La strutturale complicità nel genocidio dei palestinesi sta presentando un conto salatissimo al governo laburista di Londra. Un sondaggio commissionato da Palestine Solidarity Campaign (PSC) e Friends of the Earth UK e condotto dall’istituto Opinium, ha mostrato che il tema Gaza ha avuto e avrà un ruolo centrale nelle tornate elettorali delle isole britanniche.
Più della metà di coloro che hanno votato Labour e Keir Starmer, e che hanno intenzione di votare alle prossime elezioni generali, hanno dichiarato lo spostamento della loro preferenza verso altri partiti, che vanno dal centro alla sinistra dell’offerta politica, in virtù della risposta del governo alle iniziative israeliane e della cooperazione del Regno Unito con Tel Aviv.
I dati smentiscono categoricamente la narrazione secondo cui l’indignazione per la situazione a Gaza sia una preoccupazione di nicchia, settaria o legata esclusivamente alla comunità musulmana: si tratta invece di un fenomeno di massa che sta ridisegnando gli equilibri del panorama politico britannico. Come è evidente un po’ ovunque, la politicizzazione della crisi materiale ed egemonica occidentale è un fenomeno a cui nessuno può sottrarsi, non solo in Italia.
Il sondaggio, che traccia i flussi elettorali tra le elezioni generali del 2024 e le elezioni locali dello scorso mese, mostra che il 53% di coloro che sono fuggiti dal Labour per sostenere altri partiti di centro o sinistra indica esplicitamente tra i motivi di questa scelta il sostegno del governo Starmer a Israele (un po’ più del 21% “moltissimo”, il resto “in parte”).
Il 40,7% di coloro che ha votato Labour nel 2024 ha messo una croce sui Verdi (Green Party) alle scorse elezioni locali. Sono proprio questi elettori e i giovani in generale che hanno posto la pulizia etnica dei palestinesi come elemento dirimente nelle loro preferenze politiche.
Due terzi di chi ha sostenuto i Verdi di recente ha dichiarato che la situazione a Gaza ha avuto impatto sul proprio voto. Il 66% delle persone di età compresa tra i 18 e i 34 anni ha affermato che gli eventi nella Striscia sono stati un fattore determinante; lo stesso vale per il 54% di coloro nella fascia d’età 35-49 anni, per il 49% nella fascia 50-64 anni, e per il 43% degli over 65.
È interessante il fatto che anche il 32% di coloro che hanno sostenuto i Liberal Democratici ha visto la complicità nei crimini perpetrati a Gaza come un fattore determinante per abbandonare il Labour, e questo vale per addirittura il 44% dei votanti che hanno scelto lo Scottish National Party, il Plaid Cymru o candidati indipendenti.
Un altro dato emblematico riguarda il “Pledge for Palestine” (l’Impegno per la Palestina), promosso dalla PSC: i candidati che hanno firmato il documento – impegnandosi a sostenere i diritti dei palestinesi, nel caso in cui venissero eletti – hanno vinto il 27% dei seggi in cui erano in corsa, tallonando la destra di Reform UK (30%).
Peter Leary, vicedirettore della PSC, ha affermato: “i partiti che hanno sostenuto la richiesta di azioni concrete, tra cui un embargo totale sulle armi e sanzioni di vasta portata contro Israele, sono stati ampiamente ricompensati”. Il sondaggio conferma che l’82% degli intervistati è favorevole a sanzioni contro Israele (solo il 5% è contrario). L’80% vuole il blocco totale della vendita di armi allo Stato sionista e il 75% quello del commercio legato ai territori occupati.
Sulla stessa linea di Leary si è mosso Finnian Murtagh, attivista di Friends of the Earth: “gli elettori vogliono partiti politici – e un governo – disposti a difendere i palestinesi, a proteggere le vite umane e a porre fine a decenni di devastanti abusi ambientali”. I nodi della crisi di modello vengono al pettine, e le rappresentanze politiche del passato che fino a oggi si sono presentate come la parte “progressista” della classe politica si dimostrano essere parte del problema.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
11/06/2026
L’effetto Gaza travolge il Labour: collassa il supporto ai “progressisti” britannici
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