Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
02/03/2016
Due sorelle. Una comunità di lotta. Piccola storia di riscatto tra Siria e Turchia
Questa è la storia di due ragazze. Dei loro fratelli. Di una piccola comunità che si mobilita per difendere diritti e dignità.
Ma è anche molto di più. Perché ci restituisce, in una forma
iper-concreta, che va oltre quello che possono riuscire ad esprimere
tante parole, a volte anche ben dette, cosa rappresentino gli immigrati
per coloro che detengono le leve del potere, per chi ha il potere di
scrivere leggi e per chi ha i capitali per utilizzarne il lavoro. E non
si ferma qui. Questa storia parla di solidarietà, resistenza, tenacia. E di una vittoria.
Piccola, se rimaniamo all’episodio. Potenzialmente ben più grande, se
siamo capaci di leggerla e comprenderla a tutti i livelli possibili.
Le due protagoniste di questa storia, che però come la Storia, è in realtà storia corale, sono due ragazze. Due sorelle. Siriane. 19 e 22 anni. Con i fratelli sono in fuga dalla Siria. Lì hanno lasciato i genitori ed altri 4 fratelli e sorelle. Scappano dall’orrore dell’ISIS e se devono lasciarsi dietro parte della famiglia è perché non tutti loro riescono ad evadere dal villaggio controllato dallo Stato Islamico.
Scappano, dunque. E riescono a raggiungere la Turchia. Qui, nel paese controllato da Erdogan, lì dove si dice di combattere contro il “terrorismo islamico” ma poi si spara contro i peggiori nemici dell’IS, le popolazioni curde, trovano lavoro in un ristorante. Vogliono cercare di far arrivare qualche risparmio alla famiglia ancora in Siria. Vogliono alleviare le loro sofferenze. Dal momento che sono profughe siriane, però, non hanno alcun diritto in quanto lavoratrici. Vengono pagate la metà di quanto sarebbe pagato un lavoratore turco e lo sfruttamento è pane quotidiano.
Quando iniziano a lavorare, il proprietario del ristorante dice loro che saranno pagate alla fine del mese, non prima. Nessun anticipo. Accettano, anche perché non è che le alternative abbondino. Arrivate alla fine del mese, però, non vedono una lira (eh sì, anche la moneta turca si chiama lira).
Continuano nelle loro mansioni, nella fatica quotidiana, perché sperano che la paga finalmente arrivi. Un secondo mese. Poi un terzo. Niente. Solo promesse di imminenti pagamenti, che però non arrivano mai. Alla fine, come in tante storie che ascoltiamo anche qui da noi, la beffa. Vengono semplicemente cacciate. Essere profughe siriane non aiuta. Lavoratrici senza diritti non possono procedere ad intentare qualche procedimento legale contro l’imprenditore. Non esistono. Nemmeno l’intervento del fratello è risolutore. Arriva al ristorante, parla col “boss”, ma niente. Di sganciare gli stipendi dovuti e pattuiti non se ne parla.
Entra allora in scena un gruppo. Un piccolo gruppo, che però decide di farsi carico della situazione. In 12 si dirigono al ristorante. Mettono in atto una protesta, azione diretta direbbe qualcuno: si siedono ai tavoli vuoti e rendono chiaro che non lasceranno i locali finché non avranno ottenuto ciò che rivendicano: il pagamento delle tre mensilità dovute alle due sorelle. I proprietari strepitano, danno di matto. Dopo mezz’ora, però, pagano un terzo di quanto dovuto. E dicono ai 12 di tornare nei giorni successivi per il resto.
Oggi quei 12 sono tornati. Ma non erano più 12, bensì 25! Non hanno potuto replicare la stessa azione della volta precedente: il ristorante era pieno e non c’erano tavoli liberi. Di questa situazione, però, i manifestanti hanno saputo avvantaggiarsi. Hanno potuto infatti esporre davanti ad un “pubblico” le motivazioni della loro presenza, aumentando così le pressioni sui proprietari. Così, dopo trenta minuti di trattativa, le due sorelle hanno ottenuto un altro terzo della loro paga.
La storia per ora termina qui. Per ora, appunto. Perché mercoledì c’è un terzo appuntamento per ottenere anche il restante terzo della paga arretrata.
Come ha scritto uno dei ragazzi coinvolti nella protesta:
“Due ragazze sole possono essere sfruttate. La presenza del fratello non ha fatto sì che la situazione cambiasse. Continuavano a sentirsi impotenti. Come parte di una piccola, ma crescente comunità, insieme, sono però diventate più forti. Non solo in quest’occasione, ma più forti perché hanno iniziato a sentirsi parte di qualcosa di più grande, che abbraccia anche loro.
Questa è la definizione di comunità, che getta ponti su diverse solitudini, sulla frammentazione. Insieme possiamo unire la nostra forza, dividerci il lavoro e le responsabilità, in un modo che è impossibile se si è da soli. Potere al popolo!”
Fonte
Le due protagoniste di questa storia, che però come la Storia, è in realtà storia corale, sono due ragazze. Due sorelle. Siriane. 19 e 22 anni. Con i fratelli sono in fuga dalla Siria. Lì hanno lasciato i genitori ed altri 4 fratelli e sorelle. Scappano dall’orrore dell’ISIS e se devono lasciarsi dietro parte della famiglia è perché non tutti loro riescono ad evadere dal villaggio controllato dallo Stato Islamico.
Scappano, dunque. E riescono a raggiungere la Turchia. Qui, nel paese controllato da Erdogan, lì dove si dice di combattere contro il “terrorismo islamico” ma poi si spara contro i peggiori nemici dell’IS, le popolazioni curde, trovano lavoro in un ristorante. Vogliono cercare di far arrivare qualche risparmio alla famiglia ancora in Siria. Vogliono alleviare le loro sofferenze. Dal momento che sono profughe siriane, però, non hanno alcun diritto in quanto lavoratrici. Vengono pagate la metà di quanto sarebbe pagato un lavoratore turco e lo sfruttamento è pane quotidiano.
Quando iniziano a lavorare, il proprietario del ristorante dice loro che saranno pagate alla fine del mese, non prima. Nessun anticipo. Accettano, anche perché non è che le alternative abbondino. Arrivate alla fine del mese, però, non vedono una lira (eh sì, anche la moneta turca si chiama lira).
Continuano nelle loro mansioni, nella fatica quotidiana, perché sperano che la paga finalmente arrivi. Un secondo mese. Poi un terzo. Niente. Solo promesse di imminenti pagamenti, che però non arrivano mai. Alla fine, come in tante storie che ascoltiamo anche qui da noi, la beffa. Vengono semplicemente cacciate. Essere profughe siriane non aiuta. Lavoratrici senza diritti non possono procedere ad intentare qualche procedimento legale contro l’imprenditore. Non esistono. Nemmeno l’intervento del fratello è risolutore. Arriva al ristorante, parla col “boss”, ma niente. Di sganciare gli stipendi dovuti e pattuiti non se ne parla.
Entra allora in scena un gruppo. Un piccolo gruppo, che però decide di farsi carico della situazione. In 12 si dirigono al ristorante. Mettono in atto una protesta, azione diretta direbbe qualcuno: si siedono ai tavoli vuoti e rendono chiaro che non lasceranno i locali finché non avranno ottenuto ciò che rivendicano: il pagamento delle tre mensilità dovute alle due sorelle. I proprietari strepitano, danno di matto. Dopo mezz’ora, però, pagano un terzo di quanto dovuto. E dicono ai 12 di tornare nei giorni successivi per il resto.
Oggi quei 12 sono tornati. Ma non erano più 12, bensì 25! Non hanno potuto replicare la stessa azione della volta precedente: il ristorante era pieno e non c’erano tavoli liberi. Di questa situazione, però, i manifestanti hanno saputo avvantaggiarsi. Hanno potuto infatti esporre davanti ad un “pubblico” le motivazioni della loro presenza, aumentando così le pressioni sui proprietari. Così, dopo trenta minuti di trattativa, le due sorelle hanno ottenuto un altro terzo della loro paga.
La storia per ora termina qui. Per ora, appunto. Perché mercoledì c’è un terzo appuntamento per ottenere anche il restante terzo della paga arretrata.
Come ha scritto uno dei ragazzi coinvolti nella protesta:
“Due ragazze sole possono essere sfruttate. La presenza del fratello non ha fatto sì che la situazione cambiasse. Continuavano a sentirsi impotenti. Come parte di una piccola, ma crescente comunità, insieme, sono però diventate più forti. Non solo in quest’occasione, ma più forti perché hanno iniziato a sentirsi parte di qualcosa di più grande, che abbraccia anche loro.
Questa è la definizione di comunità, che getta ponti su diverse solitudini, sulla frammentazione. Insieme possiamo unire la nostra forza, dividerci il lavoro e le responsabilità, in un modo che è impossibile se si è da soli. Potere al popolo!”
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Kiev: la boxe al posto della politica
“Scusate, ma siamo in Ucraina”. Prendendo lezioni di dizione dal sindaco di Kiev Vitalij Kličko, il governo ucraino potrà giustificare così, di fronte alla nazione, l'aumento del 50% del prezzo del gas e del 80% del riscaldamento centralizzato dal prossimo aprile, dopo che da oggi è aumentato del 25% il prezzo dell'energia elettrica. Considerati gli aumenti programmati da ora a marzo 2017, rispetto ai prezzi del 2014 l'aumento sarà dal 300 al 400%. Ma, “scusate, siamo ucraini”.
D'altronde, è già diventata “virale” la frase del più volte campione del mondo di boxe nel corso di un'intervista ad Al Jazeera. In risposta alla domanda del giornalista Mehdi Hasan, secondo cui, non solo quelli russi, ma anche i media statunitensi hanno notato le svastiche sulle auto del battaglione “Azov” e di altre formazioni, Kličko, da tempo noto per le sue non comuni capacità nello sgrammaticare anche le frasi più semplici, ha detto di non vedere svastiche, ma “io parlo con la gente e noi difendiamo il nostro territorio e il nostro paese”. Alla domanda sulle violazioni dei diritti umani e le rilevazioni di Human Rights Watch e Amnesty International, il sindaco della capitale ucraina ha insistito che “noi difendiamo il nostro paese”. E, per quanto riguarda le torture, i rapimenti, le sofferenze dei civili: “Prego, io non so dove prendiate queste informazioni”; da Amnesty International, ha replicato Hasan: "Lei ha sentito parlare di questa organizzazione?". Risposta: “Scusate, io sono dell'Ucraina”.
E se Kličko già in passato aveva dichiarato che “affinché l'acqua sia calda deve prima essere scaldata” o che “Noi abbiamo bisogno di soldi, perché non abbiamo bisogno di soldi”, ecco che ora la Rada suprema, evidentemente a corto di questioni vitali per il paese e in cerca proprio di quei soldi, è tornata a chiedere al Gran Khural di Stato (il parlamento mongolo) che l'Ucraina venga compensata per il genocidio degli ucraini all'epoca di Batu Khan (nipote di Gengis Khan) e dell'Orda d'Oro, nel XIII secolo. A una simile richiesta, già avanzata lo scorso anno, lo speaker del Khural, Zandaahuughijn Enkhbold, non poteva che rinnovare la stessa risposta fornita a suo tempo e degna della domanda, precisando che “il mondo non ha mai conosciuto o sentito dire di alcuna nazione ucraina, tanto meno all'epoca dei discendenti del Grande Temujin”. All'epoca dell'Orda d'Oro, ha detto Enkhbold, esisteva solo la Rus di Kiev; comunque, se la Rada fornirà l'elenco di tutti i cittadini ucraini periti nel genocidio e dei loro parenti, Ulan Bator è pronta a pagare: “attendiamo con impazienza la pubblicazione dell'elenco completo delle vittime”, ha concluso Enkhbold.
Evidentemente a Kiev si teme già la chiusura dei rubinetti finanziari UE e si stanno cercando nuove linee di credito senza interessi.
In ogni caso, se la richiesta avanzata al Gran Khural non dovesse andare in porto, la Rada potrebbe ancora chiedere al Foreign office di dirottare su Kiev i fondi che attualmente prendono la via di TV liberali russe quali RBK o Dožd, “premiati” per “l'efficacia del lavoro” e le “necessarie informazioni fornite” al Whitehall di sua maestà.
Fonte
D'altronde, è già diventata “virale” la frase del più volte campione del mondo di boxe nel corso di un'intervista ad Al Jazeera. In risposta alla domanda del giornalista Mehdi Hasan, secondo cui, non solo quelli russi, ma anche i media statunitensi hanno notato le svastiche sulle auto del battaglione “Azov” e di altre formazioni, Kličko, da tempo noto per le sue non comuni capacità nello sgrammaticare anche le frasi più semplici, ha detto di non vedere svastiche, ma “io parlo con la gente e noi difendiamo il nostro territorio e il nostro paese”. Alla domanda sulle violazioni dei diritti umani e le rilevazioni di Human Rights Watch e Amnesty International, il sindaco della capitale ucraina ha insistito che “noi difendiamo il nostro paese”. E, per quanto riguarda le torture, i rapimenti, le sofferenze dei civili: “Prego, io non so dove prendiate queste informazioni”; da Amnesty International, ha replicato Hasan: "Lei ha sentito parlare di questa organizzazione?". Risposta: “Scusate, io sono dell'Ucraina”.
E se Kličko già in passato aveva dichiarato che “affinché l'acqua sia calda deve prima essere scaldata” o che “Noi abbiamo bisogno di soldi, perché non abbiamo bisogno di soldi”, ecco che ora la Rada suprema, evidentemente a corto di questioni vitali per il paese e in cerca proprio di quei soldi, è tornata a chiedere al Gran Khural di Stato (il parlamento mongolo) che l'Ucraina venga compensata per il genocidio degli ucraini all'epoca di Batu Khan (nipote di Gengis Khan) e dell'Orda d'Oro, nel XIII secolo. A una simile richiesta, già avanzata lo scorso anno, lo speaker del Khural, Zandaahuughijn Enkhbold, non poteva che rinnovare la stessa risposta fornita a suo tempo e degna della domanda, precisando che “il mondo non ha mai conosciuto o sentito dire di alcuna nazione ucraina, tanto meno all'epoca dei discendenti del Grande Temujin”. All'epoca dell'Orda d'Oro, ha detto Enkhbold, esisteva solo la Rus di Kiev; comunque, se la Rada fornirà l'elenco di tutti i cittadini ucraini periti nel genocidio e dei loro parenti, Ulan Bator è pronta a pagare: “attendiamo con impazienza la pubblicazione dell'elenco completo delle vittime”, ha concluso Enkhbold.
Evidentemente a Kiev si teme già la chiusura dei rubinetti finanziari UE e si stanno cercando nuove linee di credito senza interessi.
In ogni caso, se la richiesta avanzata al Gran Khural non dovesse andare in porto, la Rada potrebbe ancora chiedere al Foreign office di dirottare su Kiev i fondi che attualmente prendono la via di TV liberali russe quali RBK o Dožd, “premiati” per “l'efficacia del lavoro” e le “necessarie informazioni fornite” al Whitehall di sua maestà.
Fonte
“Tripoli Bel suol d’amore”: lo sapete che quest’anno cade il 120° anniversario di Adua?
A quanto pare ci siamo: italiani, francesi ed inglesi si preparano ad un intervento di terra in Libia con il supporto aereo dalla costa e del solito codazzo di droni. In teoria l’intervento dovrebbe avere carattere chirurgico contro il Califfato di Derna, ma le cose forse non sono così semplici come si dice.
A quanto pare, l’idea di una Libia riunificata, con un governo di unità nazionale, è andata a farsi benedire e non se ne parla più. Sin qui è solo la constatazione di quello che era chiaro già dalla prima metà del 2012 ed aver insistito sull’idea di una Libia riunificata ha fatto solo perdere tempo. Si poteva lavorare sin da allora ad un progetto di confederazione, salvando l’indipendenza. Adesso viene fuori non solo che la Libia si divide ma che ciascuna delle tre parti sarà posta sotto il protettorato di uno dei tre partecipanti a questa gloriosa impresa: “Tripoli, bel suo d’amore, sarai italiana al rombo del cannon”.
Infatti è abbastanza chiaro che la Cirenaica toccherà agli inglesi e realisticamente la Tripolitania all’Italia mentre il Fezzan servirà ai francesi da retrolinea per gli interventi in centro Africa (Mali, Ciad, Repubblica Centrafricana ecc.).
Insomma un patto Skypes-Picor cento anni dopo. Una grottesca impresa coloniale fuori tempo. Ed una cosa molto più pericolosa di quanto non si creda: intanto la cosa coincide con una situazione difficile del regime egiziano nel quale il caso Regeni ha fatto intuire spaccature interne al regime stesso. E se l’intervento facesse da detonatore ad una forte ripresa dei Fratelli Musulmani? Sai che allegria con il Califfato in Siria ed Iraq, isole in giro come Boko Haram e poi un Egitto che torna in mano alla fratellanza!
Lascia sbalorditi che in questa situazione non si sia neppure tentato di coinvolgere quei paesi africani (dal Senegal alla Costa d’Avorio, al Ghana) dove la Libia era un tradizionale investitore di prima grandezza e dove la cosa sta producendo una marcata destabilizzazione.
Tutto quello che i nostri eccelsi decisori sono stati capaci di escogitare è un intervento delle più tradizionali potenze coloniali, chiaramente interessate a spartirsi i pozzi petroliferi. E’ una operazione di una imbecillità politica senza limiti.
Ma non è neppure detto che l’operazione militare abbia poi effettivamente successo. Quest’anno cade il 120° anniversario della disfatta di Adua… meditate gente, meditate.
Fonte
A quanto pare, l’idea di una Libia riunificata, con un governo di unità nazionale, è andata a farsi benedire e non se ne parla più. Sin qui è solo la constatazione di quello che era chiaro già dalla prima metà del 2012 ed aver insistito sull’idea di una Libia riunificata ha fatto solo perdere tempo. Si poteva lavorare sin da allora ad un progetto di confederazione, salvando l’indipendenza. Adesso viene fuori non solo che la Libia si divide ma che ciascuna delle tre parti sarà posta sotto il protettorato di uno dei tre partecipanti a questa gloriosa impresa: “Tripoli, bel suo d’amore, sarai italiana al rombo del cannon”.
Infatti è abbastanza chiaro che la Cirenaica toccherà agli inglesi e realisticamente la Tripolitania all’Italia mentre il Fezzan servirà ai francesi da retrolinea per gli interventi in centro Africa (Mali, Ciad, Repubblica Centrafricana ecc.).
Insomma un patto Skypes-Picor cento anni dopo. Una grottesca impresa coloniale fuori tempo. Ed una cosa molto più pericolosa di quanto non si creda: intanto la cosa coincide con una situazione difficile del regime egiziano nel quale il caso Regeni ha fatto intuire spaccature interne al regime stesso. E se l’intervento facesse da detonatore ad una forte ripresa dei Fratelli Musulmani? Sai che allegria con il Califfato in Siria ed Iraq, isole in giro come Boko Haram e poi un Egitto che torna in mano alla fratellanza!
Lascia sbalorditi che in questa situazione non si sia neppure tentato di coinvolgere quei paesi africani (dal Senegal alla Costa d’Avorio, al Ghana) dove la Libia era un tradizionale investitore di prima grandezza e dove la cosa sta producendo una marcata destabilizzazione.
Tutto quello che i nostri eccelsi decisori sono stati capaci di escogitare è un intervento delle più tradizionali potenze coloniali, chiaramente interessate a spartirsi i pozzi petroliferi. E’ una operazione di una imbecillità politica senza limiti.
Ma non è neppure detto che l’operazione militare abbia poi effettivamente successo. Quest’anno cade il 120° anniversario della disfatta di Adua… meditate gente, meditate.
Fonte
01/03/2016
Le incognite del nuovo corso moderato irianiano
di Giorgia Grifoni
E’ festa, a Teheran, nel campo riformista. Con 92 seggi conquistati – secondo i risultati diffusi ieri a spoglio terminato – a fronte dei 115 andati ai conservatori e 44 agli indipendenti, l’ala riformista torna a posizionarsi nella politica iraniana. Non è però una vittoria totale: i risultati impressionanti della capitale Teheran, dove tutti e 30 i seggi sono andati ai moderati, non sono stati ripetuti nel resto del paese. E ci sono ancora 39 poltrone da assegnare nel ballottaggio di fine aprile, dato che secondo la legge elettorale iraniana i candidati devono ottenere almeno il 25 per cento dei consensi. Difficile fare previsioni certe sul reale aspetto di questo nuovo Parlamento, ma una cosa è certa: per Maziyar Ghiabi, ricercatore in scienze politiche e Medio Oriente all’Università di Oxford, si tratta di “un risultato politico che premia, nonostante tutti gli ostacoli, il governo di Rouhani, e reintegra cautamente il riformismo nel discorso politico iraniano”. E non è mica poco.
Innanzitutto, balza agli occhi la sostanziale impotenza del Consiglio dei Guardiani di fronte al rinnovato entusiasmo con il quale i riformisti hanno partecipato a queste elezioni: l’organismo preposto al controllo e all’ammissione dei candidati, composto da sei membri eletti dal Parlamento e sei nominati dalla Guida Suprema, non è riuscito infatti a filtrare fino in fondo le candidature, “permettendo” a 200 riformisti di partecipare al voto. Un risultato notevole, se si pensa che, per esempio, alle ultime presidenziali era stato ammesso un solo candidato riformista, Mohammed Reza Aref. “Un alto numero di candidati riformisti è stato squalificato – spiega Ghiabi a Nena News – cosa che ha fatto dire a qualche leader riformista di aver ‘vinto queste elezioni con le mani legate dietro la schiena’. In questa istanza, però, sarebbe stato molto rischioso rifiutare tutte le candidature riformiste perché ciò avrebbe provocato un forte astensionismo, con conseguenti danni alla legittimità del sistema della Repubblica islamica”.
Salutato dalla stampa internazionale come un “plebiscito su Rouhani” e sul nuovo corso moderato intrapreso dal presidente soprattutto dopo la firma dell’accordo sul nucleare, il voto rimane sicuramente un punto di svolta nella politica iraniana. Nonostante l’affluenza leggermente più bassa rispetto al 2012 (62 contro 64 per cento degli aventi diritto), la sua portata è innegabile. “Rispetto alle precedenti elezioni – spiega – i cambiamenti si possono definire come importanti. All’intero del paese cambia l’atmosfera politica, ci sarà meno ostracismo su questioni sociali e potrebbero essere introdotte misure di rilassamento su questioni civili. Quanto alla politica estera, il Parlamento ha un ruolo importante sopratutto su questioni che toccano l’indipendenza nazionale. Ma per il resto non cambierà molto, dato che le politiche sono decise da organismi conciliari in cui tutte le fazioni sono presenti, come il Consiglio di Sicurezza Nazionale e i Comitati parlamentari sulla Politica Estera”.
Le riforme su cui l’ala riformista ha puntato tutto, però, non sembrano immediate: “Sono le stesse dei tempi di Khatami. In primis – continua Ghiyabi – cercare di introdurre cambiamenti sull’eleggibilità dei candidati alle elezioni, questione che oggi è decisa dal Consiglio dei Guardiani. Si introdurranno anche riforme per facilitare gli investimenti privati ed esteri, per rilassare le norme dello spazio pubblico. Ma in verità c’è stata molta poca campagna elettorale, per cui il contenuto delle riforme per ora rimane vago. Nell’immediato queste riforme si possono discutere ma ci vorrà tempo prima che vengano approvate e implementate”.
Soprattutto, ci vorrà tempo prima che si delineino degli schieramenti compatti nell’emiciclo. A parte l’attesa per il ballottaggio di fine aprile a cui prenderanno parte 33 riformisti, altrettanti conservatori e 44 indipendenti, infatti, ci si chiede che tipo di ruolo avranno gli indipendenti. Non bisogna dimenticare che in Iran un vero e proprio sistema partitico non esiste: da qui la difficoltà a etichettare precisamente i candidati per affiliazione e per il ruolo che avranno nelle scelte legislative. “Ci sono molte correnti di pensiero all’interno dei campi politici iraniani – precisa Ghiyabi – e le linee guida non sono semplicemente morali/religiose, ma anche socio-economiche, regionali, etc. Il Parlamento rappresenta anche istanze locali ed è eletto su base territoriale, per cui in molti casi l’etichetta di conservatore o riformista non ha senso. Trattasi di candidati che hanno il sostegno di parte delle popolazioni locali e che portano istanze locali a livello nazionale. Ciò significa che possono schierarsi liberamente su questioni di altro tipo”.
Si è parlato molto in questi giorni del ritrovato ruolo dei riformisti, ma le previsioni sulla portata del loro peso effettivo nella nuova legislatura appaiono vaghe. Soprattutto per quel che riguarda l’Assemblea degli Esperti, organismo preposto alla nomina della prossima Guida Suprema. Secondo quanto riporta l’AP, dallo spoglio sarebbe emerso che riformisti e conservatori moderati abbiano ottenuto addirittura il 59 per cento degli 88 seggi dell’Assemblea. Se, come prevede la stampa internazionale, nei prossimi 8 anni il 76enne Ali Khamenei dovesse mancare o lasciare l’incarico, non è così scontato che il suo posto venga dato all’ayatollah Ali Akbar Hashemi Rafsanjani, ex presidente in passato vicinissimo a Khamenei ma di fatto allontanato dalle alte sfere del potere per non aver mai condannato pubblicamente le manifestazioni dell’Onda Verde. “La scelta della prossima Guida Suprema – conclude – avverrà attraverso negoziati e discussioni che sorpasseranno quelle dell’Assemblea degli Esperti. Dubito che possa essere Rafsanjani che ha due anni in più dell’attuale leader. Io credo che prevarranno le valutazioni politiche su quelle religiose, per cui potremmo aspettarci una Guida Suprema che sia capace di ricoprire il ruolo di garante e mediatore. Un grande stratega. Il nome ce l’ho, ma non voglio bruciarlo”.
Fonte
E’ festa, a Teheran, nel campo riformista. Con 92 seggi conquistati – secondo i risultati diffusi ieri a spoglio terminato – a fronte dei 115 andati ai conservatori e 44 agli indipendenti, l’ala riformista torna a posizionarsi nella politica iraniana. Non è però una vittoria totale: i risultati impressionanti della capitale Teheran, dove tutti e 30 i seggi sono andati ai moderati, non sono stati ripetuti nel resto del paese. E ci sono ancora 39 poltrone da assegnare nel ballottaggio di fine aprile, dato che secondo la legge elettorale iraniana i candidati devono ottenere almeno il 25 per cento dei consensi. Difficile fare previsioni certe sul reale aspetto di questo nuovo Parlamento, ma una cosa è certa: per Maziyar Ghiabi, ricercatore in scienze politiche e Medio Oriente all’Università di Oxford, si tratta di “un risultato politico che premia, nonostante tutti gli ostacoli, il governo di Rouhani, e reintegra cautamente il riformismo nel discorso politico iraniano”. E non è mica poco.
Innanzitutto, balza agli occhi la sostanziale impotenza del Consiglio dei Guardiani di fronte al rinnovato entusiasmo con il quale i riformisti hanno partecipato a queste elezioni: l’organismo preposto al controllo e all’ammissione dei candidati, composto da sei membri eletti dal Parlamento e sei nominati dalla Guida Suprema, non è riuscito infatti a filtrare fino in fondo le candidature, “permettendo” a 200 riformisti di partecipare al voto. Un risultato notevole, se si pensa che, per esempio, alle ultime presidenziali era stato ammesso un solo candidato riformista, Mohammed Reza Aref. “Un alto numero di candidati riformisti è stato squalificato – spiega Ghiabi a Nena News – cosa che ha fatto dire a qualche leader riformista di aver ‘vinto queste elezioni con le mani legate dietro la schiena’. In questa istanza, però, sarebbe stato molto rischioso rifiutare tutte le candidature riformiste perché ciò avrebbe provocato un forte astensionismo, con conseguenti danni alla legittimità del sistema della Repubblica islamica”.
Salutato dalla stampa internazionale come un “plebiscito su Rouhani” e sul nuovo corso moderato intrapreso dal presidente soprattutto dopo la firma dell’accordo sul nucleare, il voto rimane sicuramente un punto di svolta nella politica iraniana. Nonostante l’affluenza leggermente più bassa rispetto al 2012 (62 contro 64 per cento degli aventi diritto), la sua portata è innegabile. “Rispetto alle precedenti elezioni – spiega – i cambiamenti si possono definire come importanti. All’intero del paese cambia l’atmosfera politica, ci sarà meno ostracismo su questioni sociali e potrebbero essere introdotte misure di rilassamento su questioni civili. Quanto alla politica estera, il Parlamento ha un ruolo importante sopratutto su questioni che toccano l’indipendenza nazionale. Ma per il resto non cambierà molto, dato che le politiche sono decise da organismi conciliari in cui tutte le fazioni sono presenti, come il Consiglio di Sicurezza Nazionale e i Comitati parlamentari sulla Politica Estera”.
Le riforme su cui l’ala riformista ha puntato tutto, però, non sembrano immediate: “Sono le stesse dei tempi di Khatami. In primis – continua Ghiyabi – cercare di introdurre cambiamenti sull’eleggibilità dei candidati alle elezioni, questione che oggi è decisa dal Consiglio dei Guardiani. Si introdurranno anche riforme per facilitare gli investimenti privati ed esteri, per rilassare le norme dello spazio pubblico. Ma in verità c’è stata molta poca campagna elettorale, per cui il contenuto delle riforme per ora rimane vago. Nell’immediato queste riforme si possono discutere ma ci vorrà tempo prima che vengano approvate e implementate”.
Soprattutto, ci vorrà tempo prima che si delineino degli schieramenti compatti nell’emiciclo. A parte l’attesa per il ballottaggio di fine aprile a cui prenderanno parte 33 riformisti, altrettanti conservatori e 44 indipendenti, infatti, ci si chiede che tipo di ruolo avranno gli indipendenti. Non bisogna dimenticare che in Iran un vero e proprio sistema partitico non esiste: da qui la difficoltà a etichettare precisamente i candidati per affiliazione e per il ruolo che avranno nelle scelte legislative. “Ci sono molte correnti di pensiero all’interno dei campi politici iraniani – precisa Ghiyabi – e le linee guida non sono semplicemente morali/religiose, ma anche socio-economiche, regionali, etc. Il Parlamento rappresenta anche istanze locali ed è eletto su base territoriale, per cui in molti casi l’etichetta di conservatore o riformista non ha senso. Trattasi di candidati che hanno il sostegno di parte delle popolazioni locali e che portano istanze locali a livello nazionale. Ciò significa che possono schierarsi liberamente su questioni di altro tipo”.
Si è parlato molto in questi giorni del ritrovato ruolo dei riformisti, ma le previsioni sulla portata del loro peso effettivo nella nuova legislatura appaiono vaghe. Soprattutto per quel che riguarda l’Assemblea degli Esperti, organismo preposto alla nomina della prossima Guida Suprema. Secondo quanto riporta l’AP, dallo spoglio sarebbe emerso che riformisti e conservatori moderati abbiano ottenuto addirittura il 59 per cento degli 88 seggi dell’Assemblea. Se, come prevede la stampa internazionale, nei prossimi 8 anni il 76enne Ali Khamenei dovesse mancare o lasciare l’incarico, non è così scontato che il suo posto venga dato all’ayatollah Ali Akbar Hashemi Rafsanjani, ex presidente in passato vicinissimo a Khamenei ma di fatto allontanato dalle alte sfere del potere per non aver mai condannato pubblicamente le manifestazioni dell’Onda Verde. “La scelta della prossima Guida Suprema – conclude – avverrà attraverso negoziati e discussioni che sorpasseranno quelle dell’Assemblea degli Esperti. Dubito che possa essere Rafsanjani che ha due anni in più dell’attuale leader. Io credo che prevarranno le valutazioni politiche su quelle religiose, per cui potremmo aspettarci una Guida Suprema che sia capace di ricoprire il ruolo di garante e mediatore. Un grande stratega. Il nome ce l’ho, ma non voglio bruciarlo”.
Fonte
Scarcerato Arnaldo Otegi, libero il ‘Mandela basco’
Arnaldo Otegi non è più, da qualche ora, il prigioniero numero 8719600510, la matricola al quale è intestato su facebook un popolare gruppo di solidarietà più volte chiuso dal social media e ogni volta riaperto.
Stamattina alle 8.54 in punto lo storico dirigente della sinistra patriottica basca è uscito dal carcere di Logroño, piccola comunità autonoma confinante con quella basca, dove ha trascorso buona parte della sua prigionia. A riceverlo centinaia di persone, attivisti, rappresentanti politici, intellettuali, artisti, familiari, amici. E tanti giornalisti. Dopo sei anni e mezzo si conclude così la carcerazione per quello che in molti, e a ragione, hanno definito il ‘Mandela basco’. Nonostante da leader del partito Batasuna, messo fuori legge dallo Stato Spagnolo, Otegi fosse stato il principale artefice della svolta pacifista della sinistra indipendentista – a sua volta premessa per la fine della lotta armata da parte dell’ETA – le istituzioni politiche e giudiziarie di Madrid decisero di chiuderlo in una cella con una sentenza esemplare, sfruttando una legislazione d’emergenza che tuttora considera gravi crimini comportamenti che altrove rappresentano una normale prerogativa per un leader politico.
Neanche in occasione della sua liberazione gli ambienti spagnoli più reazionari hanno rinunciato alla loro vendicativa aggressività, chiedendo che l’atto di benvenuto organizzato fuori dalla prigione fosse proibito dalle autorità in quanto configurabile come ‘incitamento al terrorismo’. Una richiesta che, questa volta, la magistratura non ha potuto accogliere, lasciando a bocca asciutta i fascisti e i nazionalisti spagnoli di varia specie.
E così accanto alle ikurriñe, le bandiere basche, nel gelo del mattino sventolavano bandiere catalane e andaluse, quelle gialle con l'aquila nera della Navarra e altre ancora… Dopo aver dato e ricevuto centinaia di abbracci, Otegi ha improvvisato un veloce comizio dall’imponente palco montato per l’occasione da Sortu. “Dicono che in Spagna non ci sono prigionieri politici. Basterebbe vedere la quantità di telecamere presenti qui per smentire questa bugia”, ha affermato beffardo, ricordando che fu imprigionato perché “scommetteva sulla pace” ed ha ringraziato la militanza indipendentista per aver tenuto fede agli impegni “nonostante le provocazioni”. “Siamo entrati in carcere da indipendentisti e da socialisti – ha urlato – e indipendentisti e socialisti usciamo di prigione oggi”.
Negli ultimi anni il parlatorio del carcere di Logroño è stato una meta di pellegrinaggio non solo per gli avvocati, i familiari, gli amici e i dirigenti della sinistra abertzale, ma anche per esponenti di varie forze politiche dello Stato Spagnolo e di tutto il mondo, di giuristi e mediatori internazionali, di giornalisti. Anche se Sortu, il partito erede di Batasuna, al congresso di fondazione prese atto dell’impossibilità per Otegi e gli altri leader incarcerati di mantenere la direzione e designò quindi nuovi dirigenti e portavoce, l’opinione di Arnaldo è sempre stata una priorità per tutto il movimento abertzale. Il cui popolo oggi ha accolto Otegi con entusiasmo e speranza, confidando che il carisma, la simpatia, la popolarità del rispettato leader possano imprimere una inversione di rotta a un innegabile processo di indebolimento che dalla fine della lotta armata ha ridotto l’influenza della sinistra basca, un tempo potente motore sociale e politico.
In risposta a chi lo pressava per sapere se accetterà la candidatura a lehendakari – cioè a governatore della Comunità Autonoma Basca – Arnaldo ha risposto maliziosamente parafrasando un antico e fortunato slogan della sinistra indipendentista negli anni ’70 e ’80, quando le organizzazioni popolari basche erano impegnate in uno scontro frontale con lo Stato e le istituzioni nate dall’autoriforma del franchismo che di fatto lasciarono tutto com’era, seppur adottando una nuova veste più moderna e in linea con le necessità della Nato e dell’UE. “Il miglior lehendakari è il popolo” ha detto Otegi, modificando lo storico “Il miglior sindaco è il popolo”. Ma da mesi ormai il conto alla rovescia in vista della sua liberazione era partito non solo tra i militanti e i simpatizzanti della sinistra abertzale, ma anche negli stati maggiori di tutte le forze politiche basche: la candidatura di Otegi alla guida di un fronte indipendentista e di sinistra alle prossime elezioni autonomiche potrebbe creare non pochi problemi sia al Partito nazionalista basco – la principale forza politica, liberalcristiana e regionalista – sia alla sezione locale di Podemos, che negli ultimi due anni ha fatto incetta di voti indipendentisti attraendo i consensi di vasti settori alla ricerca di un movimento in grado di dare una spallata al sistema, a partire dalla critica alle istituzioni, alla corruzione e all’austerità. In molti si sono rivolti altrove, percependo la sinistra indipendentista come una forza politica "tra le altre e come le altre", avvertendo un progressivo venir meno di quella alterità ideologica, programmatica e organizzativa che da sempre ha contraddistinto il movimento popolare basco e la sua rappresentanza politica. La speranza è che Otegi, fautore della svolta pacifista ma animato da una cultura e da un’identità politica fortemente radicate nella tradizione operaia e combattiva del movimento indipendentista, possa tornare a mobilitare, a riattivizzare settori sociali e politici rimasti finora al margine.
Se Otegi punterà o meno alla lehendakaritza si capirà entro i prossimi giorni. Dopo il primo piccolo bagno di folla di stamattina è atteso nel pomeriggio nel suo paese natale, Elgoibar. E già sabato, nel velodromo di Donostia, potrà tornare ad arringare le folle come nei tempi d’oro, quelli che sono costati il carcere a lui e a centinaia di militanti e dirigenti politici e sindacali. Tra questi l’ex segretario generale del sindacato indipendentista Lab, uno dei maggiori della scena basca, che continua a scontare una pena inflitta anche in quel caso a partire da reati di pura opinione ed arrestato il 16 ottobre del 2009, lo stesso giorno di Otegi, con l’accusa di aver ricostituito Batasuna, sciolta d’autorità da Madrid in quanto ritenuta ‘emanazione dell’Eta in campo politico-istituzionale’. L’accusa si tramutò, al termine di un processo farsa, in una condanna a 10 anni di carcere tanto per Otegi che per Rafa Diez, accusati di appartenere all’ETA “col grado di dirigenti”. Una pena poi ridotta a sei anni e mezzo nel 2012 dal Tribunale Supremo.
Se Otegi diventerà o meno presidente della Comunità Autonoma Basca allo stato è difficile dirlo. Nel caso, sarebbe l’ennesimo ‘terrorista’ a diventare acclamato e riconosciuto leader politico e istituzionale, proprio come Nelson Mandela (tenuto conto delle debite differenze). Di sicuro c'è che per la maggior parte dei 400 prigionieri politici baschi la pena da scontare rimane lunga, lunghissima.
Fonte
Stamattina alle 8.54 in punto lo storico dirigente della sinistra patriottica basca è uscito dal carcere di Logroño, piccola comunità autonoma confinante con quella basca, dove ha trascorso buona parte della sua prigionia. A riceverlo centinaia di persone, attivisti, rappresentanti politici, intellettuali, artisti, familiari, amici. E tanti giornalisti. Dopo sei anni e mezzo si conclude così la carcerazione per quello che in molti, e a ragione, hanno definito il ‘Mandela basco’. Nonostante da leader del partito Batasuna, messo fuori legge dallo Stato Spagnolo, Otegi fosse stato il principale artefice della svolta pacifista della sinistra indipendentista – a sua volta premessa per la fine della lotta armata da parte dell’ETA – le istituzioni politiche e giudiziarie di Madrid decisero di chiuderlo in una cella con una sentenza esemplare, sfruttando una legislazione d’emergenza che tuttora considera gravi crimini comportamenti che altrove rappresentano una normale prerogativa per un leader politico.
Neanche in occasione della sua liberazione gli ambienti spagnoli più reazionari hanno rinunciato alla loro vendicativa aggressività, chiedendo che l’atto di benvenuto organizzato fuori dalla prigione fosse proibito dalle autorità in quanto configurabile come ‘incitamento al terrorismo’. Una richiesta che, questa volta, la magistratura non ha potuto accogliere, lasciando a bocca asciutta i fascisti e i nazionalisti spagnoli di varia specie.
E così accanto alle ikurriñe, le bandiere basche, nel gelo del mattino sventolavano bandiere catalane e andaluse, quelle gialle con l'aquila nera della Navarra e altre ancora… Dopo aver dato e ricevuto centinaia di abbracci, Otegi ha improvvisato un veloce comizio dall’imponente palco montato per l’occasione da Sortu. “Dicono che in Spagna non ci sono prigionieri politici. Basterebbe vedere la quantità di telecamere presenti qui per smentire questa bugia”, ha affermato beffardo, ricordando che fu imprigionato perché “scommetteva sulla pace” ed ha ringraziato la militanza indipendentista per aver tenuto fede agli impegni “nonostante le provocazioni”. “Siamo entrati in carcere da indipendentisti e da socialisti – ha urlato – e indipendentisti e socialisti usciamo di prigione oggi”.
Negli ultimi anni il parlatorio del carcere di Logroño è stato una meta di pellegrinaggio non solo per gli avvocati, i familiari, gli amici e i dirigenti della sinistra abertzale, ma anche per esponenti di varie forze politiche dello Stato Spagnolo e di tutto il mondo, di giuristi e mediatori internazionali, di giornalisti. Anche se Sortu, il partito erede di Batasuna, al congresso di fondazione prese atto dell’impossibilità per Otegi e gli altri leader incarcerati di mantenere la direzione e designò quindi nuovi dirigenti e portavoce, l’opinione di Arnaldo è sempre stata una priorità per tutto il movimento abertzale. Il cui popolo oggi ha accolto Otegi con entusiasmo e speranza, confidando che il carisma, la simpatia, la popolarità del rispettato leader possano imprimere una inversione di rotta a un innegabile processo di indebolimento che dalla fine della lotta armata ha ridotto l’influenza della sinistra basca, un tempo potente motore sociale e politico.
In risposta a chi lo pressava per sapere se accetterà la candidatura a lehendakari – cioè a governatore della Comunità Autonoma Basca – Arnaldo ha risposto maliziosamente parafrasando un antico e fortunato slogan della sinistra indipendentista negli anni ’70 e ’80, quando le organizzazioni popolari basche erano impegnate in uno scontro frontale con lo Stato e le istituzioni nate dall’autoriforma del franchismo che di fatto lasciarono tutto com’era, seppur adottando una nuova veste più moderna e in linea con le necessità della Nato e dell’UE. “Il miglior lehendakari è il popolo” ha detto Otegi, modificando lo storico “Il miglior sindaco è il popolo”. Ma da mesi ormai il conto alla rovescia in vista della sua liberazione era partito non solo tra i militanti e i simpatizzanti della sinistra abertzale, ma anche negli stati maggiori di tutte le forze politiche basche: la candidatura di Otegi alla guida di un fronte indipendentista e di sinistra alle prossime elezioni autonomiche potrebbe creare non pochi problemi sia al Partito nazionalista basco – la principale forza politica, liberalcristiana e regionalista – sia alla sezione locale di Podemos, che negli ultimi due anni ha fatto incetta di voti indipendentisti attraendo i consensi di vasti settori alla ricerca di un movimento in grado di dare una spallata al sistema, a partire dalla critica alle istituzioni, alla corruzione e all’austerità. In molti si sono rivolti altrove, percependo la sinistra indipendentista come una forza politica "tra le altre e come le altre", avvertendo un progressivo venir meno di quella alterità ideologica, programmatica e organizzativa che da sempre ha contraddistinto il movimento popolare basco e la sua rappresentanza politica. La speranza è che Otegi, fautore della svolta pacifista ma animato da una cultura e da un’identità politica fortemente radicate nella tradizione operaia e combattiva del movimento indipendentista, possa tornare a mobilitare, a riattivizzare settori sociali e politici rimasti finora al margine.
Se Otegi punterà o meno alla lehendakaritza si capirà entro i prossimi giorni. Dopo il primo piccolo bagno di folla di stamattina è atteso nel pomeriggio nel suo paese natale, Elgoibar. E già sabato, nel velodromo di Donostia, potrà tornare ad arringare le folle come nei tempi d’oro, quelli che sono costati il carcere a lui e a centinaia di militanti e dirigenti politici e sindacali. Tra questi l’ex segretario generale del sindacato indipendentista Lab, uno dei maggiori della scena basca, che continua a scontare una pena inflitta anche in quel caso a partire da reati di pura opinione ed arrestato il 16 ottobre del 2009, lo stesso giorno di Otegi, con l’accusa di aver ricostituito Batasuna, sciolta d’autorità da Madrid in quanto ritenuta ‘emanazione dell’Eta in campo politico-istituzionale’. L’accusa si tramutò, al termine di un processo farsa, in una condanna a 10 anni di carcere tanto per Otegi che per Rafa Diez, accusati di appartenere all’ETA “col grado di dirigenti”. Una pena poi ridotta a sei anni e mezzo nel 2012 dal Tribunale Supremo.
Se Otegi diventerà o meno presidente della Comunità Autonoma Basca allo stato è difficile dirlo. Nel caso, sarebbe l’ennesimo ‘terrorista’ a diventare acclamato e riconosciuto leader politico e istituzionale, proprio come Nelson Mandela (tenuto conto delle debite differenze). Di sicuro c'è che per la maggior parte dei 400 prigionieri politici baschi la pena da scontare rimane lunga, lunghissima.
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