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mercoledì 8 febbraio 2017

Un’altra vittima dell’Orda d’Oro dell’Ucraina golpista

Se non fosse per il terrorismo sempre più sfacciato con cui stanno conducendo da quasi tre anni una guerra di annientamento contro il proprio popolo; se non fosse per la scia di attentati terroristici che si stanno lasciando dietro e che stamani (erano le 6.12 locali), ad appena tre giorni da quello contro il capo della direzione delle milizie della LNR, Oleg Anaščenko, è costato la vita al colonnello Mikhail Tolstykh (“Givi”), comandante del battaglione “Somalia” delle milizie della DNR; se non fosse per i metodi da SS “suffragati” da ideologie naziste evidentemente da sempre covate, allora, guardando ai vertici dell'Ucraina golpista, potrebbe sembrare di assistere dal vivo al vecchio aneddoto del parroco pisano che concludeva ogni parabola sui principali peccatori della storia sentenziando che fossero tutti livornesi; solo che, nella Kiev di majdan e delle stragi neonaziste nel Donbass, le parabole sono raccontate al contrario.

Se un rappresentante della razza umana si è distinto per la più celebre opera d'arte, quello era ucraino. Se si tratta di un'invenzione scientifica o tecnica: per forza, viene dall'Ucraina. Diritto costituzionale, capolavori della letteratura, della musica, della pittura; invenzioni militari e capostipiti religiosi: tutto ha avuto le proprie origini in Ucraina. Questo nel passato; per il presente, guai a mettere in dubbio la centralità cosmica di Kiev: gli attentati di Bruxelles di un anno fa furono attuati per distogliere l’attenzione mondiale dalla condanna di Nadežda Savčenko in un tribunale russo; le operazioni antiterrorismo in Siria sono state condotte per distrarre l'opinione pubblica mondiale dalla situazione ucraina. E via di questo passo. Così, dopo la Gioconda di Leonardo (ucraina), dopo Buddha (ucraino), dopo il Canada (donato al mondo dagli ucraini), dopo l'eroe leggendario Ilja Muromets (anch'egli nato non in Russia ma in Ucraina), dopo Čajkovskij e Dostoevskij ribattezzati ucraini, ora si apprende che anche Genghis Khan era nato in Ucraina, approssimativamente in un'area tra il Don e il Dnepr; sua madre si chiamava Elena e suo padre, ebreo, Isaak. Lo ha stabilito lo studioso di Kharkov, Aleksandr Zinukhov, secondo il quale non è vero che i mongoli arrivarono nell'antica Rus nel XIII secolo; è vero invece che vi tornarono, essendo originari della Khazarija (grosso modo un'area di espansione a partire dall'odierno Daghestan) e, per successive aggregazioni con popoli nomadi di origini turche, una parte di essi confluì nell'Orda d'Oro. Dunque anche Genghis Khan, nato nelle steppe khazare, solo in età matura si sarebbe spostato a combattere in Asia, con eserciti composti per lo più da tribù russe e turche.

Ma, se le cose stanno così – e questa volta, malauguratamente per Kiev, l'ucraino Zinukhov difficilmente può fregiarsi della primogenitura – come la mettiamo con quella “Orda”, come sempre più spesso a Kiev viene definita la Russia con intento dispregiativo, a significare che la totale dominazione tataro-mongola sui principati russi (in realtà solo due, a differenza invece di tutti quelli ucraini) ne avrebbe forgiato i caratteri tutt'oggi “barbarici”? Delle due l'una: se si attribuisce al grande Genghis, insieme alle sue origini “ucraine”, anche il merito storico di ogni successiva sua eredità, allora la qualificazione di “Orda” s'addice in primo luogo proprio a quelle steppe che gli avrebbero dato i natali. Dunque, anche l'Orda ebbe origini ucraine!

Ora, che a una larga parte delle civilizzazioni sviluppatesi in Asia centrale a partire dai secoli II, III e IV possano attribuirsi radici anche mongole e che popolazioni vissute nell'area attorno al mar Nero abbiano per forza abitato anche le steppe dell'odierna Ucraina meridionale, non trasforma per ciò stesso l'Ucraina golpista nel centro del mondo. Caso mai, se di orda, nel senso negativo del termine, può parlarsi, questa è tanto più riflessa negli atteggiamenti degli odierni neonazisti, di coloro che, come la star delle cronache occidentali Julija Timošenko, tanto per citare solo l'ultimo esempio, ha chiesto l'altro ieri di “adottare una legge sui territori occupati e introdurre la legge marziale nelle regioni di Donetsk e Lugansk, per farla finita con questa insolenza del commercio coi territori occupati" e affamare dunque la popolazione del Donbass. Un appello, quello della ex regina del gas, raccolto ieri alla Rada da chi incita i reparti neonazisti, che da giorni stanno bloccando la linea ferroviaria che unisce Dontesk a Gorlovka (nel segmento sotto controllo ucraino), a far uso delle armi nel caso altri militari o poliziotti ucraini tentino di fermarli.

Se di orda può parlarsi, allora la si vede nell'impiego di batterie missilistiche, lanciarazzi, mortai e artiglierie contro la popolazione civile, come continua a verificarsi da oltre una settimana e anche oggi lungo la direttrice di Mariupol; si vede nei cecchini che, nel tardo pomeriggio di ieri, hanno sparato contro la troupe di news-front.info nella zona di Kominternovo, forse per ritorsione contro le madri degli stessi soldati ucraini che, nella provincia di Kherson, avevano bloccato una colonna di carri armati diretta verso Mariupol.

Se c'è una nuova “orda” che minaccia l'Europa, senza che i suoi Alti Rappresentanti se ne preoccupino e, anzi, insistano a proclamare la necessità di “appoggiare l'Ucraina sulla strada delle riforme nella sfera economico-sociale”, allora è quella di coloro che continuano a inneggiare ai Bandera e ai Šukhevič; è quella di coloro per i quali le porte dell'Europa, pur solo a parole, ma a dispetto di quegli Alti Rappresentanti, “rimarranno chiuse finché persisteranno” a inneggiare alle SS e ai loro complici.

E' stato chiaro il leader polacco di Prawo i Sprawiedliwość (“Diritto e giustizia”), quel Jarosław Aleksander Kaczyński non certo campione di “socialismo” che, riferendosi all'OUN-UPA , ha dato l'altolà a quanti in Ucraina “hanno costruito il culto di persone colpevoli di un tale genocidio nei confronti del popolo polacco che, per quanto fosse difficile superare in crudeltà i massacri commessi dai tedeschi, essi riuscirono a superarli". In un'intervista al settimanale Do Rzeczy, (ripresa anche da altri media polacchi) Kaczyński ha riferito di aver detto “chiaramente al presidente Porošenko che, con Bandera, essi non entreranno in Europa. Abbiamo dato prova di grande pazienza, ma c'è un limite a tutto”.

Un limite che la UE e i suoi Alti Rappresentanti sembrano ignorare, nonostante la stessa Washington abbia appena revocato il visto d'ingresso al leader del Partito Radicale Oleg Ljaško, capo di quei deputati che alla Rada chiedono il blocco energetico ed economico del Donbass. Pensano gli Alti Rappresentanti UE di prendere il posto che, in Ucraina, si prospetta forse vacante per alcuni ripensamenti di Washington? Aspettano forse gli Alti Rappresentanti, appoggiando “le riforme in Ucraina”, che i nazisti di Kiev, con i loro fossati e i loro “valli europei”, dopo aver massacrato i Dremov, i Mozgovoj, i Motorola, i Givi, trasformino l'intero Donbass in un Konzentrationslager sul modello dei loro vecchi maestri? In tal caso ben si adeguerebbero a tali cervelli della UE le parole con cui il vecchio Engels bollava “quell'intelligenza miope e quella Dummschlauheit (stupida astuzia) del comune bottegaio speculatore, che persegue un fine ben stabilito, e con errate valutazioni delle cause e degli effetti, raggiunge esattamente quello opposto”.

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