Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

06/07/2011

Ai ferri corti.

In questo periodo, poche cose quagliano per il verso giusto. La musica ahimè non è tra queste. Da settimane, infatti, mi trovo pericolosamente impantanato nell'immobilismo dei medesimi ascolti.
Il problema non è tanto avere nelle orecchie sempre la stessa roba, quanto la totale assenza di piacere nell'ascoltare o cercare qualcosa di nuovo.
A livello di sonorità sono rimasto immobilizzato a metà anni '90 (a dire tanto) quanto a gruppi, poi, va anche peggio visto che non esiste formazione che ascolto di frequente che non abbia almeno 15-20 anni di carriera alle spalle.
Belìn, non so come uscirne...

Se potessi avere 1000€ al mese...

Generazione 'mille euro' a rischio povertà. Lo rivela una ricerca del Censis commissionata da Unipol, presentata oggi a Roma nel corso del convegno Welfare, Italia. Laboratorio per le nuove politiche sociali. Secondo l'indagine il 42 percento dei lavoratori dipendenti tra i 25 e 34 anni andrà in pensione intorno al 2050 con meno di mille euro al mese.

Attualmente i lavoratori in questa fascia di età che guadagnano meno di mille euro sono il 31,9 percento, questo significa che in molti si troveranno ad avere una pensione pubblica inferiore al reddito che avevano a inizio carriera. Non solo, ma questa previsione riguarda quelli 'più fortunati', cioè i 4 milioni di giovani ben inseriti nel mercato del lavoro, con contratti standard.
Fuori dal conteggio restano, infatti, i giovani autonomi o con contratti atipici, che sono circa un milione e i 2 milioni di ragazzi che non studiano nè lavorano. Un presente duro, un futuro inquietante. Come racconta il dossier Vita da funamboli sul numero di luglio di E- il mensile di Emergency. Quella dei giovani in un Paese, l'Italia, in cui il lavoro flessibile si può chiamare in diciotto modi diversi e nel quale le corporazioni hanno un gran peso. Con uno sguardo alla precarietà, ma anche al welfare degli altri e a qualche buona idea.

Fonte.

Scrivere "a rischio povertà" è una presa per i fondelli. Se il sistema procede sui binari attuali, una persona, nel 2050, con meno di 1000€ al mese sarà un morto di fame altro che rischio povertà!

05/07/2011

Guerriglie urbane moderne.



La canonica analisi precisamente confezionata dall'ex pupillo di Montanelli.
Giusto la descrizione dei "Black Bloc" non sta da nessuna parte se sì eccepisce il pensiero comune dominante.
Con quello che s'è visto a Genova 10 anni fa ed è ormai ampiamente documentato visivamente in rete, varrebbe la pena essere un po' più precisi quando si parla del "fenomeno" degli incappucciati neri e soprattutto un po' più maliziosi circa la loro costante apparizione nei momenti in cui il confronto tra società civile e istituzioni giunge ai ferri corti (Cossiga insegna).

Non me la menare

04/07/2011

Guerriglie urbane passate.

Genova, 1960.

Il partito neofascista Msi ha convocato per i giorni 2,3 e 4 luglio il proprio sesto congresso nel capoluogo ligure, presso il Teatro Margherita.
La scelta del luogo è già, evidentemente, una provocazione: Genova, oltre ad essere medaglia d'oro alla Resistenza, è anche la città che, nel 1948 all'epoca dell'attentato a Togliatti, è insorta unanime, rimanendo per più di due giorni in mano agli insorti.
Ma questa non è l'unica provocazione portata avanti dall'Msi, che ha anche preannunciato la presenza al congresso dell'ex prefetto fascista Carlo Emanuele Basile, criminale fascista, che durante la guerra aveva torturato e deportato in Germania molte centinaia di oppositori al regime.
La copertura politica al Movimento Sociale Italiano è data, per la prima volta, direttamente dal governo, al quale siede il democristiano Tambroni, eletto anche grazie all'appoggio dei voti dell'estrema destra italiana. Poco prima del previsto convegno dell'Msi viene nominato questore di Genova Giuseppe Lutri, che durante il ventennio fascista era stato a capo della squadra politica di Torino, ed era anch'egli tristemente noto per avere arrestato e fatto condannare a morte numerosi partigiani.
Le reazioni della sinistra genovese sono immediate: fin dai primi giorni di giugno i rappresentanti dei partiti comunisti e socialisti, dei movimenti e delle associazioni partigiane iniziano una campagna battente per richiedere alla città di prendere posizione contro il raduno fascista.

Il 15 giugno si svolge una prima manifestazione, a cui partecipano più di ventimila persone, per protestare contro il congresso: nella zona di via San Lorenzo si registrano i primi scontri tra manifestanti e un manipolo di neofascisti.
Nei giorni 24 e 25 giugno, dopo il divieto da parte della questura, di tenere un comizio di protesta indetto dalla Camera del lavoro, nuovi cortei, con anche la partecipazione dei portuali, si tengono in tutta la città.
Negli ultimi giorni di giugno alcuni esponenti dell'Msi fanno presente le proprie preoccupazioni in merito alla reazione che la città potrà avere al presidente del Consiglio Tambroni, di fatto chiedendogli la proibizione del congresso per motivi di ordine pubblico, senza però che si sappia che la richiesta è stata fatta dai missini; infine l'Msi dichiara a mezzo stampa che farà giungere a Genova "almeno un centinaio di attivisti romani, scelti tra i più pronti a menar le mani".

Il 30 giugno è il giorno del grande sciopero generale, indetto trasversalmente dai partiti della sinistra, le associazioni e i sindacati genovesi: durante la mattinata migliaia di donne portano fiori al Sacrario dei Caduti, mentre il corteo parte nel primo pomeriggio da Piazza dell'Annunziata, per terminare, senza incidenti, in piazza della Vittoria.
Le persone scese in piazza sono decine di migliaia, dai partigiani agli esponenti del Pci, dagli operai ai portuali, ma i veri protagonisti sono migliaia di giovani, ventenni che non hanno fatto la Resistenza, e che a questa, e alle successive giornate danno un significato che va oltre la pur importantissima coscienza antifascista: i "giovani con le magliette a strisce", come verranno chiamati, sono operai e studenti che hanno maturato un profondo disprezzo nei confronti del sistema capitalistico e del potere e che "hanno dimostrato che quando cessa la fame e la miseria non cessano i motivi per mettersi contro l'attuale società, le classi che la governano, e la polizia che la difende." (Montaldi)

Al termine della manifestazione una cospicua parte dei manifestanti si dirige verso piazza De Ferrari, cantando inni partigiani e scandendo slogan contro le forze dell'ordine.
I poliziotti e i carabinieri che presidiano la zona cercano di disperdere la folla, dapprima con un idrante, infine con violente cariche: lo scontro è ormai inevitabile.
Le camionette della celere inseguono i manifestanti in tutta la piazza e anche sotto i portici delle vie limitrofe, mentre i manifestanti, che continuano a confluire nella zona, rispondono con lanci di pietre, sedie bottiglie, assi di legno dei cantieri edili.
Tra le fila delle forze dell'ordine si comincia a sparare, un giovane rimane ferito; alcune camionette sono date alle fiamme, un ufficiale della polizia viene gettato nella fontana di piazza De Ferrari, molti agenti vengono disarmati, più di cento rimangono feriti.
Cinquanta manifestanti vengono arrestati.
Alle 20 la battaglia continua, fino a quando la celere e i carabinieri sono costretti alla ritirata, ripiegando a presidio degli uffici pubblici: la calma è temporaneamente ritornata in città.

Scrive Silvio Micheli, raccontando quella giornata: "Quando i "celerini" videro che non tutti fuggivano, ma che addirittura ve n'erano che osavano opporre resistenza, divennero belve. Ai mille di Genova si erano aggiunti i mille di Padova: ma presto furono quasi tremila, armati di lanciabombe e di mitra. Alcuni bar sorpresi dal fulmineo attacco non avevano potuto abbassare le saracinesche. Tavoli, sedie e vasi di cemento furono portati fuori e scagliati contro le camionette. Poi vennero divelti i paletti di ferro attorno alla piazza, e le catene che li univano presero a roteare e ad abbattersi sulle camionette. Anche i ferri delle tende divennero armi, e così le caprette e le tavole del sottopassaggio in costruzione davanti al "Carlo Felice". Le rovine del "Carlo Felice" si trasformarono da quel momento in una cava di pietre. I "celerini" rispondevano col lancio di bombe e dove potevano tiravano a investire con le camionette. Tutta la piazza crepitava di bombe e di sassi. Da un vicolo arrivarono dei muratori con lunghe travi che usate subito come bracci di leve fecero sbandare le camionette. Una si rovesciò e venne incendiata. I "celerini" con gli abiti in fiamme, soccorsi dai dimostranti, furono spenti dentro la fontana. Anche il comandante dovette esser tuffato più volte nella fontana di piazza De Ferrari. Un'altra camionetta bruciava presso il fanale davanti alla redazione del "Secolo", e ancora un' altra sotto i portici di via Petrarca presso il Bar Gargiulo."

Un nuovo sciopero è proclamato per il 2 luglio, in concomitanza con l'inizio del congresso.
Il 1 luglio affluiscono a Genova settemila tra poliziotti e carabinieri, con l'ordine di sparare sui manifestanti, Tambroni dichiara che "il congresso si farà", mentre in moltissime città italiane si svolgono scioperi e manifestazioni contro il governo, che portano a violenti scontri a Torino e a San Ferdinando di Puglia.
La questura genovese propone ai dirigenti dell'Msi di spostare il congresso al teatro Ambra di Nervi, vista anche la vicinanza della sede scelta, il teatro Margherita, con il Sacrario dei Caduti,che si trova a meno di cinquanta metri. L'Msi, guidato da Arturo Michelini, rifiutano l'accordo, e dichiarano che accetteranno il trasferimento solo se verrà impedito agli antifascisti di manifestare.

Sempre Silvio Micheli racconta, di questa seconda giornata: "All'alba dell'1 luglio numerose squadre di specialisti comandati da ufficiali di polizia presero a stendere dall'Acquasola a Portoria ampie barriere di filo spinato. La città era in stato d'assedio. Reparti di "celerini" e di carabinieri in assetto di guerra occupavano tutte le vie di accesso al centro. Sotto i portici di via XX Settembre, all'imbocco di via Portoria, una signora che usciva di casa, trovandosi i reticolati davanti, aveva lanciato un grido. "I miei ragazzi! I miei ragazzi!". Quel grido aveva agghiacciato la folla. La donna, alta, già anziana, vestita di nero, prima che qualcuno potesse accorrere si era lanciata con le braccia protese in mezzo al filo spinato. "Salvateli! Salvateli!!", continuava a gridare con gli abiti e la carne a brandelli. I "celerini", pallidi, erano rimasti di pietra. La povera signora veniva portata via di là. Sembrava impazzita. Gli sbarramenti di guerra avevano riacceso in lei un dramma di guerra. Era, come poi dissero, un'israelita superstite da un campo di sterminio in Germania."

La tensione in città torna altissima.

Nella notte tra il 1 e il 2 luglio il prefetto fa schierare gli agenti in snodi importanti della città, al fine di impedire il concentramento dei manifestanti, in arrivo dai quartieri industriali, nel centro della città.

Una colonna di venti trattori agricoli provenienti da Portoria, avanza verso gli schieramenti di forze dell'ordine per abbattere gli sbarramenti di filo spinato che circondano piazza De Ferrari, vengono confezionate centinaia di bombe molotov, nella cinta industriale intorno alla città si ricostituiscono le formazioni di partigiani accorsi da tutta Italia, pronte a scendere in città, in alcuni quartieri, quali del Porto, di via Madre di Dio, di via Sant'Andrea vengono costruite barricate di pietre e legname alte due metri.
Davanti ad alcuni lussuosi alberghi in cui alloggiano i dirigenti dell'Msi i manifestanti si scontrano ancora con le forze dell'ordine, e in alcuni casi riescono anche a entrare in contatto e ricacciare indietro i fascisti.
Sono circa 500.000 i lavoratori e gli antifascisti mobilitati, pronti a scendere in piazza. 

È a questo punto, che il governo capisce di aver perso la partita e, revoca l'autorizzazione all'Msi per lo svolgimento del congresso nel capoluogo ligure. Lo sciopero indetto dai sindacati viene revocato. La Genova antifascista ha vinto.
Continua Silvio Micheli: "Per evitare i blocchi mi diressi a Porta Soprana mentre batteva mezzanotte a un campanile disperso. Ma dove non incontravo "celerini" o carabinieri, incontravo gruppi di giovani e di uomini, con gli occhi duri. Tutte le finestre di quel quartiere operaio erano accese, e gli usci socchiusi. L'elicottero tornava a frullare come ieri sulla città. Un sordo fracasso scoppiò lontano. "Che cosa accade?", chiesi. "Pare che abbiano attaccato i fascisti negli alberghi", mi risposero. "Girano e cantano Giovinezza. I 'celerini' li lasciano cantare, ma noi no". Via Balbi era tutta affollata davanti alla Ccdl. Là in mezzo venni a sapere degli scontri tra fascisti e antifascisti davanti ai lussuosi alberghi. Imbaldanziti dai "celerini" che li proteggevano, i fascisti si lasciavano andare ad atti inconsulti e provocazioni. Come davanti al "Columbia" dove, vanamente difesi, erano stati picchiati e ricacciati dai giovani in maglietta a strisce. Le due non erano lontane. Gli operai arrivavano in via Balbi da ogni rione. Qualche dirigente che li persuadeva a rincasare, era stato fischiato. Nessuno poteva più resistere in casa. La tensione aumentava. [...] Un grido ci fece voltare. Poi un'esplosione di gioia. Era il tocco e quaranta. In quel momento il prefetto di Genova aveva telefonato al segretario della Ccdl per comunicargli personalmente che il congresso del Msi non si sarebbe fatto".
Pesante il bilancio repressivo che le giornate di Genova si porteranno dietro: saranno in tutto novantotto le persone arrestate, ventitré delle quali saranno ancora in carcere il 19 agosto, quando verrà celebrato il processo che terminerà con condanne dure, dai tre ai quattro anni di carcere.
Il 3 luglio si svolge a Genova un'altra grande manifestazione per celebrare la vittoria del movimento antifascista, durante la quale il magistrato Peretti Griva afferma: "I ragazzi arrestati hanno agito per legittima difesa e in stato di necessità contro i soprusi avversari. Guai se il popolo non fosse insorto, si sarebbero preparate al Paese nuove e più tragiche ore. Io mi auguro che la magistratura sappia interpretare esattamente la realtà".

In un estremo atto per cercare di riaffermare la propria autorità, scalfita e messa prepotentemente in discussione dalla vittoria della piazza genovese, Tambroni ordina alle forze dell'ordine , nei giorni successivi, di sparare in situazioni di " particolare emergenza" durante gli scioperi e i cortei antifascisti che vengono organizzati in tutta Italia, molti dei quali finiranno nel sangue.
Il 5 luglio a Licata, in Sicilia, la polizia ucciderà un manifestante e ne ferirà altri ventiquattro, il 6 i poliziotti a cavallo caricheranno un gruppo di deputati che depongono corone di fiori ai piedi di una lapide, il 7 luglio le forze dell'ordine uccideranno 5 operai in sciopero a Reggio Emilia, l'otto luglio altri tre scioperanti verranno uccisi in Sicilia.

Il 19 luglio, scaricato dal suo stesso partito, Tambroni sarà costretto a rassegnare le dimissioni: l'insurrezione genovese aveva dimostrato che qualsiasi tentativo di svolta autoritaria avrebbe dovuto fare i conti con una determinata reazione popolare.

Questa la testimonianza rilasciata a Emilio Quadrelli Da W., uno dei protagonisti dell'insurrezione genovese:
Tieni conto che a Genova il rapporto tra le formazioni partigiane e il partito è sempre stato un rapporto non facile e che il partito tollerava, ma allo stesso tempo cercava di emarginare, tutta quella memoria partigiana che non aveva voce pubblica, non era la voce del partito ma che, almeno in alcuni posti, la Val Bisagno era uno di questi, era molto presente, direi era la presenza reale del partito nel territorio. Per cui, tornando al luglio Sessanta, si può dire che noi, i giovani meno politicizzati, abbiamo dato la scossa ad una situazione che non aspettava altro. Infatti, se poi guardi bene come sono andate le cose, i giovani hanno spinto, ma l'organizzazione di piazza degli scontri, il controllo della città, l'armamento ecc. è stata opera prevalentemente dei vecchi. Poi su questi episodi ci sono state un'infinità di speculazioni. Il partito, che in realtà non ha potuto far altro che rincorrere l'iniziativa, ha presentato questi fatti come l'espressione di una salda coscienza democratica, rivendicandone in qualche modo l'egemonia, cercando di scaricare come teppisti e delinquenti quelli che avevano, di fatto, dato il primo grosso scrollone occupando la piazza e reggendo e contrattaccando le cariche della celere. Questa è stata l'operazione fatta dal partito. Dall'altra, c'è stata un'operazione, diciamo di sinistra, estremista, esattamente speculare, questi hanno visto in questi episodi una frattura interna alla composizione di classe e hanno iniziato a parlare di un nuovo soggetto politico. Per me che c'ero queste sono tutte e due delle cazzate...

Senti, quindi quello che alcuni giornali di centro e di destra scrissero, cioè che a Genova c'era stata una rivolta gestita da teddy boys, è una mezza verità?
Ecco, questo è quanto ti dicevo di come tra i giovani venissero presi e spesso reinventati modelli che si erano intravisti al cinema o su qualche giornale. I teddy boys erano uno di questi. Anche se può sembrare strano tra teddy boys e partigiani c'erano più cose in comune che differenze, molti hanno provato a separarli, ma per noi che c'eravamo non era così. Semmai il problema era con il funzionario di partito, quello che seguiva e applicava la linea del partito. Con questi sì che c'erano degli scazzi. Ma con lui, non con i partigiani o la gente del quartiere. Ai fatti di luglio, in piazzale Adriatico, direttamente o meno, hanno partecipato tutti, giovani, vecchi, donne e ragazzini, questa è la verità.

Fonti: 1 - 2

02/07/2011

Sesso e potere alla francese.

Strauss Khan è il nuovo favorito alla corsa per l'Eliseo. Le accuse nei suoi confronti, come riportato dal New York Times, sembrano del tutto infondate. Se un rapporto con la cameriera nella camera d'albergo Sofitel di New York c'è stato, sembra del tutto consenziente. E, inoltre, è stato appurato che la signora in questione ha raccontato un sacco di balle sul suo passato, come accertato dalle indagini. La donna, dopo le accuse a Strauss Khan, ha discusso al telefono con un ex detenuto, da cui ha ricevuto 100.000 dollari in questi anni, dell'opportunità di denunciare l'ex presidente dell'FMI.
Il 29 maggio scorso Putin aveva sollevato seri dubbi sulla colpevolezza di Strauss Khan, adombrando un complotto internazionale. Putin, dall'alto della sua esperienza ai vertici del KGB, disse "E' difficile per me valutare le vere ragioni politiche sottostanti e non voglio entrare direttamente nella vicenda, ma non posso credere che tutto sia come sembra e come è stato presentato. Non mi convince". Il crollo delle imputazioni nei confronti di Strauss Khan avviene due giorni dopo la nomina di Christine Lagarde a capo dell'FMI con suoni di fanfare da parte di Sarkozy che è riuscito nell'impresa di mettere la sua prediletta ministro dell'Economia al posto lasciato vacante dal nemico storico.
La prossima liberazione di DSK avviene anche, guarda caso, due giorni dopo l'approvazione da parte del Parlamento greco delle misure draconiane per evitare il default che impiccano le prossime due generazioni, ma che salvano le banche francesi in possesso di una montagna di titoli di Stato greci. Il giorno dell'arresto, avvenuto con la massima pubblicità mondiale, quasi fosse un novello Josef Mengele, DSK doveva occuparsi proprio della crisi greca in un incontro con Angela Merkel. Atene considerava l'ex direttore del FMI come un prezioso alleato per uscire dalla crisi.
Cui prodest Strauss Khan in manette e sputtanato su tutti i media? In questo caso la risposta non è difficile. Sarkozy, dopo la nomina della Lagarde, ha dichiarato "E' una vittoria per la Francia!". Vive la France et vive, surtout, monsieur Sarkozy!

Fonte.

01/07/2011

Censura: Italia in prima fila.

La delibera AGCOM sul diritto d’autore è al giro di boa: la battaglia sembra persa per gli attivi dei diritti digitali. Venerdì le parti si sono incontrate ma non sono giunte ad alcun compromesso. O meglio, secondo Luca Nicotra di Agorà Digitale il Garante avrebbe fretta di chiudere la partita per questioni prettamente politiche e di lobbying.
Com'è risaputo entro il 6 luglio il Garante delle Comunicazioni approverà la tanto contestata delibera sul diritto d'autore. Una sorta di regolamento che consentirà la cancellazione e l'inibizione di siti Internet (amatoriali e commerciali, compresi blog) sospettati di violare il diritto d’autore mediante il blocco dell'indirizzo IP o del Domain Name Systems.
I difetti di questa iniziativa, rilevati per lo più dagli esperti giuristi del Web, sono molti. Il primo è che l'AGCOM diventa di fatto una sorta di poliziotto: interviene se le richieste di rimozione di un titolare di copyright non vengono esaudite (dal sito) entro 48 ore. Ecco quindi scattare "una breve verifica in contraddittorio con le parti da concludere entro cinque giorni". In caso di esito negativo l'AGCOM dispone la rimozione e per i siti stranieri volendo anche "l’inibizione del nome del sito web […] ovvero dell’indirizzo Ip, analogamente a quanto già avviene per i casi di offerta, attraverso la rete telematica, di giochi, lotterie, scommesse o concorsi in assenza di autorizzazione, o ancora per i casi di pedopornografia".
"Saremo l'esperimento più avanzato di censura del nuovo millennio. È questo il baratro in cui stanno lanciando il sistema dell'informazione italiana", ha tuonato Nicotra.
"Calabrò non si era preparato un discorso o una parte da recitare. Non ha provato a contrapporre argomentazioni alle nostre, che ignari, siamo subito partiti, ordinati come scolaretti, a spiegare pacatamente le nostre posizioni e le nostre critiche", ha raccontato Nicotra dell'incontro con il presidente AGCOM.
"Calabrò ha deciso di mettere in scena il potere che non deve giustificarsi, che può dire beffardamente, quasi ingenuamente Speriamo di no mentre gli spieghiamo l'inferno di decine di migliaia di richieste di rimozione di contenuti da cui saranno sommersi. Sarà il far west, con un approssimazione totale nella decisione di rimuovere o chiudere siti web, e decine, centinaia forse migliaia di contenuti innocenti e abusi del sistema. È questa l'ovvio risultato della censura. È questo il motivo per cui non è mai accettabile in democrazia".
"Chissà com'eravamo buffi agli occhi di Calabrò quando gli abbiamo chiesto conto del fatto che senza preavviso aveva rimosso Nicola D'Angelo, l'unico commissario che aveva promesso una lotta fino all'ultimo per evitare un sistema di censura così pervasivo. Eravamo buffi e gli abbiamo ispirato una sorta di barzelletta: Mi avevano informato - ci ha detto sorridendo - che D'Angelo voleva dimettersi. E allora l'ho dimesso io, il giorno prima. Cosa potevamo rispondere noi di fronte a questo?", continua Nicotra facendo riferimento al licenziamento di Nicola D'Angelo.
"L'Italia sarà un esperimento, noi saremo un esperimento. Possiamo fermarci? ha chiuso Calabrò, e senza motivazione, e anzi contraddicendo quanto aveva appena detto circa la complessità della materia si è risposto No, dobbiamo chiudere subito, dobbiamo chiudere entro l'estate".
Insomma, il dibattito è stato ridotto ai minimi termini e secondo Nicotra la questione è semplice. "Si teme che presto l'aria politica fuori e dentro Agcom non sarà così favorevole. Forse non ci sarà la stessa protezione dei grandi soggetti dominanti il mercato dei media e non sarà così facile spianare la strada ai progetti di conquista che il sistema mainstream ha sull'informazione online. E allora bisogna fare in fretta, raccogliere tutto il possibile in tempi brevi", sottolinea l'esperto.
"E allora che importa se ci avevano assicurato che ci sarebbe stato un nuovo incontro con tutti i soggetti interessati per discutere i risultati della consultazione pubblica? Che importa se ci avevano rassicurato che il regolamento, nella sua forma definitiva sarebbe anch'esso entrato nuovamente in consultazione permettendo un ampio dibattito? Che importa mentire e mentire pubblicamente? Che importa? Hanno tagliato tutto perché hanno una fretta terribile. Se mamma televisione impone che il Web italiano debba essere forgiato in questo modo, Agcom e Calabrò obbediscono".
Pare che un funzionario AGCOM abbia sussurrato a Nicotra e il resto del gruppo del "Libro bianco su diritti d'autore e diritti fondamentali nella rete Internet" un ultimo messaggio da lasciare ai posteri.
"Ma è possibile che qui sotto vengano a protestare per ogni stronzata e ora, che stanno per portare una censura infernale in Italia non c'è un cane che venga a dire qualcosa?".

Fonte.

Nel peggio siamo sempre precursori!