (che qualcuno già vede seduto sulla scranno di Palazzo Chigi), la compagine di governo diventa del tutto intercambiabile e subordinata, anche con le più ingegnose geometrie variabili.
Il punto decisivo rimane questo: considerare la gabbia dell’Unione Europea, i vincoli dei suoi trattati, la sua ideologia gerarchica di “disuguaglianza virtuosa”, la cupezza delle sue ambizioni colonialiste e imperialiste, come uno scenario immutabile al quale rassegnarsi; oppure rimettere in campo un’alternativa, una prospettiva di cambiamento che però non può in alcun modo evitare una rottura con il quadro esistente.
L’offerta politica democratica e di classe – su questo piano di analisi, funzione, azione – in Italia è ancora debolissima o inesistente. La sinistra residuale ha scelto di presentarsi con contenuti e rappresentazione totalmente distanti da questo approccio. Anche lì dove evoca contenuti più simili, li rappresenta in modo autocentrato e meramente identitario.
Se nelle schede elettorali di domenica prossima ci fosse stato Potere al Popolo, che con questo livello di problemi ha cominciato a misurarsi, non avremmo avuti dubbi. Ma questa volta ha dovuto saltare un giro. E forse ne trarrà più benefici che danni.
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