Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

01/12/2022

Smile (2022) di Parker Finn - Minirece

Tecnomagia, l’estatica danza digitale sulle rovine

di Gioacchino Toni

«Le luci del nostro tempo brillano di oscurità. Durante tutta la modernità, abbiamo accarezzato il mito secondo il quale il progresso ci avrebbe donato, nel solco di un piano razionale, l’emancipazione da ogni schiavitù, il benessere e la felicità. Secoli di forsennata produzione, accumulazione e consumi ci hanno invece gettati in un presente tenebroso ove, impigliati nelle maglie delle reti digitali, sopraffatti dal sistema degli oggetti e travolti dalle crisi sanitarie, dalle catastrofi ambientali e da inedite ed efferate guerre, regnano sovrane l’alienazione e la depressione, donde il corollario sono i fuochi fatui del successo e i simulacri del divertimento. Eccoci volontariamente costretti in catene senza fili che non possiamo e non vogliamo più distruggere». (Vincenzo Susca)

Oltre a rivelarsi contraddistinta da inedite forme di seduzione e sfruttamento, la contemporaneità, secondo Vincenzo Susca, Tecnomagia. Estasi, totem e incantesimi nella cultura digitale (Mimesis 2022), sembra palesare il ritorno di «una logica della dipendenza» che mina alle fondamenta l’epopea moderna, nata in Occidente attorno al XV secolo, fondata sull’autodeterminazione dell’individuo autonomo e razionale.

Più che strumento utile alla soluzione razionale dei problemi che affliggono l’umanità e l’ecosistema in cui vive, la tecnica sembra essere diventata «il mondo che abitiamo, fine a se stesso, dove le cose, gli algoritmi, le macchine e i sistemi informatici permeano e dominano i nostri corpi fino a renderli una parte integrante del regno delle merci, degli spettacoli e delle informazioni» (p. 14).

In questi tempi segnati da inedite forme di sorveglianza e da paure ataviche, tra gli interstizi del quotidiano nella sua forma digitale, l’umanità sembra «danzare in estasi tra le catene» cercando il piacere e la libertà sui social e sulle piattaforme dell’intrattenimento. Un’umanità divenuta l’oggetto, più che il soggetto, di una metamorfosi ove «la tecnologia smette bruscamente di essere il dispositivo del lògos nel senso filosofico della ragione o del pensiero, divenendo tecnomagia, ovvero sistema di nuovi e vecchi totem, riti e miti attorno ai quali il soggetto si perde e si confonde» (p. 16).

Pare di trovarsi di fronte a una sorta di danza macabra contemporanea in cui, sostiene l’autore, l’essere umano pare sempre più posseduto e agito dagli oggetti, divenendo l’oggetto, e non il soggetto, di una trasformazione che opera ben al di là delle sue qualità razionali, biologiche e sociali. «Preda di una spirale contagiosa, l’umano si fa, al contempo, cosa, informazione, spettacolo, merce, opera d’arte e artista, spogliandosi della propria identità per dissolversi nell’alterità e ritrovarsi, come sotto l’effetto di sostanze psicotrope, altro da sé. Eccoci pertanto come altrettanti tecno-maghi e cavie volontarie di una sperimentazione totalizzante, in tempo reale e oltre lo spazio fisico, sulla vita a venire» (p. 16).

Nell’analizzare le trasformazioni culturali, sociali e antropologiche che segnano la contemporaneità, Susca si concentra sull’immaginario, sulle forme di comunione, comunità e comunicrazia che strutturano nuove forme di esistenza e di relazione verificando quanto il paradigma della connessione che contrassegna la realtà odierna rinvii «a una rinnovata forma di partecipazione magica» attraverso cui gli esseri umani si confrontano con la loro interdipendenza e con ciò che sta loro attorno.

In un contesto contemporaneo tetro, violento e alienato, «insorgono pratiche e immaginari tecnomagici che, nel mentre decentrano l’essere umano rispetto al sistema degli oggetti, alle macchine, alle reti e alla biosfera, stanno prefigurando la nuova carne a venire. Carne elettronica. Forme elementari del post-umanesimo» (p. 18).

Da parte sua il potere politico, sostiene Susca, ha saputo elaborare strategie «per accordare e rendere funzionale la razionalità del proprio dominio a equilibrate e adeguate dosi di non-razionalità, di passione e di piaceri, al fine di canalizzare in modo innocuo la catena dei bisogni sociali improntati sul disimpegno, facendoli scorrere attraverso le porte istituzionali senza che essi, in effetti, potessero rivelare l’istinto distruttivo insito nel proprio Eros» (p. 18). Le logiche del consumo e dello spettacolo, continua Susca,

tendono ad assicurare e a coordinare gli impulsi festivi e distruttivi della massa – l’eterno intreccio tra distrazione e distruzione – nell’ambito dell’ordine produttivo, non più attraverso la retorica del progresso, la qualità delle strutture razionali-legali e le ragioni delle ideologie storiche, ma a cominciare dalla seduzione della merce e degli show, dal godimento procurato tramite la loro contemplazione dapprima e dissipazione in seguito. Se è vero che il piacere reca in sé, nelle pulsioni che scatena, una fuga dall’ordine sociale e un’affermazione del corpo con la sua parte maledetta, la razionalità del dominio tende direttamente a regolarne l’uso in modo da domare la sua natura fondamentalmente sovversiva (p. 29).

Il disallineamento sempre più evidente tra élite e corpo sociale, secondo lo studioso, è probabilmente

da ricercare nell’obsolescenza del mito del lavoro e del progresso, appannaggio di nuove adesioni magiche con tanto di riti iniziatici, totem ed estasi, nei confronti della Terra Madre, della rete in tutte le sue declinazioni, del sistema degli oggetti e di tutto ciò che rinvia al corpo e al quotidiano. Sorgono così, a latere delle utopie sociali, delle grandi verità universali e della morale istituita, altrettante etiche ed estetiche che, oscillanti tra il mainstream e l’underground, forgiano strati di socialità improntati su affinità connettive al di là del tempo, dello spazio e delle appartenenze culturali classiche: fan, gamer, youtuber, influencer, raver, hacker, perdigiorno, flâneur, tiktoker, memer, role player… (p. 31).

Pur nelle loro differenze, sostiene lo studioso, «tali figure sostanziano nuove mitologie solo in parte riconducibili ai criteri e alle logiche delle narrazioni su cui si reggono le società contemporanee. Per questo, d’altra parte, queste ultime appaiono svuotate di legittimità, incapaci di saldarsi al corpo sociale e di nutrire ancora in modo fecondo l’immaginario collettivo» (pp. 31-32).

Il successo planetario dei tele-populisti è una spia evidente del terremoto culturale che scuote i sistemi sociali contemporanei. Tali figure, sostiene Susca, «attingono risorse simboliche non dal bacino semantico della politica, ma da quello degli stregoni, dei pirati, degli anomici, dei pistoleri o dei cow boy, tra riferimenti arcaici e fantasmi del futuro. L’attrazione che suscitano è direttamente proporzionale alla portata distruttiva e spettacolare del loro messaggio, al modo in cui promettono di abbattere lo status quo accogliendo le pulsioni anti-politiche che serpeggiano nell’immaginario collettivo» (pp. 32-33).

Nel momento in cui i tele-populisti si trovano a governare palesano miseramente il loro essere simulacri del cambiamento sociale, «propaggini dell’industria culturale ad uso e consumo di un pubblico animato dalla vocazione inconscia alla distrazione e alla distruzione, accarezzate più nella loro portata onirica che in quella pragmatica» (p. 33). A contare, ben più dei programmi politici, è la demagogia comunicativa su cui sono costruite queste figure che, oscillando tra il carnevalesco e il trash, contribuiscono «a dissacrare le strutture simboliche del potere moderno, incalzando l’avvento di altri regimi semantici in sintonia col sentire addestrato nei laboratori dell’immaginario e dei media elettronici» (p. 33).

La storia ha mostrato come quando una cultura si sfalda e dalle sue ceneri un’altra sorge, si generi spesso una sorta di ebbrezza di massa da cui derivano comportamenti sguaiati.

La condizione psicofisica che accompagna passaggi e paesaggi del genere, dagli sprawl al cyberspazio passando per i dance floor del mondo intero, è ben altra rispetto alla buona salute promossa dalle istituzioni sociali. Il corpo mutante, che genera nel suo deliquio, infatti, come insegnano la poesia di Antonin Artaud, la letteratura di William Burroughs, la fotografia di Cindy Sherman, l’arte di Orlan e di Matthew Barney, il cinema di David Cronenberg e George A. Romero, è contagiato, contaminato, alterato, in corso di confusione e di ibridazione con l’altro da sé. Lo stare bene nell’ambito di una festa nel senso più solenne e iniziatico del termine, senza edulcorazioni di sorta, prevede quindi cicatrici, aperture, fessure e pori adatti a favorire la circolazione e lo scambio delle sostanze tra soggetti, oggetti e ambienti, predisponendo l’individuo al piacere e non al lavoro, a uno stato di eccitazione invece che di veglia, alla ricreazione piuttosto che all’azione, ad essere agito più di quanto non agisca. I gemiti delle inquietanti e meravigliose creature nascenti sul nostro pianeta infetto scaturiscono da altrettante malattie oltre che da tripudi festivi, da orgasmi multipli e da depressioni, da intensi godimenti e da traumi irreversibili, giacché qui l’esistenza non vale più per ciò che il soggetto accumula e per come si conserva in vista del domani, ma per il modo in cui si dissipa nell’estasi, in una sorta di disagio agiato (pp. 223-224).

Come nelle cerimonie magiche tradizionali, eccedendo i limiti si ridefiniscono spazio, tempo e corpo in linea con «l’immaginario in fermento nel ventre del vissuto collettivo». «Tale performance sfocia in una condizione irresolubile, donde la sua natura tragica, in cui i piani del benessere e quelli del dolore coincidono, laddove la vita a venire è incubata esattamente in abissi oscuri e magmatici. Lungi dalla spensieratezza della dolce vita o dal clima ovattato degli anni Ottanta, il regime del piacere contemporaneo, anche nelle sue effervescenze frivole e nei suoi sussulti edonistici, è il corrispettivo di dolori, perdite, alienazioni, fatiche, sofferenze, graffi, derive ed altri cedimenti del soggetto appannaggio di tutto ciò che lo sovrasta» (p. 224).

Oltre che per le pratiche effettivamente più estreme, ciò vale anche per le situazioni divenute oggi ordinarie, come quelle esperite nelle reti sociali, in cui l’individuo è costretto e si costringe a inedite forme comunitarie.

La danza elettronica – corpo a corpo, al suono delle macchine, con il sudore che gronda da te a me e da noi a terra – è al contempo una performance e la prova antropologica, sociologica ed estetica più lampante di un’inversione densa di risvolti per il nostro presente: il ritorno, sotto nuove vesti, in una condizione nella quale la vita risiede in ciò che si perde e non in ciò che si guadagna, nello spreco e non nell’accumulo, nelle lacerazioni, nelle contaminazioni, nelle macchie, nelle ferite, nelle cicatrici e nella precarietà anziché nell’ordine, nella stabilità, nell’armonia e nella pulizia.
C’è crisi nell’aria? Ecco emergere dalle viscere del quotidiano il gesto apotropaico per eccellenza del puer aeternus: danzare sulle rovine. Non a caso, i grandi locali da ballo patinati che si sono moltiplicati negli anni Ottanta e Novanta sono oggi in crisi, incalzati da club, capannoni, masserie e spazi all’aperto più underground, cupi ed ostici, luoghi non fatti per la comodità, ma per essere fatti e disfatti, in una condizione di radicamento e incatenamento. In essi, resta ben poco del divertimento e dell’intrattenimento ben dosati dall’industria moderna degli spettacoli, giacché sono permeati da una cultura della distrazione inestricabilmente associata con la distruzione del sé. Astuzia ultima di comunità e generazioni che soppiantano e superano l’opposizione tra resistenza e adesione al sistema con la ricreazione – ricreazione di sé e ricreazione del mondo – la danza del disagio e la danza nel disagio prefigurano ciò che ci attende dopo il crepuscolo dell’Occidente e dell’umanesimo, un passo oltre dopo la decadenza. Benché possa scioccare le classi dirigenti di ieri e di oggi, destra, sinistra, centro, protestanti, cattolici, neo-liberali e post-socialisti compresi, si respira e si fa spazio un certo agio nel disagio contemporaneo. Il disagio agiato avviene nel sincretismo contemporaneo tra il lusso e il degrado, l’opulenza e gli stenti, il chiaro e l’oscuro dell’esistenza. È il “sì” alla vita nella morte stessa. Ecco cos’è la tecnomagia: una danza sulle rovine, l’estasi nel cuore della distopia (pp. 225-226).

È sempre più urgente domandarsi come rapportarsi nei confronti della mutazione in atto, a meno che non si pensi l’essere umano ormai definitivamente perduto nella sua ibridazione con spettacolari tecnologie votate al suo sfruttamento totale e definitivo, dunque ridotto definitivamente e completamente al servizio di un sistema economico che, egemone sin dalla nascita della modernità, vanta una lunga successione di barbarie arginate soltanto, per quel che hanno potuto, da lotte e ribellioni nelle più diverse forme. Questa lunga storia sembra ormai essere giunta all’epilogo. Anche i tempi supplementari stanno finendo e chissà se arrivando ai calci di rigore in preda all’estatica danza sulle rovine descritta dal volume, si avrà almeno la lucidità di calciarli verso la porta giusta per non perdere tale lunga, ma non infinita, partita.

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Macron invita gli USA a “non danneggiare” la Ue nella competizione globale in corso

Il presidente francese Macron è in visita di stato negli Usa e non ha perso l’occasione per sottolineare le divergenze di interessi tra Europa e Stati Uniti. In un discorso alla comunità francese tenutosi all’ambasciata a Washington, Macron ha esortato a “cercare insieme di essere all’altezza di ciò che la storia ha suggellato tra noi, un’alleanza più forte di qualsiasi cosa”.

Ma il presidente francese ha anche messo in guardia dal “rischio” che “l’Europa e la Francia diventino una sorta di variabile di aggiustamento” nella rivalità tra Stati Uniti e Cina, le due principali potenze mondiali. Il rischio, ha detto, “è che, di fronte alle sfide del tempo, gli Stati Uniti guardino prima agli Usa, il che è normale, e poi guardino alla rivalità con la Cina e, in un certo senso, che l’Europa e la Francia diventino una sorta di variabile“.

Macron ha inteso denunciare come il programma di investimenti e sussidi degli Stati Uniti per aiutare le proprie aziende, rischia di “frammentare l’Occidente” e ha affermato di aver “detto con grande franchezza, con amicizia che quello che è successo negli ultimi mesi è una sfida per noi: le scelte fatte, di cui condivido gli obiettivi, in particolare l’Ira (Inflation Reduction Act, un programma di riforme e investimenti ambientali e sociali per le aziende americane) sono scelte che frammenteranno l’Occidente“.

Riferendosi agli incentivi varati dalla Casa Bianca a beneficio dei soli costruttori di auto Usa e di altre politiche di stimolo all’industria statunitense, giustificate con l’esigenza di contrastare il cambiamento climatico, Macron ha parlato di “misure super aggressive per i nostri imprenditori”.

Il presidente francese ha sottolineato come gli incentivi alla manifattura e alla tecnologia Usa sono avvertiti come un problema anche da altri Paesi dell’Unione europea: i sussidi alle aziende Statunitensi “potranno forse risolvere i vostri problemi, ma aggravano i miei”, ha affermato il capo dello Stato francese, paventando la perdita di posti di lavoro in Europa.

Colpisce il fatto che la medesima franchezza Macron avrebbe dovuto esprimerla anche sui danni all’economia europea – e ai vantaggi su quella statunitense – che derivano dalle sanzioni imposte alla Russia. Ma questa dovuta sottolineatura non è stata rilevata.

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Italia - Inflazione superiore a quella dell’Eurozona. Chi controlla gli aumenti dei prezzi?

I segnali di raffreddamento dell’inflazione nell’Eurozona sono arrivati ieri dai dati spagnoli e tedeschi, ma non da quelli dell’Italia. Secondo l’ultima rilevazione dell’Eurostat, l’inflazione nella zona euro è salita al 10% nel mese di novembre, toccando un livello inferiore rispetto al 10,4% atteso dagli analisti e rispetto all’incremento del 10,6% di ottobre.

Guardando al dato scorporato dai prezzi di energia e cibo, l’inflazione evidenzia un incremento tendenziale del 5%, in linea con la rilevazione di ottobre e con le attese. Se infatti si guarda alle principali componenti dell’inflazione nell’area dell’euro, l’energia registra il tasso annuo più basso a novembre (34,9%, rispetto al 41,5% di ottobre), seguita dai prodotti alimentari, da alcol e tabacco (13,6%, rispetto al 13,1% di ottobre), beni industriali non energetici (6,1%, stabili rispetto a ottobre) e servizi (4,2%, rispetto al 4,3% di ottobre).

In Italia invece, secondo le stime preliminari dell’Istat, a novembre l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (Nic), al lordo dei tabacchi, registra un aumento dello 0,5% su base mensile (era stato del 3,4% nel mese di ottobre) e dell’11,8% su base annua.

“Dopo la brusca accelerazione di ottobre, a novembre l’inflazione, che rimane a livelli record del marzo 1984 (all’epoca era l’11,9%), è stabile“, commenta l’Istat. “L’inflazione acquisita per il 2022 è pari a +8,1% per l’indice generale e +3,7% per la componente di fondo”.

Ma ad accelerare invece sono i prezzi del cosiddetto carrello della spesa – che comprende i prezzi dei beni di prima necessità (alimentari, per la cura della casa e della persona) – passando da +12,6% a +12,8%.

Chi controlla il boom dei prezzi?


Si va dunque ripresentando lo stesso problema rilevato sui prezzi al tempo del passaggio dalla lira all’euro. Nessuno controllò i “ritocchi” al rialzo dei prezzi e questi subirono una impennata che ha falcidiato per anni i salari e le pensioni. Si rende necessario che le istituzioni competenti comincino a “tracciare” la legalità dell’aumento dei prezzi dei generi alimentari andando a verificare passo passo come gli aumenti dovuti dai fattori esogeni (prezzi dell’energia e delle materie prime) si muovono lungo la filiera. Sarebbe interessante individuare se certi “ricarichi” sui prezzi siano decisamente arbitrari o ben superiori agli adeguamenti fisiologici.

Ma il “libero mercato”, come sentiamo ripetere da diversi esponenti del governo (“non bisogna disturbare chi produce“), non tollera controlli, e quindi i prezzi possono salire a totale discrezione di chi li fissa. Al contrario non sentiamo parlare di adeguamenti salariali all’inflazione e il salario minimo è stato affossato in Parlamento.

Abbassare le armi e alzare i salari è la migliore soluzione. Benvenuto sciopero generale!

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Prosegue l’invio di armi italiane all’Ucraina. Spese militari sganciate dai vincoli di bilancio

Ci sarà probabilmente un decreto ad hoc affinchè l’Italia continui a rifornire di armamenti l’Ucraina e quindi rimanga coinvolta nella guerra in Ucraina.

La Camera ha approvato la mozione del centrodestra, quella del Pd e parte di quella del clan Calenda/Renzi sulla guerra in Ucraina. È stata invece bocciata con 193 No e 46 Si la mozione del M5S. Respinta anche la mozione presentata dall’Alleanza Verdi-Sinistra con solo 54 voti favorevoli.

Il testo della mozione della maggioranza di destra impegna il governo, tra l’altro, “a sostenere le iniziative normative necessarie a prorogare fino al 31 dicembre 2023 l’autorizzazione, previo atto di indirizzo delle Camere, alla cessione di mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari alle autorità governative dell’Ucraina nei termini e con le modalità stabilite dall’articolo 2-bis del decreto legge 25 febbraio 2022, numero 14” e “ad assumere tutte le iniziative necessarie per conseguire l’obiettivo di una spesa per la difesa pari al 2 per cento del Prodotto interno lordo entro il 2028, anche promuovendo, nel quadro della riforma del Patto di stabilità e crescita, l’esclusione delle spese per gli investimenti nel settore della difesa dal computo dei vincoli di bilancio e a incrementare le risorse umane e finanziarie destinate alla politica estera, quale strumento fondamentale per tutelare l’interesse nazionale”.

Il governo potrebbe varare il testo del decreto già al prossimo Consiglio dei ministri, in programma giovedì. L’emendamento presentato ieri dalla maggioranza al Dl di proroga delle missioni Nato, all’esame della commissione Difesa ed Esteri del Senato, è stato prima accantonato e poi ritirato dalla destra dopo aver avuto garanzie dal PD e dal clan Calenda affinché non ci siano opposizioni o sorprese.

La proposta, che aveva suscitato molte perplessità, chiedeva di estendere fino al 31 dicembre del 2023 le norme sull’invio di mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari approvate dal governo Draghi e in scadenza alla fine dell’anno.

Durante la conferenza dei capigruppo di Palazzo Madama è stato trovato un accordo che prevede il ritiro della modifica in cambio del via libera entro dicembre a un decreto che proroga l’invio delle armi all’Ucraina deliberato dal precedente esecutivo.

La destra batte sul tamburo della guerra, il PD e Calenda le sorreggono lo spartito. Adesso l’Italia è ancora pienamente coinvolta nel conflitto in Ucraina e lo sarà per tutto il prossimo anno. Alla manifestazione per la pace del 5 novembre Letta meritava qualcosa di più di qualche strillo nelle orecchie.

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Stati Uniti e Cina allo scontro globale

di Raffaele Sciortino

I marxisti, non potendo oggi essere protagonisti della storia, nulla di meglio possono augurare che la catastrofe, sociale, politica e bellica, della signoria americana sul mondo capitalistico

Amadeo Bordiga

Il lavoro qui presentato cade in un contesto caratterizzato dal probabile approssimarsi di una nuova recessione economica globale, da una temperatura delle relazioni internazionali divenuta rovente con la guerra in Ucraina e, ancora, dall’intreccio fra crisi dei prezzi alimentari ed energetici e disastro climatico. Mentre all’orizzonte, è il tema del libro, si profila l’urto possente tra Stati Uniti e Cina. È un caos crescente e generalizzato che non si limita alle sfere alte della politica e dell’economia, ma sempre più incide nella vita quotidiana di centinaia di milioni di persone.

Günther Anders ha scritto che la forza di una concezione non sta tanto nelle risposte che dà, quanto nelle domande che soffoca. Ora, il delinearsi di una nuova qualità della dinamica storica stante la vera e propria crisi della civiltà capitalistica, palese solo che non ci si faccia abbacinare dallo spettacolo infomediatico, sta facendo (ri)emergere alcuni interrogativi che l’ideologia euforizzante del capitale globale in ascesa ha per decenni soffocato. Non solo fuori dall’Occidente, ma nello stesso mondo occidentale, dove i dilemmi del rapporto tra sé e il resto iniziano ad incrinare la camicia di forza delle ipocrisie postdemocratiche.

Questo libro vuol essere un contributo, attraverso la messa a fuoco del contesto emergente, alle domande che segneranno la nuova geistige situation der zeit (situazione mentale del tempo).

Lo fa riprendendo il filo di quello precedente I dieci anni che sconvolsero il mondo nel quale si metteva in prospettiva il decennio seguito allo scoppio della crisi globale per cercare di individuare, nei diversi quadranti geostorici, punti di non ritorno nella dinamica intrecciata del mercato mondiale, degli assetti geopolitici e dei rapporti di classe in particolare, focalizzando l’emergere del neopopulismo nelle società occidentali a conclusione della parabola discendente del movimento operaio classico e della crisi irreversibile della sinistra. Vi si delineava un inizio, si noti, di disarticolazione del sistema-mondo.

Questa chiave di lettura sistemica viene ora più precisamente definita e messa alla prova applicandola, per così dire, al nesso Stati Uniti/Cina. Che non viene letto a sé come relazione tra grandi potenze, bensì come asse fondamentale degli assemblaggi del capitalismo globale e banco di prova della loro tenuta/crisi. In gioco c’è il tutto del sistema mondiale, non semplicemente due sue componenti, ancorché le principali.

È questo il nodo oggi cruciale per l’evoluzione del capitalismo: la direttrice di scontro frontale tra i due pesi massimi esprime, più in profondità, l’urgenza di una ristrutturazione complessiva del rapporto di capitale, e dunque tra le classi, che al momento si avvita invece in una crisi apparentemente senza vie d’uscita. Un assunto che, appaia plausibile o meno, può essere “posto”, cioè pienamente dimostrato, solo alla fine dell’intero ragionamento (à la Hegel). Il lettore troverà comunque nel prologo una sintesi introduttiva del nesso costitutivo tra globalizzazione (riproduzione capitalistica internazionalizzata), egemonia statunitense basata sull’imperialismo del dollaro, collocazione (asimmetrica) della Cina nella divisione internazionale del lavoro data. Ciò, di nuovo, a evitare i possibili fraintendimenti di una ristretta lettura geopolitica. La lente geopolitica viene ampiamente usata, va da sé, ma sempre nel quadro di una visione d’insieme delle contraddizioni del capitalismo globale, inter-borghesi e di classe, a indicarne i passaggi in cui la crisi della valorizzazione si fa acuta divenendo crisi socio-politica e la competizione inter-capitalistica scontro aperto. Geopolitica, dunque, come economia e politica concentrate allo stadio dell’imperialismo.

Il libro inizia allora con il tentativo di una diagnosi più precisa dello stato generale della globalizzazione. Che risulta attualmente di rallentamento caratterizzato da alcuni importanti smottamenti più che di vera e propria de-globalizzazione (Prima parte: Crisi nella globalizzazione). È l’indice di una accumulazione mondiale sempre più asfittica, ma ancora al di qua di una precipitazione catastrofica. In effetti, però, le linee di faglia delle future rotture sono già evidenti in primis lo sforzo statunitense di disaccoppiare l’economia cinese dai segmenti alti del mercato mondiale cui Pechino sta cercando di accedere ed emergeranno prepotentemente a misura che l’economia mondiale entrerà in una nuova, decisa crisi. Ma il ritmo del dis/assemblaggio è dettato da variabili molteplici in ultima istanza, la dinamica dell’accumulazione mondiale e della lotta di classe e il passaggio a un più deciso corso di de-globalizzazione non si darà senza una precipitazione economica e, di qui, una crisi geopolitica importante che vedrà coinvolta direttamente la Cina.

Il senso di marcia è dato così dall’andamento e dalle modalità dello scontro sino-americano. Rintracciarne le cause di fondo e le linee potenziali di sviluppo alla luce delle strategie messe in campo e delle contraddizioni oggettive, è il compito della altre due parti del lavoro. L’intento di fondo non è descrittivo obiettivo che sarebbe fuori portata per chiunque così come la sequenza dei temi non è strettamente cronologica. Piuttosto, le due parti hanno focus specifici. Quella dedicata agli Stati Uniti tematizza la crisi sociale e politica interna e la difficoltà di articolare una Grand Strategy all’altezza della fase. La parte dedicata alla Cina ne ricostruisce, in sintesi, il corso storico di ascesa negli aspetti fondamentali: dalla questione agraria alla nuova strategia di sviluppo, dalla lotta di classe all’emergere del ceto medio, dalla proiezione esterna con le Nuove Vie della Seta ai primi passi dell’internazionalizzazione dello yuan, ai fattori di crescente attrito diplomatico-militare con Washington.

In estrema sintesi, il rapporto Stati Uniti/Cina si configura come uno scontro alle prime mosse ma inevitabile. Da un lato abbiamo un capitalismo in ascesa che ha ancora ampi margini di sviluppo quantitativi e qualitativi anche se non più nella forma eroica dell’“accumulazione socialista” e, dunque, non come un’isola chiusa ma direttamente vincolato al mercato mondiale e lavora contro le zavorre del passato anche per rimettere in discussione la ripartizione del plusvalore prodotto in loco ma in buona parte appropriato dall’imperialismo. Sul fronte opposto, abbiamo l’egemone mondiale che nello svolgere una funzione ordinativa a tutt’oggi indispensabile a scala internazionale suggellata dal dominio del dollaro, opera un prelievo sempre più oneroso e destabilizzante per il capitale nel suo insieme e per il corso cinese in particolare. Nessuno dei due contendenti può rinunciare alla partita: Washington perché vi gioca il mantenimento della propria egemonia; Pechino perché la possibilità di completare la transizione a un moderno capitalismo, basato sulla modalità del plusvalore relativo e su un compromesso sociale socialdemocratico, dipende in ultima istanza dallo spazio di manovra sottratto all’imperialismo, pena il rinculo se non la disgregazione stanti i molteplici fattori di criticità interni. Di qui la contraddizione specifica di fase tra la necessità, speculare e opposta, per Cina e Stati Uniti di conservare la globalizzazione e l’urgenza di mettere in atto strategie che finiscono per minarla. La struttura torna a far premio sulle strategie rendendo l’equazione impossibile. In questo quadro, per entrambi la lotta di classe interna agirà come acceleratore dalle ripercussioni globali, seppure in un contesto assai differente da quello del ciclo di lotte dell’operaio massa in Occidente intrecciato con la sollevazione anticoloniale anti-occidentale degli anni '60-'70 del Novecento.

Ne derivano alcune implicazioni importanti sintetizzate nel capitolo conclusivo sulla cui filigrana si articola l’intero libro.

Primo. Allo stato, l’ascesa cinese non è in grado di porre in senso proprio una sfida egemonica, il che postulerebbe non solo il declino secco della potenza statunitense, ma altresì la possibilità/capacità del Dragone di sostituire lo specifico ruolo imperialista ricoperto da Washington alla scala dell’intero circuito capitalistico mondiale, ciò da cui Pechino è ad oggi lontanissima. Nessun secolo cinese è in vista.

Secondo. La Cina ha di fronte a sé una sfida, questa sì, esistenziale: o fa un salto di sviluppo o la pressione imperialista rischia di far saltare il grado di sviluppo acquisito e con esso il compromesso sociale tra le classi e la tenuta dello stesso stato unitario. La classe lavoratrice cinese ha di fronte a sé questo groviglio intricato di fattore di classe e fattore nazionale. Il suo scioglimento dipende in ultima istanza dalla dinamica mondiale della lotta di classe. Ma l’indifferentismo rispetto al problema non può che portare acqua al mulino della crociata anti-cinese.

Terzo. Il nodo di fondo è sistemico: allo stato delle cose, gli Stati Uniti paiono sì in grado di difendere, bene o male, la propria egemonia o, almeno, il proprio dominio mondiale, ma a costo di minare gli assi portanti della globalizzazione, uno su tutti: l’intreccio fin qui virtuoso con la Cina. Senza poter prospettare al momento un nuovo ordine economico e geopolitico. Il caos è assicurato: un suo superamento non distruttivo per le classi lavoratrici e la comunità umana tutta è impossibile senza rimettere in discussione la peculiare configurazione dell’attuale imperialismo. Il che richiederebbe di ri-tematizzarlo, per lo meno, a livello di armi della critica (eresia?!).

Quarto. Ne deriva che la prospettiva di un nuovo ordine multipolare è assai incerta, per non dire del tutto improbabile. Con ciò, la prospettiva multipolarista rappresenta una sorta di riformismo da seguire attentamente, in quanto percorso e posizionamento di forze statali e sociali dialetticamente intrecciate, ma senza farsi illusioni sulla sua consequenzialità e realizzabilità.

Quinto. Una probabile direzione di marcia sembra essere quella di una disarticolazione sistemica che prefigura, è vero, scenari non proprio idillici, ma potrebbe anche aprire in prospettiva a una battaglia mondiale per la transizione a un diverso ordinamento sociale, nel quale la riproduzione della società venga sottratta ai meccanismi della competizione e del profitto. Qualunque sia il corso del sistema internazionale, è in ultima istanza il possente gioco delle forze sociali collettive a determinarne gli esiti: il che rende l’analisi di classe indispensabile. A meno di rassegnarsi al caos distruttivo e alle consolazioni identitarie e monotematiche irrimediabilmente fissate al frammentismo.

Prima di chiudere un’ultimissima considerazione. Inutile girarci intorno: questo libro, per quel tanto (o, piuttosto, poco) che avrà corso, non potrà evitare l’accusa di anti-americanismo. Basta intendersi. Oggi, non si può anche solo desiderare un altro mondo senza essere anche “anti-americani” intendendo con ciò non solo, in generale, essere contro il regime egemone dell’imperialismo, ma augurar(si) la catastrofe, sociale, politica e bellica, della signoria americana sul mondo capitalistico. Che è anche la conditio sine qua non della liberazione delle energie delle classi lavoratrici nordamericane. Ad altri lasciamo l’illusione, o peggio, di essere anti-americani (senza virgolette) e non avanzare la minima esigenza di una organizzazione sociale non capitalistica.

Il lettore saprà certamente valutare da sé la validità o meno delle analisi proposte individuandovi anche questioni e temi che l’autore ha, nella migliore delle ipotesi, solo sfiorato dalla questione tutt’altro che storiografica del modo di produzione asiatico a quella della “transizione” e, ovviamente, le numerose lacune. Che siano di auspicio per futuri lavori non più solo individuali.

Lo studio per questo libro ha preso forma negli ultimi due anni, che hanno visto un notevole restringimento dell’area di dibattito precedentemente frequentata o auscultata, per fattori solo parzialmente dovuti alla pandemia. Tanto più preziosi per me, allora, il confronto continuativo con Stefano Vannicelli, Robert Ferro (che ha contribuito anche con la Nota sulla rendita fondiaria) e Emiliana Armano, nonché le conversazioni con Piero Pagliani, Maurizio Pentenero, Rosanna Maccarone, Alvise Grammatica. A Matteo Montaguti e Antonio Alia devo lo stimolo per la stesura del capitolo sulla classe media cinese presentato a un seminario da loro organizzato. Vorrei infine ringraziare oltre ai numerosi autori, in particolare cinesi, dai cui lavori ho tratto materiali e riflessioni Luca Bellocchio della Statale di Milano e l’editore e amico Asterios Delithanassis per il sostegno e la fiducia che mi hanno dimostrato.

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Monicelli: un Maestro che non ha mai nascosto le sue convinzioni

Il 29 novembre 2010 moriva Mario Monicelli, regista italiano, antifascista, protagonista della commedia all’italiana, autore di film impegnati come La grande guerra (1959), I compagni (1963), Vogliamo i colonnelli (1973), Un borghese piccolo piccolo (1977).

Tra i suoi tanti capolavori, altre straordinarie pellicole come Guardie e ladri (1951), Padri e figli (1957), I soliti ignoti (1958), Amici miei (1975), Amici miei – Atto II (1982), Caro Michele (1976), Parenti Serpenti (1992) e, soprattutto, la dissacrante rappresentazione del Medioevo e della Chiesa Cattolica fatta in L’Armata Brancaleone (1966) e il successivo Brancaleone alle crociate (1970), l’altrettanto irriverente ed esilarante denuncia della nobiltà romana ne Il Marchese del Grillo (1981).

Artista impegnato, le sue opere sono sempre state caratterizzate da una denuncia di fondo della società borghese, dei suoi soprusi e ipocrisie. Non nascose mai le sue convinzioni: “Senza Stalin, eravamo tutti nazisti, questa è la realtà. Non come quella mascalzonata di Benigni in “La vita è bella”, quando alla fine fa entrare un carro armato con la bandiera americana. Quel campo, quel pezzo d’Europa la liberarono i russi, ma... l’Oscar si vince con la bandiera a stelle e strisce, cambiando la realtà”.

Prima di morire, nella sua ultima intervista dichiarò: “La speranza di cui parlate è una trappola, una brutta parola, non si deve usare. La speranza è una trappola inventata dai padroni. La speranza è quella di quelli che ti dicono che Dio... state buoni, state zitti, pregate che avrete il vostro riscatto, la vostra ricompensa nell’aldilà (...) Sì siete dei precari, ma tanto fra 2 o 3 mesi vi riassumiamo ancora, vi daremo il posto. State buoni, andate a casa e... stanno tutti buoni. Mai avere speranza! La speranza è una trappola, una cosa infame inventata da chi comanda. Io spero che finisca in una specie di... quello che in Italia non c’è mai stato: una bella botta, una rivoluzione che non c’è mai stata in Italia”.

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Il Mali respinge la Francia, ma i russi c’entrano poco

Il 21 novembre 2022, il primo ministro ad interim del Mali, il colonnello Abdoulaye Maïga, ha pubblicato sui social media una dichiarazione in cui afferma che il Mali ha deciso di “vietare, con effetto immediato, tutte le attività svolte dalle ONG che operano in Mali con finanziamenti, supporto materiale o tecnico della Francia“.

Pochi giorni prima di questa dichiarazione, il governo francese aveva tagliato l’aiuto pubblico allo sviluppo (APS) al Mali perché riteneva che il governo del Mali fosse “alleato dei mercenari russi di Wagner“. Il colonnello Maïga ha risposto dicendo che si tratta di “accuse fantasiose” e di un “sotterfugio volto a ingannare e manipolare l’opinione pubblica nazionale e internazionale“.

Le tensioni tra Francia e Mali sono aumentate nel corso del 2022. L’ex potenza coloniale è tornata in Mali con un intervento militare nel 2013 ufficialmente per combattere l’ascesa dell’insurrezione islamista nella parte settentrionale del Paese; nel maggio 2022, il governo militare del Mali ha espulso le truppe francesi.

La decisione di maggio è arrivata dopo diversi mesi di accuse incrociate tra Parigi e Bamako, che hanno rispecchiato l’aumento del sentimento antifrancese in tutta la regione africana del Sahel.

Una nuova ondata di “sentimenti” anticoloniali ha investito le ex colonie francesi, dove i dibattiti sono ora incentrati sulla necessità di rompere la morsa della Francia sulle loro economie e di porre fine all’intervento militare delle truppe francesi.

Dal 2019, i Paesi che fanno parte dell’Unione Economica e Monetaria dell’Africa Occidentale e della Comunità Economica e Monetaria dell’Africa Centrale si stanno lentamente sottraendo al controllo francese sulle loro economie (ad esempio, nel 2020, i francesi hanno annunciato ufficialmente che per l’Africa Occidentale avrebbero posto fine all’obbligo per i Paesi di depositare metà delle loro riserve di valuta estera presso il Tesoro francese attraverso il vecchio strumento coloniale del franco CFA).

Secondo una notizia circolata in Africa occidentale e nel Sahel – accreditata da una mail inviata da un “consigliere non ufficiale” dell’ex Segretario di Stato americano Hillary Clinton – uno dei motivi per cui l’allora presidente francese Nicolas Sarkozy voleva rovesciare il presidente libico Muammar Gheddafi nel 2011 era perché il leader libico aveva proposto una nuova valuta africana al posto del franco CFA.

La Francia nega che il motivo di questa tensione con il Mali sia dovuto al nuovo umore anticoloniale. Il governo francese afferma che è interamente dovuto all’intimità del Mali con la Russia.

Le forze armate del Mali hanno instaurato legami sempre più stretti con il governo e le forze armate russe. Il ministro della Difesa del Mali, colonnello Sadio Camara, e il capo di Stato maggiore dell’aeronautica, generale Alou Boï Diarra, sono considerati “gli architetti” di un accordo stipulato tra l’esercito maliano e il gruppo Wagner nel 2021 per far entrare in Mali diverse centinaia di mercenari nell’ambito della campagna contro i gruppi jihadisti.

I soldati della Wagner sono in Mali, ma non sono la causa della frattura tra Parigi e Bamako. La temperie anticoloniale è precedente all’ingresso di Wagner, che la Francia sta usando come scusa per coprire la sua umiliazione.

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