È ormai da diverso tempo che la distopia è uscita dall’immaginario letterario e cinematografico per trasferirsi nella realtà di tutti i giorni. Il discorso di Trump alla Casa Bianca, affiancato da Netanyahu, ne è l’esempio più recente e inquietante. In maniera sprezzante, Trump è apparso di fronte al pubblico dei giornalisti e alle telecamere presentandosi come il paladino della “pace” e della “giustizia”. Le modalità con cui il presidente statunitense si presenta ai media palesano il desiderio di rottura degli schemi e delle consuetudini e il suo atteggiamento appare rude e diretto, senza formalismi, come un cowboy privo di scrupoli (cfr. L’immagine del potere nell’era digitale su “Codice Rosso”) che, da populista, parla di pancia e alla pancia di chi lo ascolta, senza curarsi della verità e della logica di ciò che afferma. Per quanto la valutazione della veridicità di un’affermazione tenda a dipendere dalla credibilità della fonte di provenienza, nell’attuale panorama comunicativo è spesso sufficiente che la fonte sia ritenuta “vicina” per concedergli credibilità incondizionata. Per quanto sembri rivolgersi esclusivamente al suo elettorato più fedele, nel delirio di onnipotenza che lo caratterizza, il presidente degli Stati Uniti pretende di estendere la credibilità incondizionata di cui gode tra i fedelissimi a tutti coloro che lo ascoltano e guardano.
Jan-Werner Müller (Jan-Werner Müller, Cos’è il populismo, Egea, Milano 2017) definisce il populismo come una particolare visione moralistica della politica, una modalità di percepire il mondo politico che oppone un fantomatico popolo moralmente puro e completamente unificato a delle élite corrotte in balia dei peggiori vizi. Quando parla in favore dei media, Trump si propone come colui che ha il mandato per parlare a nome del popolo puro, vero e non solo statunitense: l’idea di rappresentanza come ipotesi confutabile all’interno dei meccanismi di giudizio e partecipazione pluralista lascia il posto alla pretesa populista di disporre di un diritto alla rappresentanza di natura morale o simbolica, non empirica, dunque inconfutabile. La modalità comunicativa populista di Trump fa leva sulle emozioni e, come altri populisti, «rispetta tutti i principi dello storytelling e delle sue figure prototipiche, l’eroe e l’antieroe, i rispettivi aiutanti, l’oggetto di valore», ma è «soprattutto una narrazione che attinge e alimenta bufale funzionali a conferire a tutto questo credibilità e verosimiglianza» (Giuseppe A. Veltri, Giuseppe Di Caterino, Fuori dalla bolla. Politica e vita quotidiana nell’era della post-verità, Mimesis, Milano-Udine 2017, p. 71).
Nella grottesca conferenza stampa, costruita come un vero e proprio show, Trump si presenta come un portatore di pace, affiancato in questo dal suo amico Benjamin Netanyahu, chiamato affettuosamente “Bibi” (curioso come un criminale genocida venga comunemente chiamato con un nomignolo che evoca un innocuo personaggio da fumetto o un mansueto cagnolino), rivendicando addirittura l’assegnazione del premio Nobel per la pace. La distorsione mediatica della realtà messa in scena in questo discorso ufficiale sembra uscire dalle distopie della serie TV inglese Black Mirror. Anche l’ingresso di fronte alle telecamere in occasione del suo discorso avviene in puro stile western, come se si trattasse di uno sceriffo che entra in un saloon per comunicare esclusivamente alla gente bianca del suo villaggio di aver sgominato una terribile banda di barbari indiani sanguinari. Non è più necessario leggere 1984 di Orwell per incontrare una distopia in cui “la guerra è pace”, “la libertà è schiavitù” e “l’ignoranza è forza”, slogan imposti dal Grande Fratello. Tutto ciò è realtà e lo è nel cuore dell’Occidente che si vuole democratico e sempre pronto ad esportare, con ogni mezzo necessario, democrazia ai barbari. Cosa c’è di diverso fra questi slogan e le parole di Trump, fra la popolazione dell’Oceania del romanzo di Orwell, in cui a presiedere alla guerra è il Ministero della Pace, e la popolazione mondiale del 2025, compresi i governi europei, che pendono dalle labbra del truce Trump? Spiccano, come sempre, i principali media italiani, i cui direttori giungono a emozionarsi, rallegrarsi, persino ad eccitarsi per il discorso “di pace” del duo Trump-Netanyahu, del tutto incuranti di come i palestinesi non solo non siano nemmeno stati interpellati, ma vengano di fatto condannati a vivere in una sorta di riserva indiana privi del diritto di amministrarsi. Abbiamo assistito, nel 2025, all’apoteosi del più becero colonialismo presentato e festeggiato come “piano di pace”. Ad essere chiamati in causa per il contributo che potranno dare al “piano di pace” esposto nel corso dello show del duo Trump-Netanyahu sono personaggi del calibro di Tony Blair e Al Sisi. Il primo destinato a passare alla storia per essere stato artefice, con il suo New Labour, dello sviluppo 2.0 del thatcherismo, e il secondo decisamente poco adatto a incarnare l’immagine di “uomo di pace”.
Anche i politici nostrani si mostrano in linea con la comunicazione post-verità orwelliana: dai vertici del governo non sono mancate dichiarazioni volte a ribaltare le responsabilità: sarebbe l’iniziativa della Global Flotilla diretta verso Gaza a fomentare l’escalation militare mediorientale, proprio nel momento in cui il duo Trump-Netanyahu si adopera per chiamare pace la segregazione a cielo aperto (letteralmente) di un’intera popolazione a cui viene di fatto impedito il diritto all’autodeterminazione. Non solo il genocidio, ma gli stessi crimini di guerra commessi da Netanyahu, dal suo governo e dal suo esercito sono letteralmente auto-cancellati. Mentre in Italia politici e media inorridiscono per un paio di vetrine in frantumi a una stazione ferroviaria, i crimini di guerra commessi in Palestina sono destinati all’oblio mentre i militari che li hanno commessi vengono accolti per riabilitarsi psicologicamente dopo le carneficine nelle ridenti località balneari italiane.
La comunicazione mediatica di Trump sembra poter imporre e far credere qualsiasi cosa in nome di una fantomatica e auto-dichiarata “pace” stipulata sulla pelle dell’intero popolo palestinese. I crimini di guerra di Netanyahu in questo discorso sono scomparsi, come sono scomparsi gli stessi palestinesi, inesistenti, disintegrati. Se chi ha il potere è bianco e occidentale ritiene di avere il diritto di imporre tutto, a qualsiasi costo: così Trump, così Netanyahu che impunemente sta sterminando un popolo sotto gli occhi del mondo, che altrettanto impunemente può attaccare la Flotilla solidale in acque internazionali senza che nessuno abbia da eccepire. Nel frattempo, nel Belpaese, chi protesta si trova a fare i conti con le reazioni sconsiderate di politici, giornalisti e celerini a maggior ragione se vanta origini non italiane: se per qualche “maranza” che spacca le vetrine si butterebbero le chiavi della prigione, per i militari dell’esercito israeliano che si devono riprendere dal massacro si aprono gli ombrelloni in spiaggia. Anche questo è made in Italy.
La comunicazione messa in atto da Trump e da Netanyahu si fa forte della sua provenienza maschile, bianca, occidentale, e si muove contro individui e popolazioni non appartenenti a tali categorie. In nome di queste caratteristiche il potere occidentale e bianco mediatizzato si sente in diritto di dire e fare quanto crede. È tragico constatare che in Occidente è stato necessario assistere a un genocidio per risvegliare quel minimo di umanità che ancora resta. A proposito dell’oblio in cui si sono a lungo rintanati gli occidentali, viene in mente il film La zona d’interesse (The zone of interest, 2023) di Jonathan Glazer, tratto dall’omonimo romanzo di Martin Amis del 2014. Nel caso del film, ambientato durante il nazismo, solo un muro divide la tranquilla routine quotidiana di una famiglia dal genocidio che si sta compiendo nel campo di sterminio, un muro che, pur ottundendo la vista, lascia però udire grida umane, rumori cupi di armi da fuoco e di macchinari senza che ciò generi preoccupazioni e reazioni nella vita domestica dei protagonisti. A dividere il genocidio in atto in Palestina dalla quotidianità occidentale non è più una barriera che impedisce di vedere e sapere. Si tratta però di un genocidio che, per quanto dispiegatosi recentemente, si è costruito, insediamento dopo insediamento, tra rivendicazioni di diritto divino e interessi geopolitici ed economici occidentali, lungo tanti decenni a partire dalla fondazione dello Stato di Israele. Lungo tutti questi decenni l’Occidente ha supportato il peggior colonialismo sfruttando cinicamente il senso di colpa occidentale per l’infame genocidio nazista di cui sono state vittime principali gli ebrei quando, è bene ricordarlo, molte teste si giravano dall’altra parte sia in Europa che negli Stati Uniti.
Come accade per i protagonisti del film La zona d’interesse, si è a lungo preferito non sapere, far finta di nulla. «L’orrore nasce anche da questo: da una vicinanza fra ciò che è inferno e fra ciò che inferno non è, laddove manco ci si accorge della sua esistenza» (“La zona d’interesse” e l’orrore quotidiano su “Codice Rosso”). Ora il muro che divide il genocidio palestinese e l’Occidente si è fatto trasparente, salvo che per le diplomazie degli Stati che, dopo aver negato persino l’evidente – basti pensare alle resistenze di politici e media al ricorso al termine genocidio –, non resta loro che chiamare pace la guerra e libertà la schiavitù, ostinandosi a propagandare l’ignoranza come forza.
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