di Alessandro Volpi
Il 12 giugno è il giorno del più grande collocamento in Borsa della storia. Si tratta dell’ingresso al Nasdaq di SpaceX, la società guidata da Elon Musk. Il battage pubblicitario e la narrazione dei media di questo evento sono incalzanti: il dato comune è riassumibile nell’immagine del nuovo geniale padrone dello spazio e dell’intelligenza artificiale che approda in Borsa, facendo e facendo fare miliardi di dollari a tutti.
Il racconto quotidiano è intessuto di grandi temi, costituiti dalla celebrazione della totale dipendenza degli Stati Uniti e del mondo “libero” dai satelliti di Musk, a cui si aggiungono i mirabolanti viaggi su Marte, la creazione di stazioni permanenti in giro per l’Universo, l’imbattibile produzione di auto elettriche, la scoperta di infinite applicazioni dell’intelligenza artificiale, il tutto costantemente condito da aneddoti sulla singolarità del personaggio.
Certo, l’operazione ha bisogno di una grande attenzione mediatica perché è davvero imponente, almeno nelle attese. La quotazione di SpaceX (Space exploration technologies corp) prevede infatti che le azioni saranno scambiate sul listino Nasdaq (e sul Nasdaq Texas) con il simbolo “SPCX”. La società debutterà come “controlled company”, il che significa che Elon Musk manterrà una solida maggioranza del potere di voto. Il prezzo delle azioni è fissato a 135 dollari e l’operazione punta a una capitalizzazione di mercato di circa 1,75mila-1,78mila miliardi di dollari.
Un simile dato la posiziona immediatamente tra le prime dieci aziende più “preziose” al mondo, superando colossi come Meta e Amazon. SpaceX punta a raccogliere circa 75 miliardi di dollari, il che la rende la più grande Offerta pubblica iniziale (Ipo) della storia, battendo il record precedentemente detenuto da Saudi Aramco.
Una delle caratteristiche più insolite di questa quotazione è l’attenzione agli investitori privati. SpaceX ha riservato una quota eccezionalmente alta, circa il 30% dell’offerta, agli investitori retail (piccoli risparmiatori). Di solito, nelle grandi Ipo tecnologiche, questa quota non supera il 10%. È previsto poi l’accesso tramite piattaforme come Goldman Sachs (capofila dell’operazione), ma anche broker accessibili al pubblico (come XTB, eToro o Fidelity) che hanno aperto canali per permettere agli utenti di richiedere l’allocazione delle azioni prima del debutto.
Siamo di fronte quindi a una colossale impresa finanziaria che ha bisogno di rastrellare, davvero, una massa di risparmiatori e investitori gigantesca. Qui si pone il punto critico. La quotazione in Borsa di SpaceX anticipa quelle di Anthropic e OpenAI che avverranno entro la fine dell’anno e dovrebbero mobilitare circa quattromila miliardi di dollari. Queste quotazioni sono rese inevitabili dal bisogno per gli investitori, Musk in primis, di avere un ritorno finanziario dei propri massicci investimenti e di poter collocare i titoli delle società nei listini in modo da poterli vedere inseriti negli strumenti finanziari, a partire dagli Etf, fondamentali per i grandi gestori del risparmio globale, come nel caso di BlackRock.
Il problema è però costituito dal fatto che tre Ipo di tali dimensioni devono trovare spazio in un mercato obbligazionario intasato dalla gigantesca mole di titoli del debito pubblico Usa da piazzare, con scadenze molto ravvicinate, e in un mercato azionario caratterizzato dalla ipervalutazione proprio dei titoli già quotati del settore dell’intelligenza artificiale: a tutto ciò si aggiungono gli effetti restrittivi di tassi alti e destinati a salire per l’emergere dell’inflazione.
Il rischio vero, quindi, è che le quotazioni avvengano a prezzi più bassi rispetto a quelli attesi, con un’accelerazione dello sgonfiamento della bolla, su cui grava anche il livello di indebitamento non banale che colpisce tutto il settore dell’IA e che proprio il rialzo dei tassi potrebbe far fibrillare come nel caso, ben più ridotto, dei mutui subprime.
Per essere ancora più chiari le aspettative di prezzi azionari molto alti nel caso di queste Ipo, oggetto di una vera e propria narrazione mirabolante e quasi miracolistica, potrebbero essere incrinate se l’adesione del risparmio globale non ci fosse e soprattutto se i grandi gestori del risparmio si trovassero a fare delle scelte perché è sempre più difficile alimentare un “mercato” azionario che vale quasi 160mila miliardi di dollari (erano 94mila miliardi nel 2019) e uno obbligazionario che supera i 142mila miliardi di dollari (erano 105mila nel 2019). Dunque, il più grande spettacolo dopo il Big Bang risulta davvero insidioso, soprattutto per i milioni di risparmiatori in giro per il mondo che hanno le loro polizze e i loro fondi pensione imbottiti di titoli statunitensi.
Proprio la partita dei grandi gestori è decisiva, di nuovo, a riguardo. BlackRock ha guidato la domanda istituzionale con un ordine record stimato tra i cinque e i dieci miliardi di dollari di future azioni SpaceX, puntando a diventare il primo azionista istituzionale esterno e cercando di replicare il peso che ha in Tesla (circa il 7%). Vanguard entrerà massicciamente non tanto durante l’Ipo quanto nella fase di inclusione negli indici. Poiché SpaceX (SPCX) entrerà nel Nasdaq-100 intorno al 7 luglio di quest’anno, Vanguard sarà obbligata ad acquistare decine di miliardi di dollari in azioni per i suoi Etf (come il VOO o il VGT). Si stima che, entro la fine del 2026, i fondi istituzionali (BlackRock, Vanguard, State Street e Fidelity) arriveranno a controllare circa il 20%-25% del capitale, agendo da stabilizzatori contro la volatilità tipica dei titoli legati a Musk.
Ma tutto questo dipende, come ricordato, dalla tenuta complessiva di un sistema che è sempre più stressato e ha un bisogno famelico di risparmiatori spesso impoveriti dalla fine dell’economia reale, dei loro redditi da lavoro e intossicati dalla dipendenza dalla rendita finanziaria.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
12/06/2026
La quotazione in Borsa di SpaceX presenta numerose insidie
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