La controriforma
costituzionale/istituzionale del sistema politico italiano si presenta,
da un lato, come l’ennesimo tentativo di risolvere tramite ingegneria
costituzionale un problema politico del nostro paese – e dell’Europa
intera – di lungo corso, quello cioè della perdita di sostanza del
concetto di “democrazia rappresentativa”; dall’altro, questa ennesima
riforma sancisce la chiara volontà da parte dei governanti (non solo
Renzi e il PD, ma tutto l’arco potenzialmente chiamato a poter
governare) di bypassare la crisi di consenso e del concetto di
rappresentanza che la costruzione europeista impone agli Stati aderenti.
Questi due aspetti sono evidentemente legati fra loro: il primo
costituisce il problema politico di lungo periodo che attraversa le
società capitaliste neoliberiste; il secondo la risposta che la visione
politica egemone al momento ha escogitato per tentare non di risolvere,
ma di contenere e gestire quel tipo di problema.
E’ ormai cosa nota – ci arrivano pure Corriere e Repubblica
– che è in atto nel consesso europeo una “crisi della democrazia”,
intesa come estrema difficoltà, da parte delle istituzioni
rappresentative preposte, d’inglobare le differenti visioni del mondo
e le differenti classi all’interno di un contesto formale di
rappresentanza politica. L’astensionismo dilagante e sempre più maggioritario nei
vari paesi; la polarizzazione politica tra forze neoliberiste ed
espressioni del populismo variamente inteso – polarizzazione apparente,
vista la sostanziale condivisione del modello produttivo strutturale
comune sia alle forze “popolari/socialiste” sia a quelle “anti-euro”;
l’assenza di ogni possibile alternativa politica all’esistente, che
porta sempre più spesso chi si oppone a tale sistema di potere verso un
certo nichilismo senza “prospettive generali” piuttosto che ad una vera e
propria proposta organizzativa capace di contendere il primato sulla
scena della Politica e del consenso.
Rimane aperta una questione di fondo
riguardo all’origine di questo processo di trasformazione
socio-politica: al capitale globale non interessa più il “consenso”
interno, dunque non si cura più dei processi d'inclusione sociale e di
rappresentanza politica delle varie forme del dissenso, eliminando
all’origine ogni possibile mediazione basata su parziali redistribuzioni
di reddito; oppure è la mediazione che è divenuta impossibile, visto lo
stato di crisi dei profitti che attanaglia i mercati occidentali almeno
dalla fine degli anni Settanta, con un processo di lenta contrazione –
amplificato in questi anni – che rende impossibile attivare quei
meccanismi riformisti-inclusivi tipici dello sviluppo socialdemocratico
seguito al secondo dopoguerra? Insomma, la “crisi della democrazia”
deriva da scelte politiche o da necessità economiche? Non ci sembra una
questione facilmente districabile in poche battute. Se indichiamo
nell’adeguamento politico ad un processo economico per lo più subìto dai
sistemi politici occidentali la chiave di lettura, in sostanza staremmo
discolpando una classe di potere politico che in fin dei conti, per
preservare il proprio potere, sta navigando a vista nel tentativo d'impedire a queste tensioni centrifughe di rappresentare un problema per
il potere. Se, al contrario, indichiamo in precise scelte politiche tale
volontà di trasformazione del sistema economico e poi del sistema di
rappresentanza, rischieremmo di avvalorare una concreta “autonomia del
politico” che agisce anche contro le logiche economiche, imponendo un
modello di sviluppo (il neoliberismo), che si dimostra non funzionare,
quando quello precedente (capitalismo sociale, o renano, impostato sul
modello economico keynesiano), aveva dato prova della sua capacità di
generare profitti e consenso.
L’unico elemento che ci sembra ovvio,
guardando a come stanno evolvendo i sistemi politici dei paesi a
“capitalismo maturo”, è la difficoltà di rappresentare le varie istanze
della società, di integrarle in un processo politico inclusivo. Mancano i
soggetti politici adeguati, certamente, ma questi mancano
esclusivamente per incapacità soggettiva di determinati gruppi dirigenti
o per la strutturale impossibilità di attivare politiche riformiste
tali da rendere credibili quei soggetti politici? Propendiamo per la
seconda ipotesi, fatti salvi gli errori madornali e i tradimenti dei
ceti dirigenti di sinistra in questo ventennio. Oggi è strutturalmente
impossibile attivare politiche riformiste, dunque contenitori partitici
simili a quelli avuti nel quarantennio post seconda guerra mondiale,
anche se ci fossero in giro gli stessi dirigenti che diedero vita a quei
modelli.
Quale che sia la ragione di fondo, è un
dato di fatto la necessità del sistema di potere politico trasversale di
certificare, attraverso riforme istituzionali simili a quella appena
approvata al Parlamento, l’esigenza di comandare senza più mediare,
eliminando all’origine quegli organi di rappresentanza democratica che
costituivano il terreno dove esercitare i rapporti di forza in chiave
riformista. Oggi quei rapporti di forza non esistono più, dunque non c’è
bisogno di alcun apparato istituzionale antieconomico da mantenere.
Oggi un partito come il PD, con il 40% dei voti di un 60% degli elettori
(dunque con circa il 25% dei consensi della popolazione del paese),
rischierebbe di governare con il 55% dei seggi, imponendo una modifica
talmente radicale del concetto di “democrazia rappresentativa” che in
confronto la “legge truffa”, il “gollismo”, lo “stato forte”
costituiscono pallidi riferimenti storici non in grado di descrivere il
processo di accentramento politico in atto. Oltretutto, l’assenza di
partiti in grado di rappresentare una comunità politica, anche fosse
solo quella degli elettori di riferimento, renderebbe non tanto “il
partito” il soggetto politico egemone, ma il suo segretario, nel
frattempo trasformatosi in “leader”.
Il processo di verticalizzazione
generale della dinamica politica di potere è inevitabile, perché è la
diretta conseguenza di un processo economico di esclusione delle classi
subalterne dalle garanzie sociali che ne consentivano una propria
organizzazione, anche politica. La “società politica”, così come quella
economica, è oggi nettamente divisa in due, molto più che in passato: da
una parte chi dal processo di accentramento economico europeista ci ha
in sostanza guadagnato; dall’altra chi ne è uscito impoverito e sempre
più escluso da ogni forma di garanzia: salariale, economica, sociale,
politica. Per i primi l’offerta politica, in buona sostanza, va bene
così, perché espressione dei propri interessi sociali. Il PD è oggi il
soggetto egemone, ma non il solo: manca all’appello tutta un’area di
centrodestra desiderosa di liberarsi dal populismo forza leghista e in
attesa di una proposta politica all’altezza della nuova ricomposizione
di classe interna alla borghesia. Per i secondi, l’unica possibilità di
opporsi allo stato di cose presenti è aderire a qualcuna delle variegate
proposte populiste: Lega Nord o Movimento 5 Stelle, per quanto riguarda
il contesto italiano, ma non è detto che non ne sorgeranno di simili
nel prossimo futuro. L’assenza di un’alternativa politica “di sistema”
favorisce un’opposizione al corso neoliberista in forma alienata.
Nonostante Lega Nord e M5S siano anch’essi in tutto e per tutto interni
al discorso neoliberista, l’essere gli unici soggetti politici in grado
di attivare narrazioni conflittuali li trasforma immediatamente in
contenitori in cui la protesta dei subalterni inevitabilmente viene
incanalata, al netto della tensione nichilista dei soggetti sociali
esclusi anche da questa possibile rappresentanza.
Alla fine, tornando alle domande originarie, possiamo dire che l’assenza di una credibile alternativa
politica, capace di giocarsi la partita sul piano dell’egemonia e del
consenso, capace di parlare a una generalità di classe più vasta dei
singoli micro-settori di riferimento, è la vera causa del circolo
vizioso economico-politico attuale. L’assenza di alternativa impedisce
al capitale di immaginare percorsi di inclusione tali da garantirsi la
permanenza al potere. Un potere che non ha necessità di preservarsi non
escogita alcuno strumento per garantirsi il consenso anche delle classi
subalterne, innestando dinamiche economiche perverse che si riflettono
sull’andamento generale del sistema produttivo e dei profitti.
L’impossibile mediazione rende anche lo Stato un contenitore non più
necessario allo sviluppo produttivo. La dinamica di decentramento,
sfoltimento, dimagrimento statale in favore di organi sovranazionali e
a-politici risponde esattamente a questa esigenza, quella di
razionalizzare una serie di costi sociali non più necessari, primo fra i
quali il costo della mediazione e della rappresentanza politica,
questione questa non più all’ordine del giorno dei vari ordinamenti
statuali. La devoluzione dei poteri statali lascia però campo aperto
alle logiche esclusive del libero mercato, composto non da un “grande
fratello” coerente con se stesso, ma a una miriade di singoli attori
economici che inevitabilmente tendono al monopolio. A differenza di
quanto amano ripetere gli economisti neoclassici, il bene dei singoli
produttori non produce il bene del sistema produttivo in generale. I
singoli capitalisti, insomma, non sono “il capitalismo”, e mentre per i
primi va tutto per il meglio e i profitti continuano invariabilmente a
correre, per il secondo la questione è più complessa, vista la
perdurante crisi generale che lo attanaglia. Una crisi che, in assenza
di alternativa politica, impedisce di essere colta in tutta la sua
valenza. Il capitale riesce ancora a nascondere sotto il tappeto le sue
indifferibili contraddizioni. Tali contraddizioni potrebbero per giunta
continuare senza soluzioni, non è infatti necessario per il sistema nel
suo complesso risolverle se questo non pregiudica la sua tenuta al
comando. Ciò non toglie, in conclusione, che il sistema capitalistico,
nonostante i suoi laudatores, stia attraversando una crisi
epocale e senza apparenti vie d’uscita. Una condizione che non va
confusa, ripetiamo, con il livello dei profitti dei singoli capitalisti,
ma che genererà anche per loro una selezione darwiniana in virtù del
mastodontico processo di accentramento monopolistico che sta riguardando
l’economia globale. L’unica possibilità d’uscita è ancora, tutta, nel
nostro campo.
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