Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
04/09/2011
I get along
I get along, che lo stesso Tennant ammette "somiglia un po' agli Oasis, è vero" parla di amori finiti: "l'idea ci è venuta da questa storia di Tony Blair che ha dovuto far fuori il suo migliore amico in politica, il ministro Mandelson, che pareva essere divenuto inaffidabile ed avergli mentito".
Siria: crimini contro l'umanità (col beneficio del dubbio)
Amnesty International ha parlato di "crimini contro l'umanità" in riferimento alla situazione in Siria. Che succede?
"Da quando a Marzo sono iniziate proteste di massa per le riforme, l'elenco redatto da Amnesty International dei manifestanti uccisi è arrivato a 1.800, nomi e cognomi di persone assassinate a freddo mentre manifestavano pacificamente, colpite dalle terrazze, dai tetti da parte dei cecchini, inseguite mentre cercavano di scappare e lasciare il Paese. Accanto a questo, c'è un altro dato terribile che riguarda il numero dei decessi avvenuti in prigione, sono 88 come ha affermato Amnesty nel Rapporto diffuso alcuni giorni fa, è un aumento spaventoso considerando che negli ultimi anni avevamo registrato ogni anno 5 decessi in carcere. Ciò naturalmente dipende dal fatto che durante le manifestazioni iniziate a Marzo i manifestanti che non sono stati uccisi sono stati arrestati, migliaia e migliaia di persone finite in prigione. Ci troviamo di fronte con tutta evidenza a un attacco massiccio e sistematico da parte delle forze di sicurezza siriane contro la popolazione civile e questo fa dire ad Amnesty International che siamo di fronte a crimini contro l'umanità."
Tra i casi di decessi figurano anche bambini, sottoposti a torture o maltrattamenti...
"Purtroppo la minore età non è una garanzia di "protezione" dalle violenze. Degli 88 casi di decessi in carcere- la maggior parte le dobbiamo chiamare 'morti sotto tortura in carcere'- dieci hanno riguardato dei minorenni, uno di questi aveva 13 anni, seviziato con un accanimento feroce da parte dei torturatori e assassinato. Probabilmente è il caso più eclatante e più grave dal punto di vista dell'età. Quindi considerando che ci sono minori coinvolti in queste nefandezze è evidente che torna molto forte l'accusa al regime siriano di commettere crimini contro l'umanità."
Avete detto che la risposta dell'Onu sinora è stata inadeguata. Perché?
"Sì, la risposta dell'Onu è stata completamente vergognosa perché in questi mesi man mano che aumentavano le pressioni da parte delle forze di sicurezza siriane aumentava anche l'imbarazzo da parte del Consiglio di Sicurezza, come se toccare qualcosa in Siria rischiasse di distruggere un castello di carte. E quel che è emerso dal Consiglio sono state unicamente dichiarazioni che non hanno alcun valore legale né forza decisionale. Amnesty International continua a chiedere tre cose: che il caso della Siria venga deferito alla Corte Penale Internazionale analogamente a quanto accadrà con la Libia a Febbraio-Marzo; inoltre un embargo totale sulle armi destinate alla Siria, e che ci sia il congelamento dei beni patrimoniali di Assad e dei suoi stretti collaboratori. Qualunque cosa inferiore a tutto questo è profondamente inutile. Io capisco che poi chi analizza la situazione a freddo dalla scrivania metta a confronto quello che è accaduto in Libia con quello che è accaduto in Siria, e giunga alla conclusione che la Libia di Gheddafi era una fonte di instabilità a causa del petrolio, mentre in Siria non c'è il petrolio e il regime di Assad era fonte di stabilità. Io aggiungo e commento che laddove la stabilità di un Paese si fonda sulla negazione sistematica dei diritti umani e su crimini contro l'umanità, non c'è stabilità che tenga, tanto che quella siriana è una situazione profondamente instabile."
Quale futuro è plausibile prevedere per il Paese? Le violazioni dei diritti umani proseguiranno?
"Il governo siriano, quando era presente il padre dell'attuale Presidente, Hafez al-Assad, ha dimostrato di essere incurante delle proteste internazionali, non si è fatto scrupolo anche nel compiere massacri di migliaia di persone. Quindi il rischio che io vedo è che da un lato il movimento di protesta continui, e che dall'altro la repressione diventi sempre più massiccia. Ripeto, sono almeno 1.800 i manifestanti assassinati da quando sono iniziate le proteste. Se non ci sarà da parte del Consiglio di Sicurezza dell'Onu un'azione più forte, il che non vuol dire un intervento militare, ma vuol dire superare, aggirare i vari veti che ci sono all'interno dei membri permanenti, e chiedere ai membri non permanenti di giocare un ruolo più significativo e di prendere qualche misura che dia un segnale ad Assad rispetto al fatto che non si può più tollerare un'ulteriore repressione, il pericolo è che l'elenco dei morti continui, l'elenco delle persone torturate continui. Il movimento per le riforme non è stato per niente fiaccato da questa repressione massiccia, quindi è immaginabile che non smetta di protestare. D'altro canto, il regime di Damasco è conosciuto per la sua ferocia, e quindi se non ci sarà un'azione forte da parte della Comunità internazionale, il mio timore è che da entrambe le parti si continui, da un lato legittimamente a protestare e dall'altro illegittimamente a compiere crimini contro l'umanità."
Fonte.
Ora che la nuova lottizzazione della Libia è cosa fatta (anche se l'ipotesi guerra civile a oltranza non va sottovalutata) l'attenzione sì sposta in Siria.
Per mesi non se l'è filata quasi nessuno, ora invece iniziano ad apparire titoloni a destra e manca incentrati sul medesimo ritornello che ha condotto la NATO a sbriciolare dall'aria la Libia: i crimini contro l'umanità.
Come tutta l'opinione pubblica occidentale, anche io non ho i mezzi per valutare se articoli come quello appena riportato affermino il vero o meno. In ogni caso, quando leggo di "forze di sicurezza" (perché non vengono mai chiamate polizia ed esercito?) o ancor peggio cecchini sui tetti che fanno mattanze senza un apparente strategia guida, storco il naso. Le inesistenti stragi libiche propagandate ai 4 venti nel febbraio scorso, amaramente insegnano in questo senso.
"Da quando a Marzo sono iniziate proteste di massa per le riforme, l'elenco redatto da Amnesty International dei manifestanti uccisi è arrivato a 1.800, nomi e cognomi di persone assassinate a freddo mentre manifestavano pacificamente, colpite dalle terrazze, dai tetti da parte dei cecchini, inseguite mentre cercavano di scappare e lasciare il Paese. Accanto a questo, c'è un altro dato terribile che riguarda il numero dei decessi avvenuti in prigione, sono 88 come ha affermato Amnesty nel Rapporto diffuso alcuni giorni fa, è un aumento spaventoso considerando che negli ultimi anni avevamo registrato ogni anno 5 decessi in carcere. Ciò naturalmente dipende dal fatto che durante le manifestazioni iniziate a Marzo i manifestanti che non sono stati uccisi sono stati arrestati, migliaia e migliaia di persone finite in prigione. Ci troviamo di fronte con tutta evidenza a un attacco massiccio e sistematico da parte delle forze di sicurezza siriane contro la popolazione civile e questo fa dire ad Amnesty International che siamo di fronte a crimini contro l'umanità."
Tra i casi di decessi figurano anche bambini, sottoposti a torture o maltrattamenti...
"Purtroppo la minore età non è una garanzia di "protezione" dalle violenze. Degli 88 casi di decessi in carcere- la maggior parte le dobbiamo chiamare 'morti sotto tortura in carcere'- dieci hanno riguardato dei minorenni, uno di questi aveva 13 anni, seviziato con un accanimento feroce da parte dei torturatori e assassinato. Probabilmente è il caso più eclatante e più grave dal punto di vista dell'età. Quindi considerando che ci sono minori coinvolti in queste nefandezze è evidente che torna molto forte l'accusa al regime siriano di commettere crimini contro l'umanità."
Avete detto che la risposta dell'Onu sinora è stata inadeguata. Perché?
"Sì, la risposta dell'Onu è stata completamente vergognosa perché in questi mesi man mano che aumentavano le pressioni da parte delle forze di sicurezza siriane aumentava anche l'imbarazzo da parte del Consiglio di Sicurezza, come se toccare qualcosa in Siria rischiasse di distruggere un castello di carte. E quel che è emerso dal Consiglio sono state unicamente dichiarazioni che non hanno alcun valore legale né forza decisionale. Amnesty International continua a chiedere tre cose: che il caso della Siria venga deferito alla Corte Penale Internazionale analogamente a quanto accadrà con la Libia a Febbraio-Marzo; inoltre un embargo totale sulle armi destinate alla Siria, e che ci sia il congelamento dei beni patrimoniali di Assad e dei suoi stretti collaboratori. Qualunque cosa inferiore a tutto questo è profondamente inutile. Io capisco che poi chi analizza la situazione a freddo dalla scrivania metta a confronto quello che è accaduto in Libia con quello che è accaduto in Siria, e giunga alla conclusione che la Libia di Gheddafi era una fonte di instabilità a causa del petrolio, mentre in Siria non c'è il petrolio e il regime di Assad era fonte di stabilità. Io aggiungo e commento che laddove la stabilità di un Paese si fonda sulla negazione sistematica dei diritti umani e su crimini contro l'umanità, non c'è stabilità che tenga, tanto che quella siriana è una situazione profondamente instabile."
Quale futuro è plausibile prevedere per il Paese? Le violazioni dei diritti umani proseguiranno?
"Il governo siriano, quando era presente il padre dell'attuale Presidente, Hafez al-Assad, ha dimostrato di essere incurante delle proteste internazionali, non si è fatto scrupolo anche nel compiere massacri di migliaia di persone. Quindi il rischio che io vedo è che da un lato il movimento di protesta continui, e che dall'altro la repressione diventi sempre più massiccia. Ripeto, sono almeno 1.800 i manifestanti assassinati da quando sono iniziate le proteste. Se non ci sarà da parte del Consiglio di Sicurezza dell'Onu un'azione più forte, il che non vuol dire un intervento militare, ma vuol dire superare, aggirare i vari veti che ci sono all'interno dei membri permanenti, e chiedere ai membri non permanenti di giocare un ruolo più significativo e di prendere qualche misura che dia un segnale ad Assad rispetto al fatto che non si può più tollerare un'ulteriore repressione, il pericolo è che l'elenco dei morti continui, l'elenco delle persone torturate continui. Il movimento per le riforme non è stato per niente fiaccato da questa repressione massiccia, quindi è immaginabile che non smetta di protestare. D'altro canto, il regime di Damasco è conosciuto per la sua ferocia, e quindi se non ci sarà un'azione forte da parte della Comunità internazionale, il mio timore è che da entrambe le parti si continui, da un lato legittimamente a protestare e dall'altro illegittimamente a compiere crimini contro l'umanità."
Fonte.
Ora che la nuova lottizzazione della Libia è cosa fatta (anche se l'ipotesi guerra civile a oltranza non va sottovalutata) l'attenzione sì sposta in Siria.
Per mesi non se l'è filata quasi nessuno, ora invece iniziano ad apparire titoloni a destra e manca incentrati sul medesimo ritornello che ha condotto la NATO a sbriciolare dall'aria la Libia: i crimini contro l'umanità.
Come tutta l'opinione pubblica occidentale, anche io non ho i mezzi per valutare se articoli come quello appena riportato affermino il vero o meno. In ogni caso, quando leggo di "forze di sicurezza" (perché non vengono mai chiamate polizia ed esercito?) o ancor peggio cecchini sui tetti che fanno mattanze senza un apparente strategia guida, storco il naso. Le inesistenti stragi libiche propagandate ai 4 venti nel febbraio scorso, amaramente insegnano in questo senso.
03/09/2011
Ricordiamoci che dobbiamo morire.
Se lo ricordino soprattutto quelli che lo ricordano agli altri ogni tre per due.
Me cojoni!
Privatizzazioni mon amour.
Il quesito più votato ai referendum del 12 e 13 giugno scorso è stato quello sulla privatizzazione dell'acqua. Ma quella scheda era composta da due parti. E la prima non riguardava solo l'acqua, ma in generale le modalità di affidamento e gestione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica. Vale a dire che, appena due mesi fa, 27 milioni di italiani si sono recati alle urne esprimendosi contro la privatizzazione di qualsiasi servizio pubblico locale. Ebbene, oggi la manovra economica sconfessa quello straordinario risultato includendo un articolo che di fatto spalanca le porte alla privatizzazione nel settore di quegli stessi servizi pubblici. Sotto il titolo "adeguamento della disciplina dei servizi pubblici locali al referendum popolare e alla normativa dell'unione europea", l'articolo quattro del decreto entrato in vigore il 13 agosto scorso offre incentivi economici agli enti locali che sceglieranno la strada delle privatizzazioni. Viene escluso dal provvedimento il servizio idrico, ma ad essere ceduti al privati potranno essere servizi come i trasporti (ma non Trenitalia), gli asili, i rifiuti.
Tra tutti gli articoli della manovra, il quarto è l'unico a non essere stato messo sotto accusa dalle aspre critiche che in questi giorni riguardano altre voci. E tuttavia, sostiene Emilio Molinari, presidente del Comitato Italiano per un Contratto Mondiale sull'Acqua (Cicma), intervistato da PeaceReporter, sta proprio in questo articolo il nodo vero dell'intera manovra.
A soli due mesi dal referendum, il governo ripropone la privatizzazione dei servizi pubblici locali. A giugno è stato lanciato un segnale forte. Come mai lo si ignora?
Interpreto l'articolo quattro come una sorta di vendetta al referendum. Il modello liberista, che in Italia è attivo da almeno trent'anni, va avanti, perché sia nel nostro Paese che in Europa c'è una casta che intende liberalizzare i servizi pubblici e i beni comuni. Ma è un modello che è stato fermato dal referendum, e non solo in Italia. Anche a Berlino la privatizzazione dell'acqua è stata impedita nello stesso modo, e il comune di Parigi ha scelto di tenerla pubblica. La manovra economica è stata un punto di accelerazione, quasi di vendetta, nei confronti di una tendenza che sta fermando l'idea che tutto debba essere assegnato al mercato. La grande partita si gioca qui, sulle privatizzazioni.
Ma se un referendum si è già pronunciato chiaramente sulla questione, se la manovra venisse approvata così com'è, non sarebbe incostituzionale?
Esattamente. La postilla dell'articolo quattro che esclude il servizio idrico dai settori privatizzabili non basta. Il referendum, al primo quesito, ha fermato la privatizzazione di tutti i servizi pubblici locali. Dato che il quesito formulava la questione dicendo che non si può più essere obbligati a privatizzare, il governo che operazione si fa? Dice ai sindaci che se privatizzano avranno dei finanziamenti. È in sostanza una tangente per privatizzare. L'articolo quattro viola il risultato referendario e quindi la Costituzione, che impone il rispetto dei referendum e di ciò che la popolazione votando quel referendum voleva intendere. Ventisette milioni di italiani sono andati al voto per dire che non bisogna più privatizzare i servizi pubblici locali. A mio giudizio questo è il vero nodo della questione, ciò che rende la sostanza politica dell'intera manovra: la svendita di un Paese.
Il voto dei referendum è stato anche un riappropriarsi dei cittadini della loro facoltà di incidere sul processo democratico e sulle decisioni. E adesso la volontà di chi ha partecipato viene ignorata. Eravamo tornati ad essere cittadini, e adesso?
Adesso da cittadini siamo tornati ad essere clienti. Io credo che negli ultimi due decenni ad esprimere volontà di cambiamento siano state due categorie: i lavoratori e il cittadino. Oggi queste due figure non ci sono più, sono state sostituite dal consumatore e dall'investitore. E questa è la devastazione che ha fatto morire la politica. La consultazione referendaria ha spezzato questo meccanismo, ha fatto riemergere il cittadino, sia di destra che di sinistra. Questo è stato il grande segno del referendum, che ora si vuole cancellare. Questa è l'estate in cui si è appreso che la politica è morta, in Italia, come in Europa e negli Stati Uniti. A decidere sulla manovra non sono stati gli organismi eletti dal popolo, ma il mercato. Ogni volta che la manovra veniva cambiata lo si giustificava dicendo che "non ha la fiducia del mercato" perché l'unico parametro di giudizio lo davano le quotazioni in borsa.
L'articolo quattro intende adeguare la disciplina dei servizi pubblici locali anche alla normativa dell'Unione europea.
La normativa europea non obbliga nessuno a privatizzare. Lo spirito politico dell'Europa è quello della privatizzazione, ma in termini di normativa non c'è nessun vincolo. Di conseguenza questo richiamo continuo all'Europa non sta in piedi. La volontà di privatizzare viene imposta con una legge comunitaria solo ogni volta che un Paese entra in crisi e necessita di prestiti. È un processo che va avanti da tanti anni e che ha mandato in rovina i Paesi del Sud del mondo.
Fonte.
Solito copione: la popolazione che detiene la sovranità decide, ma i delegati a gestire la cosa pubblica se ne battono il belino facendo gli interessi del mercato.
Andando avanti a questa maniera, l'esercizio del dissenso democratico e pacifico dovrò per forza cedere il passo a qualcosa di meno pacato e sobrio per ottenere dei risultati tangibili.
Tra tutti gli articoli della manovra, il quarto è l'unico a non essere stato messo sotto accusa dalle aspre critiche che in questi giorni riguardano altre voci. E tuttavia, sostiene Emilio Molinari, presidente del Comitato Italiano per un Contratto Mondiale sull'Acqua (Cicma), intervistato da PeaceReporter, sta proprio in questo articolo il nodo vero dell'intera manovra.
A soli due mesi dal referendum, il governo ripropone la privatizzazione dei servizi pubblici locali. A giugno è stato lanciato un segnale forte. Come mai lo si ignora?
Interpreto l'articolo quattro come una sorta di vendetta al referendum. Il modello liberista, che in Italia è attivo da almeno trent'anni, va avanti, perché sia nel nostro Paese che in Europa c'è una casta che intende liberalizzare i servizi pubblici e i beni comuni. Ma è un modello che è stato fermato dal referendum, e non solo in Italia. Anche a Berlino la privatizzazione dell'acqua è stata impedita nello stesso modo, e il comune di Parigi ha scelto di tenerla pubblica. La manovra economica è stata un punto di accelerazione, quasi di vendetta, nei confronti di una tendenza che sta fermando l'idea che tutto debba essere assegnato al mercato. La grande partita si gioca qui, sulle privatizzazioni.
Ma se un referendum si è già pronunciato chiaramente sulla questione, se la manovra venisse approvata così com'è, non sarebbe incostituzionale?
Esattamente. La postilla dell'articolo quattro che esclude il servizio idrico dai settori privatizzabili non basta. Il referendum, al primo quesito, ha fermato la privatizzazione di tutti i servizi pubblici locali. Dato che il quesito formulava la questione dicendo che non si può più essere obbligati a privatizzare, il governo che operazione si fa? Dice ai sindaci che se privatizzano avranno dei finanziamenti. È in sostanza una tangente per privatizzare. L'articolo quattro viola il risultato referendario e quindi la Costituzione, che impone il rispetto dei referendum e di ciò che la popolazione votando quel referendum voleva intendere. Ventisette milioni di italiani sono andati al voto per dire che non bisogna più privatizzare i servizi pubblici locali. A mio giudizio questo è il vero nodo della questione, ciò che rende la sostanza politica dell'intera manovra: la svendita di un Paese.
Il voto dei referendum è stato anche un riappropriarsi dei cittadini della loro facoltà di incidere sul processo democratico e sulle decisioni. E adesso la volontà di chi ha partecipato viene ignorata. Eravamo tornati ad essere cittadini, e adesso?
Adesso da cittadini siamo tornati ad essere clienti. Io credo che negli ultimi due decenni ad esprimere volontà di cambiamento siano state due categorie: i lavoratori e il cittadino. Oggi queste due figure non ci sono più, sono state sostituite dal consumatore e dall'investitore. E questa è la devastazione che ha fatto morire la politica. La consultazione referendaria ha spezzato questo meccanismo, ha fatto riemergere il cittadino, sia di destra che di sinistra. Questo è stato il grande segno del referendum, che ora si vuole cancellare. Questa è l'estate in cui si è appreso che la politica è morta, in Italia, come in Europa e negli Stati Uniti. A decidere sulla manovra non sono stati gli organismi eletti dal popolo, ma il mercato. Ogni volta che la manovra veniva cambiata lo si giustificava dicendo che "non ha la fiducia del mercato" perché l'unico parametro di giudizio lo davano le quotazioni in borsa.
L'articolo quattro intende adeguare la disciplina dei servizi pubblici locali anche alla normativa dell'Unione europea.
La normativa europea non obbliga nessuno a privatizzare. Lo spirito politico dell'Europa è quello della privatizzazione, ma in termini di normativa non c'è nessun vincolo. Di conseguenza questo richiamo continuo all'Europa non sta in piedi. La volontà di privatizzare viene imposta con una legge comunitaria solo ogni volta che un Paese entra in crisi e necessita di prestiti. È un processo che va avanti da tanti anni e che ha mandato in rovina i Paesi del Sud del mondo.
Fonte.
Solito copione: la popolazione che detiene la sovranità decide, ma i delegati a gestire la cosa pubblica se ne battono il belino facendo gli interessi del mercato.
Andando avanti a questa maniera, l'esercizio del dissenso democratico e pacifico dovrò per forza cedere il passo a qualcosa di meno pacato e sobrio per ottenere dei risultati tangibili.
Gran Bretagna, la classe media va all'inferno.
La crisi e i tagli alla spesa sociale hanno fatto aumentare i senzatetto del dieci percento in Gran Bretagna, secondo la denuncia della Ong 'Crisis'. In uno studio di 120 pagine, che vede come co-autori accademici dell'università di York e della Heriot-Watt University, sono state raccolte le richieste di alloggio popolare, salite di oltre 44mila, la cifra più alta in dieci anni e superiore del dieci percento rispetto al 2010.
La crisi non dà segni di ripresa, e i senzatetto tornano nelle strade del Regno Unito. A Londra, sono aumentati dell'otto percento, e il dato più preoccupante è che più della metà dei 3.600 homeless della capitale sono britannici. La maggior parte sono immigrati dell'Europa dell'Est che non riescono a trovare un'occupazione, ottenere un sussidio o tornare a casa.
Con l'attuale recessione - sottolinea 'Crisis', sono i poveri a soffrire di più, ma anche altri settori della società britannica sono a rischio, se il governo continua a operare tagli agli ammortizzatori sociali. "Qualsiasi riduzione significativa della rete del welfare potrebbe portare più vicino lo scenario di una classe media ridotta per strada".
Una tendenza allarmante è quella che l'organizzazione umanitaria chiama 'i senzatetto nascosti', ovvero le famiglie costrette a vivere in una stanza anziché in un appartamento. Circa 360mila appartamenti sono sovraffollati, e le zone più colpite da questo fenomeno sono Londra e il Sud-Est del Paese. A luglio, un'indagine dell'Associazione nazionale proprietari ha riscontrato che più della metà dei locatori aveva intenzione di ridurre il numero degli appartamenti concessi a coloro che godono di sussidi per l'alloggio. A Crawley, nel Sussex, una struttura popolare come l'Open House Hostel ha dovuto rifiutare alloggio a circa duemila persone, lo scorso anno, nonostante stime ufficiali indichino che nella città ci sono solo sette 'homeless'.
'Crisis' denuncia che invece di intensificare gli sforzi per porre fine allo scandalo dei senzatetto, il governo sta rendendo impossibile per i poveri l'accesso all'edilizia popolare. Saranno 50mila le case a disposizione nel 2015, trentamila in meno di quelle necessarie. Le autorità municipali potranno 'scegliere' chi alloggiare - e saranno quelli con qualche connessione al tessuto sociale cittadino - rigettando le numerose richieste di chi viene da fuori.
Da quando è in carica David Cameron, 150mila persone ricevono l'assegno per l'alloggio. "Tali cifre - riferisce Leslie Morphy di Crisis - non includono solo i disoccupati, ma centinaia di migliaia di lavoratori. Affitti in aumento, tagli ai benefici e carenza di alloggi rischiano di provocare una catastrofe sociale con tutti i costi umani e finanziari che ne derivano".
La città con il maggior numero di senzatetto è Birmingham (2,7 persone ogni mille abitazioni), seguita da Hackney (2,4). A Londra, il consiglio municipale di Westminster - il più ricco della capitale - ha una soluzione originale per eliminare il problema. Rimuovere gli homeless dalle strade. Una proposta di legge dei Tories vuole infatti rendere fuorilegge sia chi dorme in strada, sia chi porta assistenza ai senzatetto, come il benemerito servizio di zuppa calda del Salvation Army. Nell'area di Victoria Station - se il provvedimento passerà - diventerà reato dormire o giacere a terra, e sarà punibile chi accanto a se' ha materiali di scarto come il cartone, così come chi darà, o permetterà ad altri di dare cibo gratis ai poveri.
Fonte.
Fa sempre bene ricordare che la crisi non ha confini perché di sistema, e i suoi risvolti sull'uomo della strada sono sempre gli stessi, sia negli inefficienti paesi mediterranei sia nelle lande più virtuose dell'Europa.
La crisi non dà segni di ripresa, e i senzatetto tornano nelle strade del Regno Unito. A Londra, sono aumentati dell'otto percento, e il dato più preoccupante è che più della metà dei 3.600 homeless della capitale sono britannici. La maggior parte sono immigrati dell'Europa dell'Est che non riescono a trovare un'occupazione, ottenere un sussidio o tornare a casa.
Con l'attuale recessione - sottolinea 'Crisis', sono i poveri a soffrire di più, ma anche altri settori della società britannica sono a rischio, se il governo continua a operare tagli agli ammortizzatori sociali. "Qualsiasi riduzione significativa della rete del welfare potrebbe portare più vicino lo scenario di una classe media ridotta per strada".
Una tendenza allarmante è quella che l'organizzazione umanitaria chiama 'i senzatetto nascosti', ovvero le famiglie costrette a vivere in una stanza anziché in un appartamento. Circa 360mila appartamenti sono sovraffollati, e le zone più colpite da questo fenomeno sono Londra e il Sud-Est del Paese. A luglio, un'indagine dell'Associazione nazionale proprietari ha riscontrato che più della metà dei locatori aveva intenzione di ridurre il numero degli appartamenti concessi a coloro che godono di sussidi per l'alloggio. A Crawley, nel Sussex, una struttura popolare come l'Open House Hostel ha dovuto rifiutare alloggio a circa duemila persone, lo scorso anno, nonostante stime ufficiali indichino che nella città ci sono solo sette 'homeless'.
'Crisis' denuncia che invece di intensificare gli sforzi per porre fine allo scandalo dei senzatetto, il governo sta rendendo impossibile per i poveri l'accesso all'edilizia popolare. Saranno 50mila le case a disposizione nel 2015, trentamila in meno di quelle necessarie. Le autorità municipali potranno 'scegliere' chi alloggiare - e saranno quelli con qualche connessione al tessuto sociale cittadino - rigettando le numerose richieste di chi viene da fuori.
Da quando è in carica David Cameron, 150mila persone ricevono l'assegno per l'alloggio. "Tali cifre - riferisce Leslie Morphy di Crisis - non includono solo i disoccupati, ma centinaia di migliaia di lavoratori. Affitti in aumento, tagli ai benefici e carenza di alloggi rischiano di provocare una catastrofe sociale con tutti i costi umani e finanziari che ne derivano".
La città con il maggior numero di senzatetto è Birmingham (2,7 persone ogni mille abitazioni), seguita da Hackney (2,4). A Londra, il consiglio municipale di Westminster - il più ricco della capitale - ha una soluzione originale per eliminare il problema. Rimuovere gli homeless dalle strade. Una proposta di legge dei Tories vuole infatti rendere fuorilegge sia chi dorme in strada, sia chi porta assistenza ai senzatetto, come il benemerito servizio di zuppa calda del Salvation Army. Nell'area di Victoria Station - se il provvedimento passerà - diventerà reato dormire o giacere a terra, e sarà punibile chi accanto a se' ha materiali di scarto come il cartone, così come chi darà, o permetterà ad altri di dare cibo gratis ai poveri.
Fonte.
Fa sempre bene ricordare che la crisi non ha confini perché di sistema, e i suoi risvolti sull'uomo della strada sono sempre gli stessi, sia negli inefficienti paesi mediterranei sia nelle lande più virtuose dell'Europa.
02/09/2011
La rabbinata di Beppe Grillo.
Qual è il colmo per un censurato? La domanda se la sono posta Massimo Merighi e Tony Troja, i due musicisti e cantautori che il 24 maggio hanno postato sul loro canale Youtube il video satirico “Beppe Grillo come fa?” vedendoselo censurare due giorni fa. In realtà Grillo non ha preso ufficialmente posizione, ma il contenuto del video è stato rimosso “a causa di un reclamo di violazione del copyright da parte di StaffGrillo”. Su Youtube invece è rimasta – sia sul loro che su altri canali che l’hanno rilanciata – un’altra versione del filmato che si conclude con uno spot elettorale per Luigi de Magistris. “Non ci era mai capitato di essere censurati – denunciano Merighi e Troja – Eppure, come abbiamo scritto, la nostra satira è bipartisan. Non solo Berlusconi, La Russa e Santanchè. Nel nostro mirino è finito anche il Popolo Viola. Mai abbiamo subito attacchi personali così pesanti come in questo caso”. E ora che sta per arrivare il nuovo video “Il partito che non c’è” (qui l’anteprima) si annunciano scintille. “Non abbiamo nessuna intenzione di tirarci indietro”, racconta Merighi che anni fa aveva fondato a Palermo uno dei primi Meetup salvo poi uscirne “proprio perché intravedevo la trasformazione da movimento a partito”. “Si sono molto offesi per il riferimento al fascismo, ma come si chiama l’assenza di libertà? Come si chiamano l’impossibilità di contestare il capo e la mancanza totale di regole?”, si chiede Tony.
Il video non è stato rimosso subito. L’intervento dello staff di Grillo è avvenuto il 31 agosto subito dopo un post (“Essere grillini a propria insaputa”) di Troja sul Fatto.it in cui l’autore, blogger del sito dal febbraio 2011, scrive: “Sulla mia bacheca di Facebook, da quando io e il mio socio Massimo Merighi abbiamo pubblicato il video satirico “Beppe Grillo come fa?”, gli adoratori di Grillo se la sono un po’ presa. Paradossalmente non abbiamo mai ricevuto nessun commento negativo dagli elettori del Pdl. E chi ci conosce sa che proprio il nostro (ahinoi) premier è l’oggetto dei nostri strali satirici. Ma perché se la sono presa così tanto? Un po’ per aver offeso (secondo loro) il guru Grillo (perché finché si prendono in giro Berlusconi e soci va tutto bene. Grillo è intoccabile) e un po’ per quella rima ‘il populismo instilla, ai giovani Balilla’ contenuta all’interno della parodia . E le risposte, da parte dei grillini, non hanno tardato ad arrivare: “Balilla lo dici a tua sorella!”, “Fascista ce sarai te, co****ne!”
Molti “grillini” contestano l’esistenza di un doppio video, uno più corto e uno più lungo. Ecco la versione long che differisce solo per il taglio della scena finale in cui Merighi e Troja fanno gli auguri a Luigi de Magistris in vista del secondo turno alle amministrative. E’ stato proprio il Fatto a chiedere al duo di togliere quella parte essendo in periodo elettorale
Ma cosa contiene di così sconvolgente questo video? Girato a cavallo tra il ballottaggio e il secondo turno delle amministrative tre mesi fa, in meno di 4 minuti confeziona una risposta al post inserito da Grillo – in trasferta a Parigi – sul suo sito il 17 maggio (dal titolo “Movimento 5 Stelle sopra e oltre”) in cui il comico sostiene che se il M5S non va abbastanza bene nel sud Italia, il motivo è da cercare in alcuni ‘ritardi cronici’ tipici del meridione: “Mi duole e abbraccio con forza i napoletani e i salernitani, il più bel gruppo d’Europa, sono meravigliosi, non ce l’abbiamo fatta, ma lì lo capiamo, sappiamo il perché, ex amici e Rete che non c’è, voto di scambio, è molto più difficile”, afferma commentando i risultati del primo turno. Così, il duo Merighi&Troja, anche un po’ per scaramanzia (Luigi De Magistris, candidato sindaco di Napoli vincerà al 2° turno con oltre il 60% dei voti, ndr), decide di rivisitare la canzone dello Zecchino d’Oro “Un coccodrillo come fa?” che per l’occasione si trasforma in “E Beppe Grillo come fa?”: “La sua non è volgarità, nel caso suo è comicità. E infatti dall’inizio in ogni suo comizio a fare in culo manda la gente che comanda. Ma Beppe Grillo sai che fa? Si fa una gran pubblicità e il populismo instilla nei giovani balilla che gli van dietro di città in città”, recita la prima parte del motivetto.
Insomma, i due musicisti fanno satira. Quella satira che il comico ha sempre difeso a spada tratta essendo lui stesso un prodotto, mediaticamente parlando, della censura sin dalla celebre cacciata dalla Rai negli anni ’80. Grillo, nella postfazione del volume “Regime” di Marco Travaglio e Peter Gomez scrive: “Quando lavoravo alla Rai, ogni sabato sera, prima di andare in onda, mi chiamava il direttore generale Biagio Agnes: ‘Con la stima che ci lega, signor Grillo, si ricordi che lei si rivolge alle famiglie’. Io regolarmente rispondevo: ‘Non c’è nessuna stima, signor Agnes, fra me e la sua famiglia … ». Poi, subito dopo la sigla, avvertivo il pubblico: ‘Pochi minuti fa mi ha telefonato il direttore generale e ha cercato di corrompermi’. La censura della Rai democristiana non era brutale e intimidatoria, violenta e ottusa come quella di oggi. Non cercava di annientarti, di rovinarti con le denunce. Era più bonaria, famigliare, melliflua. Si presentava col volto del vecchio zio burbero benefico, che ti dà buoni consigli per il tuo bene. E tu, con un po’ di astuzia, la potevi aggirare”.
Allora,viene da chiedersi, qual è il volto della censura targata StaffGrillo? Come è possibile che da censurato si faccia censore? Nella parte finale della canzone Merighi&Troja rivolgono una serie di domande molto chiare al comico e ai militanti del M5S: “Dicono che Grillo nel partito non conti niente. Ma UNO VALE UNO e Beppe Grillo è solo là per dar loro visibilità. Ma Beppe Grillo come fa? Questa è la mia perplessità. Se UNO VALE UNO, e lui non è nessuno, ma fa i comunicati e dà i certificati, davvero non comanda? Oppure è solo propaganda? Ma Beppe Grillo lo dirà. Prima o poi dircelo dovrà: i nostri voti chi li gestirà?”. E sul finale, in risposta alla questione cruciale, compare l’immagine di Gianroberto Casaleggio, uno dei fondatori della Casaleggio Associati, la società che gestisce a 360 gradi l’immagine del comico, dagli spettacoli ai dvd, dai contenuti del sito fino all’organizzazione dei Meetup, ossia gli “embrioni” politici di quello che diventerà il Movimento 5 Stelle.
Cercato dal Fatto.it più volte, Beppe Grillo non ha risponde al cellulare mentre Gianroberto Casaleggio, raggiunto sempre al telefono, dichiara di “essere in vacanza”, di conoscere “vagamente” la questione del video censurato e non saper dare alcuna indicazione: “Del resto i giornali devono parlare di questo”, si limita a commentare.
Ma la Casaleggio, così come Beppe Grillo, ha sempre combattuto contro la “tirannia dei vecchi media” a favore di una totale libertà di espressione. Come dimenticare, ad esempio, la campagna fatta dal comico a sostegno di Marco Travaglio in occasione di una censura da parte di Mediaset? In quell’occasione, il motivo portato dall’azienda del Cavaliere a sostegno della propria censura era proprio lo stesso che oggi Grillo (o comunque il suo staff) utilizza contro il duo satirico: violazione del copyright. E pensare, come ricorda il blogger Pasquale Videtta e come scrive anche l’Espresso, che il 25 settembre del 2009 Beppe Grillo postò sul suo sito l’articolo “419 video di Grillo cancellati da YouTube” in cui denunciava la censura operata nei suoi confronti dai gestori del canale: “Durante la notte YouTube ha disattivato TUTTI i video pubblicati da questo blog. 419 video, spesso di denunce, di fatti mai visti in televisione o sui giornali. Visualizzati per 52.296.387 volte. Il secondo canale italiano di informazione su YouTube dopo la RAI”. Il motivo? “Violazione del copyright”. In quell’occasione migliaia di utenti, invitati da Grillo stesso, avevano inondato YouTube di mail di protesta ottenendo in risposta la rimozione del blocco e la riattivazione dell’utente StaffGrillo. Scriveva allora il comico: “A pensar male si fa peccato”. Ma spesso ci si azzecca.
Fonte.
Belìn che coerenza vergognosa!
Quanto a rabbinate Grillo s'è portato decisamente avanti col lavoro, quest'anno lo scettro di paraculo olimpionico non glielo leverà nessuno.
Il video non è stato rimosso subito. L’intervento dello staff di Grillo è avvenuto il 31 agosto subito dopo un post (“Essere grillini a propria insaputa”) di Troja sul Fatto.it in cui l’autore, blogger del sito dal febbraio 2011, scrive: “Sulla mia bacheca di Facebook, da quando io e il mio socio Massimo Merighi abbiamo pubblicato il video satirico “Beppe Grillo come fa?”, gli adoratori di Grillo se la sono un po’ presa. Paradossalmente non abbiamo mai ricevuto nessun commento negativo dagli elettori del Pdl. E chi ci conosce sa che proprio il nostro (ahinoi) premier è l’oggetto dei nostri strali satirici. Ma perché se la sono presa così tanto? Un po’ per aver offeso (secondo loro) il guru Grillo (perché finché si prendono in giro Berlusconi e soci va tutto bene. Grillo è intoccabile) e un po’ per quella rima ‘il populismo instilla, ai giovani Balilla’ contenuta all’interno della parodia . E le risposte, da parte dei grillini, non hanno tardato ad arrivare: “Balilla lo dici a tua sorella!”, “Fascista ce sarai te, co****ne!”
Molti “grillini” contestano l’esistenza di un doppio video, uno più corto e uno più lungo. Ecco la versione long che differisce solo per il taglio della scena finale in cui Merighi e Troja fanno gli auguri a Luigi de Magistris in vista del secondo turno alle amministrative. E’ stato proprio il Fatto a chiedere al duo di togliere quella parte essendo in periodo elettorale
Ma cosa contiene di così sconvolgente questo video? Girato a cavallo tra il ballottaggio e il secondo turno delle amministrative tre mesi fa, in meno di 4 minuti confeziona una risposta al post inserito da Grillo – in trasferta a Parigi – sul suo sito il 17 maggio (dal titolo “Movimento 5 Stelle sopra e oltre”) in cui il comico sostiene che se il M5S non va abbastanza bene nel sud Italia, il motivo è da cercare in alcuni ‘ritardi cronici’ tipici del meridione: “Mi duole e abbraccio con forza i napoletani e i salernitani, il più bel gruppo d’Europa, sono meravigliosi, non ce l’abbiamo fatta, ma lì lo capiamo, sappiamo il perché, ex amici e Rete che non c’è, voto di scambio, è molto più difficile”, afferma commentando i risultati del primo turno. Così, il duo Merighi&Troja, anche un po’ per scaramanzia (Luigi De Magistris, candidato sindaco di Napoli vincerà al 2° turno con oltre il 60% dei voti, ndr), decide di rivisitare la canzone dello Zecchino d’Oro “Un coccodrillo come fa?” che per l’occasione si trasforma in “E Beppe Grillo come fa?”: “La sua non è volgarità, nel caso suo è comicità. E infatti dall’inizio in ogni suo comizio a fare in culo manda la gente che comanda. Ma Beppe Grillo sai che fa? Si fa una gran pubblicità e il populismo instilla nei giovani balilla che gli van dietro di città in città”, recita la prima parte del motivetto.
Insomma, i due musicisti fanno satira. Quella satira che il comico ha sempre difeso a spada tratta essendo lui stesso un prodotto, mediaticamente parlando, della censura sin dalla celebre cacciata dalla Rai negli anni ’80. Grillo, nella postfazione del volume “Regime” di Marco Travaglio e Peter Gomez scrive: “Quando lavoravo alla Rai, ogni sabato sera, prima di andare in onda, mi chiamava il direttore generale Biagio Agnes: ‘Con la stima che ci lega, signor Grillo, si ricordi che lei si rivolge alle famiglie’. Io regolarmente rispondevo: ‘Non c’è nessuna stima, signor Agnes, fra me e la sua famiglia … ». Poi, subito dopo la sigla, avvertivo il pubblico: ‘Pochi minuti fa mi ha telefonato il direttore generale e ha cercato di corrompermi’. La censura della Rai democristiana non era brutale e intimidatoria, violenta e ottusa come quella di oggi. Non cercava di annientarti, di rovinarti con le denunce. Era più bonaria, famigliare, melliflua. Si presentava col volto del vecchio zio burbero benefico, che ti dà buoni consigli per il tuo bene. E tu, con un po’ di astuzia, la potevi aggirare”.
Allora,viene da chiedersi, qual è il volto della censura targata StaffGrillo? Come è possibile che da censurato si faccia censore? Nella parte finale della canzone Merighi&Troja rivolgono una serie di domande molto chiare al comico e ai militanti del M5S: “Dicono che Grillo nel partito non conti niente. Ma UNO VALE UNO e Beppe Grillo è solo là per dar loro visibilità. Ma Beppe Grillo come fa? Questa è la mia perplessità. Se UNO VALE UNO, e lui non è nessuno, ma fa i comunicati e dà i certificati, davvero non comanda? Oppure è solo propaganda? Ma Beppe Grillo lo dirà. Prima o poi dircelo dovrà: i nostri voti chi li gestirà?”. E sul finale, in risposta alla questione cruciale, compare l’immagine di Gianroberto Casaleggio, uno dei fondatori della Casaleggio Associati, la società che gestisce a 360 gradi l’immagine del comico, dagli spettacoli ai dvd, dai contenuti del sito fino all’organizzazione dei Meetup, ossia gli “embrioni” politici di quello che diventerà il Movimento 5 Stelle.
Cercato dal Fatto.it più volte, Beppe Grillo non ha risponde al cellulare mentre Gianroberto Casaleggio, raggiunto sempre al telefono, dichiara di “essere in vacanza”, di conoscere “vagamente” la questione del video censurato e non saper dare alcuna indicazione: “Del resto i giornali devono parlare di questo”, si limita a commentare.
Ma la Casaleggio, così come Beppe Grillo, ha sempre combattuto contro la “tirannia dei vecchi media” a favore di una totale libertà di espressione. Come dimenticare, ad esempio, la campagna fatta dal comico a sostegno di Marco Travaglio in occasione di una censura da parte di Mediaset? In quell’occasione, il motivo portato dall’azienda del Cavaliere a sostegno della propria censura era proprio lo stesso che oggi Grillo (o comunque il suo staff) utilizza contro il duo satirico: violazione del copyright. E pensare, come ricorda il blogger Pasquale Videtta e come scrive anche l’Espresso, che il 25 settembre del 2009 Beppe Grillo postò sul suo sito l’articolo “419 video di Grillo cancellati da YouTube” in cui denunciava la censura operata nei suoi confronti dai gestori del canale: “Durante la notte YouTube ha disattivato TUTTI i video pubblicati da questo blog. 419 video, spesso di denunce, di fatti mai visti in televisione o sui giornali. Visualizzati per 52.296.387 volte. Il secondo canale italiano di informazione su YouTube dopo la RAI”. Il motivo? “Violazione del copyright”. In quell’occasione migliaia di utenti, invitati da Grillo stesso, avevano inondato YouTube di mail di protesta ottenendo in risposta la rimozione del blocco e la riattivazione dell’utente StaffGrillo. Scriveva allora il comico: “A pensar male si fa peccato”. Ma spesso ci si azzecca.
Fonte.
Belìn che coerenza vergognosa!
Quanto a rabbinate Grillo s'è portato decisamente avanti col lavoro, quest'anno lo scettro di paraculo olimpionico non glielo leverà nessuno.
01/09/2011
Milano, muore Rapisarda, l'uomo dei segreti di Dell’Utri e Berlusconi.
Se n’è andato per sempre l’uomo che avrebbe potuto scrivere il libro più completo sulla storia della mafia a Milano. Filippo Alberto Rapisarda è morto, a settant’anni, nella struggente palazzina cinquecentesca di via Chiaravalle, tra via Larga e l’Università Statale, a cento passi dal Duomo, dove ha trascorso tutta la sua vita milanese e dove nel 1994 è nato il primo club di Forza Italia. Nelle ultime settimane viveva con accanto una macchina che lo aiutava a respirare, ma non ha mai smesso di fumare. Tra una sigaretta e l’altra, diceva: “Parlerò, parlerò, ma prima voglio mettere da parte 10 milioni di euro per ciascuno dei miei figli”. Non sappiamo se abbia raggiunto l’obiettivo, ma di certo ora non parlerà più. A meno che, come pure raccontava, non abbia lasciato documenti a futura memoria in una cassetta di sicurezza.
Molte volte ha promesso di “parlare”, altrettante si è tirato indietro. Si è lasciato andare in alcune interviste e davanti ai giudici, ultimi quelli del processo palermitano per mafia a Marcello Dell’Utri. Ma poi ha sempre fatto marcia indietro, in un eterno stop and go della memoria. A chi scrive raccontò, anni fa, tra un corridoio e il grande salotto della palazzina di via Chiaravalle: “Vede? Questo era l’ufficio di Marcello Dell’Utri. Era un mio uomo, lavorava per me, a metà degli anni Settanta. Poi mi ha tradito e se n’è andato a lavorare per un giovane palazzinaro, un certo Silvio Berlusconi. Si è portato via i miei progetti: all’epoca volevo costruire una tv privata. E si è portato via i rapporti, i contatti, i finanziamenti… Vede questa porta? Io un giorno entro senza bussare. Era l’ufficio di Marcello, ma lui era un mio dipendente e questa in fondo è casa mia. Appena entrato, mi blocco: c’erano due signori palermitani che io conoscevo bene. Uno era Stefano Bontate, allora capo di Cosa nostra. Sulla scrivania un grande sacco da cui venivano rovesciati fuori soldi, tanti soldi. Un fiume di banconote”. Si disse disponibile a ripetere il racconto davanti a una telecamera, per il programma tv allora condotto da Enrico Deaglio: “Ma certo! Possiamo ricostruire la scena”. Poi cominciò un’estenuante trattativa sul giorno e sull’ora e alla fine non se ne fece nulla. Sono veri, i mirabolanti e intermittenti racconti di quello strano finanziere di Sommatino (Caltanissetta) approdato negli anni Sessanta a Milano? O servivano soltanto ad alzare il prezzo del suo silenzio successivo? Nel 1987 dichiarò al giudice istruttore Giorgio Della Lucia: “Tra il dicembre del 1978 e il gennaio del 1979, mentre stavo tornando dallo studio del notaio Sessa, incontrai, non lontano dalla sede dell’Edilnord, Stefano Bontate e Mimmo Teresi, i quali mi invitarono a prendere un caffè con loro in un bar di piazza Castello. Teresi e Bontate mi dissero che dovevano andare da Marcello Dell’Utri, il quale aveva loro proposto di entrare nella società televisiva che di lì a poco Silvio Berlusconi avrebbe costituito. Teresi mi disse che occorrevano 10 miliardi e, tra il serio e lo scherzoso, mi domandò se per me quello era un buon affare. Io ci rimasi male, anche se non feci trasparire nulla. Dell’Utri in quel periodo lavorava formalmente solo per me. Nel 1977, con lui al mio fianco, avevo aperto Milano Tele Nord, la prima tv privata della città… Il discorso di Teresi mi diede dunque la prova di quello che già sospettavo: Dell’Utri faceva la spia per Berlusconi”.
Ma poi Rapisarda torna a essere grande amico di Dell’Utri e gran sostenitore di Berlusconi, tanto che il primo club di Forza Italia nasce proprio nella sua palazzina di via Chiaravalle. Nel 1998, nuovo rovesciamento di fronte: va a testimoniare al processo Dell’Utri. “Incontrai Bontate e Teresi che mi dissero che avevano appuntamento con Dell’Utri. Mi chiesero un parere sul futuro delle tv commerciali. Dopo alcuni giorni li trovai nell’ufficio di Dell’Utri, in via Chiaravalle, con i soldi nei sacchi. Avevano già dato i primi 10 miliardi”. Era il 1979, racconta Rapisarda. L’anno dopo, Dell’Utri avrebbe chiesto a Bontate e Teresi altri 20 miliardi di lire durante un incontro a Parigi, dove Rapisarda era latitante, con passaporto intestato al gemello di Marcello, Alberto Dell’Utri. Era ricercato per il crac di una sua società immobiliare, la Inim, ed era riparato in Francia dopo essere stato ospite in Venezuela dei fratelli Caruana, narcotrafficanti e mafiosi. Segue querela di Berlusconi e Dell’Utri, finita però con un’archiviazione.
Il crac della Inim, coinvolta nel fallimento Venchi Unica, è una vecchia storia che solleva un velo sui primi affari dei siciliani a Milano. Socio di Rapisarda e presidente dell’Inim è Francesco Paolo Alamia, considerato un uomo di Vito Ciancimino, il sindaco mafioso di Palermo. Racconta un pentito, Rocco Remo Morgana: “Dal 1975 al Natale del 1978 gli uffici dell’Inim erano frequentati da persone di origine siciliana tra i quali ricordo Mimmo Teresi, Stefano Bontate, Vittorio Mangano, Gaetano Cinà e uno dei fratelli Bono, credo che si trattasse di Pippo. Io personalmente in via Chiaravalle ho incontrato più volte Bontate e Teresi”. Quella palazzina cinquecentesca ne ha viste tante. Ah, se i muri potessero parlare.
Fonte.
Molte volte ha promesso di “parlare”, altrettante si è tirato indietro. Si è lasciato andare in alcune interviste e davanti ai giudici, ultimi quelli del processo palermitano per mafia a Marcello Dell’Utri. Ma poi ha sempre fatto marcia indietro, in un eterno stop and go della memoria. A chi scrive raccontò, anni fa, tra un corridoio e il grande salotto della palazzina di via Chiaravalle: “Vede? Questo era l’ufficio di Marcello Dell’Utri. Era un mio uomo, lavorava per me, a metà degli anni Settanta. Poi mi ha tradito e se n’è andato a lavorare per un giovane palazzinaro, un certo Silvio Berlusconi. Si è portato via i miei progetti: all’epoca volevo costruire una tv privata. E si è portato via i rapporti, i contatti, i finanziamenti… Vede questa porta? Io un giorno entro senza bussare. Era l’ufficio di Marcello, ma lui era un mio dipendente e questa in fondo è casa mia. Appena entrato, mi blocco: c’erano due signori palermitani che io conoscevo bene. Uno era Stefano Bontate, allora capo di Cosa nostra. Sulla scrivania un grande sacco da cui venivano rovesciati fuori soldi, tanti soldi. Un fiume di banconote”. Si disse disponibile a ripetere il racconto davanti a una telecamera, per il programma tv allora condotto da Enrico Deaglio: “Ma certo! Possiamo ricostruire la scena”. Poi cominciò un’estenuante trattativa sul giorno e sull’ora e alla fine non se ne fece nulla. Sono veri, i mirabolanti e intermittenti racconti di quello strano finanziere di Sommatino (Caltanissetta) approdato negli anni Sessanta a Milano? O servivano soltanto ad alzare il prezzo del suo silenzio successivo? Nel 1987 dichiarò al giudice istruttore Giorgio Della Lucia: “Tra il dicembre del 1978 e il gennaio del 1979, mentre stavo tornando dallo studio del notaio Sessa, incontrai, non lontano dalla sede dell’Edilnord, Stefano Bontate e Mimmo Teresi, i quali mi invitarono a prendere un caffè con loro in un bar di piazza Castello. Teresi e Bontate mi dissero che dovevano andare da Marcello Dell’Utri, il quale aveva loro proposto di entrare nella società televisiva che di lì a poco Silvio Berlusconi avrebbe costituito. Teresi mi disse che occorrevano 10 miliardi e, tra il serio e lo scherzoso, mi domandò se per me quello era un buon affare. Io ci rimasi male, anche se non feci trasparire nulla. Dell’Utri in quel periodo lavorava formalmente solo per me. Nel 1977, con lui al mio fianco, avevo aperto Milano Tele Nord, la prima tv privata della città… Il discorso di Teresi mi diede dunque la prova di quello che già sospettavo: Dell’Utri faceva la spia per Berlusconi”.
Ma poi Rapisarda torna a essere grande amico di Dell’Utri e gran sostenitore di Berlusconi, tanto che il primo club di Forza Italia nasce proprio nella sua palazzina di via Chiaravalle. Nel 1998, nuovo rovesciamento di fronte: va a testimoniare al processo Dell’Utri. “Incontrai Bontate e Teresi che mi dissero che avevano appuntamento con Dell’Utri. Mi chiesero un parere sul futuro delle tv commerciali. Dopo alcuni giorni li trovai nell’ufficio di Dell’Utri, in via Chiaravalle, con i soldi nei sacchi. Avevano già dato i primi 10 miliardi”. Era il 1979, racconta Rapisarda. L’anno dopo, Dell’Utri avrebbe chiesto a Bontate e Teresi altri 20 miliardi di lire durante un incontro a Parigi, dove Rapisarda era latitante, con passaporto intestato al gemello di Marcello, Alberto Dell’Utri. Era ricercato per il crac di una sua società immobiliare, la Inim, ed era riparato in Francia dopo essere stato ospite in Venezuela dei fratelli Caruana, narcotrafficanti e mafiosi. Segue querela di Berlusconi e Dell’Utri, finita però con un’archiviazione.
Il crac della Inim, coinvolta nel fallimento Venchi Unica, è una vecchia storia che solleva un velo sui primi affari dei siciliani a Milano. Socio di Rapisarda e presidente dell’Inim è Francesco Paolo Alamia, considerato un uomo di Vito Ciancimino, il sindaco mafioso di Palermo. Racconta un pentito, Rocco Remo Morgana: “Dal 1975 al Natale del 1978 gli uffici dell’Inim erano frequentati da persone di origine siciliana tra i quali ricordo Mimmo Teresi, Stefano Bontate, Vittorio Mangano, Gaetano Cinà e uno dei fratelli Bono, credo che si trattasse di Pippo. Io personalmente in via Chiaravalle ho incontrato più volte Bontate e Teresi”. Quella palazzina cinquecentesca ne ha viste tante. Ah, se i muri potessero parlare.
Fonte.
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