Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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04/11/2023
01/12/2022
Monicelli: un Maestro che non ha mai nascosto le sue convinzioni
Il 29 novembre 2010 moriva Mario Monicelli, regista italiano, antifascista, protagonista della commedia all’italiana, autore di film impegnati come La grande guerra (1959), I compagni (1963), Vogliamo i colonnelli (1973), Un borghese piccolo piccolo (1977).
Tra i suoi tanti capolavori, altre straordinarie pellicole come Guardie e ladri (1951), Padri e figli (1957), I soliti ignoti (1958), Amici miei (1975), Amici miei – Atto II (1982), Caro Michele (1976), Parenti Serpenti (1992) e, soprattutto, la dissacrante rappresentazione del Medioevo e della Chiesa Cattolica fatta in L’Armata Brancaleone (1966) e il successivo Brancaleone alle crociate (1970), l’altrettanto irriverente ed esilarante denuncia della nobiltà romana ne Il Marchese del Grillo (1981).
Artista impegnato, le sue opere sono sempre state caratterizzate da una denuncia di fondo della società borghese, dei suoi soprusi e ipocrisie. Non nascose mai le sue convinzioni: “Senza Stalin, eravamo tutti nazisti, questa è la realtà. Non come quella mascalzonata di Benigni in “La vita è bella”, quando alla fine fa entrare un carro armato con la bandiera americana. Quel campo, quel pezzo d’Europa la liberarono i russi, ma... l’Oscar si vince con la bandiera a stelle e strisce, cambiando la realtà”.
Prima di morire, nella sua ultima intervista dichiarò: “La speranza di cui parlate è una trappola, una brutta parola, non si deve usare. La speranza è una trappola inventata dai padroni. La speranza è quella di quelli che ti dicono che Dio... state buoni, state zitti, pregate che avrete il vostro riscatto, la vostra ricompensa nell’aldilà (...) Sì siete dei precari, ma tanto fra 2 o 3 mesi vi riassumiamo ancora, vi daremo il posto. State buoni, andate a casa e... stanno tutti buoni. Mai avere speranza! La speranza è una trappola, una cosa infame inventata da chi comanda. Io spero che finisca in una specie di... quello che in Italia non c’è mai stato: una bella botta, una rivoluzione che non c’è mai stata in Italia”.
Fonte
Tra i suoi tanti capolavori, altre straordinarie pellicole come Guardie e ladri (1951), Padri e figli (1957), I soliti ignoti (1958), Amici miei (1975), Amici miei – Atto II (1982), Caro Michele (1976), Parenti Serpenti (1992) e, soprattutto, la dissacrante rappresentazione del Medioevo e della Chiesa Cattolica fatta in L’Armata Brancaleone (1966) e il successivo Brancaleone alle crociate (1970), l’altrettanto irriverente ed esilarante denuncia della nobiltà romana ne Il Marchese del Grillo (1981).
Artista impegnato, le sue opere sono sempre state caratterizzate da una denuncia di fondo della società borghese, dei suoi soprusi e ipocrisie. Non nascose mai le sue convinzioni: “Senza Stalin, eravamo tutti nazisti, questa è la realtà. Non come quella mascalzonata di Benigni in “La vita è bella”, quando alla fine fa entrare un carro armato con la bandiera americana. Quel campo, quel pezzo d’Europa la liberarono i russi, ma... l’Oscar si vince con la bandiera a stelle e strisce, cambiando la realtà”.
Prima di morire, nella sua ultima intervista dichiarò: “La speranza di cui parlate è una trappola, una brutta parola, non si deve usare. La speranza è una trappola inventata dai padroni. La speranza è quella di quelli che ti dicono che Dio... state buoni, state zitti, pregate che avrete il vostro riscatto, la vostra ricompensa nell’aldilà (...) Sì siete dei precari, ma tanto fra 2 o 3 mesi vi riassumiamo ancora, vi daremo il posto. State buoni, andate a casa e... stanno tutti buoni. Mai avere speranza! La speranza è una trappola, una cosa infame inventata da chi comanda. Io spero che finisca in una specie di... quello che in Italia non c’è mai stato: una bella botta, una rivoluzione che non c’è mai stata in Italia”.
Fonte
11/09/2022
11/11/2021
17/10/2021
03/08/2021
24/01/2021
10/09/2019
13/07/2019
13/06/2019
30/12/2016
Sondaggio. Per cambiare le cose la rivoluzione è meglio delle riforme?
Il grande maestro Mario Monicelli ci regalerebbe un sorriso leggendo la notizia. Lui che in una intervista storica disse che affidarsi alla speranza è sbagliato e che in Italia le cose andavano male perché non c'era stata una rivoluzione, si sentirebbe meno solo e maggiormente compreso. Un sondaggio dell'istituto demoscopico di Trieste SWG, svolto tra il 15 e il 16 dicembre scorso, ha rilevato alcuni dati estremamente interessanti nelle risposte degli intervistati. La domanda posta era la seguente:
“Le emozioni che si provano più spesso in questo periodo” per i ceti bassi sono di gran lunga il “disgusto” e la “rabbia”.
Alla domanda “secondo lei il nostro Paese, in questi anni, si sta modernizzando o sta regredendo”, solo l'8% dei ceti bassi e il 24% dei ceti alti ha risposto che si sta modernizzando, mentre rispettivamente il 78% ha risposto che sta regredendo.
Alla domanda “quali sono i due principali nemici del benessere degli italiani” per i ceti bassi al primo posto sono “i poteri forti”, al secondo i “corruttori”, al terzo le “banche” e solo, distanziato, all'ultimo posto il “populismo”.
La cautela sui sondaggi è doverosa, ma i dati emersi hanno alle spalle i risultati del referendum del 4 dicembre avvenuto dieci giorni prima del sondaggio effettuato. La composizione sociale di chi ritiene che una rivoluzione sarebbe una soluzione più efficace delle riforme, corrisponde a quella rivelatasi decisiva per la sconfitta del Si e la vittoria del No, ossia i settori popolari. I dati del sondaggio confermano come con la disoccupazione che avanza, con l'arretramento dello stato sociale, con l'aumento delle disuguaglianze e con la forbice sempre più ampia tra la ricchezza di pochi e la povertà di tanti, spingono settori sociali verso una maggiore radicalità.
La convinzione della maggioranza di coloro che vivono più pesantemente di altri questa condizione (quelli che vengono definiti nel sondaggio come i “ceti bassi” e che ormai comprendono gran parte della popolazione italiana) è sempre più orientata verso soluzioni ben diverse da quelle prospettate dai partiti tradizionali o dalla vecchia ideologia dominante in Italia e in Europa. Del resto anche la Corte Costituzionale, in una sua recentissima sentenza, ha affermato che prima del pareggio di bilancio vengono i bisogni primari, che sono diritti costituzionali.
Si vanno determinando oggettivamente condizioni di enorme interesse per rimettere in campo progetti tesi ad un cambiamento radicale della situazione. Mettere mano alla soggettività politica capace di interpretarle e organizzarle sul piano di una rottura con segno progressista, è diventata una urgenza dalla quale non ci si può più sottrarre. E' in tale scenario che assume una importanza strategica l'assemblea nazionale di Eurostop già convocata a Roma per sabato 28 gennaio. Contenuti e forme di un soggetto politico adeguato verranno discussi nel merito per dare risposta ad una domanda semplice ma ormai ineludibile: se non ora, quando?
Per il sondaggio vedi: qui.

Fonte
"Alcuni ritengono che per cambiare veramente le cose in Italia ci vorrebbe una rivoluzione, altri pensano che occorra andare sulla strada delle riforme. Quale delle due posizioni condivide maggiormente"?Il 53% dei “ceti bassi” della popolazione e il 35% di quelli alti ritengono che “per cambiare veramente le cose in Italia ci vorrebbe una rivoluzione”. Che siano sufficienti le riforme sono invece convinti il 24% dei ceti bassi e il 55% dei ceti alti. Non si pronunciano rispettivamente il 23% e il 10%.
“Le emozioni che si provano più spesso in questo periodo” per i ceti bassi sono di gran lunga il “disgusto” e la “rabbia”.
Alla domanda “secondo lei il nostro Paese, in questi anni, si sta modernizzando o sta regredendo”, solo l'8% dei ceti bassi e il 24% dei ceti alti ha risposto che si sta modernizzando, mentre rispettivamente il 78% ha risposto che sta regredendo.
Alla domanda “quali sono i due principali nemici del benessere degli italiani” per i ceti bassi al primo posto sono “i poteri forti”, al secondo i “corruttori”, al terzo le “banche” e solo, distanziato, all'ultimo posto il “populismo”.
La cautela sui sondaggi è doverosa, ma i dati emersi hanno alle spalle i risultati del referendum del 4 dicembre avvenuto dieci giorni prima del sondaggio effettuato. La composizione sociale di chi ritiene che una rivoluzione sarebbe una soluzione più efficace delle riforme, corrisponde a quella rivelatasi decisiva per la sconfitta del Si e la vittoria del No, ossia i settori popolari. I dati del sondaggio confermano come con la disoccupazione che avanza, con l'arretramento dello stato sociale, con l'aumento delle disuguaglianze e con la forbice sempre più ampia tra la ricchezza di pochi e la povertà di tanti, spingono settori sociali verso una maggiore radicalità.
La convinzione della maggioranza di coloro che vivono più pesantemente di altri questa condizione (quelli che vengono definiti nel sondaggio come i “ceti bassi” e che ormai comprendono gran parte della popolazione italiana) è sempre più orientata verso soluzioni ben diverse da quelle prospettate dai partiti tradizionali o dalla vecchia ideologia dominante in Italia e in Europa. Del resto anche la Corte Costituzionale, in una sua recentissima sentenza, ha affermato che prima del pareggio di bilancio vengono i bisogni primari, che sono diritti costituzionali.
Si vanno determinando oggettivamente condizioni di enorme interesse per rimettere in campo progetti tesi ad un cambiamento radicale della situazione. Mettere mano alla soggettività politica capace di interpretarle e organizzarle sul piano di una rottura con segno progressista, è diventata una urgenza dalla quale non ci si può più sottrarre. E' in tale scenario che assume una importanza strategica l'assemblea nazionale di Eurostop già convocata a Roma per sabato 28 gennaio. Contenuti e forme di un soggetto politico adeguato verranno discussi nel merito per dare risposta ad una domanda semplice ma ormai ineludibile: se non ora, quando?
Per il sondaggio vedi: qui.
Fonte
16/02/2013
Monicelli e il Cinema Italiano
Quest'uomo è uno dei pochi capaci a dare un senso al concetto di cinema come arte col pregio di riuscire a inondare chi lo ascolta - anche uno a cui del cinema fottesega - del proprio entusiasmo e passione verso il mondo della pellicola.
In anni sterili e vuoti di qualsivoglia sentimento come quelli odierni, non è roba da poco.
01/12/2010
Chi vive sperando...
In giorni in cui l'Italia va sempre più a rotoli, provo a confortarmi con le profetiche parole pronunciate da Mario Monicelli in una delle sue ultime interviste.
Il padre della commedia all'italiana (quella che metteva a nudo e dissacrava la società, non le cagate di Boldi/De Sica ecc.) esprime il punto di vista più schietto e spudoratamente reale che abbia ascoltato negli ultimi tempi in merito all'andamento della Penisola.
Il defunto regista non fa prigionieri; non sì limita, infatti, a demolire l'intera classe politica del nostro paese, ma rottama anche la base sociale, ormai marcia da (almeno) tre generazioni. Il plauso postumo che gli tributo, tuttavia, è per l'uso d'un termine sempre più inviso alla forma mentis del cittadino d'ogni categoria: rivoluzione.
Un termine sistematicamente rifuggito perché concentra in se tutto quello che si dovrebbe fare (e non si vuol fare) per cambiare le cose, a cominciare dal mettersi in gioco, cioè essere disposti a rischiare anche tutto pur di svegliarsi un giorno sotto un cielo diverso.
A questo proposito, sarei curioso di sapere cosa ne pensa Monicelli delle recenti proteste studentesche che, personalmente, mi auguro vengano sempre più frequentemente definite con orgoglio (prima di tutto da chi vi partecipa) rivolte!
E se ne vadano a ramengo i celerini, gente che giura fedeltà allo "Stato" ma s'impegna solo a far quadrato intorno alle istituzioni, preservandone gli esclusivi interessi!
Il padre della commedia all'italiana (quella che metteva a nudo e dissacrava la società, non le cagate di Boldi/De Sica ecc.) esprime il punto di vista più schietto e spudoratamente reale che abbia ascoltato negli ultimi tempi in merito all'andamento della Penisola.
Il defunto regista non fa prigionieri; non sì limita, infatti, a demolire l'intera classe politica del nostro paese, ma rottama anche la base sociale, ormai marcia da (almeno) tre generazioni. Il plauso postumo che gli tributo, tuttavia, è per l'uso d'un termine sempre più inviso alla forma mentis del cittadino d'ogni categoria: rivoluzione.
Un termine sistematicamente rifuggito perché concentra in se tutto quello che si dovrebbe fare (e non si vuol fare) per cambiare le cose, a cominciare dal mettersi in gioco, cioè essere disposti a rischiare anche tutto pur di svegliarsi un giorno sotto un cielo diverso.
A questo proposito, sarei curioso di sapere cosa ne pensa Monicelli delle recenti proteste studentesche che, personalmente, mi auguro vengano sempre più frequentemente definite con orgoglio (prima di tutto da chi vi partecipa) rivolte!
E se ne vadano a ramengo i celerini, gente che giura fedeltà allo "Stato" ma s'impegna solo a far quadrato intorno alle istituzioni, preservandone gli esclusivi interessi!
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