| “Trionfo della Morte”, Pieter Bruegel il Vecchio, 1562 |
Questo è noto; quello che invece, quasi
sempre, sfugge è la principale asimmetria dello scontro che, prima
ancora che militare o politica, è di carattere psicologico, e dalla
quale discende tutto il resto. Ed è il diverso atteggiamento di fronte
alla morte dei due schieramenti combattenti.
Una delle chiavi interpretative della modernità può essere il suo rapporto con la morte.
A lungo l’Europa ha condiviso con tutti gli altri modelli di civiltà il
carattere prevalentemente religioso e, come tale, ha risolto il suo
rapporto con la morte dentro un rapporto di fede, che assicurava un
oltre dopo la morte; quel che, in qualche modo, conciliava l’uomo con
l’idea della sua fine personale.
Man mano che si è proceduto sul sentiero
della secolarizzazione, questa conciliazione è andata via via
evaporando ed oggi, giunti all’età dell’ateismo e dell’agnosticismo di
massa, è praticamente svanita. Oggi anche una parte dei credenti
(peraltro minoranza, nella società europea) non è più tanto sicura della
vita ultraterrena. Finita anche la breve stagione romantica della
“morte eroica” (per la patria o per la classe, poco importa) ed
approdati all’epoca dell’iper individualismo, l’uomo europeo (ma diciamo
meglio: occidentale) si scopre solo e del tutto impotente davanti alla
morte.
La modernità si è costruita intorno
all’idea di un dominio totale dell’uomo sulla natura e, con esso, il
sogno inconfessato della vittoria sulla morte, supremo punto di arrivo
di quel dominio.
Tutto l’Ottocento ha esorcizzato la morte,
con strategie che decostruivano l’idea stessa della mortalità,
attraverso la promessa di progressi scientifici che annullassero, se non
il fenomeno stesso della mortalità, ogni singola ragione specifica di
morte degradata da “destino dell’uomo” a incidente. Si muore per una
malattia, per un sinistro o perché uccisi, dunque per una qualche causa
efficiente accidentale. Dunque, occorre cercare di neutralizzare ogni
singola causa e la scienza prometteva di farlo.
Ma con il sopraggiungere del disincanto
della modernità, segnato dal “nuovo senso di disperazione”, l’uomo
“moderno” ha scoperto sempre più limiti al suo sogno di onnipotenza. Il
progresso non è più infinito e senza effetti imprevisti e non
auspicabili.
Freud dice che ciascuno, nel suo
subconscio, si ritiene immortale e l’angoscia di morte è solo il senso
di colpa per un desiderio rimosso. In qualche modo, l’illusione della
vita ultraterrena, coltivata dalla fede prima, e con la fede
nell’onnipotenza della scienza, rendeva in qualche modo plausibile
quella convinzione profonda. Ma essa ha iniziato a vacillare con la
crisi della modernità, e, nel subconscio ha iniziato a manifestarsi il
molesto senso di una fine individuale, senza riparo e senza speranza.
Incapace di elaborare il lutto del senso di immortalità personale,
l’uomo occidentale ha decostruito l’idea della morte, lasciandola
“disadorna, nuda, priva di significato. La morte non è che uno scarto di
produzione della vita; un residuo inutile, lo straniero totale nel
mondo semioticamente ricco, affaccendato e fiducioso abitato da abili e
ingegnosi attori”. Qualcosa di indicibile, da rimuovere e nascondere.
Esaurita la strategia della modernità,
affidata all’onnipotenza della scienza (anche se qualche equipe medica
continua a coltivarlo dedicandosi, in tutta serietà, al delirante
“progetto immortalità”) è subentrata una nuova strategia di aggiramento:
la decostruzione dell’immortalità, affidata alla
negazione del tempo, alla riduzione della vita ad un eterno presente,
che abolisce ogni futuro e, con esso, la prospettiva di un mondo senza
di noi individualmente presi. Si vive in un presente eternizzato, che
teme il confronto con la storia, che abolisce ogni previsione di lungo
periodo, che rimuove il passato. E’ intollerabile l’idea del tempo in
cui non ci saremo come quello del tempo in cui non eravamo. La morte è
horror vacui e l’uomo occidentale è sempre più cenofobico, detesta
l’assenza di suoni, di attività, la meditazione, la solitudine, il
silenzio, ha bisogno di “fare”.
Negli ultimi venti anni le foto da
satellite dimostrano l’aumento esponenziale, in tutto il pianeta, delle
lucanie in orari notturni. Nello stesso tempo è in vertiginoso aumento
anche il rumore: non c’è attimo della giornata in cui non siamo
raggiunti da un rumore di fondo crescente. Silenzio e buio – qualità
proprie della notte – sono troppo simili al “vuoto” del “dopo esistenza”,
per poter essere sopportati ed anche la notte è bandita.
Ma il resto del mondo, e
quello islamico in particolare, è restato estraneo a questo percorso
psicologico, non ha rimosso il suo credo religioso, che resta largamente
presente e creduto non tiepidamente.
Nella complessa rivolta contro la
modernità segnata dal fondamentalismo, il richiamo alla fede fonda quel
senso di superiorità dell’Islam rispetto alla “decadente” civiltà
occidentale, che caratterizza proprio la rivalsa jihadista, documentata
dallo sprezzo della vita dei suoi combattenti e dalla loro ricerca del
martirio. E qui si annida il punto critico della resistenza psicologica
dell’uomo occidentale rispetto all’offensiva islamista.
Gli jihadisti terrorizzano l’uomo europeo secolarizzato
sia per il carattere volutamente cruento delle proprie azioni, che gli
“sbattono la morte in faccia” sia, e molto di più, con la loro
disponibilità al martirio, che li rende esseri “mostruosi” agli occhi
della nostra società iper individualista. Che deterrenza puoi avere nei
confronti di qualcuno che non teme la morte e che esibisce questa sua
fede cieca? Di qui l’idea dell’impossibilità di un confronto politico
– anche il più aspro – e la riduzione del tutto a scontro militare che
deve estirpare questa presenza demoniaca. E di qui anche il tipo di
comunicazione adottato dagli jihadisti che sottolineano a più non posso
la morte inflitta e cercata.
Di fatto, questo fenomeno è alla base
dell’ideologia sicuritaria che si è diffusa nelle nostre società
rendendole fragilissime. Ed allora, chiediamoci con Marc Augè: “Non sarà
che, oggi, la paura della vita abbia rimpiazzato la paura della morte?”
Grande analisi!
Nessun commento:
Posta un commento