La guerra civile yemenita si è presto trasformata in una strage di
civili: a dare i numeri del massacro sono le Nazioni Unite che ieri
hanno pubblicato una stima – probabilmente al ribasso – delle vittime
civili degli scontri a terra tra sciiti Houthi e forze governative e dei
raid sauditi contro il movimento ribelle. Almeno 540 morti, quasi 2mila feriti, 100mila sfollati, in fuga per lo più dalla capitale Sana’a e da quella provvisoria, Aden.
Tra le vittime, fa sapere l’Unicef, ci sono almeno 74 bambini, i più
colpiti dalle violenze sia sul piano umanitario che psicologico.
Perché la crisi yemenita, esplosa definitivamente con la decisione
dell’Arabia Saudita – subito supportata dall’Egitto e dalla Lega Araba –
di formare una coalizione anti-sciita che spezzasse con la forza la
ribellione Houthi, si va ad aggiungere a condizioni di vita già di per
sé precarie: lo Yemen, va ricordato, è il paese più povero
dell’intero Medio Oriente, un paese dove la denutrizione è condizione
strutturale. Oggi a questa miseria, si aggiunge la quasi totale assenza
di acqua potabile e di elettricità (16 milioni gli yemeniti
senza corrente elettrica). E la mancanza di medicinali: gli ospedali
delle grandi città sono al collasso, incapaci di portare cure mediche
alla popolazione colpita.
La Croce Rossa sta tentando di mettere un pezza all’emergenza
umanitaria: pronti a partire ci sono 48 tonnellate di aiuti, ma nella
pratica è impossibile farli arrivare alla popolazione. Per questa
ragione sia la Russia che l’Onu hanno chiesto l’apertura di un
corridoio umanitario, un cessate il fuoco temporaneo che permetta di
soccorrere i feriti e di portare aiuti alle comunità più colpite. Una
richiesta che arriva anche dalla vera preda dell’attacco allo Yemen:
l’Iran. Ieri da Ankara, dove ha incontrato il presidente turco
Erdogan, il presidente iraniano Rowhani ha fatto appello alla coalizione
anti-Houthi perché interrompa i raid e il bagno di sangue in corso in
Yemen.
Per ora l’Iran, accusato da mesi di essere il sostenitore del
movimento sciita Houthi e suo finanziatore dietro le quinte, ha
preferito rispondere solo a parole, almeno ufficialmente, alla violenta
offensiva saudita e sunnita. Dalla sua parte ha le vittorie
registrate in Iraq, dove si è messo a capo della liberazione di Tikrit, e
l’accordo preliminare con il 5+1 sul programma nucleare. Un risultato
che ammorbidisce anche il novello sultano Erdogan, impegnato da
anni nell’indebolimento dell’asse sciita Iran-Siria. Se fino a pochi
giorni fa la Turchia accusava Teheran di essere dietro l’avanzata Houthi
e aderiva con entusiasmo alla coalizione anti-sciita, ieri ad Ankara
Erdogan ha fatto un passo indietro a favore del business: i due paesi si
sono accordati per incrementare gli scambi commerciali fino a
raggiungere il valore di 28 miliardi di dollari entro l’anno.
Chi non cede, proseguendo in una politica estera quasi
schizofrenica, sono gli Stati Uniti che ieri hanno promesso l’invio di
aiuti militari alla coalizione di Riyadh, dopo aver già messo a disposizione i servizi di intelligence. Ieri il vice segretario di Stato
Antony Blinken ha parlato dalla capitale saudita annunciando la prossima
consegna, accusando gli Houthi e le forze fedeli all’ex presidente
Saleh di aver provocato il collasso economico del paese e la distruzione
delle sue istituzioni.
A pagarne le spese è la popolazione civile: le bombe saudite hanno
centrato ieri una scuola a Ibb, città meridionale, uccidendo almeno tre
studenti. L’obiettivo, dicono, era la base militare al Hamza utilizzata
dai ribelli Houthi. Che, però, nonostante due settimane di
bombardamenti, continua a segnare punti a proprio favore.
Ad avanzare è però anche al Qaeda nella Penisola Arabica,
il più forte braccio dell’organizzazione islamista, che nel caos che
regna in Yemen trova nuova forza: ieri sospetti qaedisti hanno preso
d’assalto un valico di confine con l’Arabia Saudita, uccidendo due
soldati, nella provincia di Hadramout, e assumendo il controllo di una
base nei pressi della città di Manwakh, a nord est di Sana’a.
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