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giovedì 8 giugno 2017

Ucrainizzazione: tra filologia e carri armati

Poche ore fa è iniziata una forte offensiva ucraina contro la Repubblica popolare di Lugansk, con bombardamenti di quartieri civili nelle aree di Stakhanov, Donetskij, Frunze e Kalinovo. Ma nel frattempo, a Kiev, c’è chi si diletta di “storia” per arrivare a proclamare la supremazia ucraina sulla civilizzazione universale.

Per non essere da meno del fratello, l’ex presidente ucraino Viktor Juščenko – che qualche mese fa aveva ucrainizzato Čajkovskij, Dostoevskij e Repin – Petro, storico ed ex deputato della Rada, omeliando di temi apostolici sul canale Rada, rivela che gli antichi filosofi greci disquisivano in lingua ucraina. Juščenko ha parlato di un’antica unica civilizzazione che univa quasi settanta popoli, tra cui quello ucraino, sebbene quest’ultimo si trovasse alla sua periferia. “A sud di Somalia ed Etiopia non ci fu e non ci sarà alcuna civilizzazione. A est e nordest del Don ci fu una civilizzazione conquistatrice, mentre quella civilizzazione creativa, inclusa Scizia e Ucraina, che si trova ai confini – sì, l’Ucraina – l’ocraina, soltanto che si tratta dell’ocraina della civilizzazione”, ha detto Juščenko, giocando sul significato slavo del nome: Ukraina è infatti okraina – la periferia. E quell’antica civiltà non solo parlava ucraino, ma addirittura Diogene avrebbe consigliato di usarla quale lingua statale, ha sottolineato Petro lo storico, attribuendo così al filosofo cinico una categoria che solo 24 secoli più tardi sarebbe divenuta la bandiera del nazionalismo golpista a Kiev.

Gli ha replicato il politologo dell’Università di Lugansk, Dmitrij Krysenko, secondo il quale “i filosofi greci non avevano nemmeno idea dell’Ucraina e degli ucraini, dato che simili termini sono stati coniati dagli austro-ungarici, a cavallo tra i secoli XIX e XX e addirittura un grande letterato come Ivan Franko si definiva rusino” o rutheno. Inoltre “l’apparizione della prima formazione politica denominata “Ucraina” è legata al 1917, a differenza ad esempio della “Novorossija”, comparsa sulle carte dell’impero russo nel 1764”.

Ormai, quella di ucrainizzare lo scibile umano, è diventata una costante degli esponenti della nuova civiltà sorta sulle rive del Dnepr nel febbraio 2014. Una civiltà innalzata a battistrada delle nuove forme del modello liberale occidentale: se il “ce lo chiede l’Europa” significa, nei paesi di “più antica tradizione civile”, una crescita di tariffe energetiche di qualche punto percentuale, ecco che il FMI porta l’Ucraina all’avanguardia, con aumenti del 300, 350 e anche 700%; ecco che il 78% degli ucraini non è in condizione di pagare le tariffe municipali, cresciute di 10 volte in tre anni. Se l’Europa chiede che si innalzi l’età pensionabile, ecco che FMI e Banca Mondiale “chiedono” a Kiev di dare un colpo di acceleratore, con cui si annullano in pratica i contributi versati a fini pensionistici.

Ma questo sembra essere ancora poco, se il paese, secondo il IMD World Competitiveness Yearbook 2016, citato da Novorosinform, si è ben posizionato al 60° posto – sui 63 paesi esaminati – per concorrenzialità internazionale, verificata su 333 criteri per situazione economica e imprenditoriale, efficienza degli organi statali e stato delle infrastrutture. E’ così che il Commissario europeo Johannes Hahn ha ammonito Kiev che resta appena un anno, prima delle elezioni presidenziali, per accelerare sulle “riforme” sanitaria, pensionistica e fondiaria e sulle privatizzazioni: cioè spalancare completamente le porte alla svendita di territorio e imprese ai capitali occidentali.

Una svendita che sa tanto, scrive Aleksej Gumilëv, di “sindrome degli aborigeni”, i quali vendettero le isole di Manhattan per un pugno di bigiotteria del valore di 26 dollari. Nello specifico della riforma sanitaria, se ne sta occupando la ministra Uljana Suprun – cittadina americana, di genitori ucraini emigrati – contando sul calo dell’aspettativa di vita degli ucraini, con una popolazione che le cifre ufficiali danno a 38 milioni (l’ultimo censimento è del 2001,) ma che pare avvicinarsi ai 25 milioni. Un calo nell’aspettativa di vita cui contribuisce direttamente la fuga di cervelli: nel 2015 sarebbero emigrati dal paese oltre 10mila medici (su 160.000) e altri 13mila specialisti nel 2016.

Ovviamente, questi dati preoccupano soltanto quella fetta di popolazione caduta in miseria e passata dal 12 al 60% nei tre anni majdanisti; non turba certo quegli oligarchi e alti funzionari che, mentre sbraitano contro “l’aggressione russa”, non disdegnano di mantenere ville e palazzi nella Crimea “occupata”, come documenta RIA Novosti. Angustia ancor meno l’oligarca-presidente Petro Porošenko, accusato ora dalla rivale in affari – prima ancora che in politica – la martire del gas Julija Timošenko, di prolungare consapevolmente la guerra nel Donbass per coprire, lui e la sua cerchia, “l’inaudita corruzione” che dilaga nel paese.

Non sono certo umanitari i motivi che spingono l’ex primo ministro, che nella primavera del 2014 fu intercettata mentre auspicava “una bomba atomica” sui russi del Donbass. Nell’Ucraina golpista la lotta è, come nella “rivoluzione arancione” di tre lustri fa, finalizzata solo ad assicurarsi posizioni indispensabili a controllare quel che resta delle ricchezze del paese.

Alla Timošenko ha immediatamente replicato il “Blocco Porošenko”, che ha proposto di mandare sotto inchiesta la bionda “eroina” europeista per “alto tradimento”, avendo sottoscritto con Mosca, quando era primo ministro, nel 2009, il contratto di fornitura del gas russo: un atto qualificato dai deputati presidenziali non solo “delitto contro il popolo ucraino, ma anche tradimento degli interessi nazionali”.

In questo quadro, suona l’allarme l’ex ambasciatore della Repubblica Ceca in Russia e Ucraina, Jaroslav Bashta che, commentando i risultati di un sondaggio – secondo cui il 60% dei giovani ucraini sarebbe disposto a lasciare il paese – ha posto l’accento sulla questione delle minoranze nazionali e dei problemi con Russia, Ungheria, Polonia, Moldavia, Romania e Bielorussia, di fronte al rifiuto governativo di ogni idea di federalizzazione e alla possibile disgregazione del paese.

In questo senso, news-front.info paragona l’Ucraina golpista al Kosovo dominato dalla “ideologia sciovinista grande-albanese”, che aggredisce regolarmente la minoranza serba. In Ucraina, succede lo stesso coi rusini dell’Oltrecarpazia, uno dei territori accorpati all’Ucraina nel 1944 grazie al potere sovietico, così come il Donbass negli anni ’20, la Galizia nel 1939, la Crimea nel 1954. Kiev tenta con ogni mezzo, senza successo, di assimilare i circa 160mila ungheresi dell’Oltrecarpazia. Fa lo stesso con gli oltre 200mila bulgari di Bessarabia. Il metodo è quello dei battaglioni, i nazionalisti del “Karpatskaja Seč” in un caso, i nazisti di Pravyj Sektor in un altro, e ancora i nazionalisti di Svoboda nel caso delle minoranze polacche.

Per quanto riguarda i russi del Donbass, l’ex capo di Pravyj Sektor, Dmitro Jaroš, ha dichiarato che “è sufficiente la volontà politica di attaccare; militarmente, siamo in grado di riprendere il Donbass in un attimo”. E la vice presidente della frazione parlamentare “Fronte popolare” (di Jatsenjuk e Turčinov) Viktorija Sjumar, ha detto che “i generali ucraini sono pronti per l’attacco al Donbass”. Detto fatto: notizie di poche ore fa diramate da rusvesna.su indicano attacchi ucraini in forze nell’area di Želobok, una cinquantina di km a nordovest di Lugansk.

Sembra dunque che stia per cedere l’ultimo freno venuto da Washington: appena cinque giorni fa l’ambasciatrice USA a Kiev, Mari Jovanovič aveva dichiarato che il Segretario di Stato Rex Tillerson starebbe esaminando la possibilità di un più attivo intervento statunitense nel processo negoziale di pace, correggendo l’iniziale posizione di Donald Trump, che pareva scaricare sulla UE la questione ucraina. Può darsi che le parole di Tillerson abbiano messo fretta ai golpisti di Kiev.

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