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23/09/2020

Cina - Il PCC annuncia un piano per assumere il controllo del settore privato

La notizia va presa con prudenza, perché la fonte – Asia Times Financial (ATF) – è una testata di Hong Kong “non allineata”, diciamo, col governo di Pechino. Ma è considerata attendibile da diversi giornali economici di tutto il mondo.

In ogni caso, come si suol dire, “le nostre fonti in Cina” confermano pienamente, dunque è vera.

Sapete che “a sinistra” c’è da decenni una discussione sulla “natura” della Cina post-Mao Zedong. C’è chi la considera un paese “capitalista” senza se e senza ma, e chi la vede comunque come un “paese socialista”, altrettanto senza dubbi.

Il Partito Comunista Cinese (PCC), a suo tempo (da Deng in poi), ha spiegato la sua violenta apertura alle imprese private come una “necessità” per far sviluppare velocemente le forze produttive del Paese, mantenendo però sempre un fortissimo settore pubblico e soprattutto un orientamento strategico generale che anche le imprese private dovevano rispettare.

Una scommessa – quella di arrivare a un livello di sviluppo tale da consentire la generalizzazione del benessere, ossia una certa forma di “socialismo”, attraverso un utilizzo “temporaneo” dei rapporti di produzione capitalistici – che è certamente riuscita dal lato della crescita economica, ma solleva infiniti dubbi su chi abbia davvero la prevalenza dentro quel modello di sviluppo: l’interesse pubblico o il profitto privato?

Le notizie che arrivano dalla Cina in questi giorni vanno perciò inquadrate in un processo storico di lungo periodo (almeno quattro decenni), che sicuramente non è arrivato ancora ad un punto di svolta definitivo.

E allora, cosa mai ci dirà l’Asia Times Financial di così interessante per questa discussione?

In sintesi: “Il Presidente [Xi Jinping, ndT] impartisce ‘importanti istruzioni’ a tutte le regioni per aumentare il controllo del partito sull’impresa privata e ringiovanire la nazione; tutte le aziende avranno bisogno di dipendenti del partito per aumentare il rispetto della legge e gli standard morali.”

Come tutte le decisioni strategiche, specie quelle cinesi, non si tratta di un atto istantaneo, ma di un “piano di lunga durata” in vista di questo obbiettivo.

“Il presidente cinese Xi Jinping e il Comitato centrale del Partito comunista hanno delineato un piano per una ‘nuova era’ in cui il partito ha un migliore controllo sugli affari privati in Cina.”

Il tutto compreso in un documento ufficiale relativamente breve dal titolo “Opinione sul rafforzamento del lavoro del Fronte unito dell’economia privata nella nuova era“.

Prima considerazione semplice: se si punta ad un “fronte unito” non c’è, o non c’è più, alcun laissez faire per le imprese. Mentre, per esempio in Italia, Confindustria pretende il monopolio assoluto di tutte le attività economiche (con le imprese private che prima o poi vendono o delocalizzano), in Cina si va in direzione di una “economia mista”, in cui i due ambiti coesistono ma sono sottoposti a programmazione pubblica. Ossia politica.

Come riferisce l’ATF, la dichiarazione cerca di migliorare il controllo del PCC sull’impresa privata e sugli imprenditori “per concentrare meglio la saggezza e il rafforzamento degli imprenditori privati sull’obiettivo e la missione di realizzare il grande ringiovanimento della nazione cinese“.

Altro che “responsabilità sociale dell’impresa” – qui in Occidente ormai frase retorica senza contenuti riscontrabili nella realtà.

Definire un obbiettivo, però, non è mai sufficiente. E dunque Xi si occupa di delineare anche strumenti e passaggi indispensabili per raggiungerlo.

Nel complesso, il piano si articola in più di 100 misure, compresa una guida sulla selezione del personale per la loro attuazione.

“Dobbiamo anche vedere che il’ socialismo con caratteristiche cinesi’ è entrato in una nuova era, [come] la scala dell’economia privata ha continuato ad espandersi, i rischi e le sfide sono aumentati significativamente, i valori e gli interessi dell’economia privata sono diventati sempre più diversificati, e il lavoro del fronte unito dell’economia privata sta affrontando nuove situazioni e compiti“.

La retorica ufficiale cinese è molto diversa dalla nostra, e non sempre risulta chiara nei suoi contenuti pratici. Ma qui si dice che – per il PCC – una lunga fase di “equilibrio” tra impresa pubblica, programmazione economica e impresa privata (qualcosa di simile, ma più avanzato, rispetto al periodo dell’economia mista italiana, con l’IRI e le banche di interesse pubblico) è definitivamente chiusa. E si lavora per passare alla successiva. Come? Con “il rafforzamento della leadership del partito rispetto all’economia privata – le figure economiche private devono essere più strettamente unite intorno al partito“. Si può ancora ricercare il profitto privato di impresa, ma dentro la cornice degli obbiettivi definiti dalla leadership politica, che agisce secondo un piano che tiene presenti gli interessi generali, non solo – o primariamente – quelli dell’impresa.

L’ATF se ne preoccupa, ovviamente. “Secondo le nuove disposizioni, le imprese private avranno bisogno di un certo numero di dipendenti iscritti al PCC, che è già una pratica a lungo termine nelle grandi imprese private, ma non in quelle più piccole.”

Questi quadri faranno in modo che le imprese seguano le indicazioni politiche, “Guidati dal pensiero di Xi Jinping sul ‘socialismo con caratteristiche cinesi’ per una nuova era”.

E non si tratta di quattro chiacchiere sull’ideologia o sulla “moralità” (anche in Cina la corruzione è un problema, affrontato spesso in modo drastico). “I doveri dei quadri comprenderanno il compito di rafforzare la guida ideologica, guidare le figure economiche private ad accrescere la loro consapevolezza dell’autodisciplina, costruire una forte linea di difesa ideologica e morale, regolare rigorosamente le proprie parole e le proprie azioni, coltivare uno stile di vita sano e creare una buona immagine pubblica.”

Il legame che si viene a creare è operativo: “saranno istituiti canali di comunicazione tra le imprese private e il partito per riferire sui progressi e su altre questioni.”

L’obiezione è ovvia: ma come faranno con tutte quelle imprese e multinazionali occidentali che in questi decenni hanno investito in Cina?

Un altro articolo, proprio di oggi, riferisce di quello che potrebbe apparire già ora un dispositivo protettivo per gli interessi cinesi.

“Il Ministero del Commercio cinese ha emesso un avviso sui regolamenti relativi a una lista nera del governo di entità straniere ‘inaffidabili’.” L’annuncio di una “lista nera” presumibilmente speculare a quella già stilata negli Usa, a corollario della guerra contro Huawei e altre società.

Ma si tratta anche di una lista vuota, senza alcun nome.

Finora.

Dunque è un messaggio, ma anche uno strumento pronto per l’uso.

Nell’interpretazione di Liao Shiping, un professore dell’Università Normale di Pechino, “l’istituzione della lista di entità inaffidabili non cambierà la politica di apertura del Paese, né cercherà di sopprimere gli investimenti stranieri. Gli investitori stranieri potrebbero essere certi di mettere soldi in Cina, ha detto Liao, ma dovranno stare attenta a non oltrepassare le ‘linee rosse’ stabilite dal Ministero del Commercio.”

Altro che multinazionali che arrivano attirate da una legislazione fiscale di favore, libertà d’azione con i dipendenti, finanziamenti pubblici e opere infrastrutturali a corredo, senza prevedere nemmeno ipotesi di esproprio in caso – molto frequente, vedasi Whirlpool, Embraco, ecc. – di chiusura degli stabilimenti e fuga altrove!

Il quadro è insomma complesso, con moltissime luci e altrettante ombre. Guai a tagliare l’analisi con l’accetta dell’ideologia. Non capiremmo più nulla e ripiomberemmo nel “pensiero bipolare” (“viva!”, “abbasso!”). In senso psichiatrico...

Fonte

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