Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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03/09/2011
Ricordiamoci che dobbiamo morire.
Se lo ricordino soprattutto quelli che lo ricordano agli altri ogni tre per due.
Me cojoni!
09/03/2011
Metal: un genere da sfigati?
Frequentando gli ambienti in cui si ritrovano abitualmente parte dei membri della comunità metal genovese, mi sono chiesto per quale motivo l'hard & heavy sia diventato colonna sonora di alcune tra le frange più sfigate della gioventù locale.
Fino ai primi anni '90, l'immaginario collettivo (e commerciale) associava al rock duro e derivati la fisionomia di personaggi cui l'etichetta di sfigato non calzava nemmeno alla lontana. Il rocchettaro aveva la nomea d'essere un tipo coi coglioni, o comunque in grado di fingere d'averli.
L'arrivo dei generi ad alto tasso di depressione e decadenza ha, invece, chiuso il cerchio su uno sputtanamento che fino a quegli anni era rimasto confinato al lato estetico del rock (non è infatti una novità che gente come KISS e Led Zeppelin piuttosto che Alice Cooper o Aerosmith si presentassero sui palchi mondiali con look e movenze da perfette mezze seghe già negli anni '70) aprendo le porte al dilagare della musica pesa in quegli ambienti popolati da gente che per darsi un tono finge d'avere la spalle cariche di problemi inesistenti quanto inestricabili, oppure s'improvvisa rivoluzionario della domenica indossando jeans e stivali da rocker piuttosto che anfibi e cartucciere, salvo poi condurre nel resto della settimana la vita del perfetto borghese, anche un po' coglione.
A dirla tutta, però, anche ai bei tempi qualcuno sollevava già obiezioni in merito al celodurismo dei metallari, che alla fine erano dei cazzoni comuni che presero in prestito il guardaroba di Marlon Brando non prima d'aver sfoggiato tutine alquanto imbarazzanti.
Meglio prenderla sul ridere, come faceva un trio di maestri in tempi non ancora sospetti.
Fino ai primi anni '90, l'immaginario collettivo (e commerciale) associava al rock duro e derivati la fisionomia di personaggi cui l'etichetta di sfigato non calzava nemmeno alla lontana. Il rocchettaro aveva la nomea d'essere un tipo coi coglioni, o comunque in grado di fingere d'averli.
L'arrivo dei generi ad alto tasso di depressione e decadenza ha, invece, chiuso il cerchio su uno sputtanamento che fino a quegli anni era rimasto confinato al lato estetico del rock (non è infatti una novità che gente come KISS e Led Zeppelin piuttosto che Alice Cooper o Aerosmith si presentassero sui palchi mondiali con look e movenze da perfette mezze seghe già negli anni '70) aprendo le porte al dilagare della musica pesa in quegli ambienti popolati da gente che per darsi un tono finge d'avere la spalle cariche di problemi inesistenti quanto inestricabili, oppure s'improvvisa rivoluzionario della domenica indossando jeans e stivali da rocker piuttosto che anfibi e cartucciere, salvo poi condurre nel resto della settimana la vita del perfetto borghese, anche un po' coglione.
A dirla tutta, però, anche ai bei tempi qualcuno sollevava già obiezioni in merito al celodurismo dei metallari, che alla fine erano dei cazzoni comuni che presero in prestito il guardaroba di Marlon Brando non prima d'aver sfoggiato tutine alquanto imbarazzanti.
Meglio prenderla sul ridere, come faceva un trio di maestri in tempi non ancora sospetti.
08/03/2011
Glorie morte
Quello che state leggendo è l'epitaffio con cui celebro il decesso dell'ultimo (e per quanto mi riguarda unico) portale metal di madrelingua italiana. La "fine" di Metal.it chiude, infatti, il cerchio su un palmares di siti che ho sempre trovato discutibili per il proprio approccio alla musica, sempre molto attento alla forma, ma mai sufficientemente dedito alla sostanza.
In questo desolante panorama, che molto velocemente ha accomunato le pagine virtuali alla carta stampata di settore, per un decennio Metal.it ha spiccato grazie alla linea editoriale sempre schietta e irriverente tracciata da Gianluca Grazioli, già redattore di sfondamento su Metal Shock. Dello stile di Grazioli ho sempre apprezzato l'allergia più totale ad ogni carosello tipicamente metal, volto ad auto celebrare se stessi e la nicchia di cui e per cui sì scrive.
Nel corso degli anni, le pagine di Metal.it hanno ospitato autentiche eccellenze, che vanno da una biografia sul thrash metal di rara caratura all'unico redattore in grado di scrivere, con cognizione di causa e coinvolgimento, dei Voivod. Poi qualcosa è cambiato. Vuoi per la concorrenza sempre più aspra esercitata da portali come TrueMetal o Metalitalia, vuoi per la naturale crisi del settore prodotta da un "do it your self" al giorno d'oggi sempre più praticabile grazie ai comodi strumenti messi a disposizione dal web (su tutti Metal Archives e Wikipedia inglese), Metal.it ha intrapreso un lento percorso d'allineamento ai trend redazionali di settore, che sacrificano la qualità dei contenuti alla necessità di creare una comunità d'utenti che s'identifichi nel portale di turno garantendone quindi la sopravvivenza (anche economica).
L'integrazione con ogni sorta di social network è stata il primo prodotto tangibile di questo cambio di rotta, i video redazionali, invece, costituiscono l'ultimo approdo a questa filosofia, che deve necessariamente creare sempre qualcosa di nuovo per attirare utenza fresca e fidelizzare quella esistente, i cui unici metodi comunicativi sono "figo" piuttosto che "spacca".
Tanto per capire di cosa parlo, un paio di video esplicativi:
1) gli auguri natalizi del 2010 (della serie, tutti ad ascoltare marciume blasfemo poi la sera del 24 dicembre a casa dalla nonna a mangiare i cappelletti in brodo...)
2) le video recensioni, a mio giudizio completamente prive di senso nel settore discografico
Che amarezza.
In questo desolante panorama, che molto velocemente ha accomunato le pagine virtuali alla carta stampata di settore, per un decennio Metal.it ha spiccato grazie alla linea editoriale sempre schietta e irriverente tracciata da Gianluca Grazioli, già redattore di sfondamento su Metal Shock. Dello stile di Grazioli ho sempre apprezzato l'allergia più totale ad ogni carosello tipicamente metal, volto ad auto celebrare se stessi e la nicchia di cui e per cui sì scrive.
Nel corso degli anni, le pagine di Metal.it hanno ospitato autentiche eccellenze, che vanno da una biografia sul thrash metal di rara caratura all'unico redattore in grado di scrivere, con cognizione di causa e coinvolgimento, dei Voivod. Poi qualcosa è cambiato. Vuoi per la concorrenza sempre più aspra esercitata da portali come TrueMetal o Metalitalia, vuoi per la naturale crisi del settore prodotta da un "do it your self" al giorno d'oggi sempre più praticabile grazie ai comodi strumenti messi a disposizione dal web (su tutti Metal Archives e Wikipedia inglese), Metal.it ha intrapreso un lento percorso d'allineamento ai trend redazionali di settore, che sacrificano la qualità dei contenuti alla necessità di creare una comunità d'utenti che s'identifichi nel portale di turno garantendone quindi la sopravvivenza (anche economica).
L'integrazione con ogni sorta di social network è stata il primo prodotto tangibile di questo cambio di rotta, i video redazionali, invece, costituiscono l'ultimo approdo a questa filosofia, che deve necessariamente creare sempre qualcosa di nuovo per attirare utenza fresca e fidelizzare quella esistente, i cui unici metodi comunicativi sono "figo" piuttosto che "spacca".
Tanto per capire di cosa parlo, un paio di video esplicativi:
1) gli auguri natalizi del 2010 (della serie, tutti ad ascoltare marciume blasfemo poi la sera del 24 dicembre a casa dalla nonna a mangiare i cappelletti in brodo...)
2) le video recensioni, a mio giudizio completamente prive di senso nel settore discografico
Che amarezza.
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