Ma se il generale Tricarico già pensa ai bombardamenti con i droni, il documento in discussione in queste ore tra i rappresentanti dei governi dell'Ue, prevede una escalation interventista in Libia con una sorta di tabella di marcia. Come al solito la premessa è che i negoziati tra le fazioni libiche con la mediazione dell'Onu possano arrivare a buon fine con la costruzione di un esecutivo di unità nazionale. Dopo che il conflitto interno sarà cessato, Bruxelles ipotizza una scala di interventi dell'Unione Europea che prevedono un impegno crescente, anche sul piano militare.
Innanzitutto un'azione di “supporto e monitoraggio del cessate il fuoco” che deve essere messo in atto a livello locale. Ma per realizzare l'obiettivo, l'Unione Europea parteciperà con supporto esterno, coordinamento degli osservatori, l'invio di tecnici, sostegno logistico ma anche con il dispiegamento di forze militari.
Bruxelles sta valutando poi la protezione e il supporto delle infrastrutture strategiche, creando una "green zone" che includa porto e aeroporto di Tripoli, ovviamente presidiata da forze militari europee.
Ci sono poi sono la terza e quarta opzione, quelle che – almeno formalmente – riguardano i profughi in partenza dalla Libia. Secondo questa escalation, l'Ue vuole controllare le frontiere della Libia non solo sulle coste ma anche in ingresso, cioè sui confini della Libia con altri paesi africani.
Infine l'ultima opzione riguarda l'attività di sorveglianza marittima nelle acque territoriali libiche per fermare il traffico di armi e il contrabbando di petrolio.
Se non abbiamo le traveggole, a Bruxelles si ha la netta impressione che stiano pianificando più una sorta di occupazione della Libia che un intervento teso a ridurre o scoraggiare i flussi di migranti nel Mediterraneo. Di cinque step dell'escalation solo una dichiara infatti di avere questo come obiettivo.
Da un lato l'emergenza c'è ed è oggettiva. Centinaia di migliaia di persona in fuga dall'Africa devastata da guerre, miseria e pandemie cerca salvezza lì dove dicono che forse ce la si può fare. Ma se questa è la spinta che sta dietro i flussi di popolazione in cerca di salvezza, le misure prese in esame, nella migliore delle ipotesi, potranno produrre degli immensi e via via ingestibili campi profughi ai confini o sulle coste della Libia. E lì poi saranno o i contractors pagati dai paesi occidentali o i miliziani locali a decidere delle sorti, della vita e della morte delle persone. Il fatto che potrebbero non arrivare più sulle nostre coste servirebbe solo a nascondere nei telegiornali la realtà e a mettersi in pace la coscienza. Ma se l'Unione Europea (Italia in testa) intendono mettere gli scarponi dei propri militari sul territorio della Libia approfittando dello shock emotivo delle stragi dei migranti, dovranno prepararsi ad affrontare qualcosa di molto più simile all'inferno di quanto abbiano sperimentato fino ad oggi in Afghanistan, Iraq o Libano.
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