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09/04/2015

Yemen - A due settimane di guerra la soluzione è ancora lontana

di Roberto Prinzi

“Una grande nazione come lo Yemen non sarà sottomessa alle bombe. Pensiamo a come terminare la guerra, pensiamo ad un cessate il fuoco”. L’invito è stato lanciato stamane dal presidente iraniano Ruhani durante un discorso televisivo. “Portiamo gli yemeniti al tavolo dei negoziati affinché siano loro a decidere del loro futuro – ha aggiunto il presidente – accettiamo il fatto che il destino dello Yemen è nelle mani del popolo yemenita e non di nessun altro”. Rivolgendosi ai paesi rivali della coalizione sunnita, Ruhani è stato poi netto: “queste campagne militari sono sbagliate”.

Dello stesso avviso è il ministro degli esteri iraniano Mohammad Javad Zarif che, in queste ore, sta incontrando ad Islamabad il premier pakistano Nawaz Sharif. Tra i temi di discussione vi è il conflitto in corso in Yemen. Zarif, che è arrivato ieri nella capitale pakistana, ha affermato che Teheran è pronta a facilitare i negoziati di pace da cui dovrebbe nascere un governo yemenita di ampie intese e ha chiesto un immediato cessate-il-fuoco per permettere i soccorsi umanitari. “Dobbiamo lavorare insieme per porre fine alla crisi nel Paese – ha affermato l’alto diplomatico iraniano – dobbiamo raggiungere una soluzione politica che dia vita ad un governo di unità attraverso il dialogo”. Zarif ha ammesso però che la parola finale spetta solo agli yemeniti: “noi possiamo facilitare i negoziati, come paesi della regione, come paesi che possono esercitare qualche influenza, ma la soluzione politica spetta agli yemeniti”.

La visita di Zarif ha luogo mentre il parlamento pakistano sta discutendo se schierarsi attivamente (militarmente) con la coalizione a guida saudita contro i ribelli huthi. Il Pakistan e l’Oman avevano espresso ieri la loro “preoccupazione” per quanto sta accadendo in Yemen e per le conseguenze che questa guerra in corso potrebbe avere per la pace e la stabilità dell’intera regione. Partecipando al “Quinto incontro sulle consultazioni politiche bilaterali tra Pakistan e Oman”, Islamabad e Masqat avevano inoltre concordato a rafforzare la cooperazione in campo economico, difensivo e nella lotta al terrorismo.

All’atteggiamento conciliatorio iraniano (almeno a parole), fa da contraltare quello bellicoso statunitense. Intervistato ieri dal programma PBS Newshour, il segretario di Stato Usa John Kerry ha nuovamente accusato Teheran di sostenere i ribelli houthi (accusa negata categoricamente dagli iraniani) mostrando i muscoli. Gli Stati Uniti, ha dichiarato Kerry, sosterranno ogni stato in Medio Oriente che si sente minacciato dall’Iran, e “non resteranno fermi” qualora la repubblica islamica dovesse destabilizzare la regione. Il segretario statunitense ha poi denunciato l’aiuto offerto dagli iraniani ai ribelli zaiditi houthi: “ci sono rifornimenti che evidentemente vengono dall’Iran”.

Quello che non ha ricordato Kerry è che anche gli Usa stanno fornendo aiuto ad una parte del conflitto, la coalizione sunnita a guida saudita. Washington, infatti, sta inviando carichi di armi per aiutare la campagna militare di Riyad contro gli houthi e gli uomini dell’ex presidente Saleh. A dichiararlo pubblicamente senza troppe reticenze è stato ieri il vice segretario di Stato, Tony Blinkern, durante la sua visita a Riyad: “I sauditi stanno mandando agli houthi e ai loro alleati un messaggio forte: ‘voi non potete invadere il Paese con la forza’. Per questo motivo abbiamo consegnato armi aumentando la nostra condivisione di informazioni di intelligence e stabilendo una cellula di coordinamento unificato nel centro delle operazioni saudite”.

Gli americani, però, farebbero meglio a preoccuparsi soprattutto di al-Qa’eda. Ieri il Segretario alla Difesa Usa, Ash Carter, ha affermato preoccupato che il ramo yemenita di al-Qa’eda sta facendo “grandi conquiste” nel Paese approfittando del caos in corso e ha esortato pertanto gli Usa a ripensare alla loro strategia contro l’organizzazione fondamentalista islamica. Da Tokyo, dove si trova per rafforzare l’alleanza con il Giappone in termini di sicurezza, Carter ha aggiunto che il crollo del governo centrale yemenita ha reso più difficile condurre operazioni di anti-terrorismo contro “al-Qa’eda nella Penisola Araba”. I timori del Segretario alla difesa non sono del tutto infondati: i qa’edisti yemeniti hanno invaso la città di Mukalla la scorsa settimana liberando diversi jihadisti tra cui un leader dell’organizzazione fondamentalista islamica e sono particolarmente forti nella regione orientale dell’Hadramawt. Carter ha però voluto rassicurare i suoi concittadini: “questo non vuol dire che non continueremo a prendere provvedimenti per proteggerci. Lo dobbiamo fare, ma in un modo differente” confermando che Washington già sta fornendo intelligence, informazioni logistiche e “qualche rifornimento di armi e munizioni” ai sauditi.

Al-Qa’eda, intanto, avrebbe offerto in queste ore una taglia di 20 kg di oro per la cattura o l’uccisione del leader dei ribelli houthi Abdel Malek al-Huthi e dell’ex presidente yemenita Ali Abdullah Saleh. L’offerta, fatta attraverso un video distribuito dal canale mediatico dell’organizzazione estremista islamica, è stata rivelata dal gruppo di monitoraggio SITE.

Continuano per il 15esimo giorno consecutivo i raid aerei della coalizione a guida saudita nel Paese, mentre si registrano violenti combattimenti tra houthi e sostenitori del presidente Hadi nella città di Aden. Secondo l’organizzazione Mondiale della Sanità (WHO), da quando è iniziato il conflitto il 19 marzo scorso sono morte almeno 643 persone e più di 2.200 sono state ferite. Il WHO afferma che migliaia sono le famiglie disperse e denuncia la situazione “critica” in cui versa il Paese.

Nonostante le violenze in corso, sono incominciati ad arrivare ad Aden i primi aiuti sanitari grazie ad una nave contenente due tonnellate e mezzo di medicine. Secondo il portavoce militare saudita, il porto della città non è sicuro e per questo motivo ci sarebbero dei ritardi nella consegna dei rifornimenti umanitari. La Commissione internazionale della Croce Rossa (ICRC) ha detto che ieri un suo team chirurgico è giunto nell’ex capitale dello Yemen del Sud. “[La situazione] è quasi catastrofica – ha dichiarato alla Reuters Marie Claire Feghali, portavoce dell’ICRC in Yemen – i negozi sono chiusi per cui le persone non possono procurarsi né cibo né acqua. Ci sono cadaveri nelle strade e gli ospedali sono ormai allo stremo”.

A rendere ancora più teso il clima in città, è l’annuncio dell’arrivo di due navi da guerra nel golfo di Aden. L’emittente iraniana in lingua inglese Press Tv, riportando una dichiarazione dell’Ammiraglio Habibollah Sayyar, ha provato a stemperare gli animi. Gli incrociatori non interverranno militarmente – sostengono gli iraniani – ma “saranno impegnati in una missione anti-piratesca volta a salvaguardare le rotte delle navi della regione”.

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