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sabato 3 giugno 2017

Nuovi giochi Usa-Ue intorno alla Moldavia

Sta continuando da una settimana la mezza crisi diplomatica tra Russia e Moldavia. Lunedì scorso il governo di Kišinëv ha dichiarato “persona non grata” cinque funzionari dell’ambasciata russa, dopo di che, nel giro di due giorni, Mosca ha fatto lo stesso con altrettanti diplomatici moldavi. Il 1 giugno, è stato negato l’ingresso in Moldavia al vice direttore del Centro governativo russo di analisi, Gleb Pokatovič, che si stava recando a Tiraspol nell’ambito degli scambi intergovernativi tra Mosca e la regione autonoma della Transnistria.

Nelle due capitali, si fa notare come questa sia la più acuta crisi nei rapporti russo-moldavi degli ultimi 25 anni. Secondo fonti russe, tuttavia, la situazione non sarebbe che il risultato di un conflitto interno ai vertici moldavi, più specificamente, tra Presidente e Parlamento. Tant’è che ieri la maggioranza parlamentare ha respinto la richiesta avanzata dal Partito Socialista (all’opposizione, cui appartiene il Presidente Igor Dodon) di ascoltare il governo, in particolare il Ministro degli esteri e dell’integrazione europea Andrej Galbur e il Direttore dei Servizi di sicurezza Mikhaj Balan, sulle ragioni dell’espulsione dei diplomatici russi. I deputati socialisti avrebbero allora lasciato l’aula parlamentare, ma sembra che sia stato raggiunto il numero di firme sufficienti a promuovere una mozione sulla sfiducia al Ministro Galbur, che potrebbe essere esaminata entro due settimane.

Secondo il deputato socialista Vlad Batryncha, la vicenda dei diplomatici non costituisce altro che “una provocazione della coalizione governativa pro-europeista nei confronti del presidente Igor Dodon, che molto ha fatto negli ultimi tempi per lo sviluppo dei rapporti russo-moldavi”.

In effetti, la carica presidenziale riveste in Moldavia un carattere essenzialmente rappresentativo e Dodon, eletto lo scorso novembre con una vittoria sulla candidata filo-occidentale Maia Sandu, non ha alcun potere decisionale sulle scelte del governo, che controlla 56 seggi sui 101 del Parlamento. Tuttavia, già i primi passi del neo presidente, a inizio anno (il primo viaggio estero lo aveva condotto a Mosca) avevano destato preoccupazione nei vertici Nato e UE e la vicenda attuale pare doversi inquadrare nei giochi condotti dalle cancellerie occidentali per togliere terreno al presidente.

La Tass riporta l’opinione del presidente della Commissione della Duma russa per le questioni della CSI e l’integrazione euroasiatica, Leonid Kalašnikov, che vede nella questione una lotta tra Dodon e il petroliere oligarca, presidente del PD (al governo) Vladimir Plakhotnjuk. Quest’ultimo, osserva Kalašnikov, “proprio di recente è stato in America e ne è tornato con smanie aggressive; evidentemente, qualcuno lo deve aver nutrito di speranze e promesse e lui, col suo partito, ha intensificato la contrapposizione a Dodon e alla sua linea di cooperazione con la Russia”.

Il vice presidente della Commissione esteri del Senato russo, Vladimir Džabarov, mette l’accento sui timori degli avversari di Dodon di vedersi sottrarre la maggioranza parlamentare alle prossime elezioni legislative, fissate per l’autunno: “In caso di vittoria del Partito Socialista” nota Džabarov, “Dodon diverrebbe allora un presidente effettivo”, forte della maggioranza di governo.

Dodon, definendo “atto vergognoso” l’espulsione dei 5 funzionari russi, ha detto anche che è “molto pericolosa la decisione del governo di coinvolgere il Paese nei giochi geopolitici di Bruxelles, Washington e NATO in questa regione. Sono convinto che essi non comprendano il prezzo che dovrà pagare la Moldavia, e in quale intricata e rischiosa situazione possano collocare il nostro paese e il nostro popolo. Si sono decisi a questo grave passo, che non rimarrà senza conseguenze negative”.

A breve, Dodon avrebbe comunque intenzione di convocare una riunione straordinaria del Consiglio di sicurezza, in cui discutere il passo di Galbur e Balan, senza peraltro nominare – fanno notare su pravda.ru – il primo ministro Pavel Filip, il quale, da parte sua, incontrandosi lo scorso febbraio con l’ambasciatore yankee James Pettit, gli aveva confermato che “gli USA rimangono partner strategico della Moldavia” e che “l’aiuto di USA e UE aveva avuto un’influenza decisiva nella stabilizzazione della situazione economico-finanziaria nel 2016”, ribadendo che “l’atto fondamentale dello scorso anno è stato l’accordo con il FMI”.

Effettivamente, nel 2016, Washington e Kišinëv avevano sottoscritto due accordi per 100 milioni di dollari: naturalmente, per sostenere “le riforme economiche”. L’amministrazione Trump avrebbe ora promesso altri 250 milioni di dollari: la condizione è l’allontanamento del contingente di pace russo dalla Transnistria.

Ma, “la Moldavia non è in grado di risolvere i propri principali problemi strategici, a partire dalla questione della Transnistria, senza l’aiuto della Russia”, ha dichiarato ieri Dodon a margine del Forum economico di Pietroburgo; e, a proposito dell’accordo con la UE, ha aggiunto che non è il caso di affrettarsi “a prendere un treno che sta già perdendo vagoni”.

Lo scontro Filp-Dodon, scrive Ajdyn Mekhtiev su pravda.ru, verte in effetti, in gran parte, sulla questione europea: il primo ministro respinge categoricamente la proposta presidenziale di denunciare l’accordo di associazione alla UE; Filip considera gli USA partner strategico per la Moldavia, mentre Dodon vede nella Russia il partner prioritario.

A giugno 2014, Kišinëv aveva sottoscritto un accordo di associazione e sulla zona di libero scambio globale con la UE, secondo il quale il mercato moldavo dovrebbe essere completamente aperto alle merci europee. D’altro canto, il programma elettorale di Dodon prevedeva di ristabilire la partnership strategica con Mosca, riportare la produzione nazionale verso il mercato russo e normalizzare la cooperazione energetica.

Su questo sfondo, si sono svolte ieri manifestazioni nel centro della capitale, organizzate dal Partito Nostro, il cui vice presidente, Dmitrij Čubašenko, ha proposto ai dimostranti di adottare la risoluzione “Ultimo avviso a Plakhotnjuk”. Il corso anti-russo, è stato detto durante il meeting, in riferimento anche alla progettata chiusura di canali tv russi o alla crescente isteria attorno alla Transnistria, “è condotto su iniziativa e sotto il diretto controllo del capo del regime antipopolare e di rapina, che ha preso in ostaggio la Moldavia, cioè dal presidente del Partito Democratico e coordinatore della coalizione di governo Vladimir Plakhotnjuk. Smantellando le relazioni tra Moldavia e Russia, Plakhotnjuk conta di stornare l’attenzione dei cittadini moldavi e dei nostri partner esterni dai propri crimini: dal fatto che proprio lui è stato il principale beneficiario del furto del miliardo” nel 2015.

Purtroppo, affermano gli esponenti del Partito Nostro, “a braccetto di Plakhotnjuk si sono trovati anche il presidente Dodon e il suo Partito socialista. Lavorando alla riforma elettorale a fianco di Plakhotnjuk, i socialisti aiutano a mantenere il regime antipopolare esistente”. Il Partito Nostro, mentre invita “Dodon e il PS a passare dalla parte del popolo e rinunciare alla politica collaborazionista col regime antipopolare di Plakhotnjuk”, proclama di sostenere le nuove proteste di piazza, programmate a partire dal prossimo 11 giugno.

Formalmente impossibilitati a partecipare alle manifestazioni, i membri del cosiddetto “Gruppo Petrenko”, sostenitori dell’ex deputato comunista Grigorij Petrenko e del “Blocul rosu” (il “Blocco rosso” da lui guidato), arrestati dopo le manifestazioni del settembre 2015 e tuttora sottoposti a “controllo giudiziario”, con divieto di partecipare a qualunque azione di protesta e proibizione di lasciare il paese. L’accordo di associazione alla UE pare non escludere tali misure.

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