Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

27/02/2011

Come andrà a finire?

La caratteristica peggiore che da sempre contraddistingue i media tradizionali, è la prerogativa a costruire (e in rari casi anche documentare) un fatto, per poi cancellarlo dall'immaginario collettivo come non fosse mai esistito appena sì paventa la possibilità di rimpiazzarlo con un evento di maggior risonanza commerciale, perché la portata di un fatto, una storia, è sempre legata alla "capacità" che possiede di spingere verso l'alto le quotazioni degli spazi pubblicitari che la circondano, in TV, come in radio e sui giornali.
Sì verifica, quindi, il paradosso per cui eventi di portata epocale si manifestano e dissolvono nel pensiero comune di un emisfero come fossero neve al sole, dando addito all'uomo comune di credere che il caso del mese scorso sì sia risolto, o peggio ancora sia andato in prescrizione (come l'associazione mafiosa di Andreotti) insinuando nella coscienza del singolo lo scarso interesse per ogni questione che non sia direttamente collegata al tornaconto del proprio orticello, finendo per disgregare ogni forma di coesione e solidarietà sociale che guarda caso è alla base del potere che la "massa" potrebbe esercitare su ogni ambito della vita pubblica.
Tutto questo preambolo per dire e ribadire (soprattutto a quelli che leggono e non capiscono mai un cazzo di quello che scrivo!) che la rapida evoluzione degli eventi in Nord Africa (nello specifico la Libia) non deve distrarre l'attenzione dai fronti che fino a una settimana fa occupavano le cronache delle agenzie informative di mezzo mondo.
Onde evitare di rivivere nuovamente le distorsioni avvenute tra l'89 e il '91, anni in cui tutti sì rallegrarono per la caduta del Muro di Berlino prima e dell'URSS poi, senza interrogarsi minimamente sulle reali implicazioni future (alla prova dei fatti tutte negative) che quei collassi produssero nei 15 anni successivi, è quindi bene mantenere alto il livello d'allarme su quanto sta avvenendo nello scacchiere che in bene o male, cambierà gli assetti mondiale e la vita di ogni singolo nei prossimi decenni.
Come di consueto basta veramente poco per farlo, è sufficiente informasi e capire ciò che sì legge (ti senti chiamato in causa caro lettore? fai bene, perché sto parlando proprio di te, caprone che te la tiri da filosofo!).
Il sottoscritto vi aiuta ed esorta a intraprendere tale percorso giusto proponendovi qualche spunto di approfondimento e riflessione:

Tunisi, un mese dopo

Egitto, viaggio tra i lavoratori del delta industriale

Già che ci sono butto anche un buon accompagnamento musicale che fa sempre piacere.
Signore e signori, Coroner!

La massima del giorno.

26/02/2011

FIAT, terzo atto

Vi ricordate quando Marchionne rassicurava l'Italia intera affermando che Pomigliano sarebbe rimasta un'eccezione isolata all'interno del panorama produttivo aziendale, e giustificava quello scempio contrattuale affermando che lo stabilimento napoletano necessitava di un giro di vite per rimettere in riga i soliti meridionali fannulloni?
In tanti, compresa la stampa di Confindustria e gli economisti da strapazzo alla Porro, si scorticarono le mani plaudendo alla fermezza dell'italo-canadese più pagato del mondo. Siccome il nostro è un paese con memoria storica pari a zero, Marchionne ebbe gioco facile nell'allargare il famigerato scempio anche allo stabilimento di Mirafiori raccogliendo, in quell'occasione, anche il pragmatico assenso di quegli ex-comunisti con le pezze al culo ora imboscati nel PD, che rispondono al nome di Chiamparino (quella perla d'amministratore locale che ha reso Torino il comune più indebitato d'Italia), Fassino e D'Alema (la coppia che se fosse operaia avrebbe votato "Sì", peccato che poi la stragrande maggioranza dei veri operai abbia votato "No"...) già avvezzi alla sconfitta di classe perché reduci dalla sonora baccata che PCI e sigle sindacali portarono a casa nell'80, quando i 40 mila colletti bianchi della FIAT consegnarono nelle mani di Romiti la distruzione del futuro della classe operaia italiana.
Bene, tornando ai giorni nostri, nel tam tam del culo di Ruby prima e delle rivoluzioni nel Nord Africa poi è filtrato qualche articolo che richiamava al probabile approdo del neo modello FIAT anche alle Carrozzerie Bertone, nome storico della meccanica automobilistica italiana, finite nell'orbita del gruppo FIAT dopo anni di pessima gestione familiare che condussero lo stabilimento al commissariamento governativo e alla successiva cessione al Lingotto nel novembre del 2009.
Dopo 6 anni di cassa integrazione, pare che la dirigenza FIAT abbia finalmente deciso che sorte riservare alle officine Bertone, per le quali sarebbe prevista la produzione di un nuovo modello Maserati (che ancora nessuno ha visto, torniamo quindi alla farraginosità industriale del progetto "Fabbrica Italia") anche in questo caso, condizionato all'accettazione del modello contrattuale imposto coercitivamente prima a Pomigliano e poi a Mirafiori.
La faccia da culo della dirigenza FIAT (è sempre bene ricordare che Marchionne è la prima linea dietro cui si nasconde la holding familiare Agnelli-Elkann) si manifesta dunque in tutto il proprio splendore, dal momento che i presupposti che avrebbero reso il contratto vergogna "necessario" per Pomigliano, prima con Mirafiori e ora con Bertone manifestano tutta la propria faziosità, perché le officine meccaniche Bertone, oltre ad essere un'eccellenza nel settore automobilistico (che a me sta sui coglioni, ma davanti ad opere come la Stratos c'è solo da stare in silenzio) lo sono anche nella serietà dei propri dipendenti che vantano una media d'assenteismo dimezzata rispetto a quella dell'intera regione Piemonte.
Analizzando il valido articolo che Telese del Fatto Quotidiano ha pubblicato sulla questione non si riesce purtroppo a trovare una chiave di lettura sufficientemente affidabile sul caso FIAT. Il marchio (occhio a questo termine che non è usato impropriamente...) di Torino pare, infatti, più interessato a creare confusione e nascondere le proprie carte, piuttosto che dare ampio respiro a un piano industriale pubblicizzato da mesi ma al momento ancora privo di qualsiasi sostanza reale, sarà mica che Torino è sempre più in provincia di Detroit come disse tempo fa Travaglio a casa Santoro?

25/02/2011

This is the rhythm of the night...

Probabilmente con il seguente articolo perderò la simpatia dei pochi metallari rimasti: pazienza, non per questo passerò nottate in bianco. Piuttosto, il vero "dilemma" che assilla la mente di noi morbosi è questo: che fine ha fatto la disco dance? Quelle canzoni, magari stupidelle, ma che ti facevano scorrere il ritmo e la voglia di ballare? Quelle che canticchiavi tutto il santo giorno e magari danzavi in ascensore? Partendo dagli Spargo, Indeep, Imagination (band queste, in cui il basso la faceva da padrone), passando per l'intamontabile Falco, Black Box, Via Verdi (i rockettari!!!), per arrivare ai più recenti ma altrettanto validi 2 Unlimited, Ti.Pi.Cal (i picciotti!!!), Robert Miles e Gala? E vogliamo parlare dello spirito di quei tempi, che cazzo di fine ha fatto?
Per molte persone, ormai, andare a ballare vuol dire farsi sistematicamente inculare dai prezzi improponibili delle discoteche "rinomate" e star li a far numero a bordo pista, vantandosi per il solo fatto di esserci, per poi immancabilmente ubriacarsi o calarsi una pasta per sconfiggere la noia che li assale. Io penso invece che chi ama davvero la musica dance sa che non c'è bisogno di tante cazzate per divertirsi: basta lasciarsi trasportare dalle melodie e magari andare dietro alla tettona bionda vista al piano bar, ed il gioco è fatto! Sarò forse troppo nostalgico, ma i giovani d'oggi mi fanno schifo: una generazione nata vecchia che non sa più divertirsi perchè cresciuta in ciò che prima era la rivoluzione. Chi vive oggi questi fenomeni è ormai abituato a tutto, e dà ogni cosa per scontata. La musica è come la playstation, i cellulari o le mignotte che ammirano in tv mentre io, alla loro età, guardavo Holly & Benji piuttosto che Tutti in campo con Lotti.
Hardcore (non quello punk, purtroppo), minimal, techno, cazzi e mazzi... ma cos' è sta merda??
Dio cane: ridateci Dr. Alban!

23/02/2011

Libia secondo atto

Qualche giorno fa scrissi che le fucilate (poi tramutatesi in bombardamenti) elargite a piene mani da Gheddafi al proprio popolo sì ponevano a garanzia non solo della sua dittatura ma anche dell'interesse italiano.
In quell'occasione mi riferivo principalmente agli interessi dell'ENI nell'area, la realtà tuttavia va ben oltre il tornaconto del cane a sei zampe.
Per saperne di più in modo conciso, come di consueto, tocca affidarsi ai comici, ormai da anni artefici dell'informazione più decente che si posso trovare nel Bel Paese:

"La meraviglia è una dote degli italiani. La sorpresa di fronte all'impensabile, ma solo perché nessuno ci aveva voluto pensare, è una caratteristica nazionale. Abbasso Gheddafi, il sanguinario dittatore beduino, il genocida del suo stesso popolo, lo stragista di migliaia di libici innocenti. Sì, d'accordo, ma nessuno ha mai detto nulla all'Eni di Scaroni, alla Juventus degli Agnelli, all'Impregilo di Romiti, alla Finmeccanica o all'Unicredit di nonsipapiùchi? La mamma non li ha informati prima che si sposassero con Gheddafi? Aziende italiane con enormi interessi nella Libia e partecipazioni azionarie dirette da parte del Paese responsabile dell'attentato di Lockerbie. La cittadina scozzese dove morirono le 259 persone del volo Pan Am insieme a 11 abitanti. Il più sanguinario atto terroristico prima delle Torri Gemelle? Qualcuno ha alzato un dito in quarant'anni contro chi ha spogliato di tutti i beni e cacciato da un giorno all'altro come dei cani gli italiani che vivevano in Libia da decenni? Anzi, è avvenuto il contrario. Gheddafi è stato protetto, riverito, accolto come il garante della mitica Quarta Sponda dell'Italia. Non è un mistero che la sua aviazione militare sia stata addestrata in Italia e neppure che i nostri servizi segreti lo abbiano più volte avvertito di minacce e attentati. Si dice che sfuggì alla morte durante il bombardamento ordinato da Reagan grazie a informatori italiani. Gheddafi è uno di noi, che lo si voglia o meno, che lo si accetti oppure no. Il baciamano di Berlusconi è solo l'ultimo episodio, il più plateale e indecoroso per gli italiani, di un rapporto lungo decenni. Gheddafi salvò la Fiat alla fine degli anni' 70 con i suoi capitali, nessuno si indignò. Abbiamo barattato petrolio con armi e assistenza militare, energia con la perdita del pudore della nostra democrazia. E ora, giustamente, ci indigniamo. La meraviglia è dei bambini e degli ipocriti. L'Italia è il Paese delle Meraviglie e dell'Ipocrisia. Gheddafi ha dichiarato che rimarrà fino alla morte. L'Italia perde un suo fedele alleato che ha già rinnegato. Gheddafi? Ma chi lo conosce?"
Link originale.

Come se non bastassero 40 anni di supporto ambiguo e occulto al regime del simpatico colonnello, la totale assenza di lungimiranza politica ha condotto l'Italia a collezionare, negli ultimi giorni, una serie di magre internazionali d'antologia.
Siamo partiti con il "Non lo voglio disturbare" di Berlusconi, abbiamo proseguito con Frattini secondo cui "L'Europa non deve esportare la democrazia" (se lo fa Bush, invece, gli andiamo dietro di corsa e Scaroni ringrazia) e siamo giunti al timore che la fine del colonnello libico scopra il vaso di pandora dell'immigrazione africana (che poi il grosso degli irregolari giunga in Italia via terra e non dalle coste libiche non interessa a nessuno). Le solite figure da pezzenti, che questa volta potrebbe avere risvolti più seri rispetto a quelli cui ci ha abituati la nostra Repubblica.
La degenerazione degli assetti politici nel sud del Mediterraneo, infatti, mette in discussione decenni di politica estera regionale del nostro Paese che, pur con strategie discutibili e in molti casi avulse da ritorni diretti per l'interesse nazionale, aveva portato l'Italia a tessere una rete d'interessi piuttosto fitta con quelle nazioni che nell'ultimo mese sono capitolate una dietro l'altra.
La crisi libica in particolare ci ha messo in mezzo a una triangolazione di fuoco da cui difficilmente usciremo illesi. Attorno all'Italia, infatti, troviamo:
Alla fine della fiera, dunque, è plausibile attendersi che il caos in Nord Africa mieterà un'illustre vittima anche a nord delle sponde di Tripoli, una vittima che tra il degrado istituzionale, le puttane, la crisi economica, e la totale assenza di coscienza civile dei propri cittadini, è sempre più prossima a toccare il fondo raggiunto nel ventennio fascista.

21/02/2011

Il gemellaggio - Come lo vede Peter Gomez

Mentre la situazione in Libia degenera sempre di più e l'UE non sa fare di meglio che indignarsi per le violenze del regime, mi sono imbattuto nell'interessante punto di vista espresso da Peter Gomez (direttore de Il Fatto Quotidiano) richiamante il gemellaggio che abbozzai tempo fa riferendomi alla coppia Mubarak - Berlusconi.
Trovandolo piuttosto interessante (anche alla luce delle riflessioni che può suscitare -ndr) ho pensato di riciclarlo per il messaggio odierno.
Buona lettura, dunque, sempre ammesso che abbiate voglia di leggere.

"Berlusconi e il vento del Maghreb

Lui mostra i muscoli, promette sfracelli sulla giustizia, assicura che adesso con una mezza dozzina di parlamentare in più al proprio fianco chiuderà per sempre i conti con la magistratura. Eppure il futuro del Cavaliere resta tutt’altro che in discesa.
All’improvviso Silvio Berlusconi deve fare i conti anche con il vento caldo del Maghreb. Al caso Ruby, si sommano le rivolte degli abitanti dei paesi del Nord Africa e le minacce dell’amico dittatore Gheddafi il quale, dopo aver fatto massacrare la folla con granate Rpg, dice di star pensando di aprire le frontiere se l’Unione Europea non cesserà di sostenere le (giuste) richieste dei manifestanti.
Nell’immediato la prospettiva è che centinaia di migliaia di profughi arrivino sulle coste italiane. Nel medio periodo invece il pericolo (per Berlusconi) è che l’incendio del Mediterraneo si propaghi anche qui.
Non è uno scherzo. È un’eventualità concreta che preoccupa più d’uno dei signori del Palazzo. Il gradimento del premier è ormai in caduta libera. Solo il 28 per cento degli italiani, spiega su Il Corriere della Sera Renato Mannheimer, lo vuole ancora seduto sulla poltrona di Presidente del Consiglio. La base dell’alleato leghista è talmente in subbuglio da aver suggerito domenica ai vertici del Carroccio di annullare all’ultimo momento il collegamento tra Radio Padania (i cui ascoltatori sono imbufaliti) e la trasmissione Rai di Lucia Annunziata. Poi ci sono le donne. C’è la chiesa. Gli americani, i paesi dell’Unione europea, e addirittura la massoneria. Persino Licio Gelli lo ha mollato. E con un’intervista a Il Tempo(leggi) ha tenuto a farlo sapere in giro.
Il cocktail insomma è esplosivo. Basta pochissimo per farlo (politicamente) deflagrare.
Così il Cavaliere teme le toghe e ancor più ha paura della piazza. Che cosa accadrà quando verrano depositate tutte le foto trovate nei cellulari delle ragazze a pagamento ospiti delle sue feste? E sopratutto cosa accadrà il 6 aprile, giorno dell’inizio del dibattimento per concussione e prostituzione minorile?
È ovvio, il premier farà di tutto per tirare il processo per le lunghe. Anzi per non farlo nemmeno iniziare. La campagna elettorale per le amministrative è alle porte e sarà piuttosto semplice per lui e per i suoi onorevoli avvocati scovare una serie di appuntamenti ai quali non possono assolutamente mancare. Il giorno della prima udienza è poi l’anniversario del terremoto dell’Aquila. Volete che il capo del governo non debba presenziare a qualche cerimonia?
La questione, però è che poi alle cerimonie ci si deve per forza andare. La sentenza sul legittimo impedimento della Corte Costituzionale ha detto chiaramente che spetta al tribunale stabilire se gli impegni addotti dal potente imputato per marcare visita sono reali o meno. Quindi se Berlusconi metterà in calendario una commemorazione delle vittime del sisma, poi dovrà parteciparvi. E qui inizia il problema. Il primo ministro, per i ben noti motivi legati alla mancata ricostruzione della città, nel capoluogo abruzzese non si può più far vedere. Il rischio fischi e proteste (sopratutto ora) è troppo alto. Come altissimi restano i rischi legati a ogni comparsata pubblica sua e dei suoi molti avvocati difensori.
I partiti e il Parlamento figurano agli ultimi due posti in tutte le classifiche sulla fiducia nelle istituzioni da parte dei cittadini. E la scelta del Pdl di proporre la reintroduzione dell’autorizzazione a procedere per i parlamentari coinvolti in inchieste giudiziarie non può che farla scendere ancora: sia tra gli elettori di sinistra che tra quelli di destra. Su una cosa infatti gli italiani sono davvero uniti: l’insofferenza (crescente) per la Casta.
Per questo persino le celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia del 17 marzo a Palazzo Chigi suscitano preoccupazioni. In tempi come questi ricordare il Risorgimento e il riscatto della Nazione diventa un atto rivoluzionario. Sventolare il Tricolore e non un vessillo di partito, un fatto quasi eversivo. Anche perché, in fondo, pure al Cairo e a Tunisi, i manifestanti imbracciavano solo le bandiere dei loro rispettivi Paesi.
Ma lo hanno fatto per giorni. E abbiamo poi visto tutti come è finita."


Link originale. 

20/02/2011

Gheddafi pezzo di merda!

Mentre a casa nostra il teatrino politico ci conduce allegramente verso il baratro del default economico (siamo prossimi a quota 1900 miliardi di debito pubblico e nel frattempo Berlusconi continua a sparare a zero sulla magistratura, il neonato partito di Fini è già prossimo allo sfascio e nel PD la mezza sega Renzi litiga con la mezza suora Bindi) tutto il mondo osserva con timore il dilagare delle proteste nell'universo islamico.
Quando ne parlai precedentemente, accennai appena al concetto di effetto domino, conscio del fatto che l'unica realtà oggettiva in merito alle proteste in atto, sia la totale imprevedibilità del loro andamento, soprattutto agli occhi di un osservatore occidentale.
Tuttavia, a partire dalle dimissioni di Mubarak dell'11 febbraio scorso, l'estensione delle sommosse a tutto o quasi l'universo islamico è divenuta realtà. Anche a seguito delle migliaia di profughi sbarcati a Lampedusa nei giorni scorsi, nemmeno i telegiornali più schifosamente asserviti che abbiamo in Italia hanno potuto glissare sul fatto che l'intero status quo medio orientale e dell'Africa Mediterranea, cementatosi in 20 anni di dominio statunitense nell'area (a partire dalla prima guerra del Golfo), sia pericolosamente vicino alla disgregazione.
Allo stato attuale dei fatti, la fiamma della rabbia popolare si estende più o meno compatta dal Marocco all'Egitto e da qui ha infettato la penisola arabica, spargendo caos in strutture apparentemente immobili come Bahrein e Kuwait oltre a minacciare gli assetti, spesso già precari, di Siria, Giordania, Arabia Saudita, Oman, Yemen e Sudan.
Per farla breve, una porzione territoriale grande all'incirca il doppio dell'Europa è messa in subbuglio da popolazioni esasperate da decenni di sussistenza all'interno della fascia dei cosiddetti paesi del 3 mondo ma non troppo, ovvero quelle nazioni che sono riuscite a salire mezzo gradino in più rispetto all'Africa nera (piagata da AIDS, fame, mancanza d'acqua e regimi di dittatori-macellai), ma che sono state bloccate nel proprio cammino di crescita dalle potenze occidentali, troppo interessate a garantire il proprio tornaconto in un'area talmente strategica da rendere giustificabile l'appoggio a regimi dittatoriali d'ogni risma. La contraddizione insita in noi esportatori di democrazia, è venuta a galla per la prima volta durante la rivoluzione egiziana, che ha visto un occidente imbarazzato di fronte alla scelta di sostenere il fidato Mubarak, che in 30 anni non ha mai tradito le aspettative israeliane e statunitensi, oppure appoggiare la popolazione indigena che si aspettava ben altra reazione dal mondo democratico e in particolare da quel presidente d'oltre oceano che sulla pretesa di cambiamento ha fatto campagna elettorale e vinto le elezioni.
Archiviata la vittoria della piazza sul faraone, sono convinto che buona parte dei gabinetti politici del nostro emisfero confidasse in una regolarizzazione della stabilità regionale, che tuttavia è stata disattesa in meno di una settimana a seguito della destabilizzazione in Libia. Le proteste esplose in seno al regime di Gheddafi, assumono importanza cruciale per gli esiti di tutta la campagna rivoluzionaria perché caratterizzati da una recrudescenza nella violenza di regime che sino ad ora non si era registrata in alcuno dei paesi soggetti ai moti popolari. Il contesto libico è infatti diametralmente differente da quello tunisino ed egiziano, perché Gheddafi non ha mai fatto mistero di reggere il proprio potere sulle fucilate elargite a piene mani dall'esercito a qualsiasi tipo di manifestante, è quindi improbabile pensare che la Libia diventi specchio delle vicende tunisine ed egiziane. Tuttavia, la resistenza dell'opposizione di piazza ai fucili, sarà il metro con cui si dovrà (o quanto meno dovrebbe -ndr) misurarsi la politica estera occidentale ed italiana in particolare nel prossimo futuro. Il nostro paese, infatti, si trova in queste ore nel medesimo imbarazzo che ha investito la Casa Bianca durante i fatti egiziani essendo uno dei principali partner economici (attraverso l'ENI) e politici (la passione che Berlusconi ha per Gheddafi è seconda solo a quella per Putin) spesso sembrano una coppia d'amanti) dello stato africano, e il fatto che la Farnesia sia trincerata dietro il mutismo in merito ai fatti di Libia, mi conduce a pensare che nei prossimi giorni assisteremo all'ennesima figuraccia di Maroni, che prima denuncia il mancato supporto europeo all'Italia nella gestione dei flussi migratori dalla Tunisia, venendo poi immediatamente bacchettato da Bruxelles che gli fa presente di non aver mai ricevuto alcuna richiesta d'assistenza da parte della repubblica delle banane.
Nel frattempo i fucili libici mietono manifestanti anche a difesa dell'interesse nazionale italiano.

18/02/2011

Vergogne italiane.

La vergogna, intesa come mentalità, modo di pensare e agire, è il vero collante che da forma al nostro Paese. Dal cancelliere comunale al metallaro, dal Presidente della Repubblica al truzzo, il comune denominatore che il associa tutti è un'innata propensione per la zingarata di peggior specie, quella che non è più scherzo goliardico anche di cattivo gusto (Monicelli docet), ma azione degna della peggiore infamia.
I riferimenti al mondo della politica e dell'economia ovviamente sì sprecano, ma quelli preferisco lasciarli alla satira di Grillo, Crozza, Ascanio Celestini o Vauro, non perché a me fotta sega ma perché suddetti professionisti sono nettamente più bravi del sottoscritto a sputtanare il Paese in cui viviamo.
Oggi, andrò quindi a fare le pulci alla cara scena metal tricolore, che tanto esalta il pubblico nostrano appena si vocifera dell'ennesima reunion inutile o della ristampa in vinile di qualche album di cui nessuno sentiva la mancanza (i collezionisti segaioli, ovviamente, non sono contemplati come campione statistico probante -ndr).
Prima di procedere con le insaccate è necessario premettere che, pur con qualche neo, il metal italiano mantenne una discreta rispettabilità fino al termine degli anni '80 grazie a Necrodeath, Schizo e Bulldozer, che in quel periodo poteva essere tranquillamente considerati tra i migliori avanguardisti estremi presenti in Europa. Poi vennero gli anni '90 e la fine dell'appeal commerciale del metal classicamente inteso, spazzato via da Cowboys From Hell, Black Album e Nevermind.
Molte formazioni uscirono devastate da questa improvvisa deriva del mercato, per fortuna loro (e nostra -ndr) diverse chiusero i battenti, tante, invece, intrapresero la via dello sputtanamento per rimanere a galla e magari fare il botto che i tre nomi precedentemente citati fecero in quegli anni.
Gran parte della scena italiana piuttosto che re-inventarsi (senza troppe difficoltà considerando le basi di partenza -ndr) nel nuovo estremo che prendeva piede in quel periodo (death e black metal) sì dedicò a maldestri equilibri per accodarsi ai trend del mercato statunitense. I risultati, furono ovviamente pietosi.
Partiamo dunque con la tanto agognata colonna infame!
Extrema
In prima fila gli Extrema, che della totale mancanza d'identità hanno fatto autentica bandiera della propria esistenza.
Il gruppo lombardo nato sotto la stella del thrash americano dei bei tempi (si forma nell'86), prossimo al debutto discografico sì lega all'involuzione del genere sancita dai citati Pantera e prosegue il cammino fino ai giorni nostri, sostanzialmente scimmiottando il percorso stilistico dei Machine Head (i marchettari di Oakland).
Il risultato è una carriera spesa alla rincorsa del successo di mercato, che alla prova dei fatti non è mai arrivato se non per il batterista Dalla Pellegrina, che nel 2005 ha mollato il gruppo per unirsi ai Negrita, dimostrando un attaccamento alla causa degno del miglior trasformista politico (soprattutto considerando i trascorsi attuali del gruppo di Arezzo, che s'è rammollito parecchio rispetto agli esordi).
Schizo
Baccate anche agli Schizo, che nonostante un glorioso passato e un presente più che onorevole, a metà anni '90 non poterono fare a meno d'infognarsi in contaminazioni industriali sfociate negli EP Sound of Coming Darkness e Tones of the Absolute.
A parziale scusante di quella marchettara digressione, guarda caso imbastita quando gli alfieri della scena estrema USA erano i Fear Factory, pongo l'assenza di Reder alle redini della formazione. Resta tuttavia il fatto che pure i siciliani diedero prova di una coerenza relativizzata dalla direzione dei venti, con tanti saluti all'attitudine old school che riscoprirono a partire dalla seconda metà degli anni 2000.
L'arrivo al peggio del peggio, ci riporta geograficamente nel nord della penisola, più precisamente sull'asse Genova - Biella, in cui si sono intrecciati i destini di Necrodeath e Opera IX.
Necrodeath
I primi, come scritto in apertura, nel corso degli anni '80 furono band di culto nell'underground del thrash metal più maligno, quel proto black che in Europa sarà definitivamente canonizzato a nuovo genere qualche anno più tardi in Scandinavia.
A seguito del mutato interesse del mercato nei primi anni '90, i Necrodeath, al posto di proseguire la propria carriera contribuendo a plasmare il nascente black anche in Italia, chiusero baracca e burattini sciogliendosi.
Da quella fine videro inizialmente luce i Mondocane (interessantissimo progetto parallelo imbastito con gli Schizo -ndr) e successivamente la collaborazione di Peso coi Sadist e una serie di gruppi cover locali, dediti alla riproposizione delle sonorità alternative che andavano di moda ai tempi (vedi Rage Against The Machine).
Opera IX
Nei medesimi anni, muovevano i primi passi gli Opera IX, gruppo biellese gothic metal che intrecciò la propria storia coi Necrodeath a partire dal 1998, quando il batterista Flegias divenne frontman ufficiale della riunita formazione genovese, pronta a calcare nuovamente la scena accodandosi al death/thrash scandivano che sul finire dei '90 stava prendendo prepotentemente piede in Europa (con tanti saluti, per l'ennesima volta all'attitudine old school -ndr)
E', però, soltanto con il 2001 che  la joint venture tra i componenti delle due formazioni assume spessore autentico a seguito dell'uscita di Flegias e Cadaveria dagli Opera IX e il loro ingresso in pianta stabile nell'orbita della ricostituita Necrodeath family.
Da questo sodalizio vedrà la luce una progenie che spenderà le proprie energie sondando i terreni sonori più disparati. A questo proposito, molti affermano che ciò sia il naturale sbocco di artisti autenticamente a tutto tondo, il sottoscritto è invece convinto che tale poligamia sonora sia spinta da motivazioni meramente economiche. A sostegno della mia tesi sì pone la cronistoria dei fatti, che si svilupperanno sempre in corrispondenza di determinati trend di mercato.
Cadaveria
Si inizia coi Cadaveria messi in piedi dai due fuoriusciti degli Opera IX cui si aggiunge John dei Necrodeath oltre a un chitarrista dal curriculum immacolato.
La totale assenza d'onestà intellettuale di questo gruppo si evince a partire dalla foto qui a fianco (dove sembrano i Lacuna Coil), ma per i più garantisti suggerisco l'ascolto di due brani, The dreamAnagram. Ditemi voi se li dentro non sì sente tutto il pattume che è stato spacciato per musica dura nell'ultimo decennio, condita con la più becera iconografia alternativa presente sul mercato!
A fronte di tanta grazia artistica, la coppia Cadaveria/John è convinta d'avere le carte in regola per ampliare ulteriormente la propria creatività plasmando i Dynabyte. Per questa occasione i due smettono i panni più o meno vampireschi (che diciamolo, ci stracciano i maroni da quando i romanzi di Ann Rice finirono al cinema...) indossati nei Cadaveria per rifugiarsi nello stile del discotecaro emo, la risultante è la roba che potete vedere e ascoltare qui sotto, cioè una brutta copia di quanto nei medesimi anni facevano i tedeschi Rammstein



Il connubio audio/video è quanto di più imbarazzante mi sia capitato di vedere per mano di sedicenti professionisti del settore. Rimpiango, senza ironia, i pezzi di Britney Spears e dei Backstreet Boys, che per lo meno non erano pretestuosi quanto sta gente.
Se non ne avete ancora abbastanza, gustatevi i Raza De Odio in cui la Necrodeath family tenta di scimmiottare i Brujeria. La prima volta che li ascoltai mi chiesi "ma che cazzo è sta roba?" Non ho ancora trovato una risposta, in compenso però sono convinto che Zanna abbia più futuro pescando branzini al largo di Camogli, piuttosto che prestandosi a queste partecipazioni artistiche di dubbia qualità.
Sarà che la mia digestione è ancora in atto, ma lo schifo generatomi da questi personaggi inizia a stomacarmi, taglierò dunque corto sull'inutilità di formazioni (Alkoholizer, Elvenking, Macbeth, Stormlord, Theatres des Vampires, Mastercastle, Vision Divine, Labyrinth ecc. ecc. ecc.) colpevoli soltanto di fare musica di merda e/o derivativa, per soffermarmi ancora su un paio di nomi.
Detestor
I primi sono i Detestor che si qualificano un po' come gli Extrema della riviera ligure forti di una carriera iniziata sotto il fuoco del thrash, consacrata nella fiamma death (di qualità piuttosto infima) e chiusa all'insegna del nu-metal, il tutto nel volgere di un decennio (non male! -ndr).
La chiusura, invece, spetta a un'autentica bandiera nazionale, Pino Scotto.
Anche conosciuto come Vasco Rossi dei poveri, il Pino nazionale iniziò la sua militanza nei Vanadium ma diverrà un'icona da teatrino italiano solo quando prese a muoversi in proprio, collezionando una serie di zingarate d'antonomasia tutte all'insegna della contraddizione. Pino è infatti famoso per rilasciare affermazioni completamente a cazzo campana, in questo senso pare il gemello mancato di Berlusconi. Nonostante questo, se la tira da artista anti-sistema, da personaggio che va sempre controcorrente, un anticonformista nato, in realtà è solo un poveraccio che sopravvive sfruttando la stupidità che alberga nei cuori di buona parte del pubblico hard & heavy italiano, abituato a esaltare lo scemo del villaggio che urla più forte degli altri.
In una società civile sana, un personaggio del genere non meriterebbe nemmeno un impiego come lavacessi a Brignole, e non verrebbe applaudito dal pubblico mentre spala merda sulle Vibrazioni con cui poi va a suonare in apertura agli AC/DC (che infama dall'alto della sua grandissima carriera).



Non potevo trovare macchietta migliore con cui chiudere questo messaggio.