Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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14/04/2021

Il “dibattito” su violenza e non violenza

Premessa generale. La contrapposizione ideologica tra “violenza” e “non violenza” – che verte anche sulla necessità/opportunità del loro utilizzo come strumento di lotta e/o sulla superiorità e/o sull’efficacia etica e/o politica dell’una rispetto all’altra – mi sembra fuorviante e parecchio teorica, poiché in noi (inteso come umanità, società, gruppi sociali, persone, individui ed esseri viventi per giunta complessi) come in generale nella realtà in ogni suo aspetto vi sono (di fatto, legittimamente e nella medesima ragione) sia l’una che l’altra.

Negare, ignorare o anche reprimerne una sarebbe come negare l’istinto naturale di sopravvivenza, quello di autodifesa e di affermazione del sé e il principio stesso del piacere che (insieme alla soddisfazione dei bisogni, individuali e sociali, materiali e immateriali) ci spinge verso condizioni di vita sempre migliori.

Come – citando Franco Basaglia – “In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione”.

La questione è per me identica. La non violenza non esclude necessariamente la violenza e viceversa. Anzi, se riuscissimo a combinarle proficuamente, a farle funzionare insieme, a integrarle e allearle in maniera intelligente e reciprocamente utile saremmo per me molto più efficaci nel perseguire quelle giuste cause per cui siamo qui a confrontarci. Come quando nei processi creativi, estetici o ludici l’artista o il bambino che gioca attivano in totale armonia le funzioni sia dell’emisfero destro che di quello sinistro, sia l’aggressività e la forza che la tenerezza, sia elementi immaginari e di fantasia che elementi di realtà.

Poi invece si diventa adulti, rigidi, ideologici, se non addirittura moralisti e poco creativi, finendo per disimparare a mettere in relazione e a connettere pensieri e pratiche che spesso sono in contraddizione solo in apparenza.

Per chiarire e restringere il campo della questione, mi riferisco a quelle forme di violenza e di lotta e a quel ricorso alla forza finalizzati all’affermazione e al riconoscimento di diritti legittimi (umani, sociali e politici) sanciti fra l’altro dagli ordinamenti nazionali e internazionali – come la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, le Costituzioni nazionali – e dai princìpi generali dell’etica (parlo di quella laica ovviamente). Tutte leggi, norme, buone intenzioni e princìpi che di per sé restano scritti, à la carte, come opzioni di un menù: dichiarazioni puramente formali, che come ben si sa vengono assai poco applicate se non per nulla rispettate; e (ahi noi!) a ogni livello e latitudine, in ogni campo delle attività umane e indipendentemente dal grado di democraticità delle società, dei governi e dei regimi, che puntualmente li disattendono in nome del profitto privato, del controllo sociale e di interessi economici geopolitici, nazionali e sovranazionali.

Mi riferisco perciò a quelle forme d’uso della forza commisurate e corrispondenti alle circostanze storiche, sociali e politiche, impiegate per cause legittime, laddove ogni altra forma di istanza e confronto non violento non sortisca effetto; dunque non parlo di “violenza sconsiderata”, fine a se stessa, immotivata o frutto dell’esaltazione.

Certo al punto dell’evoluzione e dell’emancipazione cui siamo giunti, ci si aspetterebbe (almeno da parte di chi ha coscienza) un livello di consapevolezza sociale, politica e ambientale tali da sperare che non si debba ricorrere ad alcun tipo di violenza. Purtroppo ciò vale solo in linea teorica e per una minoranza umana davvero esigua; e certamente non per chi esercita potere, di qualunque tipo, piccolo o grande che sia.

Tant’è che il potere, i gruppi che lo esercitano, i fatti e la storia se ne sbattono alla grande di valori, princìpi, diritti, etica, giustizia e coscienze; e se ne sbattono delle belle idee e opinioni. Semplicemente perché, di fatto, la storia procede e continua a essere un incessante confronto di rapporti di forza tra interessi costituiti e visioni della società, anche in termini di capacità di forte pressione e di ricatto.

Si spererebbe diversamente, se solo si potesse. Ma sperare nella miracolosa conversione (quanto meno democratica) dei dominatori del presente, dei CdA delle Mutinazionali, dei signori della guerra, degli sfruttatori aguzzini dei popoli, delle forze neonaziste e razziste, dei dittatori e dei Trump, dei Bolsonaro e dei Salvini di turno (giusto per citarne qualcuno a caso) mi sembra una vana speranza e una grossa ingenuità. La violenza infatti è in primo luogo esercitata da Stati e governi (nazionali e sovranazionali), dalla Legge (che sancisce la proprietà privata delle risorse), da eserciti regolari o milizie irregolari a servizio delle lobby, dalle forze dell’ordine, dalla criminalità organizzata, da chi in generale riveste ruoli di potere o semplicemente dal più forte... e spesso tanto più la si esercita quanto più le popolazioni e gli individui sono deboli, disorganizzati e inermi.

Naturalmente credo anch’io che bisogna fare tutto il possibile – e anche un po’ l’impossibile – per incidere sulla realtà e per attivare un cambiamento concreto e radicale della società con la forza delle idee e delle argomentazioni; con le buone pratiche, con corrette relazioni umane, con l’impegno quotidiano e con l’esempio dei comportamenti; con la ricerca della verità; con l’informazione e la denuncia dell’ingiustizia e dei soprusi; con la diffusione dell’istruzione, della cultura e di condizioni di vita dignitose per tutti; con lo sviluppo di una nuova consapevolezza umana fondata sulla condivisione, sulla convivenza pacifica, sul rispetto della persona, dei diritti, delle diversità, delle culture, eccetera.

Ma talora la storia procede per strappi, per crisi, rotture e conflitti violenti. Perché – come dimostrato nei millenni e anche dai fatti degli ultimi decenni – despoti, dittatori, uomini, gruppi di potere e di interesse lasciano trono, poltrone, privilegi e le loro aberranti concezioni di vita solo se costretti, e spesso solo a costo della morte, della guerra e di epiloghi catastrofici. La libertà, la democrazia e i diritti sono valori che si conquistano giorno dopo giorno, con la vigilanza, la lotta e tenendo viva consapevolezza e coscienze. Anche quando li abbiamo raggiunti, niente e nessuno può garantire che non vengano nuovamente messi in discussione. Il pericolo che qualcuno possa attentarli per imporre la sua legge (magari con le bombe, e credo che anche noi italiani ne sappiamo tristemente qualcosa) è e sarà sempre presente. Faccio alcuni esempi storici, giusto per tener viva la memoria...

Per abolire la schiavitù e la tratta degli schiavi ci sono volute lotte e mobilitazioni violente, ribellioni, guerre, cannonate e ammutinamenti con tanto di sgozzamento dei negrieri: sia fra schiavi e padroni che fra quegli Stati che l’avevano legalmente già messa al bando sotto la forte pressione pubblica e quegli altri che la mantenevano. L’isola di Gorée (da cui partirono per le Americhe milioni di africani in catene) fu liberata dagli ultimi schiavi a cannonate.

Per imporre l’abolizione della schiavitù agli Stati del Sud e affermare (almeno formalmente) uguali diritti fra neri e bianchi, il governo Federale degli Stati Uniti ha dovuto ricorrere a una guerra civile sanguinosissima; anche se sappiamo che razzismo e schiavitù persistono sotto molte e differenti forme, e in certi luoghi alla stessa maniera di prima.

Razzismo e schiavitù infatti non sono ancora sconfitti. I nuovi negrieri, i trafficanti di uomini e donne, il razzismo organizzato neonazista, il ringalluzzito suprematismo bianco e le violenze delle forze dell’ordine a esso legato non si fermeranno certo con le buone, come dimostra il fatto che solo dopo le rivolte e le dure proteste del movimento I can’t breathe seguite all’omicidio di George Floyd a Minneapolis si è passati seriamente a inquisire, arrestare e condannare i poliziotti responsabili di delitti razzisti. E la questione è ancora aperta.

Certo si può dire (e a ragione) che la liberazione degli schiavi tornava per certi versi comunque utile al nuovo sviluppo del capitalismo e del libero mercato del lavoro su scala globale, ma sono altrettanto certo che nessuno di noi avrebbe preferito arrivare in catene in una piantagione del Brasile o del Missouri.

È lecito prevedere che il capitalismo – causa prima della catastrofe umana, sociale e ambientale in cui versano l’umanità e il pianeta – e coloro che ne traggono profitto, vantaggio, privilegi e potere non si lasceranno facilmente convincere a lasciare il campo a un altro modello di società solo ascoltando gli accorati appelli delle nuove coscienze, dei consapevoli e degli scienziati, né le analisi puntuali dell’attivismo mondiale e neppure le coraggiose e giuste filippiche dell’eroica Greta Tumberg.

Per liberare l’Europa (e altre aree del mondo) dal nazifascismo, dal razzismo, dal sogno di dominio totalitario del Terzo Reich e di un ridicolo imperatore italico, dalla superiorità della razza ariana e dal genocidio di ebrei, comunisti, ribelli, Rom e disabili è stata necessaria una guerra mondiale. Per liberarsene una parte significativa delle popolazioni civili europee ha dovuto organizzarsi militarmente, imbracciare le armi, sacrificare la giovinezza, rischiare la vita e sparare. Io (voglio sperare di non essere solo) sono e sarò grato per sempre ai partigiani e alle partigiane, perché hanno fatto la cosa giusta, e sottolineo giusta: eticamente, umanamente, politicamente giusta. Certo questo ha portato anche a un mondo diviso in sfere d’influenza e all’affermazione della superpotenza degli Stati Uniti con tutto quello che ne è conseguito; ma credo che nessuno avrebbe preferito restare in balia di un Hitler e di un Mussolini chi sa per quanti anni ancora...

A loro volta i Paesi degli altri Continenti (Africa, le altre Americhe e Asia) invasi e occupati militarmente dalle potenze europee – e non solo – hanno dovuto fare altrettanto (in fasi e circostanze storiche diverse e contro oppressori locali e stranieri o tra loro in combutta) per liberarsi dal giogo coloniale e da feroci e sanguinarie oppressioni.

Anche in questi casi (pure se possiamo fare finta che la cosa ci riguardi di meno) se io fossi stato un etiope, un algerino, un mediorientale, un messicano, un cileno o un indiano, non avrei avuto dubbi a imbracciare il fucile, nonostante tutto il peso che questo comporta.

Ho detto anche indiano apposta, perché l’India ha ottenuto l’indipendenza dall’Impero Britannico (almeno quella formale, in realtà ha continuato a subire lo sfruttamento inglese come colonia commerciale per molto altro tempo) non solo per l’azione non violenta guidata da Gandhi, ma grazie alle insurrezioni e agli scontri in armi, alle bombe, agli attentati e al costante sabotaggio di aziende inglesi, linee ferroviarie e quant’altro messi in atto in tutto il Paese e lungo tutto il processo di liberazione, che resero l’India un territorio ostile e poco sicuro per le imprese commerciali della Corona. Fu quindi la combinazione delle due forme di lotta violenta e non violenta che spinse gli inglesi ad abbandonare, almeno militarmente e non prima di repressioni sanguinarie, la loro redditizia colonia. Dunque insurrezioni e guerre che si sono susseguite dalla Prima Guerra d’Indipendenza Indiana del 1857 (nota come la Rivolta dei Sepoy) fino alla sconfitta degli inglesi nel 1947.

Si potrebbero poi citare le innumerevoli guerre di liberazione dall’occupante di turno, come il Vietnam e la Rivoluzione Cubana (che liberò l’isola dal dittatore Batista e dallo sfruttamento coloniale mafioso-statunitense). Mi riesce difficile pensare che quei popoli si sarebbero potuti liberare solo con dichiarazioni di principio, soprattutto se registro che neppure decine e decine di risoluzioni dell’ONU hanno convinto i governi d’Israele (che anzi continuano ad annettere altre aree) a liberare i territori occupati della Palestina, il cui popolo subisce un indegno apartheid e una disumana oppressione in casa propria che ormai sta assumendo le caratteristiche di un genocidio. Nonostante questo ci s’indigna ipocritamente per i lanci di razzi e di pietre da parte palestinese e non per l’illegale e sanguinosa occupazione israeliana, formalmente condannata ma nei fatti tollerata dalla Comunità e dal Diritto internazionale, dagli USA e dalle democrazie occidentali. Un crimine contro l’umanità che ha raggiunto un numero di morti davvero impressionante, non risparmiando bambini, donne, anziani e civili inermi, case, scuole, alberi e ospedali.

La domanda è sempre quella: cosa faremmo noi al loro posto, vedendo i nostri cari ammazzati, ridotti alla fame, obbligati a subire un quotidiano sopruso, davanti ai campi e alle case distrutte, senza uno straccio di speranza?

Queste le mie considerazioni su larga scala.

Anche su piccola scala i fattori non cambiano, e farò alcuni esempi.

Ma prima un’altra riflessione legata alla premessa iniziale, alla nostra personalità e dimensione psicologica, al valore che ciascuno dà alla dignità umana e personale.

La scelta fra la non violenza e la violenza dipende anche da un altro fattore, che va al di là dell’opportunità e/o necessità e/o efficacia sociale e politica dell’azione. Si tratta di un fattore del tutto soggettivo, spesso incontrollabile, molto difficile da valutare, giudicare e misurare, che si può definire grado di sopportazione, per il quale esistono limiti oggettivi e limiti soggettivi, che possono sommarsi. Cioè fino a che punto un individuo, una persona, un gruppo o soggetto sociale o un popolo può sopportare la reiterata violenza subita, le ingiustizie, le angherie e forme inaccettabili di oppressione e sopruso senza reagire, difendersi o ribellarsi? Chi giudica questo? Chi può valutarlo? Chi potrebbe pretendere dagli altri una sopportazione infinita, senza limiti? Chi può imporre – per legge morale, fede religiosa o altra convinzione o infatuazione ideologica – di porgere sempre l’altra guancia? Forse un fondamentalista cristiano che crede fermamente nell’al di là e nel Paradiso Celeste, un Gesù, un santo votato a un passivo martirio; chi altri?

Ovviamente ognuno sceglie per sé, ma nessuno può giudicare chi non ne può più e non ha altra speranza di far sentire le proprie ragioni.

Mi viene in mente l’opera teatrale «I Dieci Comandamenti» del grande drammaturgo Raffaele Viviani di Castellammare di Stabia, mia città natale. Non lo cito a caso. L’opera è costruita in quadri. Ogni quadro è dedicato a un comandamento. Un giovane disoccupato di un quartiere degradato e “difficile” (nonostante tutto animato da buoni princìpi) cerca in ogni modo di rispettare le leggi delle tavole divine consegnate a Mosè (si dice) da Dio in persona. Ma alla prova dei fatti... le circostanze, il contesto in cui si dibatte e le necessità lo portano a trasgredirle.

Resosi conto che molto difficilmente un povero nelle sue condizioni avrebbe potuto rispettarle, quel disoccupato si rivolge a Dio chiedendo per quali persone avesse mai scritto i Comandamenti..... forse per i ricchi: gli unici nelle condizioni di poterli concretamente rispettare, eppure i primi a trasgredirli.

Passando dalla rappresentazione alla realtà alla realtà e dalla larga scala a quella piccola, racconto due aneddoti, sempre intorno al nodo della violenza e non violenza.

Anche io sono nato e cresciuto in miseria nei quartieri spagnoli di Stabia. Per aiutare la famiglia, sfamare i miei numerosi fratelli e gente del quartiere ancora più disperata ho svuotato “Stande” e salumerie, e non ne provo colpa né vergogna. Così per difendere altri dalle prepotenze dei potenti ho dovuto affrontare i violenti nei modi che le circostanze richiedevano. Posso assicurare che non c’era alternativa, se non quella di subire...

Non ci ho messo molto a impegnarmi politicamente e nel sociale, partecipando alle lotte per i diritti, per la casa e il lavoro e allo stesso tempo utilizzando il teatro e la scrittura come strumenti di emancipazione e di liberazione.

Insieme a tante altre persone, compagne e compagni abbiamo (con la forza che ci voleva per farci sentire e rispettare) accusato e messo all’indice uomini e gruppi di potere contestando le quotidiane scelte amministrative e politiche: rischiando ritorsioni della criminalità a loro affiliata, alzando barricate, resistendo alle cariche della polizia, contrastando la violenza fascista e razzista, occupando case, assaltando Municipi e altre sedi istituzionali. E sono certo che in quei momenti abbiamo fatto la cosa giusta per giuste ragioni.

Primo aneddoto. Sulle colline di Castellammare era sito l’Istituto Tropeano che accoglieva circa quaranta bambini “diversamente abili” o con disagio psichico, occupando un bel gruppo di operatori sociosanitari fra inservienti, logopedisti, assistenti sociali e psicologi. Morto il titolare, la moglie non trovò di meglio che mandare a casa i bambini e licenziare i dipendenti; i quali – insieme alle famiglie dei bambini (molto numerose) – chiesero una mano ai comitati di lotta del territorio, in quegli anni molto forti e organizzati. La struttura fu quindi occupata e difesa per sei lunghi mesi dai ripetuti tentativi di sgombero; mentre all’interno proseguivano le attività con bambini e familiari. La cosa attirò perfino l’interesse di Sergio Piro, lo psichiatra che aveva fondato al Frullone di Napoli la seconda Comunità terapeutica basagliana in Italia. Spiegammo pubblicamente i motivi della lotta ottenendo la solidarietà di gran parte della popolazione e degli operai delle numerose fabbriche della città. Una nutrita parte di quel movimento di occupazione scendeva in città ogni tre o quattro giorni e senza preavviso per occupare ora la Circumvesuviana, ora la Ferrovia di Stato, ora l’entrata dei Cantieri Navali, ora l’accesso all’autostrada e così via, costringendo le autorità a richiedere l’intervento della Celere. Più volte assaltammo il Municipio prendendo in ostaggio sindaco e assessori. Non mancarono scontri molto violenti. Con noi avevamo un grosso calendario tatzebao con i giorni delle lotte... che prometteva azioni sempre più dure. La città divenne ingovernabile. Messo alle corde dall’irriducibilità della lotta il Comune propose alla vedova Tropeano di riaprire la struttura in cambio di un ragionevole affitto e dell’assunzione pubblica di tutti i dipendenti, tutt’ora nei ranghi del Comune. Così l’Istituto riaprì diventando un’importante struttura di assistenza pubblica al disagio.

Secondo aneddoto. In quegli anni la Democrazia Cristiana assegnava case popolari alle famiglie dei galoppini che assicuravano un certo numero di tessere e voti facendo campagna elettorale per “il partito di Dio”. Solo l’occupazione di quei lotti con la forza e poi la resistenza organizzata agli sgomberi garantì le case a chi ne aveva realmente bisogno e diritto. A seguito di duri scontri, il Comune ha dovuto rivedere le sue graduatorie e assegnarle finalmente a chi spettavano. Nessun giudice aveva indagato sulle assegnazioni clientelari e nessun partito aveva preso di petto la questione, ma noi del “movimento” agendo contra legem avevamo fatto giustizia. E qui cito un racconto di Cory Doctorow nell’antologia «Radicalized»: «Chi dice che con la violenza non si risolve mai niente?».

Tornando su larga scala, mi vengono in mente (che siano miti o persone reali poco importa) i ribelli indigeni delle Americhe che hanno resistito con dignità e fino all’ultimo ai conquistatori: Zorro, Pancho Villa, Zapata. Ma anche Spartaco, Robin Hood, i nostri partigiani, Che Guevara, le rivolte nere e Malcom X, il Comandante Marcos con tutti quelli e tutte quelle che dicono ribellarsi è giusto.

Non dimentichiamo che re, imperatori, despoti e aristocrazie sono caduti con le prese alle Bastiglie e con gli assalti ai Palazzi. Tutte le conquiste civili, sociali e politiche del movimento operaio e delle lotte per l’emancipazione sono stati ottenute solo dopo durissime lotte, ognuna delle quali purtroppo conta i suoi morti. Penso alle donne messicane di oggi che hanno deciso di addestrarsi, di armarsi e imparare a sparare per difendersi dai ripetuti sequestri da parte di uomini-mostri.

A volte si è vinto oppure ottenuto qualcosa; altre volte no. Sta nelle cose ma restano esempi che nutrono la speranza e rafforzano la reale possibilità di un cambiamento.

Lo ripeto: ciò che si conquista non è scontato una volta per tutte. Libertà, democrazia e diritti si conquistano giorno per giorno. Con i denti, come recita Malarazza di Domenico Modugno, interpretato anche dai Zezi (storico gruppo musicale operaio di Pomigliano D’Arco): «Ti lamenti, ma che ti lamenti? Pigghia nu bastone e tira fora li denti».

Qualcuno potrebbe dire che i tempi son cambiati... Per certi versi è senz’altro così, ma il sistema che da secoli ci domina resiste, anche se spesso con “nuovi abiti”. Ho l’impressione che il più delle volte preferiamo girare intorno al problema, proprio per evitare lo scontro con il nemico reale e rischiare il meno possibile. Spesso lo facciamo in nome del “bon ton”, di un cosiddetto ed equivoco confronto civile, di una non violenza e di un pacifismo intesi come valori assoluti, quasi religiosi, dal sapore fin troppo ideologico, sempre meno aderenti allo stato delle cose e alla realtà violenta dei fatti.

Allora chiedo (io non ho risposte certe): non è che col tempo – restando seduti agli schermi, catturati e ipnotizzati dalla rete, affascinati da una affabulatoria e rassicurante critica gentile – ci siamo rammolliti? Non è che avendo trasformato manifestazioni e proteste in comode e pacifiche passeggiate non facciamo più paura a nessuno? Non è che la nostra (per me eccessiva) civile tolleranza abbia concesso al nemico (che ora preferiamo chiamare rispettosamente avversario) fin troppo terreno? E che le belle parole, da sole, non modificano di una virgola i rapporti di forza nei confronti delle capacità coercitive del sistema?

Personalmente credo occorra qualcos’altro (su cui è necessario ricominciare a ragionare). Un certo tipo di pacifismo (talora moralistico) mi pare abbia indebolito parecchio tutti i movimenti che perseguono un cambiamento radicale, togliendo o riducendo ai minimi termini la legittimità di forme di lotta che prevedano l’uso della forza. Comprendo benissimo che non tutti possano essere disposti o capaci di usare la forza o di partecipare a forme di lotta violente, ma credo che nei movimenti – quelli davvero impegnati a cambiare il mondo reale (e non quello dei sogni) – ci debba essere una parte che nei momenti opportuni e laddove si renda necessario se ne deve assumere l’organizzazione, l’onere, il coraggio. Temo altrimenti che sarà sempre più difficile e improbabile riuscire a impensierire, a far cambiare idea e a mettere in crisi chi governa il sistema. Finché non avranno da perdere o da temere... poco o nulla cambieranno.

Fonte

02/12/2019

Una critica alla “nonviolenza” da una persona che rifugge la violenza

Parto da una dichiarazione molto esplicita: io non sono, e non sono mai stato, violento. Tuttavia mi sento lontanissimo da quella che viene denotata “Nonviolenza” (o anche “non violenza”, ma lo scrivo unito per capirci).

Oggi sembra che non ci si possa esprimere su nulla, sui movimenti, sulle lotte sociali e politiche, sulle forme di lotta, se non si antepone la premessa quasi rituale “Ovviamente con metodi non violenti”, o unendo “Pace e nonviolenza”. Il mio parere, e la mia scelta, è che sia più che sufficiente “non essere violenti”! Perché ci si dovrebbe dichiarare “nonviolenti” a priori, astrattamente, indipendentemente dalle situazioni concrete di fronte alle quali potrebbe porci, o ci pone la vita, sempre diverse e soprattutto imprevedibili?

A mio parere questa “nonviolenza” si configura come una contrapposizione ideologica a qualcosa che è tutt’altro che definito: si costruisce un’immagine astratta di “violenza” e ci si contrappone a priori a un’idea che ci si è fatta in testa, a prescindere dalle situazioni reali.

Fra l’altro ho seri dubbi che tutti coloro che adottano questa posizione intendano la medesima cosa: dalla mia esperienza personale ci sono fra l’altro molti tipi di “nonviolenza”, anche piuttosto diversi fra loro, nelle premesse e negli atteggiamenti concreti. E ho conosciuto, francamente, “nonviolenti” che esercitano una, penso inconsapevole, aggressività nelle parole e negli atteggiamenti personali: se freniamo con la volontà atti o reazioni di aggressività che ci verrebbero spontanei, da qualche parte o in qualche forma questa violenza deve necessariamente sfogarsi, uscire. E vorrei aggiungere che la violenza verbale può ferire anche più di quella fisica, denota comunque forme di intolleranza verso gli altri e le loro opinioni.

Nella galassia dei gruppi pacifisti, fra i quali ci sono alcuni dei “nonviolenti” più convinti e integrali, dominano divisioni profonde (le differenze doverebbero essere un ricchezza), chiusure nette, vere rivalità, rifiuti a confrontarsi e a collaborare con gli altri: a me sembra inconcepibile che il rifiuto ad ascoltare, l’autoreferenzialità, la sordità e l’indifferenza verso gli altri non venga colta come una forma di vera “violenza”, ancorché non fisica. La mia valutazione personale è che dietro questi atteggiamenti si celino problemi personali non risolti (cosa che non è certo una colpa, chi non ne soffre?), forme inconsce di autoaffermazione, sensi di inferiorità sublimati in tali atteggiamenti.

Personalmente in mezzo secolo di impegno politico e militante ho sempre rifiutato la “nonviolenza” intesa in questo modo. Anche se, nella realtà, ho collaborato e collaboro in maniera molto proficua con organizzazioni, formazioni o soggetti esplicitamente “nonviolenti”: quelli almeno che hanno un atteggiamento “laico”, accettano, anche se magari non condividono, le mie posizioni e le mie analisi (ovviamente ricambiati).

D’altra parte mi guardo bene dal disconoscere i meriti di molti soggetti nonviolenti, i quali si sono esposti a misure repressive a volte dure. Ma la repressione del sistema non guarda in faccia a nessuno, e non ha risparmiato certo tanti che hanno invece adottato metodi diversi. Insomma, il merito non è esclusivo dei “nonviolenti”, così come non lo è assolutamente, a mio parere, l’efficacia o meno delle azioni.

Mi si può obiettare: perché essere CONTRO la “nonviolenza”? (Sempre precisando che rispetto comunque tutte le posizioni.)

Non è sufficiente non condividere le posizioni “nonviolente”?

Il fatto è che mi convinco sempre più che se e quando sarà possibile fare una valutazione storica approfondita delle lotte di questo mezzo secolo, la “nonviolenza” verrà valutata come una auto-costrizione delle forme di lotta, e dei loro esiti, una scelta avulsa appunto dalla considerazione delle situazioni concrete. E qui cercherò di affrontare il problema.

L’affronterò da due fronti diversi: il primo esaminando alcuni esempi specifici, concreti, storici – non certo i soli, e forse neanche i più adatti – per cercare di capirci; il secondo cercando di proporre un’interpretazione, per lo meno preliminare, dei motivi per i quali questa premessa di “nonviolenza” è concepita quasi come un obbligo morale, diventata quasi necessaria, un bisogno.

Inizio dal primo punto. Un primo aspetto lo liquido rapidamente perché mi è già accaduto in passato di discuterlo con i soggetti nonviolenti con i quali mi rapporto: questi infatti non negano affatto che certe circostanze storiche abbiano imposto di “imbracciare il fucile, ed anche di uccidere”. L’esempio tipico è la Resistenza, non solo italiana, contro il nazismo, della quale è difficile negare i meriti, e la necessità.

Il riferimento “classico” dei “nonviolenti” riguarda le forme di Gandhi di opposizione al dominio coloniale britannico: ovviamente riconosco a Gandhi il merito di queste lotte, ma personalmente dissento da chi vorrebbe decontestualizzarle e applicare l’approccio gandhiano a qualsiasi situazione. In tante situazioni dubito fortemente che sarebbe la più idonea ed efficace, ed addirittura che sarebbe utilizzabile.

Personalmente ho tanti esempi della necessità, ed efficacia, del ricorso a metodi violenti, di ricorso alle armi: esempi che sinceramente ammiro. Non sono un esperto delle lotte di decolonizzazione, ma credo che vi si possano trovare molti casi nei quali il ricorso a ribellioni armate è stato una necessità, e senza di esso le ribellioni sarebbero fallite o risultate inefficaci: il che non implica il contrario, cioè che tutte le rivolte armate anti-coloniali abbiano avuto un esito positivo; soprattutto nel lungo periodo, conseguendo esiti duraturi e irreversibili (ma simmetricamente cosa si potrebbe dire dell’India dopo Gandhi?).

Il punto è sempre di non assolutizzare nessun approccio, ma contestualizzarlo, tenendo conto di tutti i fattori, sempre diversi, che caratterizzavano la concreta situazione storica e sociale.

Vi sono comunque casi concreti che, senza mezzi termini, riscuotono la mia completa approvazione. Uno è la Rivoluzione Cubana, nella quale i barbudos affrontarono con i soli fucili un esercito, quello batistiano, dotato (dagli Stati Uniti) di aviazione, cannoni, mitragliatrici, carri armati.

Sono convinto che nessun’altra forma di lotta avrebbe avuto questo successo, perché gli Stati Uniti furono colti di sorpresa (come tutto il mondo) e se si fossero preparati ad altre forme di lotta le averebbero represse sul nascere con ogni mezzo: la storia di tutta l’America Latina, e i drammatici sviluppi attuali, ne sono la prova. Del resto gli Stati Uniti non si sono mai rassegnati alla perdita di Cuba, nel 1961 organizzarono l’invasione alla Baia dei Porci, hanno gravato Cuba del pesantissimo bloqueo, e attualmente stanno deliberatamente cercando di soffocare la società cubana, con il solito pretesto di “liberarla” e portare la (loro) democrazia, a costo di annientarla (ma, come dichiarò l’allora Segretario di Stato, Madeleine Albright, sulla strage perpetrata in Iraq con, e dopo, la guerra del 2003, “Ne è valsa la pena”!).

Ma c’è un argomento senz’altro più delicato, ma dirimente: ammiro senza mezzi termini il governo cubano quando, dopo il crollo del regime di Salazar in Portogallo (“rivoluzione dei garofani” che certo riconosco non violenta, appunto una situazione storica specifica), intervenne militarmente in Angola, dove i cubani – sconfiggendo in una lunga guerra, con un esercito “di colore” cubano-angolano, l’esercito di “bianchi” del Sudafrica, il più forte dell’Africa – inflissero un colpo decisivo all’immagine dell’apartheid.

Fu un atto di internazionalismo estremamente coraggioso: nel clima della Guerra Fredda né gli USA né l’URSS potevano intervenire, Cuba se lo permise scavalcando la volontà dell’URSS, sebbene fosse da 13 anni nel Blocco comunista.

Chi abbia letto il libro di Ryszard Kapucinski Ancora un Giorno (o visto il recente bel film omonimo) sa che il progetto del Sudafrica, se avesse soffocato il movimento di liberazione in Angola, era di imporre il regime di apartheid in tutta l’Africa: Nelson Mandela ha dichiarato esplicitamente a Fidel Castro la gratitudine per l’intervento militare cubano in Angola.

Insomma, un intervento armato ha contribuito a cambiare la storia di un intero continente, e forse gli equilibri mondiali.

Non mi dilungo sulla Guerra nel Vietnam, un altro caso emblematico, che si può catalogare nelle forme di resistenza a un’aggressione esterna: ma ritengo che non fu una mera resistenza a un’aggressione, ma una vera guerra di liberazione coloniale, armata, la precedente Guerra d’Indocina (1946-1954) condotta vittoriosamente dal grande generale Ho Chi Minh, dal momento che la Francia dal 1883 aveva imposto il dominio coloniale di fatto sul Vietnam e l’occupazione giapponese durante la Seconda Guerra Mondiale era stata solo una parentesi.

I meriti, militari, del generale Ho Chi Minh non sono a mio avviso per nulla inferiori a quelli di Gandhi: e non credo che la colonia francese del Vietnam si sarebbe liberata con metodi “nonviolenti”. Tutto deve essere contestualizzato.

Del resto non posso mancare di ricordare che fra i “nonviolenti” italiani vi è stato chi ha plaudito all’intervento militare in Libia del 2011! Mentre altri “nonviolenti” si indignarono e si opposero, nonché tanti altri che non si riconoscono affatto nella “nonviolenza”: il rifiuto delle armi e della violenza non è una prerogativa dei “nonviolenti”, e a volte lo è maggiormente per altri pacifisti.

*****

Vengo al secondo punto, per cercare di individuare, almeno in termini preliminari, la possibile origine della “nonviolenza”, per lo meno in Italia nel mezzo secolo passato, come sia diventata una premessa quasi obbligata, preliminare ad ogni proposta di azione e di movimento. Non sono un esperto per ricostruire le espressioni precedenti della non violenza, ma credo di poter dire che mai prima sia stata una necessità quasi obbligata di dichiarazione. Mi limito alla situazione che conosco e ho vissuto direttamente, l’Italia.

A mio avviso vi sono state vicende precise della nostra storia tormentata dell’ultimo mezzo secolo che hanno generato una sorta di “senso di colpa” collettivo, e indotto il bisogno di auto-giustificarsi, a priori: “Io sono nonviolento”, “metodi nonviolenti”.

I motivi che esporrò non sono certo esaustivi ma penso che abbiano un fondamento di verità.

La contestazione del ‘68, con la sua radicalità, provocò una forte repressione poliziesca, a cominciare dai famosi scontri di Valle Giulia a Roma (che comunque a mio avviso furono pienamente motivati). Ma a mio parere il potere si sentì direttamente minacciato quando l’anno seguente le lotte dell’Autunno Caldo coinvolsero in massa gli operai delle fabbriche, si saldarono con le lotte studentesche e coinvolsero ampi strati sociali.

Le posizioni e le reazioni delle forze politiche e sindacali di sinistra istituzionali furono profondamente insoddisfacenti, vennero contestate dai movimenti, e si svilupparono le varie formazioni e posizioni della cosiddetta sinistra extraparlamentare. Non a caso si verificò allora l’inasprimento della “strategia della tensione” e si intensificarono gli attentati fascisti: proprio all’inizio dell’Autunno Caldo vi fu, il 12 dicembre del 1969, la strage di Piazza Fontana (preceduta dagli attentati della primavera).

In questo clima rovente – fra la radicalità delle manifestazioni di massa, le risposte carenti della sinistra istituzionale, la frammentazione dei gruppi extraparlamentari che sostenevano la via rivoluzionaria, le trame nere, i tentativi di colpi di stato (quello del comandante Junio Valerio Borghese del 1971, nel 1974 il “golpe bianco” di Edgardo Sogno, la strage dell’Italicus e la strage di Piazza della Loggia a Brescia, ecc.) – si svilupparono (semplificando brutalmente) le forme della “lotta armata”.

Non è questa la sede per esaminare l’andamento e gli esiti della grande stagione di lotte degli anni Settanta, ma credo sia opportuno insistere – per chi non lo avesse ben presente, e soprattutto per chi ancora non c’era – sull’estrema gravità delle tensioni, le provocazioni, le trame nere, le complicità internazionali, il rischio gravissimo per la democrazia italiana1.

Credo che sia anche importante precisare che la radicalità delle lotte aveva un’origine nelle lotte operaie nelle fabbriche2, dall’occupazione di Mirafiori, alle posizioni di Lotta Continua e di atri gruppi extraparlamentari (non si dimentichi ad esempio l’uccisione dell’agente di polizia Annarumma, il 19 novembre 1969 a Milano, in seguito a uno scontro con un gruppo estremista). Insomma, un crescendo di violenza non più latente, ma conclamata, caratterizzò i principali conflitti operai.

Con queste sommarie (e certo lacunose) premesse, l’ipotesi di lavoro che propongo è che come reazione, in parte comprensibile, a questi sviluppi di violenza delle lotte, si sia generata in molti movimenti o organizzazioni una sorta di senso di colpa, un bisogno di distinguersi con una scelta di rifiuto radicale, a priori, della violenza. Questa scelta si è rafforzata in seguito al fallimento di quella grande stagione radicale di lotte.

Personalmente non ho mai condiviso, fin da allora, questa posizione per la “nonviolenza”, e rimango fermamente convinto che il fallimento delle lotte non abbia avuto origine (o non solo, e in generale non principalmente) nell’adozione di forme violente (escludo qui la “lotta armata”).

Vedo in generale (vi saranno indubbiamente eccezioni) in questa scelta una carenza di analisi delle situazioni concrete, come ho cercato di motivare all’inizio. Non credo sia necessario che dica che non è vero neanche il contrario, cioè che la violenza sia giustificata dalla sola violenza del potere o del sistema in cui viviamo ed operiamo. Certo assistiamo a interventi di gruppi violenti in situazioni o manifestazioni concepite e organizzate come pacifiche, che spesso prestano il destro agli organi di cosiddetta “informazione” per screditare tout court queste manifestazioni: d’altra parte sarebbe ingenuo ignorare le provocazioni preordinate, o addirittura le infiltrazioni alle quali siamo quasi sempre impreparati.

Ma secondo me è certo che i movimenti e le organizzazioni “nonviolente” non assicurino nessuna garanzia o difesa rispetto alle irruzioni di forme violente. A mio parere le difese e i controlli più efficaci e adeguati verso interferenze violente erano i servizi d’ordine organizzati dei cortei operai degli anni Settanta.

Per concludere, insisto che sulle forme dell’uso della violenza si tratta di essere in grado di valutare ogni situazione concreta che si presenta, superando ogni forma di inibizione: non l’accetto, ma non la escludo, a priori!

Non sono violento, ma non sono assolutamente “nonviolento”. Non vedo nessuna necessità di giustificarsi a priori.

(E, senza pensare male verso nessuno, siamo sicuri – io per primo – di essere proprio immuni dalla violenza o prevaricazione di genere, comportamenti maschilisti o patriarcali, o pregiudizi etnici?)

Note

1 . Dietro gli attentati della primavera-estate 1969 c’era già l’idea del colpo di stato: dietro c’erano i Colonnelli del colpo di stato in Grecia. La tensione salì con un crescendo fino alla strage di Piazza Fontana: dietro c’era la regia di Ordine Nuovo e Alleanza Nazionale, ma la regia superiore venne dall’Ufficio Affari Riservati del Ministero dell’Interno ed era collegata alla Nato e pilotata dagli Usa. Vi erano legami tra Valerio Borghese, la mafia e gli Usa. Indagini successive individuarono anche la provenienza dell’esplosivo, con esplosivo Nato! Vi fu un duro scontro nella DC, in ballo c’era l’apertura al Pci: vi furono pressioni Nato e della destra internazionale. Il crescendo portò poi al rapimento di Aldo Moro del 1978.

2 . Si può vedere ad esempio il recente libro di Chicco Galmozzi, Figli dell’officina. Da Lotta continua e Prima linea: le origini e la nascita (1973-1976), DeriveApprodi, Roma, 2019.

Fonte